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Diario di viaggio: Romagna, San Marino, Marche

Questo è un Diario di Viaggio un po’ particolare, il primo che riguarda un viaggio del 2020. Questo viaggio, scelto un po’ per caso e un po’ per curiosità, è capitato forse in un momento davvero particolare e un po’ sfortunato perchè si è svolto all’inizio dell’emergenza per il famoso COVID – 19, o Coronavirus. Voglio però dare una rassicurazione: quando abbiamo effettuato questo viaggio io e Gabriele non provenivamo dalla zona rossa, i casi erano ancora circoscritti e non si erano adottate misure restrittive se non la chiusura dei musei e la sospensione delle attività fieristiche. Nessuno di certo si poteva immaginare che il tutto degenerasse così velocemente.

Spero comunque che questo Diario di Viaggio riesca a tenervi compagnia e vi faccia distrarre da questo antipatico periodo.

Dopo questa triste premessa partiamo con il racconto di questo intrigante viaggio che ha toccato lo Stato di San Marino e due regioni ricchissime di storia e di paesaggi mozzafiato: l’Emilia Romagna e le Marche. Siamo partiti il 27 febbraio in una limpida giornata di metà inverno, pieni di speranze su quello che avremmo visto: c’erano i tanti castelli, Rimini, San Marino e la sua leggendaria storia, e chissà quanto potevamo visitare!

Diario di viaggio Romagna - San Marino - Marche

La prima tappa di questo tour ha toccato la Romagna, una terra che “non fu mai senza guerra ne’ cor de’ suoi tiranni (Inferno, Canto XXVII)”, dominata da numerose dinastie tra cui quella dei Malatesta, dei Montefeltro, degli Ordelaffi, degli Sforza e infine resa docile dal Valentino che qui ha violentemente picchiato la sua scure decidendo la fine di rivalità e contese. Una terra arrabbiata ma tremendamente orgogliosa, ricca di uomini litigiosi e fieri e oggi incredibilmente accogliente. La Romagna in realtà la conosco bene per quanto riguarda le sue coste e le sue spiagge: per più di 12 anni sono stata sua ospite ed essa mi ha cullato e viziato. La Romagna, ubriaca di vita e affamata di gloria. Semplicemente una terra da vivere.

Dopo circa tre ore di auto siamo giunti presso la nostra struttura ricettiva, il Guest House la Fattoria: Clemente, il cordiale proprietario, ci ha assicurato il nostro appartamento nonostante l’inizio delle problematiche legate all’epidemia e ci ha accolto presso il nostro alloggio con un pensiero più che gradito! Per tutta la durata del soggiorno si è assicurato che tutto procedesse per il meglio: un vero padrone di casa insomma, che non ci ha mai fatto sentire soli nonostante il periodo davvero particolare.

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Un pensiero più che gradito!

L’appartamento, grande il giusto e dotato di tutto il necessario, è immerso nelle verdi campagne di Santarcangelo di Romagna ed è vicino sia alla città di Santarcangelo che al centro commerciale Romagna Shopping Valley (per ogni necessità). Sistemata la valigia ci siamo subito diretti verso Santarcangelo, curiosi di scoprire questa cittadella medioevale di cui tanto ho sentito parlare durante la mia infanzia e adolescenza: da piccola infatti andavo al mare tutti gli anni a Bellaria e la radio della spiaggia trasmetteva sempre la pubblicità di questo borgo. In quel periodo non ci fu mai occasione vera per andarci ma finalmente ora potevo vederlo con i miei occhi. Avevo preso precedenti accordi con lo IAT di Santarcangelo ma, vista l’emergenza, tutte le attività concordate con il gentile staff sono saltate: vediamo il lato positivo, questo è un motivo in più per tornare in questi straordinari luoghi!

Santarcangelo di Romagna è una città di modeste dimensioni che fa parte della Provincia di Rimini, bagnata dai fiumi Uso e Marecchia e situata sul colle Giove, alto circa 90 metri s.l.m.

Durante l’epoca romana da Santarcangelo passava la via Emilia, che collegava Ariminum (Rimini) con Placentia (Piacenza) per poi continuare, grazie a un prolungamento successivo, fino a Milano (Mediolanum). Il paese fu dominato dal XIII secolo dai conti Ballacchi che vennero poi spodestati dai Malatesta di Rimini, nel XV secolo. I Malatesta presero anche possesso del Castello (rinominato tuttora Rocca Malatestiana), risalente alla fine del IX secolo. Dopo molte battaglie il castello e Santarcangelo finirono sotto il dominio della famiglia Da Montefeltro provenienti dalle Marche (leggete qui il mio articolo su Urbino) nel 1462 per poi passare nuovamente sotto i Malatesta. Abbandonata dalla famiglia riminese, la Rocca passò ai Veneziani che la cedettero alla Santa Sede nel 1505. Nel 1903 fu acquistata dai Conti Rasponi dai quali, per eredità, è giunta ai conti Spalletti e quindi ai Colonna di Paliano che ne sono tuttora proprietari. La sua attuale destinazione a sede dell’Associazione Sigismondo Malatesta che si occpua della sua valorizzazione.

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Un luogo legato dunque alle vicende del suo castello e alle numerose guerre e faide tra le famiglie nobiliari del Centro Italia.

Arrivati a Santarcangelo visitiamo subito la centralissima Piazza Ganganelli in cui spiccano immediatamente l’arco dedicato a Lorenzo Ganganelli (divenuto Papa Clemente XIV) del 1777 e il monumento ai caduti di Bernardino Boifava del 1925. In questa piazza ha sede il Municipio e la sua caratteristica principale è la presenza di ampi portici che mi ricordano un po’ quelli di Bologna. La piazza è il luogo nevralgico della vita degli abitanti di Santarcangelo: bambini in festa, famiglie e dolci amanti passeggiano lungo il suo perimetro e ammirano il maestoso arco: questo è conosciuto come “Arco dei cornuti” in quanto una tradizione vuole che il giorno di San Martino, l’11 di novembre, si fissino in occasione di questa festa delle corna sotto l’arco e se passando sotto ad esse queste si muovono vuol dire che “iddu è curnutu” (per dirla alla siciliana). Una simpatica tradizione direi!

