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Il Museo del mese di Novembre: il Museo Civico di Storia Naturale di Verona

Come ormai voi lettori sapete, il Museo del Mese è scelto con un sondaggio che avviene all’interno del gruppo Facebook di Donna Vagabonda (cliccate qui per visitarlo ed iscrivervi). Questo mese torniamo a Verona per scoprire le meraviglie del Museo Civico di Storia Naturale.

Museo storia naturale verona

Durante il mio viaggio a Verona (cliccate qui per leggere l’articolo del primo giorno) ho potuto visitare questo incredibile e memorabile museo, che ospita più di 3.000.000 reperti. Sapete che non mi tiro mai indietro quando si tratta di visitare musei, in particolare quelli di storia naturale, perciò una tappa a questo di Verona era davvero d’obbligo.

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L’entrata del museo

Il Museo civico di Storia Naturale ha la sua sede a Palazzo Pompei, uno degli edifici più importanti dal punto di vista storico e architettonico di tutta la città. Nel 1833 il palazzo fu donato dalla famiglia Pompei al Comune di Verona per poter accogliere raccolte d’arte e collezioni scientfiche di pregio. Da allora il nucleo del museo venne ampliato e le sale si arricchirono di reperti e pezzi unici.

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Articolato in 16 sale, il Museo ospita tre sezioni principali: geologia, paleonotologia e zoologia. Di notevole pregio è la sezione dedicata ai fossili ritrovati a Bolca (leggete qui l’articolo inerente a Bolca) che ospita notevoli pezzi: dai pesci alle piante fossili, davvero la sezione è ricca di campioni incredibili, da rimanere senza fiato. Il percorso espositivo si snoda poi attraverso una sezione mineralogica che spiega l’origine e la formazione dei minerali per poi passare alla parte zoologica del museo, che conserva esemplari tassidermizzati tipici del veronese e non solo. Un ottimo focus è stato inserito sull’evoluzione, per mostrare il percorso che ha portato alla differenziazione delle specie e alle loro specializzazioni. Da non trascurare poi la parte dedicata agli insetti, con moltissimi campioni esposti, e la parte geologica, con campioni di roccia tipici della zona del veronese (forse questa è la sezione che più richiederebbe attenzione data la ricchezza di campioni esposti e tavole esplicative).

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Il museo si imposta dunque come un luogo classico per la conoscenza, con espositori semplici e ben descritti: prevale l’antica concezione museale, con campioni esposti e descrizioni da poter leggere per comprendere ciò che stiamo vedendo.

Il museo non è solo un punto di riferimento per i visitatori e per la didattica ma lo è anche per la ricerca scientifica: numerosi sono i campioni che ancora oggi vengono preparati e analizzati. Una comunità scientifica viva e ancora molto fiorente è alle spalle di questo luogo!

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Consiglio vivamente agli appassionati e non solo di visitare questo bel museo, ricco di storia e con un ottimo appofondimento sulla natura del territorio veronese. Non ne rimarrete delusi!

Informazioni utili

 Il Museo civico di Storia Naturale si trova in Lungadige Porta Vittoria, 9, Verona.

Biglietti e costi

  • biglietto intero: € 4,50
  • biglietto ridotto gruppi, anziani (over 60) e studenti: € 3,00
  • biglietto ridotto scuole/ragazzi 8-14 anni (solo accompagnati): € 1,00
  • ingresso gratuito:
    • anziani (over 65) residenti nel Comune di Verona
    • persone con disabilità e loro accompagnatori
    • bambini fino a 7 anni
    • con VeronaCard

Prima domenica del mese tariffa unica: € 1,00 (in caso di mostre in corso e nei mesi di giugno, luglio, agosto e settembre si applicano le tariffe ordinarie di ingresso).

Il Museo di Storia Naturale è aperto al pubblico nei seguenti orari:

  • dal martedì al venerdì dalle 9.00 alle 17.00
  • il sabato, la domenica e i festivi dalle 14.00 alle 18.00

La biglietteria chiude mezz’ora prima dell’orario di fine visita.
Il Museo è chiuso ogni lunedì, il 25 dicembre (Natale), il 1° Gennaio (Capodanno), il giorno di Pasqua, il 1°Maggio.

Nel periodo estivo è prevista una chiusura straordinaria che normalmente comprende l’intera settimana di ferragosto.

Per ulteriori informazioni visitate il sito ufficiale cliccando qui.

I Viaggi dei Vagabondi: Cernobyl e Prypjat – di Stella

Continua  e si arricchisce la rubrica de “I Viaggi dei Vagabondi” con un contributo davvero ragguardevole, quello inviatomi da Stella Corona che riguarda il suo viaggio scientifico e di ricerca a Cernobyl, in Ucraina. Stella è stata molto dettagliata e precisa riguardo al suo racconto e ci tiene a fare qualche ringraziamento prima di farvi immergere in un mondo poco conosciuto:

virgolette Vorrei ringraziare per prima Francesca Gorzanelli che mi ha dato i contatti di Alexander, una delle guide: grazie a lui ho potuto conoscere tutto ciò che serve per visitare questa zona, in più mi ha dato contatti di persone che lavorano all’Ecocentre così da avere un laboratorio dove osservare le rane, oggetto del mio studio. Infine vorrei ringraziare tutto lo staff dell’Ecocentre che mi ha aiutata nel mio progetto.