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Dopo aver scattato qualche foto alla splendida piazza il nostro stomaco comincia a farsi sentire: in effetti è quasi l’una e prima di visitare il borgo una bella mangiata ci vuole! Volendo pranzare in centro l’occhio ci cadde su un luogo assai particolare: il Ristorante Ferramenta. Intrigati dal menu siamo subito entrati e davanti agli occhi ci si è aperto un mondo: un negozio di ferramenta trasformato in splendida trattoria, con ancora gli attrezzi del mestiere ma inseriti nel contesto con gusto e maestria. Un luogo così non si trova di certo tutti i giorni!

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Entusiasti e galvanizzati ordiniamo subito del buon cibo: io mi lancio su un primo e precisamente su di un piatto di strozzapreti al ragù rosa mentre Gabriele si butta su una pizza in teglia crudo e burrata: presentazione ottima, cibo delizioso, atmosfera da favola! Per ultimo non poteva mancare il dolce: una deliziosa coppa con crema di mascarpone di loro produzione e scaglie di cioccolato.

Rotolanti e con un chilo in più acquisito solo grazie alla crema al mascarpone, ci apprestiamo ad uscire da questo paradiso culinario per visitare la bella Santarcangelo.

Tra le viuzze si respira un’aria fresca con il profumo di storia, sembra che il tempo qui si sia fermato: i colori tenui e le architetture in mattoni la fanno da padrone. Ma Santarcangelo non è affatto assopita nel passato, anzi! Numerosi sono i cantieri per la ristrutturazione delle case, segno di una comunità viva e in fermento. Salendo lungo le vie arriviamo alla Rocca Malatestiana che non possiamo visitare a causa della chiusura precauzionale (così come tutti i musei e le rocche che incontreremo in questo viaggio): ci accontentiamo di scattare qualche foto e poi ci dirigiamo verso il cosiddetto Campanone, la torre simbolo di Santarcangelo.

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Il Campanone fu costruito nel 1893, alto 25 metri, in stile neogotico con merlatura in alto ed è coronato dall’immagine di San Michele Arcangelo in ferro battuto a mano indicante la direzione del vento. Ancor oggi indica l’ora esatta agli abitanti della città con i suoi tipici rintocchi di campana.

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In questa parte della città i vicoli sono silenziosi e solo un gatto solitario ci accompagna in questo tour verso una cittadina che tanto ha da offrire.

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Dopo aver scattato le ultime fotografie decidiamo di prendere l’auto e di spostarci verso San Leo per scoprire il suo borgo medioevale.

Dirigendoci in auto verso questa meta non possiamo fare a meno di osservare i numerosi castelli e le rocche che si affacciano sugli aspri colli romagnoli: Verucchio, Torriana e in lontananza San Marino, sono ben visibili e ci attirano come una calamita. Non ci stupisce che siano così in gran numero e che ogni paese quasi ne possieda uno, dato il susseguirsi di pasaggi di mano nella storia di questo territorio, date le faide e le numerose lotte che qui si sono concretizzate. Oggi, di quel passato sanguinoso ci rimane la straordinaria bellezza di questi fortilizi: Donna Vagabonda secondo voi poteva rimanere impassibile davanti a cotanta bellezza? OVVIAMENTE NO!

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Dunque stiamo raggiungendo San Leo e il cielo limpido si tramuta in minaccioso e cupo, quasi a non volere il nostro arrivo. Le temperature si abbassano brusamente e da 13 gradi passiamo a 4, un vento sferzante lambisce il nostro mezzo e da dietro le colline fa capolino la neve: tutto un altro ambiente, un altro mondo! Eppure siamo sempre in Romagna e ancora una volta questa regione ci lascia stupefatti per le sue numerose e variegate sfaccettature. Giunti a San Leo notiamo come in giro non ci sia anima viva se non un’altra coppia di viaggiatori che come noi ha voluto venire qui (un pensiero ci salta in mente e ci dice “perchè questa idea?! Tornate a Santarcangelo!“). Eppure la voglia di scoprire e di vedere è più forte anche del vento ululante (che me la farà pagare regalandomi ben 5 herpes labbiali nei giorni successivi) e così ci dirigiamo verso l’incantevole centro storico, bandiera arancione per il Touring Club e facente parte del circuito dei “Borghi più belli”.

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Il Borgo e la Rocca di San Leo

San Leo sorge sul colle del Montefeltro e il suo antico nome è proprio Mons Feretrius, tradizionalmente legato ad un importante insediamento romano, sorto intorno ad un tempio consacrato a Giove Feretrio. Il colle era comunque già abitato in epoca preromanica.

A partire dal IX-X secolo l’abitato acquisisce il nome dall’eremita Leo (diventato poi santo), che qui giunse dalla Dalmazia assieme a Marino e portò qui il cristianesimo che si propagò veolcemente. Leone è considerato, per tradizione, il primo Vescovo di Montefeltro e dal suo arrivo in poi San Leo diventa la capitale della zona del Montefeltro.

San Leo è stata capitale del Regno Italico di Berengario II, il quale fu sconfitto a Pavia nel 961.

Il centro fu dominio dei conti di Montecopiolo, dei Da Montefeltro (dall’antico nome di San Leo), dei Malatesta, dei Medici, conteso con i Della Rovere, fino al passaggio sotto lo stato pontificio nel 1631. Fu luogo di passaggio di San Francesco nel 1213, di Dante nel 1306, prigione di Felice Orsini e dell’alchimista Cagliostro. San Leo è appartenuta alla regione Marche fino al 15 agosto del 2009 quando ne è stato distaccato congiuntamente ad altri sei comuni dell’Alta Valmarecchia in attuazione dell’esito di un referendum svolto il 17 e 18 dicembre 2006.

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Il centro del borgo conserva con straordinaria cura gli edifici romanici, la Pieve, la Cattedrale e la Torre Camapanaria mentre i palazzi sono stati rimaneggiati durante l’epica rinascimentale. Spicca su tutto la fortezza di San Leo, posta in posizione dominante rispetto all’abitato: il forte che vediamo oggi è stato edificato dall’ingegnere senese Francesco di Giorgio Martini sui resti di un forte già esistente dall’epoca romana.

Nel 1502 Cesare Borgia, con il sostegno di papa Alessandro VI, si impadronì della fortezza. Alla morte del pontefice, nel 1503, Guidobaldo da Montefeltro riprese il possesso dei suoi domini. Nel 1516 le truppe fiorentine, sostenute questa volta da Leone X e guidate da Antonio Ricasoli penetrarono nella città e requisirono il forte.

Sino alla devoluzione allo Stato Pontificio del ducato di Urbino, nel 1631, San Leo appartenne dal 1527 ai Della Rovere. Con il nuovo possesso la destinazione dell’edificio passò da rocca a carcere, le cui celle erano ricavate negli alloggi dei militari. Fra i reclusi che vi furono imprigionati spiccano i nomi di Felice Orsini e dell’avventuriero palermitano Cagliostro. Nel 1906 la fortezza cessò di essere un carcere e per otto anni, fino al 1914, ospitò una “compagnia di disciplina”. Attualmente gli ambienti della fortezza ospitano un museo d’armi e una pinacoteca.

Purtroppo a causa delle disposizioni regionali in merito al Covid non siamo riusciti a visitare la rocca o altri edifici della città ma il borgo, nonostante tutto, ci ha impressionato per la sua bellezza e la sua atmosfera. Sarà stato anche il maltempo ma qui abbiamo respirato davvero un’aria antica e la visita, seppur breve, ci ha conquistato. Dopo aver scattato qualche fotografia siamo dovuti scendere per tornare alla nostra base, a causa di una pioggia che ci stava più che minacciando e per via delle temperature infelici. Nonostante ciò abbiamo commentato la nostra breve permanenza durante il viaggio di ritorno.

Stanchi ma soddisfatti siamo rientrati al nostro accogliente appartamento e ci siamo goduti una cenetta fatta in casa: le membra erano stanche e, in previsione della giornata seguente, avevamo bisogno di riposare.

Il primo giorno così si è concluso, con me sempre più innamorata della Romagna e con Gabriele sempre più curioso di scoprire luoghi nuovi.

Se vi è piaciuto il primo giorno, scoprite la pianificazione di questo viaggio clicccando qui.

consigli

Cosa vedere e fotografare: l’entroterra riminese è ricco di castelli, rocche e fortilizi che si possono visitare e/o fotografare dall’esterno. Fissate una base e partite per un bel viaggio on the road alla scoperta di questi luoghi così suggestivi!

Contatti utili: se vi interessa approfondire la storia di questi luoghi recatevi o scrivete allo IAT di Santarcangelo di Romagna e allo IAT di San Leo.

Guide Vagabonde: Se volete conoscere la storia o siete incuriositi dalle leggende che qui si sono ambientate vi consiglio di leggere tre libri:

  • Rocce e Castelli dell’Emilia Romagna di Marcello Cigognani
  • Castelli, dimore storiche e rocche dell’Emilia Romagna di Daniela Piccinini e Fabio Raffaelli
  • Castelli e fortificazioni del riminese Ediz. illustrata di Elisa Tosi Brandi

Diario di viaggio: Friuli Venezia Giulia, Austria e Slovenia

Il tris di luoghi che tanto ho amato, le tre terre di confine che ho visitato per tre anni consecutivi: ecco qui il Diario di Viaggio di queste tre mete, Friuli Venezia Giulia, Austria e Slovenia.

Sono cinque anni che visito questi luoghi e ne rimango sempre molto colpita, affascinata, estasiata: già, perchè il territorio che si trova a cavallo dei tre Stati è ricco e variegato e comprende grotte, forre, gole, laghi e montagne di infinita bellezza. Un territorio forse poco conosciuto dai più, ma davvero unico e da valorizzare sempre di più.

Diario di viaggio Friuli

E’ qui dunque che inzia il mio viaggio, di nuovo a Tarvisio (leggete qui il mio articolo a riguardo), che sarà la base per ogni mio spostamento. Come per il precedente anno, ho intrapreso questo viaggio con il mio Papà, che tanto ama la montagna e i viaggi on the road: questo non è propriamente un’ esperienza di quel genere, ma ci si avvicina molto dato che ci siamo spostati in auto per tutta la sua lunghezza.

Il nostro ultimo ed importante viaggio del 2019 è partito da Tarvisio e si è snodato attraverso il Tarvisiano, Villach e la Gerlitzen Alpe, Maribor, Vintgar Bled (leggete qui il mio articolo a riguardo) e Piran.

Arrivati presso il nostro alloggio, il Soggiorno Militare Montano, ci apprestiamo subito a visitare l’Orrido dello Slizza, non distante da Tarvisio. Giunti con l’auto presso l’ingresso apprendiamo che la visita non è consentita in quanto il sentiero è dissestato: fidandoci ciecamente di Google che lo segnalava aperto siamo rimasti a bocca davvero asciutta, ma, magra consolazione, non eravamo gli unici in questa situazione dato che altre quattro persone, provenienti da luoghi diversi, erano qui giunte a visitare l’Orrido. Purtroppo apprendiamo che sono già parecchi mesi che l’Orrido è chiuso a causa di una frana che ha reso inagibile il percorso e, leggiamo sempre sul web, che questo doveva essere già stato sistemato ma, ahinoi, le lungaggini burocratiche o la mancanza di fondi la fanno (quasi) sempre da padrone in Italia. Un po’ amareggiati e sconsolati decidiamo comunque di visitare il Monumento al Combattente Asburgico di Boscoverde, che si trova ad una decina di minuti a piedi rispetto all’ingresso del sentiero per l’Orrido.

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Il Monumento celebra l’eroismo del soldato austriaco dimostrato durante le campagne militari di Napoleone nel 1797 e del 1809 – 1813. Il Monumento fu eretto nel 1909 in occasione della ricorrenza del centenario delle presenze degli eserciti italo – francesi in Valcanale, nella valle dell’Isonzo e nella parte occidentale della Carinzia fino a Villach. Realizzato in bronzo, l’imponente opera venne progettata e realizzata dallo sculture austriaco Josef Kassin. In posizione dominante, il Monumento è solenne e austero e ricorda come queste terre siano sempre state “di confine” e quanti popoli hanno calcato questa terra.