Tengo a precisare che questo suo viaggio è un viaggio di ricerca e di studio, finalizzato alla relizzazione di uno studio scientifico e della sua tesi di laurea in scienze e tecnologie per la natura, non è stato un viaggio di piacere. Questi luoghi sono altamenti contaminati da radiazioni assai penetranti e assolutamente si sconsiglia l’ingresso nella zona di esclusione senza un’adeguata protezione e senza una guida.

i viaggi dei vagabondi

Stella è una ragazza di 23 anni, che ho avuto il piacere di conoscere anche di persona oltre che virtualmente, e una studentessa di scienze e tecnologie per la natura (il mio stesso percorso di studi ed è proprio grazie a ciò che l’ho conosciuta). Il suo viaggio si è svolto in piccola parte a Kiev e, per la maggiorparte, nella Zona di Esclusione di Chernobyl (CEZ) dal 5 al 20 luglio 2019.

virgolette Ho fatto questo viaggio in solitaria, dall’Italia non è venuto nessuno con me, ma a Kiev (dove sono atterrata) ho incontrato Natasha, una signora che lavora presso il paese in cui avrei risieduto e che si è offerta di aiutarmi nello spostamento dall’aeroporto al mio appartamento. Purtroppo, di Kiev non ho molte foto perché mi sono concentrata di più sulla Zona di Esclusione, ma l’anno prossimo mi impegnerò di più e proverò a fare anche un piccolo reportage sulla capitale dell’Ucraina.

Ma come mai hai scelto proprio Cernobyl come luogo dei tuoi studi in preparazione alla tesi di laurea?

virgolette Ho scelto questa località perché, nonostante la tragedia sia conosciuta praticamente in tutto il mondo, poche persone effettuano studi sulla flora e fauna presenti. Gli studiosi presenti nella CEZ (Zona di Esclusione) si occupano in particolare di mammiferi e uccelli, ma nessuno si occupa degli anfibi (così come di molte altre specie animali), ed il materiale presente in rete è davvero scarso, perciò, avendo già esperienza con gli anfibi, ho deciso di effettuare qualche ricerca su di loro.

Un progetto ambizioso quello di Stella, che l’ha coinvolta per un periodo non breve! Leggiamo insieme il suo diario di viaggio, ricco di esperienze e avventure.

virgolette Il mio viaggio è cominciato il 5 luglio. Verso le 13.40 sono atterrata a Kiev, Natasha è venuta ad aspettarmi assieme alla sua famiglia e in macchina mi hanno accompagnata al mio appartamento al quartiere Obolon, a nord di Kiev. L’appartamento prenotato con AirBnB era al decimo piano di un grosso palazzo, qui vive Kateryna, una signora che ha vissuto in Italia, quindi parlava molto bene la nostra lingua e le ho spiegato un po’ del mio progetto.

Il giorno dopo, sempre assieme a Natasha e alla sua famiglia, sono andata a visitare la città. Siamo passati su un grande ponte pedonale sul fiume Dnepr da cui si vedeva gran parte della città, dopodiché abbiamo visitato alcune chiese ortodosse e ho anche potuto assistere ad una parte della loro messa. Le loro tradizioni e le loro chiese sono molto diverse dalle nostre, gli edifici sono ornati d’oro, con molti mosaici e dipinti. La tappa successiva è stata al museo dei carri armati. Questo era un museo in parte all’aperto e in parte al chiuso.

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La sera stessa dovevo incontrare Alexander, la persona che da gennaio ha organizzato la mia visita nella CEZ per parlare e per vederci finalmente dal vivo. Per fortuna parlava benissimo l’ italiano, quindi abbiamo potuto esprimerci al meglio. Prima però ho dovuto fare una tappa all’Epicentr, un grande centro commerciale dove dovevo reperire alcune scatole in plastica dove mettere temporaneamente le rane raccolte. Per raggiungere questo luogo ho utilizzato una maršrutka, un mezzo di trasporto tipico nei paesi dell’est Europa: questi mezzi sono delle specie di taxi collettivi che effettuano una tratta in particolare, ma sono più piccoli dei bus normali, solitamente possono trasportare fino a 14 persone.

La mattina di lunedì 8 luglio, sono partita per Chernobyl: dopo un viaggio di circa un’ora e mezza ho raggiunto il check point di Dytyatky, l’inizio della Zona di Esclusione dei 30 chilometri. Qui sono dovuta scendere dall’auto e registrarmi come visitatrice nella zona, in più i militari hanno fatto alcuni controlli di sicurezza ai miei bagagli. Dopo un piccolo tour in un paese abbandonato, io e i miei responsabili siamo giunti al centro di ricerca: qui Evgenii e Svetlana, studiosi e accompagnatori, mi stavano aspettando e subito mi hanno accompagnata sulle rive del fiume Uzh a cercare le prime rane. Questa zona non era radioattiva, così come non lo è la città di Chernobyl (al contrario di quello che molta gente pensa), però mi serviva raccogliere dati anche dalle zone “pulite” per avere dei confronti sugli animali prelevati in zone contaminate (il cosiddetto gruppo di controllo).

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Purtroppo, in tutta la giornata ho trovato una sola rana nonostante fossimo stati molto tempo sulle rive del fiume e in zone dove mi han detto che solitamente vedevano molti di questi animali.

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Barca abbandonata sulle rive del fiume Uzh

Nel pomeriggio ho osservato la rana, ho preso alcune misure con il calibro e ho scattato delle fotografie. A vederla dall’esterno sembrava un animale in ottima salute, aveva buoni riflessi ed era molto vigile. Non avendo fatto esami genetici e anatomici non è stato possibile ricavare ulteriori informazioni (le analisi genetiche dovrei farle l’anno prossimo, mentre per analisi di anatomia interna ho deciso che le effettuerò solo nel caso trovassi animali morti, preferisco non sacrificare alcun animale).