Dopo aver scattato qualche foto ci siamo diretti ai Laghi di Fusine, una meraviglia del territorio di Tarvisio. I due laghi, Inferiore e Superiore, sono di origine glaciale e si trovano alla base della catena montuosa del Gruppo del Monte Mangart. Sono considerati tra i più begli esempi di lago alpino e la valle che li ospita è dal 1971 un’area protetta, con il nome di Parco naturale dei Laghi di Fusine.

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Il Lago Superiore si trova a 929 metri s.l.m. con una profondità massima di 10 metri, il Lago Inferiore si trova a 924 metri s.l.m. e ha una profondità massima di 25 metri. Il Lago Superiore alimenta il Lago Inferiore per via sotterranea e quest’ultimo alimenta l’emissario di entrambi i laghi. I laghi, che da qualche anno vedono il turismo aumentare, sono stati resi famosi anche per essere stati un set cinematografico del film La ragazza del lago, di Andrea Molaioli.

Lasciata l’auto al comodo parcheggio a pagamento, a nemmeno cinque minuti di cammino dal Lago Inferiore, ci rendiamo subito conto di come questo luogo sia magico. Il Lago, silenzioso e di modeste dimensioni, ci permette di immergerci nella natura friulana e alpina: non mancano infatti incontri con odonati di varie specie (ahimè infotografabili per questa volta) e con alcuni uccelli alpini. Il panorama è semplicemente incredibile e i riflessi sull’acqua sono incredibili: ovviamente non perdo tempo e mi metto a fotografare a raffica.

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Degustato per bene il Lago Inferiore, ci dirigiamo a piedi verso quello Superiore, quasi totalmente asciutto ma con una vista spettacolare sulle montagne. Notiamo che i Laghi attirano una moltitudine di persone diverse: dai ciclisti alle famiglie con bambini, dagli escursionisti a chi vuole passegiare con il proprio cane, dai fotografi ai giovani che qui si ritrovano per scattarsi qualche selfie: un pubblico variegato ma accomunato dall’amore per questo territorio.

Ci sediamo su di una roccia e ci lasciamo cullare dal vento, leggero e piacevole, che ci accarezza e ci dice “bentornati in Friuli”. Dopo tanti anni penso che questa regione sia diventata un po’ la mia casa, che mi conosca e che mi rabbraccia quando torno: del resto qui ho sempre e solo trovato che gentilezza, accoglienza e disponibilità. Sono contenta di provare questa sensazione e di certo penso che il Friuli Venezia Giulia sia una delle più ricche di storia e di natura e variegate regioni italiane.

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Finalmente in Friuli!

Con un po’ di stanchezza in corpo dovuta al lungo viaggio in automobile, ci apprestiamo a tornare al nostro alloggio per una bella doccia calda e una cena ristoratrice.

Si conclude qui il primo giorno di questo viaggio che riserverà tante favolose sorprese.

Se volete leggere la pianificazione di questo viaggio, cliccate qui.

Se siete interessati a leggere altri articoli sul Friuli Venezia Giulia, cliccate qua di seguito:

Friuli Venezia Giulia

 

Diario di viaggio: Scozia – Giorno 4

Ed eccoci giunti al quarto giorno in terra scozzese, tra meteo ballerino e meravigliosa natura che ammalia e rapisce. Dopo la pessima cena e la serata tranquilla passata a Stonehaven è ora di dirigerci verso Aberdeen, una delle città più importanti della Scozia. La nostra meta tuttavia non sarà solo Aberdeen ma anche alcuni castelli non distanti da questo grosso centro abitato, vale a dire il Fraser Castle e il Craigievar Castle. Non mi resta che mostrarvi la cartina e chiedervi di accompagnarmi in questo nuovo e rocambolesco giorno in Scozia!

Dopo aver salutato la gentile Eilean e il nostro piccolo e modesto guesthouse (ma fornito di ogni comodità), saliamo in auto per dirigerci verso Aberdeen, ancora più a nord. Tuttavia non ci fermeremo immediatamente qui ma proseguiremo verso il primo castello che vogliamo visitare: il Fraser Castle.

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Il Fraser Castle è solo il primo castello che vediamo nell’Aberdeenshire. Il cielo, già fosco dalle prime ore del mattino, non lascia presagire nulla di buono ma ormai siamo abituati alle sue bizze e quindi non ci facciamo scoraggiare, pensando al fatto che comunque saremo all’interno del castello per buona parte della mattinata. Giunti al castello lasciamo l’automobile presso il parcheggio privato del luogo (a pagamento) e ci dirigiamo verso il magnifico maniero, costruito nel 1455 ma riammodernato tra il 1575 e il 1635. Fraser Castle colpisce subito il nostro occhio per il suo colore grigio e la sua imponenza che si spinge verso l’alto: una struttura compatta, geometrica e che trasuda molta austerità.

L’edificio originale era costituito da un fortilizio costruito per volere di Thomas Fraser e chiamato Castle of Muchil-in-Mar. La tenuta era di proprietà del Clan Fraser da quando il Re Giacomo III gliela donò, il 29 ottobre del 1454. Di questo castello originale non restano che le fondamenta in quanto nel 1575 Michael Fraser di Stoneywood lo ricostruì trasformando l’edificio totalmente e impostandone uno con pianta a “Z”. Purtroppo Michael Fraser non vide la sua opera terminata in quanto morì nel 1588. L’opera di riammodernamento proseguì sotto la guida del figlio Andrew e i lavori terminarono nel 1636 a causa dell’osticità del progetto originale. Il nome “Castle Fraser” venne ufficialmente dato nel 1695.

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Nel 1795 il castello venne di nuovo riammodernato, questa volta grazie ad Elyza Fraser che commissionò la realizazzione del giardino e del laghetto a Thomas White.

L’ultima opera di restauro risale al 1814 e fu portata a termine dal Colonnello Charles Mackenzie Fraser.

Il castello oggi fa parte della rete di castelli di proprietà e gestiti dalla National Trust for Scotland: si tratta di un’organizzazione benefica scozzese dedita alla conservazione e alla tutela del patrimonio culturale e naturale della Scozia. Il suo impegno e la sua volontà sono di certo ammirevoli e questo lo posso confermare dopo aver visitato numerosi siti riconducibili a questa organizzazione. Come in tutti i siti facenti parte della National Trust for Scotland, il biglietto comprende la visita guidata, senza la quale non si può visitare gli interni del castello. Così, assieme a due canadesi, due svedesi, un’irlandese e tre tedeschi inizia il mio tour rigorosamente in inglese con forte accento scozzese: mio padre, dal canto suo, non conosce l’inglese e dunque io sarò la sua traduttrice (per questa e molte altre visite guidate).

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Il nostro accompagnatore, da vero esperto della storia del Clan Fraser e del castello, ci illustra con dovizia di particolari i vari ambienti di questo luogo e ogni tanto si lascia andare in qualche battuta bizzarra che nessuno comprende davvero a pieno….Nessuno tranne mio padre! Che sia di discendenza scozzese? Mah!

La visita, durata circa un’ora, si conclude con una foto di rito e con la visita al meraviglioso giardino, curato in ogni minimo dettaglio. Peccato solo per il cielo grigio che però ha donato un’atmosfera tipicamente “british”.

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Prima di lasciare questo splendido castello, la nostra guida ci consiglia di acquistare il biglietto cumulabile per visitare tutte le attrazioni comprese nel National Trust of Scotland: al costo di 45 sterline (invece che 55) decidiamo di fare due pass per visitare i castelli dell’Aberdeenshire. Un bell’acquisto azzeccato devo dire! Con il guadagno ricavato dalla vendita dei biglietti abbiamo così sostenuto questa preziosa oranizzazione che tanto si impegna per la conservazione di beni storici e artistici.

Sempre su indicazione della nostra guida decidiamo di visitare il Castello di Craigievar, non troppo distante dal Fraser. Per la prima volta nel nostro viaggio percorriamo alcune strade strette e un po’ sperdute tra le campagne ma questo non è niente rispetto a quello che vedremo sull’Isola di Skye…Ma di questo ve ne parlerò più avanti!

Nonostante le stradine un po’ strette, la vista rimane comunque eccezionale e il paesaggio bucolico a cui assistiamo ci riporta alla mente la tipica immagine che tutti noi abbiamo della Scozia: una terra verde, forse un po’ brulla ma incredibilmente affascinante.

Con il sole che timidamente inizia a fare capolino sulle nostre teste, giungiamo al castello di Craigievar, situato ad Alford, sempre nell’Aberdeenshire. Il castello si staglia davanti a noi come una struttura massiccia, dal colore rosato (un po’ insolito per noi che siamo abituati ai castelli italiani) e con le torrette che ricordano il tipico “castello delle fiabe”. Non è che troviamo Cenerentola qui dentro?! Beh, un po’ straniti decidiamo di avvicinarci e di recuperare i biglietti per entrare (gratuiti dato che abbiamo ora il biglietto cumulativo). La visita al suo interno è sempre guidata ma, per ragioni a noi sconosciute, non si possono scattare fotografie al suo interno, quindi vi mostrerò solo gli esterni.

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Il castello di Craigievar era la sede del Clan Sempill e della famiglia Forbes che qui vi risiedette fino al 1963, quando la proprietà fu donata al National Trust for Scotland da William Forbes-Sempill, Lord Sempill. Questo castello è un eccellente esempio dell’originale architettura baronale scozzese: la struttura venne completata nel 1626 e possiede in tutto sette piani. Fu acquistata dal mercante William Forbes, antenato dei baroni di Forbes di Craigievar dalla famiglia Mortimer nel 1610. La sua pianta è al “L” ed è famoso per i soffitti in cartongesso riccamente decorati.

Il castello in origine aveva più elementi difensivi tra cui un cortile murato con quattro torri rotonde; solo una delle torri rotonde rimane oggi. Nella porta ad arco di quella torre sono conservate le iniziali intagliate di Sir Thomas Forbes, figlio di William Forbes. C’è anche un enorme portone in ferro o un cancello che copre la porta d’ingresso che viene chiamata Yett. L’interno del castello vanta una corte che ha le insegne Stuart sopra il camino, una galleria di musicisti; una scala segreta che collega l’alta torre alla corte; la camera da letto della regina; gli alloggi dei domestici e naturalmente alcuni splendidi soffitti in stucco. All’interno vi è una collezione di ritratti della famiglia Forbes e una considerevole quantità di arredi dei Forbes risalenti ai secoli XVII e XVIII. Il castello ospita anche due ritratti originali di Henry Raeburn completi di ricevute originali.

La visita è stata molto esaustiva anche in questo caso e il castello merita davvero il nostro tempo grazie alle sue stanze riccamente colorate e variopinte. Naturalmente il mio ruolo di interprete è stato espletato anche in questa occasione ma ciò non mi pesa affatto, anzi! E’ un occasione in più per allenarmi nell’inglese e per aiutare mio papà, fido compagno delle mie avventure e instancabile complice nei miei viaggi on the road.

Terminata la visita e scattate alcune fotografie ci dirigiamo verso Aberdeen dato che lo stomaco inizia a brontolare (sono più delle 14 e quindi decidiamo di approfittare della presenza del KFC per sfamare le nostre membra). Prima però di salire in auto si scatena una maledizione che terminerà solo alla fine di questo viaggio: un paio di pantaloni comodi che ho acquistato prima di partire, e che si sono strappati già in un’occasione, si sono strappati di nuovo. Ora, io prima di buttare degli indumenti cerco sempre di ripararli o di ricucirli in qualche modo e devo dire che questi pantaloni erano davvero comodi. Dopo aver acquistato il filo e l’ago decidiamo di ricucirli sperando di riuscire a recuperarli.

Dopo un pranzo a base di alette di pollo e patatine ci dirigiamo verso uno dei pochi musei che sono riuscita a visitare in Scozia: il Gordon Higlanders Museum di Aberdeen. Io, come saprete, sono una viaggiatrice che ama visitare i musei ma in Scozia questo è stato davvero arduo a causa del fatto che gli orari, sia nostri che loro, sono stati il più delle volte incompatibili: c’è da dire che spesso i musei scozzesi chiudono alle 16 o alle 17 e questo mi fa storgere un po’ il naso dato che a quell’ora sono tanti, in media, i visitatori all’interno (se penso ai musei viennesi o a quelli tedeschi è impensabile che chiudano così presto). Un consiglio dunque: se volete visitare i musei in Scozia andateci di mattina perchè al pomeriggio rischiate di essere accompagnati all’uscita o di non poter visitare tutto il museo, come è succeso a me in questo caso (vi invito a leggere l’articolo dedicato, cliccando qui).