Il giorno dopo mi sono svegliata alle 5 per andare assieme ad Evgenii e Svetlana a cercar rane: per questa occasione si sono aggiunti anche Vladimir e Vadim. Vladimir è uno studioso che lavora con gli insetti, mentre Vadim è un cosiddetto “Samosely”, cioè una di quelle persone che è tornata a vivere in queste zone nonostante il divieto del governo, lui è nato l’anno prima che succedesse il disastro e abitava proprio a Prypjat, la città della centrale nucleare.

Nonostante quedta nuova uscita, a Stella la fortuna sembrava proprio non girre dato che, anche questa volta, è riuscita a trovare soltanto una rana da poter studiare, in una zona non radioattiva.

virgolette Mercoledì 10 luglio ho incontrato Katya, una ragazza che ha studiato i pesci del fiume Prypjat e assieme a Sergii, Evgenii e Sasha (altri ragazzi che lavorano al centro) siamo andati nella Zona di Esclusione dei 10 chilometri. Questa zona è quella più contaminata e vicina alla centrale nucleare. Prima di entrare c’è un altro check-point in cui si fanno controlli ai vari bagagli e si segna chi entra e chi esce. Abbiamo tardato un po’ questa spedizione perché in mattinata il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelens’kyj, era in visita alla città. La sua visita aveva come scopo quello di firmare un decreto per migliorare la CEZ per i turisti e mostrare Chernobyl al mondo, per un rilancio turistico di questa zona del Paese.

Per prima cosa ci siamo diretti in una zona dove era presente un piccolo fosso e alcuni stagni e qui ho trovato un esemplare di ululone dal ventre rosso (Bombina bombina) e una rana verde. Il contatore Geiger, strumento che ho sempre portato con me e che misura le radiazioni presenti in una determinata zona, segnava 0.70μSv/h, un valore abbastanza alto, ma non il più alto che ho trovato (i valori di pericolo sono segnati nella tessera in foto, come riferimento ho usato il valore al centro, il μSv/h).

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Tabella per le radiazioni

Ci siamo spostati poi sulle sponde di un piccolo laghetto senza nome e lì la radioattività era più alta, 2.85μSv/h e qui abbiamo trovato 5 rane. Abbiamo poi visitato uno stagno in cui il contatore Geiger segnava 5.16μSv/h: questo è stato il sito più prolifico perché abbiamo trovato ben 19 rane verdi. Infine, nell’ultimo sito visitato che segnalava 57.17μSv/h radiazioni, ne abbiamo trovate altre 10. Questa giornata è stata molto proficua e abbiamo trovato molti animali, per questo ero molto soddisfatta.

Prima di uscire dalla zona dei 10 chilometri abbiamo dovuto testare il livello di radiazioni assorbite dal corpo passando attraverso un macchinario (di cui purtroppo non ho foto mie) dove dovevamo appoggiare mani, piedi e testa sopra dei particolari sensori. Se il livello di radiazioni fosse rimasto nella norma si sarebbe accesa una luce verde, altrimenti avremmo dovuto sottoporci ad ulteriori accertamenti. Per fortuna nessuno di noi ha mai assorbito troppe radiazioni.

Di sicuro uno studio temerario e molto coraggioso, ma assolutamente fondamentale per capire gli effetti delle radiazioni sulla fauna locale, anche in previsioni di eventuali altri disastri nucleari.

virgolette Giovedì 11 e venerdì 12 sono rimasta in laboratorio a misurare tutte le rane per poi rilasciarle. Dato che gli uffici sono chiusi per il weekend, sono tornata a Kiev per un breve tour della città fino a lunedì 15, quando due ricercatori del centro ricerche rapaci sono venuti a prendermi a Kiev insieme a Katya per tornare a Chernobyl. Purtroppo, il tempo non era molto buono, ma io dovevo piazzare alcune trappole per gli insetti, perché volevo fare alcune ricerche anche su di loro, quindi assieme ai due ricercatori e a Sasha siamo andati in una prima zona abbastanza contaminata e ho piazzato le trappole. Nel frattempo, sono stata con i ricercatori ad osservare alcuni rapaci presenti, ma dato il cattivo tempo abbiamo avvistato solo tre gheppi (Falco tinnunculus). Ho però avuto l’opportunità di scattare una foto ad un piccolo uccellino: un’averla piccola femmina (Lanius collurio) che, nonostante il brutto tempo, se ne stava ferma su un cespuglio. Dopo queste osservazioni sono andata in altre zone a piazzare le trappole.

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Il giorno successivo non ho avuto nulla da fare perché le trappole dovevano rimanere nel terreno qualche giorno (io per carenza di tempo le ho lasciate solo due giorni). La giornata di martedì era molto piovosa e quindi non ho potuto fare nulla di interessate nella Zona e sono rimasta in ufficio a studiare per un esame che avrei dovuto dare il 22 luglio.

Mercoledì il tempo era migliorato, quindi abbiamo pianificato un viaggio a Prypjat, la città fantasma dove è successo tutto. Verso le 11 io e gli altri ricercatori siamo partiti di nuovo per la Zona dei 10 chilometri. Di nuovo ci siamo dovuti fermare al check-point per i controlli e poi via verso la città: nella parte più esterna del perimetro della città è presente una vecchia fabbrica in cui si allevavano pesci e che dopo il disastro è diventata l’ufficio di alcuni ricercatori, oggi completamente abbandonata.

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Dopodichè ci siamo diretti verso l’ormai famoso parco divertimenti della città: non tutti sanno che questo parco non è mai stato aperto al pubblico perché doveva essere inaugurato per la festività del primo maggio 1986, quattro giorni dopo il disastro. Sono presenti tre giostre, l’autoscontro, una piccola calcinculo e la famosissima ruota panoramica. La visita proseguiva al centro sportivo cittadino in cui era presente un campo da basket e una piscina. Il centro sportivo è stato chiuso definitivamente nel 2000 in contemporanea alla chiusura della centrale nucleare, perché, nonostante il disastro, essa ha continuato a funzionare per altri 14 anni e con essa anche alcune strutture della città per permettere ai lavoratori di svagarsi.