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Dopo aver visitato questo interessante museo, anche se in modo abbastanza approssimativo, ci dirigiamo verso il centro di Aberdeen per visitare gli esterni del King’s College. The University and King’s College of Aberdeen è un’Università fondata nel 1495 e ora fa parte dell’Università di Aberdeen. Nella parte più antica della città hanno sede gli edifici storici di questa Università, tra cui la Cappella del College. Noi non abbiamo visitato gli interni ma anche solo ammirati dall’esterno questi edifici meritano almeno una tappa del nostro tour ad Aberdeen.

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Quando studiavo alla scuola superiore ho visitato Cambridge durante una vacanza studio in Inghilterra: non dico che ci sia proprio una netta somiglianza ma questo luogo di cultura me lo ha davvero ricordato!

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Scattate le nostre foto ci dirigiamo verso Union Street, la via dello shopping: di solito non amo fare shopping ma qui si trattava di un’emergenza.

DOVEVO COMPRARE DEI PANTALONI NUOVI.

Non sono partita per la Scozia con un solo paio ma avevo per lo più abbigliamento tecnico con me e, vista la facilità con cui il meteo cambiava, dovevo evitare di rimanere a secco di pantaloni, soprattutto dopo lo strappo dei più comodi che avevo con me. Inoltre sarebbe stato difficile lavare gli indumenti e quindi rischiavo di arrivare alla fine del viaggio senza pantaloni puliti. Come fare? Beh semplice, bisognava acquistare dei nuovi pantaloni. E così ho fatto dal mitico e onnipresente Primark: il tempo di entrare, di provare e di pagare. 10 minuti e via, come il vento!

Ormai era tardi per visitare altri musei, così ci siamo diretti verso il Salvation Army e il monumento ai Gordon Higlanders.

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Con un po’ di stanchezza nelle ossa decidiamo di concederci una pausa prima di cena, con una doccia ristoratrice. Ciò che ho potuto notare negli hotel scozzesi è che proprio queste strutture ricettive non hanno il phon in camera mentre i Guest House… Sì! Non saprei proprio come mai! In ogni caso se lo chiedete alla reception dovrebbero fornirvene uno (almeno, a noi lo hanno dato). E’ comunque molto strano non trovare nelle proprie stanze il phon: un’altra stranezza della bizzarra Scozia!

Con lo stomaco che cominciava a farsi sentire, io e mio padre ci siamo messi a cercare su internet dei luoghi dove poter cenare in modo decente (memori dalla precedente esperienza) senza essere spellati vivi. Siccome avevamo voglia di mangiare anche un po’ di verdure, ci siamo trovati d’accordo entrambi nella scelta: il ristorante Harvester sembrava soddisfare le nostre esigenze…E così è stato!

Devo davvero ammettere che per essere una catena l’Harvester di Aberdeen (conosciuto qui come The Ghillies Lair in Aberdeen) mi ha veramente stupito, sia per la qualità del cibo, sia per la gentilezza dello staff ma soprattutto…Per la bellezza della location: non sembrava affatto il solito ristorante di catena, ma anzi era curato nell’arredamento e nella disposizione. Inoltre era assai luminoso grazie alla presenza di una bella veranda.

Dopo un’ottima cena a base di carne rientriamo al nostro alloggio, pronti l’indomani per un’altra fantastica giornata.

Per leggere gli altri articoli del Diario di Viaggio cliccate sui link sottostanti

Pianificazione del Viaggio

Arrivo e prima sera

Secondo giorno

Terzo giorno

Diario di viaggio: Vienna – Giorno 5

Eccoci giunti all’ultimi giorno a Vienna, con grande dispiacere. Lasciare un luogo che si è amato così tanto fa nascere sempre una sorta di malinconia e di tristezza perchè è come se quel luogo ci avesse tolto una parte di noi. Sia chiaro, è una donazione consenziente la mia ed è tipica del Wanderlust ma non succede per ogni viaggio: qualcuno ci lascia un qualcosa in più, non si sa bene cosa e come quantificarlo. C’è chi dice che sia per il compagno di viaggio scelto, per ciò che abbiamo visto, per ciò che abbiamo mangiato. Fatto sta che Vienna mi ha rubato il cuore, per la seconda volta, e me lo ha restituito con alcune ferite che saranno difficili da rimarginare. Anche Gabriele, che non ha la sindrome del viaggiatore, certe volte sospira e mi dice che vorrebbe essere di nuovo a Vienna, spensierato e felice, in una città che ci ha accolto e stritolato allo stesso tempo.

Dopo questo prologo malinconico inziamo l’ultimo articolo del Diario di Viaggio di Vienna.

Diario di viaggio Vienna

Dopo esserci svegliati sempre di buonora abbiamo lasciato i bagagli all’albergo e ci siamo diretti al Prater, ultima tappa del nostro tour viennese. Il Prater è il parco di divertimenti più famoso di Vienna e forse di tutta l’Austria: si trova al di fuori del Ring di Vienna ma è facilmente collegato al centro tramite i mezzi pubblici (infatti noi lo abbiamo raggiunto in metropolitana). Il Prater è aperto di solito dalle 10 alle 20 ma ogni giostraio si prende la libertà di aprire un po’ quando vuole, infatti noi siamo arrivati che erano le 10 e 30 e solo alcune giostre erano aperte (altre hanno aperto più tardi e altre non hanno aperto proprio, forse perchè chiuse per ferie). Poco importa perchè più che le giostre ci interessava immortalare l’atmosfera che si respirava in questo luogo: un misto di nostalgia e di stranezza, soprattutto per la presenza di statue abbastanza inquietanti dai tratti lowcraftiani proprio situate al centro del parco.