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Tappa successiva, la scuola: nell’edificio erano ancora presenti moltissimi libri e oggetti didattici che si usano normalmente nelle scuole, come volumi per imparare a scrivere, per imparare la matematica e così via. Alcuni erano ben conservati, mentre altri erano sparsi a terra e rovinati dal tempo e forse anche dal vandalismo (cosa che non manca nella Zona, purtroppo).

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L’Hotel Polissya

Abbiamo poi visto dall’esterno l’Hotel Polissya, il famoso albergo della città: so che molte persone salgono fino alla cima per ammirare il panorama della città desolata, ma quel giorno noi non siamo saliti. Ho poi chiesto di poter vedere la torre di raffreddamento della centrale dall’interno (l’altra è quasi completamente smantellata). All’interno della torre si può entrare e sono rimasta sorpresa di vedere molti uccelli volarci dentro e ho notato la presenza di tantissimi nidi di gheppio con i piccoli ormai già pronti a volare.

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Nonostante la contaminazione la vita va ancora avanti, anche se, quasi sicuramente, quei poveri gheppi non avranno una aspettativa di vita pari ai loro conspecifici di altre zone. All’interno della torre erano presenti delle ossa di qualche animale sparse in giro, forse di alce. Magari il frutto di una predazione da parte di qualche lupo oppure una morte naturale dell’animale stesso.

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Piccoli gheppi

virgolette Altra tappa è stata il New Safe Confinement (NSC), una grande struttura che serve a proteggere il reattore esploso e ad evitare che grandi quantitativi di radiazioni fuoriescano da esso (sotto l’NSC ho misurato circa 1.5μSv/h). La struttura è destinata a durare 100 anni, dopodiché bisognerà costruirne un altro e così via: questo perché il tempo di decadenza della radioattività durerà milioni di anni.

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Dopo la visita alla città siamo passati vicino alla pozza di raffreddamento e ad alcuni stagni molto contaminati da Stronzio 90 e Cesio 137: qui ho potuto osservare da lontano alcune gru per il carico e scarico merci delle navi che approdavano al porto di Prypjat. Dopo il disastro esse sono state usate per trasportare il materiale contaminato sulle navi per portarlo allo smaltimento.

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Nell’ultima tappa ho potuto osservare un braccio meccanico utilizzato per scoperchiare il reattore 4, ancora oggi è pericolosamente radioattivo ed emana 65.15μSv/h, il valore più alto che ho registrato personalmente nella Zona (anche se sicuramente non il più alto, perché i sotterranei dell’ospedale sono ancora pieni delle tute usate dai liquidatori per spegnere l’incendio in alcuni punti si possono raggiungere valori di 1mSv/h, equivalente a 1000μSv/h).

Sempre nel pomeriggio del giorno stesso siamo andati a recuperare le trappole per insetti. Nell’ultimo sito dove ho posizionato le trappole ho assistito ad una scena davvero toccante: alcune persone ci hanno chiamato per farci notare che c’era un cavallo di Przewalski morto con il suo puledro disperato, perché non capiva come mai la madre fosse a terra. È stata un’esperienza molto triste osservare questa scena. L’animale a terra non aveva tracce di predazione e molto probabilmente è morto per l’accumulo di qualche sostanza all’interno del corpo (gli elementi contaminanti più presenti sono lo Stronzio 90 e il Cesio 137, ma anche altri come lo Iodio 129, Americio 241, Plutonio 238, 239 e 240, Cerio 144 ed Europio 154, tutte sostanze radioattive che se accumulate nell’organismo provocano danni e infine portano alla morte).

Questo ci fa comprendere come sia davvero sconsigliato avvicinarsi ad un luogo del genere senza l’adeguata consapevolezza e le giuste protezioni.

virgolette Giovedì 18 ho iniziato a identificare gli insetti trovati e vedere se ci sono state differenze nella quantità tra le varie zone. Come pensavo, nella zona più contaminata (questa volta era di 1.40μSv/h) c’erano molti meno insetti rispetto alla zona “pulita” con 0.19μSv/h. Nel pomeriggio sono andata insieme ai ricercatori nel luogo dove il giorno prima abbiamo trovato il cavallo: quel giorno erano arrivati da Kiev degli esperti dell’istituto zoologico dell’università di Kiev che hanno effettuato l’autopsia dell’animale per capire cosa fosse successo e hanno prelevato molti campioni da analizzare. Nel frattempo, il puledro si era aggregato ad un nuovo gruppo di cavalli, per nostra e sua fortuna.

Venerdì 19 è stato il mio ultimo giorno nella Zona: alle 10 sono partita con il bus e sono andata fino a Kiev, da lì ho preso il treno insieme a Sasha per andare in aeroporto. Qui ci siamo salutati e sono andata nella mia camera di albergo per riposarmi un po’.

Sabato 20 il mio aereo partiva verso le 10 e dopo aver superato tutti i controlli sono potuta ripartire per l’Italia.