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Alcune giostre del Prater

C’è da tener presente che questo parco divertimenti non è come Gardaland, forse il più famoso d’Italia: non esiste un biglietto d’ingresso e potete acquistare solo i biglietti delle attrazioni che desiderate visitare. Se volete passeggiare semplicemente potete farlo, gratuitamente.

Il Prater è proprio un luogo particolare, per certi versi un po’ inquietante: ci è sembrato di essere entrati in un film horror degli anni ’80 ma questo non è stato affatto negativo, sia chiaro. Dopo aver scattato qualche fotografia ci siamo diretti verso l’attrazione più famosa del Prater, vale a dire la ruota panoramica: questa è l’attrazione più famosa e antica di Vienna (costruita nel 1897 per commerare il 50esimo anno di regno dell’Imperatore Francesco Giuseppe), nonostante fu distrutta durante la seconda guerra mondiale. Con la fine della guerra fu ricostruita assieme alla Cattedrale di Santo Stefano e all’Opera, come simbolo della rinascita e della bellezza di una città che voleva rialzarsi in piedi. Con i suoi 15 vagoni e la sua altezza di circa 61 metri, dalla ruota panoramica si ha una splendida vista della città e di tutto il parco del Prater!

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La meravigliosa Reisenrad, la ruota panoramica

All’entrata della ruota si possono osservare alcuni antichi vagoni che ospitano alcuni diorami esplicativi della storia di Vienna: un bell’esempio di riuso direi! Dopo questa breve visita saliamo sul vagone e ci prepariamo a questa gradevole e dolce esperienza: se venite a Vienna non potete non salire sulla ruota panoramica! Oltre alla bellezza della struttura in sè, è doveroso ricordare che la ruota panoramica è stata la protagonista di alcuni film come “Il terzo uomo”, con Orson Wells, a ancora di James Bond intitolata “007 – Zona pericolo”, con Timothy Dalton. Per questo motivo, nel giugno 2016 è stata inserita dalla European Film Academy (EFA) nella lista dei “Tesori della cultura cinematografica europea”.

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La vista della città e del Prater

Dopo il giro sulla ruota panoramica decidiamo di passeggiare lungo i viali alberati del Prater, che ombreggiano e rinfrescano la zona.

Prima di ritirare i bagagli abbiamo ancora il tempo per visitare l’ultimo museo di Vienna: si tratta della Camera del Tesoro Imperiale di Vienna, che fa parte del complesso della Hofburg: l’ingresso alla Camera del Tesoro si trova nel Cortile degli Svizzeri, nome derivato dal fatto che un tempo erano qui di servizio le guardie svizzere.

In questa Camera del Tesoro sono custodite due corone imperiali, il tesoro dei Burgundi e quello dell’Ordine del Vello d’Oro. In ogni stanza abbiamo scoperto gioielli e tesori di valore inestimabile, sia a livello storico che pecuniario.

Dalla Corona del Sacro Romano Impero (pezzo di diamante della collezione) a quella imperiale d’Austria, ai tesori con il simbolo del Toson d’Oro, a collane, ornamenti e gioielli sfavillanti.

I nostri occhi sono ammaliati da cotanta bellezza, soprattutto dalla grandezza delle pietre preziose.

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Dopo aver scattato le ultime foto è ora di ritornare in albergo per recuperare i bagagli e dirigerci in aeroporto.

Con il groppone in gola dobbiamo salutare questa favolosa città ma le avventure non sono ancora finite dato che stava per palesarsi davanti a noi un incubo abbastanza consistente. Arrivati in aeroporto senza alcun problema ci siamo diretti verso l’area check-in per imbarcare il nostro bagaglio: purtroppo per noi l’aeroporto di Vienna stava subendo numerosi interventi di manutenzione e ristrutturazione e trovare il banco check-in è stata un’impresa ardua! Dopo aver cercato e trovato indicazioni che non erano affatto chiare, dopo aver chiesto a ben 4 addetti aeroportuali che non hanno saputo aiutarci e dopo aver visitato tutti i terminal possibili finalmente, dopo più di un’ora, ce l’abbiamo fatta! Dobbiamo ringraziare il quinto addetto che abbiamo interpellato altrimenti eravamo ancora a Vienna! Purtroppo sull’organizzazione non sono stati efficenti come ci si aspetterebbe e questo mi ha amareggiato molto.

Nonostante la ricerca disperata del banco check-in ce l’abbiamo fatta e siamo riusciti ad arrivare all’imbarco in tempo. Spero che la prossima volta che dovrò sostare per un qualunque motivo presso l’aeroporto viennese questa confusione non ci sia, davvero!

Saliti sull’aereo la nostalgia e la tristezza ci pervadono: Vienna ci ha davvero regalato emozioni infinite, risate sguaiate, buon cibo e tanto tanto divertimento. Vienna ha riempito il nostro cuore di gioia e bellezza.

Ringraziamo ancora la Signora Bianca Nemeth per la sua gentilezza e tutto il Vienna Tourist Board per l’aiuto che ci ha fornito e per la disponibilità. Grazie di cuore!

Per rileggere questo Diario di Viaggio, leggete gli articoli di seguito:

Primo Giorno

Secondo Giorno

Terzo Giorno

Quarto Giorno

Per leggere altri articoli su Vienna e sull’Austria, cliccate qui.

Diario di viaggio: Vienna – Giorno 4

Siamo quasi alla conclusione di questo viaggio meraviglioso, ricco di emozioni e di sapere. Per l’ultima giornata intera a Vienna io e Gabriele abbiamo deciso di dedicarci completamente al meraviglioso Palazzo di Schönbrunn. Alzati di buon mattino, dopo una bella colazione, ci dirigiamo verso il palazzo con l’autobus che ci conduce a destinazione in circa 20 minuti. Arrivati al piazzale antistante il palazzo notiamo che c’è davvero una calca madornale: ebbene, siamo giunti nel punto più caldo di Vienna, nel luogo dove ogni anno più di 5 milioni di turisti si riversano: BENVENUTI A SCHÖNBRUNN!