Il tuo racconto è davvero stato molto minuzioso e ci hai raccontato di aver visto luoghi e animali molto particolari e di aver vissuto esperienze davvero uniche. Che cosa hai provato esattamente, mentre eri lì?

virgolette Per quanto riguarda le emozioni, quelle provate sono state molte. Prima di partire ero un po’ preoccupata sul fatto di intraprendere un viaggio del genere totalmente in solitaria, non avevo bene idea di come fosse là la situazione, se le persone fossero disponibili con me o meno, in più il fatto di non sapere la lingua mi preoccupava ancora di più. Tutto però è cambiato quando lunedì 7 ho incontrato Sergii e Denis che si sono subito mostrati disponibili nei miei confronti e per fortuna parlavano inglese molto bene. Mentre visitavo la zona provavo un misto di emozioni positive e non, infatti in mezzo c’era un po’ di tristezza. Le emozioni positive le provavo perché mi faceva molto piacere essere immersa nella natura con animali ovunque, silenzio e così via, ma da una parte ero triste perché sapevo che tutta quella natura era contaminata e ancora oggi la flora e la fauna ne soffrono e continueranno a soffrirne per migliaia e migliaia di anni.

Tutto sommato è stata un’esperienza molto positiva, ho potuto osservare realtà molto diverse dalla nostra a cui siamo abituati, nella Zona c’erano regole ben precise da seguire, c’era il coprifuoco notturno, militari ovunque, tutte cose a cui noi non siamo abituati. Nonostante tutte queste regole le persone sono molto disponibili e si preoccupavano che passassi il mio soggiorno al meglio. Anche a Kiev mi sono trovata bene, perché le persone erano gentili e cercavano di darmi indicazioni su come usare i bus, ad esempio. Anche se non conoscevano bene l’inglese ce la mettevano comunque tutta per aiutarmi. Quindi sarò molto contenta di ritornarci l’anno prossimo, verso maggio, per raccogliere altri dati (purtroppo quelli di quest’anno sono veramente pochi) e poter ancora restare ancora due settimane in questa riserva naturale.

Gli itinerari di Stella:

Da Milano a Kiev

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Dall’aeroporto Boryspil a Obolon

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Da Kiev a Chernobyl

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Da Chernobyl a Prypjat

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L’anno prossimo proverò a fare anche una piccola mappa in tempo reale dei luoghi visitati, così avrò mappe più precise dei miei spostamenti.

Ringrazio veramente di cuore Stella per aver condiviso con me e con tutti voi il suo viaggio di ricerca a Kiev, Cernobyl e Prypjat: un viaggio sicuramente particolare, unico nel suo genere.

Se anche voi volete condividere con me e con gli altri appassionati Vagabondi di viaggi le vostre avventure, allora leggete questo articolo e contattatemi al più presto! Non vediamo l’ora di conoscere le vostre storie!

Diario di viaggio: Verona – giorno 3

Cari amici e amiche, siamo giunti quasi al termine del viaggio a Verona, un viaggio ricco di emozioni, dove siamo riusciti a gustarci la leggendaria ospitalità veneta e dove il divertimento non è certo mancato.

Se non avete ancora letto il primo giorno, rimediate cliccando qui e non perdetevi il secondo giorno cliccando qui! Se invece siete interessati alla pianificazione di questo viaggio, leggete l’articolo cliccando qui!

Verona (2)

L’itinerario di questa giornata seguirà alcune tappe principali:

  • La Basilica di Sant’Anastasia
  • Il Duomo
  • Il Ponte di Pietra
  • Castel San Pietro
  • Il Teatro Romano
  • Giardino Giusti
  • Il Museo di Storia Naturale

Due pilastri della cristianità: Santa Anastasia e il Duomo

Ancora una volta la sveglia suona presto (non esiste che in vacanza si dorma, per buona pace di Gabriele) e dopo una bella colazione ci si mette subito in cammino verso la Basilica di Sant’Anastasia, che si trova poco distante dalla nostra base di partenza. Una volta entrati e mostrato il pass (anche qui non senza un’opportuna verifica della sua veridicità), rimaniamo subito estasiati dalla grandezza e dalla maestosità di questo luogo sacro. Verona sembra la città delle grandi Chiese ed è proprio così: in nessuna città che ho mai visitato ho visto tanta grandiosità (eccetto Roma).

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la Chiesa è in realtà intitolata al santo domenicano Pietro Martire, tuttavia è conosciuta con il nome di Sant’Anastasia dato che in questo luogo si trovava un antico edificio di culto ariano dedicato ad Anastasia di Sirmio martire sotto le persecuzione di Diocleziano.

La costruzione dell’edificio che oggi possiamo vedere ebbe inizio nel 1260 ad opera di Manfredo Roberti, vescovo di Verona, su richiesta dei frati domenicani che ancora non avevano un proprio luogo di culto. Il cantiere ebbe inizio nel 1290 e fin da subito beneficiò di numerose donazioni e lasciti testamentari, come quelli degli appartenenti ai Della Scala. Caduta la signoria scaligera i lavori ebbero dei rallentamenti ma con la ritrovata stabilità politica successiva alla dedizione a Venezia ripresero alacremente. La chiesa venne consacrata solennemente il 22 ottobre 1471 dal cardinale e vescovo di Verona Giovanni Michiel, tuttavia i lavori continuarono per oltre due secoli non arrivando mai a completare la facciata.

All’interno della chiesa si possono ammirare tele e affreschi di noti maestri della pittura veronese e non, quali: Pisanello, Altichiero, Liberale da Verona, Stefano da Zevio, Nicolò Giolfino, e tanti altri.

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Forse il motivo di tante visite è proprio l’affresco di Pisanello di San Giorgio e la Principessa, che si trova sopra l’arco della cappella Pellegrini: questa è una delle opere più famose del tardo gotico. Si tratta di un’affresco esterno alla cappella solo parzialmente conservato, di datazione incerta (tra il 1433 e il 1438 o tra il 1444 e il 1446). A causa delle numerose infiltrazioni di acqua provenienti dal tetto della chiesa, l’affresco è solo parzialmente osservabile e il restauro sarebbe davvero complicato da operare.

La Chiesa è impressionante per la sua bellezza e per la sua grandezza: il soffitto è alto e crea un’atmosfera ariosa e molto suggestiva.

Dopo aver visitato la Basilica di Sant’Anastasia, ci dirigiamo verso il Duomo, la chiesa forse più importante di Verona (anche se è una dura lotta tra San Zeno, San Fermo, Sant’Anastasia).

Purtroppo anche il Duomo ci ha presentato una sgradevole sorpresa: dopo aver verificato la veridicità del nostro documento, ci hanno dato i bigleitti senza l’audioguida gratuita (che veniva data a tutti i visitatori). Non abbiamo fatto rimostranze e siamo entrati perchè non ci sembrava il caso, anche se forse, con il senno di poi, sarebbe stato meglio far valere i nostri diritti.

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La facciata posteriore del Duomo con la scultura dell’Angelo

In ogni caso la bellezza del Duomo è indiscutibile e di sicuro siamo rimasti estasiati anche da questo luogo. Passiamo ora alla descrizione consueta: la struttura attuale sorge nel luogo in cui venne edificata, nel IV secolo, la prima chiesa cristiana della città, probabilmente ad opera di San Zeno. La struttura primordiale venne rasa al suolo dal terremoto del 1117. La costruzione della nuova cattedrale fu iniziata tre anni dopo e terminò nel 1187. Risale al cinquecento l’attuale sistemazione della facciata mentre il campanile, costruito su un precedente campanile romanico, venne rialzato fino a 30 metri da Michele Sanmicheli e solo nel primo Novecento venne portato all’altezza attuale (circa 75 metri): nonostante tutto, il campanile non è stato ancora terminato dato che manca la cuspide. Una leggenda vuole che questo sia dovuto al fatto che nessun edificio potesse superare in altezza la Torre dei Lamberti ma la realtà ci dice che è per mancanza di fondi che non venne completato (ma la leggenda rimane comunque molto suggestiva!).

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L’interno della Chiesa è diviso in tre navate da pilastri molto alti in marmo rosso di Verona che sostengono le arcate gotiche. Le prime tre cappelle di ogni lato presentano un aspetto unitario. La navata centrale è conclusa dalla cappella maggiore ed è stata realizzata dall’architetto Michele Sanmicheli. Le cappelle laterali sono arricchite da numerose sculture ed opere pittoriche, per lo più rinascimentali, la più famosa è quella con il dipinto dell’Assunzione della Vergine (1535) opera di Tiziano, mentre tra gli altri figurano molti artisti veronesi.

I veri protagonisti della storia veronese: i Romani

Dopo queste due bellissime chiese, ci dirigiamo verso il Ponte di Pietra e il Teatro romano, decidendo di visitare questo ultimo monumento prima del pranzo. A dire il vero, nella mia immensa ignoranza, non pensavo ci fosse un Teatro romano a Verona (dato che l’Arena si prende tanti meriti) e quindi quando l’ho scoperto sono rimasta un po’ sbigottita, ma non delusa affatto: se da una parte l’Arena ci testimonia una presenza romana importante, non sono nemmeno da sottovalutare la bellezza e l’importanza di questo luogo. Il Teatro romano è un teatro costruito all’aperto nel I secono a.C. presso il colle di San Pietro, all’interno delle mura romane e sulla sponda sinistra del fiume Adige. Il Teatro romano fa parte del Museo archeologico cittadino e viene adoperato come spazio teatrale durante l’estate: proprio qui viene ospitata l’Estate teatrale veronese sin dal 1948. Quest’ultimo è anche uno dei più grandi e antichi dell’Italia settentrionale.

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Ciò che possiamo osservare oggi sono i resti del Teatro originale dato che la primitiva struttura fu scossa da numerosi danni dovuti al tempo, agli eventi naturali e derivati dalla sepoltura al di sotto di edifici fatiscenti. Nel 1834 un ricco commerciante, Andrea Monga, acquistò i terreni dove un tempo sorgeva il Teatro e condusse degli scavi: la meraviglia fu tanta quando scoprì i resti. Non riuscì però a vedere compiuti i lavoro di demolizione e di scavo ma la sua opera non rimase incompiuta dato che il comune di Verona, nel 1904, acquistò la zona e li proseguì. Oggi possiamo vedere la cavea e la gradinata, molte arcate delle loggie e alcuni importanti resti della scena, oltre che i muri portanti dell’edificio scenico. Se si risale verso la sommità del colle si possono vedere anche i resti del tempio che coronava la struttura originale. Il Teatro era solo parzialmente visitabile a causa degli allestimenti che si stavano adoperando in vista degli spettacoli estivi, ma è stato comunque molto suggestivo vedere ancora una volta una traccia della magnificenza dell’epoca romana. Oltre al Teatro abbiamo visitato anche il Museo archeologico di Verona, istituito proprio qui nel 1924: non voglio anticiparvi nulla, perchè scriverò un articolo a riguardo, quindi vi racconto solo che il Museo è un importante luogo che custodisce numerosi reperti romani con circa 600 opere esposte nelle sale e con 150 altre opere esposte nella zona del chiostro esterno della Chiesa dell’ex convento qui costruito dalla congregazione dei Gesuati di San Girolamo sul colle di San Pietro.

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Dal chiostro si gode anche di una splendida veduta di Verona e in particolare del suo Ponte Pietra: il ponte è l’unico rimasto costruito nell’epoca romana ed è lungo 92,8 metri e larco 7,2 metri. Costituito da 5 arcate, di cui due sono di epoca romana insieme alla spalla sinistra, fu rimaneggiato dagli Scaligeri che costruirono la spalla destra con la soprastante torre e l’arco adiacente  e ancora dai venziani che costruirono le due arcate rimanenti con il grande tondo.

Pausa Focaccia e poi su fino a Castel San Pietro!

Se Verona continua a stupirci per quanto riguarda la sua ricchezza culturale, non può che fare lo stesso con il suo cibo e i suoi chioschetti: ancora una volta Moreno colpisce nel segno dato che ci ha consigliato un posticino davvero favoloso per mangiare una…Focaccia! La Focacceria Ponte Pietra si trova infatti a pochi passi dal Ponte Pietra e offre focacce di tutti i gusti e di tutte le misure! Assaporarla e gustarla davanti al Ponte Pietra o sulle rive dell’Adige è sicuramente una rilassante esperienza!

Con la pancia piena e un po’ accaldati ci rigiamo verso Castel San Pietro: decidiamo di raggiungerlo tramite la funicolare, dove troviamo un’addetta all’accoglienza molto simpatica e premurosa! Io poi adoro le funicolari e di solito non me ne faccio sfuggire nemmeno una durante i miei viaggi: sono stata in quella di Bergamo e in quella di Lione, ad esempio. La funicolare ci porta dunque al colle San Pietro dove è situato l’omonimo edificio militare: si tratta di una caserma asburgica costruita su un precedente fortificato, oggi però inutilizzata. L’interno è diventato un parco pubblico e il piazzale merdionale, dove arriva proprio la funciolare, è la meta preferita per chi vuole ammirare Verona dall’alto. In effetti lo spettacolo della città da questa prospettiva è sensazionale e di sicuro vale la pena salire fino a qui per vedere i tetti della bella città veneta.

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Per scendere decidiamo di non usufruire della funicolare ma di proseguire a piedi lungo la stradina stretta che ci riporta al Ponte di Pietra: a scenderla è un conto, a salirla…Beh le mi anche avrebbero qualcosa di ridire (niente in realtà di così eccezionale eh, in una  buona mezz’ora a passo lento si sale, ma purtroppo ho a che fare con due anche già compromesse quindi meglio non sforzarle più di tanto!).

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Verona in tutto il suo splendore

Tra cipressi e glicini: il Giardino Giusti e il suo Palazzo

Scesi soddisfatti, decidiamo di visitare la penultima tappa prefissata della giornata: il Giardino Giusti e il suo Palazzo.

Palazzo e Giardino Giusti non rientrano all’interno del nostro Pass dato che si tratta di beni privati ma di certo non è stato questo a farci desistere, anzi!

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Il Palazzo è stato costruito nel XVI secolo insieme all’omonimo giardino, considerato dagli esperti e non solo uno dei più belli esempi di giardino all’italiana. Durante la sua vita, il giardino fu modificato più volte e grande attenzione gli fu riservata dopo la Seconda Guerra Mondiale dato che molte piante furono stroncate dai massicci bombardamenti e dalle vicende belliche. L’aspetto della struttura che oggi possiamo ammirare è quello che gli ha donato Agostino Giusti, Cavaliere della Repubblica Veneta e Gentiluomo del Granduca di Toscana. Nel 1583 sempre Agostino insieme alla moglie Alda Malaspina trasferirono presso il Palazzo la loro residenza. Oggi sono visitabili sia l’Appartamento 900, in cui vissero i due coniugi, e il Giardino: la famiglia Giusti vi abitò fino al 1944, quando fu reso inagibile dai bombardamenti. La parte restante del Palazzo venne requisita come comando della Luftwaffe fin dal 1943. L’appartamento venne restaurato nel 1954 da Alberto e Mary Farina, che lo presero in affitto vitalizio dai Giusti e che vi abitarono dal 1954 al 1984.

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Non voglio raccontarvi di più di questo luogo storico, anche perchè, come per il Teatro Romano, vorrei dedicargli un articolo a sè: non me ne vogliate ma questi sono luoghi talmente belli e ricchi di storia che vorrei proprio venissero approfonditi sul blog, così come per il Museo di Storia Naturale, di cui leggerete qualche informazione a breve.

Il Giardino è davvero meraviglioso e ben curato, sebbene richieda una manutenzione continua: la pulizia e l’ordine devono essere sempre mantenuti e il visitatore deve trovare questo luogo sempre accogliente e a misura d’uomo. Numerose sono le aree dove possiamo sederci e rilassarci, lontani dal caos della vita ferenetica o anche solo dal traffico cittadino: i glicini profumati rendono il muro di confine una dolcezza per gli occhi e i cipressi sembrano traghettarci verso la Toscana. La vista dal belvedere, sul cosiddetto “Mascherone” per via del volto grottesco qui scolpito, mostra il giardino in tutta la sua bellezza, e non solo quello: da questa terrazza si presta anche Verona a dare il suo spettacolo di bellezza, ancora una volta.

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Non può mancare il Museo di Storia Naturale

Dopo esserci riposati all’ombra, cullati da una piacevole brezza, decidiamo, anche se con un po’ di stanchezza, di dirigerci verso l’ultima tappa di questo penultimo giorno a Verona: Il Museo di Storia Naturale di Verona. Il Museo non può mancare assolutamente: durante la mia visita a Verona del 2016 non ero riuscita a visitarlo per mancanza di tempo ma questa volta non me lo sono fatta sfuggire. Tra l’altro, Gabriele adora i musei di Storia Naturale e quello di Verona vale sicuramente una visita!

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Il Museo è ospitato presso Palazzo Pompei, uno degli edifici più importanti dal punto di vista architettonico e storico di Verona e si compone di sedici sale espositive, della biblioteca e degli uffici museali. Le sezioni toccano le più importanti scienze: la zoologia, la geologia, la paleontologia, la mineralogia. Le collezioni del museo sono incrementate  dalle numerose campagne di ricerca (floristiche, faunistiche, paleontologiche e preistoriche) svolte nel territorio veronese, in Italia e nelle missioni all’estero, da donazioni e acquisti. Il Museo ospita e conserva un patrimonio naturalistico che ha oggi una consistenza di oltre 3.000.000 di esemplari. Ovviamente non tutto il patrimonio è esposto, ma se volete apprezzarlo davvero a pieno, dovete assolutamente dedicarvi almeno due ore del vostro tempo.

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Usciti da questo fantastico museo dove siamo rimasti a bocca a parte soprattutto per la grande mole di fossili provenienti da Bolca e dal Veronese (leggete qui il mio articolo a riguardo) decidiamo di rientrare in B&B per una doccia e per un attimo di riposo: alla sera ci attende una buona cena presso il Ristorante Pizzeria Torre 5 che mi avevano consigliato e che non ci ha affatto delusi.

Con un po’ di malinconia ci apprestiamo a rientrare in camera dopo una bella passeggiata rilassante al chiaro di luna, allietati ancora una volta dalla vista dell’Arena e dai vicoli che ci riportano verso il nostro Bed and Breakfast.

Ringrazio ancora una volta lo IAT Verona – Ufficio del Turismo per la grande opportunità che ci ha riservato.

Per ulteriori informazioni e riferimenti:

IAT Verona – Ufficio del Turismo

Basilica di Sant’Anastasia

Duomo di Verona

Museo Archeologico al Teatro Romano

Giardino Giusti

Museo di Storia Naturale

Riferimenti: #visitverona, #visitveneto, #veronatouristoffice, #IatVerona, #Verona e @veronatouristoffice.

 

Il Museo di Marzo: il Museo civico di Scienze Naturali di Bergamo

Durante l’uscita didattica che ho svolto al primo anno di insegnamento, ho potuto visitare uno dei musei più belli e validi di Scienze Naturali che ci siano nel Nord Italia: si tratta del museo “Enrico Caffi di Scienze Naturali di Bergamo”. Scopriamo insieme la sua storia e le sue collezioni.

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Situato nella Città Alta di Bergamo, vicino al Civico museo archeologico di Bergamo, conserva più di un milione di reperti, con una superficie espositiva di oltre 1800 metri quadrati.

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Il meraviglioso allosauro

Il Museo è nato nel 1871 ed è stato inaugurato ufficialmente nel 1918. Tra le collezioni più antiche, il Museo annovera quella lepidotterologica di Antonio Curò con ben 12.000 esemplari, la Raccolta ornitologica di Giovanni Battista Camozzi Vertova, e la Raccolta malacologica di Giovanni Piccinelli. Il primo direttore fu Enrico Caffi, a cui il museo è stato dedicato, che lo guidò fino al 1947 con una gestione lungimirante e volta ad incrementare le raccolte con reperti sempre più interessanti.

Nel 1960 le collezioni vennero spostate nell’attuale sede, nel Palazzo Visconteo della Cittadella.

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Il Museo è composto di diverse sezioni, molto ben articolate e con pannelli espositivi molto esaustivi: si passa dalla zoologia (con particolare attenzione all’ornitologia e all’entomologia), alla geologia (con un vasto inserto di minerali e rocce), alla paleontologia, forse la sezione più interessante ed “impressionante”: qui, infatti, troviamo un calco a grandezza naturale di uno scheletro di allosauro, che ci impressiona grazie alle sue dimensioni ragguardevoli: questo carnivoro del giurassico non sarà suggestivo forse come il T-Rex, ma è pur sempre stato un superpredatore temibile per tutti gli erbivori del suo tempo. Oltre a questo calco, si trovano importanti fossili del Triassico tutti rinvenuti nelle valli bergamasche. E ancora, degni di nota solo le ammoniti piritizzate, la libellula fossile Italophlebia gervasuttii, i fossili del più antico rettile volante, l’Eudimorphodon ranzii, ed i resti scheletrici degli elefanti (Elephas meridionalis) rinvenuti nelle miniere di lignite della Val Gandino.

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Il Museo è assolutamente adatto a tutti, sia ai grandi che ai piccoli e si dimostra all’altezza anche per le persone non vedenti grazie alle numerose vetrine tattili del percorso “Il museo da toccare” e grazie alle scritte in Braille.

Devo dire che lo scopo del Museo, di mostrare ed intrattenere, è stato assolutamente assolto dato che sia io, che i miei colleghi, che gli studenti (con un’età compresa tra i 14 ed i 19 anni) siamo rimasti davvero soddisfatti dalla visita. Il Museo Caffi si dimostra quindi un bel punto di riferimento delle Scienze Naturali sia del Bergamasco che del Nord Italia.

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Informazioni utili

Il Museo è aperto tutti i giorni con il seguente orario (orario invernale): dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 17:00.

Si può visitare il museo secondo le seguenti tariffe:

Biglietto unico valido contemporaneamente per il Museo di Scienze Naturali e il Museo Archeologico: € 3.00

Abbonamento annuale per l’entrata ad entrambi i musei. Valido un anno dalla data di emissione: € 10.00

L’ingresso è gratuito per le seguenti categorie:

– Minori di 18 anni

– Disabili ed accompagnatori

– Scolaresche ed insegnanti accompagnatori

– Soci dell’Associazione Amici del Museo di Scienze Naturali

– Possessori abbonamento Musei Lombardia

– Amici del Museo Archeologico

Per ulteriori informazioni, visitate il sito internet ufficiale:

http://www.museoscienzebergamo.it/web/