Diario di viaggio Vienna

Sono circa le 10 e 30, la canicola inizia a farsi sentire anche a Vienna e noi ci mettiamo in fila per acquistare i biglietti. Non li abbiamo comprati online perchè avevamo la Vienna Card con noi e non avremmo potuto ottenere lo sconto se li avessimo acquistati in rete. Così, armati di tanta pazienza, ci siamo sottoposti a più di un’ora di fila per poter visitare il palazzo alle ore…16 e 40! Nessun problema, avevamo tutto il tempo per poter visitare l’Orangerie, il Kronprinzengarten, il parco e il Tiergarten (lo zoo), tutti compresi all’interno del nostro biglietto “Grand Tour”. La prima tappa è quella al Kronprinzengarten, i giardini privati di Meidling: questi piccoli giardini, racchiusi in un muro di siepi, sono stati costruiti intorno al 1745-1750 e presentano aiuole a parterre avvallate delimitate da una piccola bordura. All’interno dei giardini si può passeggiare tranquillamente e lontani dalla calca, sia tra le aiuole che sotto ai graziosi porticati di legno intagliato. Questa parte del palazzo è poco visitata dai più e mostra un angolo riservato e meno conosciuto del complesso monumentale. Dopo più di un’ora di fila è stato poacevole scoprire questa zona ombreggiata e fresca!

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Il Kronprinzengarten

Terminata la visita, ci siamo diretti all’Orangerie, anche questa poco frequentata rispetto al grande parco. L’Orangerie fu fatta costruire dall’imperatore Francesco Stefano nel 1754 per consentire agli aranci e agli altri agrumi di poter trascorrere l’inverno senza patire il gelo. L’Orangerie è lunga 189 metri e larga 10 ed è considerata la maggiore aranceria, assieme a quella di Versailles, di epoca barocca: un luogo molto romatico quello dell’Orangerie che ci ha regalato una dolce e tranquilla visita presso questo storico luogo.

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Dopo questa tappa ci siamo diretti verso il parco di Schönbrunn: questo enorme parco si presenta in stile barocco alla francese e venne progettato da Jean-Nicolas Jadot e Adrian von Steckhoven. Il progetto venne attuato già nel 1695 e non terminò fino al 1699, quando furono costruiti due soli parterre laterali. Con la grande imperatrice Maria Teresa il giardino venne trasformato: i due parterre laterali vennero allargati e resi quelli che vediamo oggi. L’imperatore Francesco Stefano fu anch’esso fautore della trasformazione del parco e proprio qui volle far erigere uno zoo (quello di Schönbrunn è il più antico al mondo) e un giardino botanico. Maria Teresa commissionò poi la costruzione della Gloriette in fondo al giardino, sette anni dopo la morte del marito, e nel medesimo tempo venne anche costruita la grande fontana di Nettuno che ancora oggi troneggia in fondo al viale centrale del grande parco.

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Veduta del parco dalla terrazza con la meridiana

Fu l’imperatore Giuseppe II a disporre l’accesso al pubblico ai giardini imperiali, ancora oggi aperti al pubblico: questo non piacque per nulla all’aristocrazia che si trovava a passeggiare a tu per tu con la popolazione comune. Nonostante alcuni malcontenti, il palazzo divenne un importante luogo di aggregazione per i viennesi.

Il parco si staglia davanti a noi con una bellezza e una grandiosità senza pari: di sicuro questo parco è uno dei più imponenti di tutta l’Europa e non solo. Da amante dei castelli e delle dimore storiche, come ben sapete, è difficile per me rimanere calma e così inizio a saltellare di qua e di là cercando di fotografare il giardino da ogni possibile prospettiva. Bello, bellissimo e non basta questo superlativo per descrivere tutto ciò che abbiamo davanti agli occhi. La facciata interna del palazzo si sposa poi perfettamente con i suoi colori tenui al verde e al giallo dei fiori del parco: un vero e autentico connubio!

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La fontana del Nettuno

Siccome sono un’instancabile camminatrice che non si accontenta mai, decido di tornare più tardi al parco per fotografarlo con un’altra luce: del resto, quando mi ricapiterà ancora? E così, tra una foto e l’altra, giungiamo al divertente “Labirinto classico”, una delle attrazioni più simboliche di Schönbrunn: questo labirinto ha origini tra il 1698 e il 1740 e nel 1998 fu rimpiazzato da un nuovo labirinto il più possibile simile a quello originale. La superficie attuale è di 1715 metri quadrati e al suo interno si trova una piattaforma sopraelevata che permette la visione d’insieme del percorso. Ho sempre trovato molto divertente l’esperienza del labirinto e, da competitiva morbosa, ho subito sfidato Gabriele a chi lo terminasse per primo: aveva scelta secondo voi? Ecco, quindi subito…Via! Dentro al labirinto! Per me è una sfida, sia contro di lui che verso me stessa e così mi sono subito messa a correre per trovare per prima l’uscita, non senza salire sulla piattaforma e osservare Gabriele più sconsolato che divertito (quanta pazienza!). Dopo circa 8 minuti ero fuori dal labirinto: missione compiuta, ho battuto Gabri! Dopo qualche minuto il mio instancabile compagno di viaggio mi raggiunge e ammette la sua amara sconfitta. Non preoccuparti Gab, ce ne saranno ancora tanti di labirinti in cui poterci sfidare!

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Dopo una breve sosta torniamo alla carica, direzione Tiergarten! Se mi seguite da un po’ sapete che visito molto volentieri gli zoo data la loro importanza nel benessere degli animali e nella protezione delle specie: spesso molti vedono i giardini faunistici come un luogo di prigionia per questi animali ma vi posso assicurare che non lo sono affatto (almeno i nostri occidentali). Negli zoo molte persone si prendono cura degli animali, cercando di dar loro il maggior confort possibile. E’ vero, non è come essere liberi, ma questi animali sono nati in cattività e non sopravviverebbero se fossero liberati da un giorno con l’altro: per questo gli zoo rivestono un’enorme importanza nella protezione ex-situ delle specie animali e partecipano a programmi di reintroduzione in natura con i nuovi nati di molte specie.

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Il giardino zoologico di Schönbrunn è stato eletto miglior zoo d’Europa per cinque anni consecutivi e ospita 700 specie animali provenienti da tutti i continenti: dalle giraffe agli oranghi, dagli elefanti africani ai koala. Le star delle zoo sono però i panda giganti (Ailuropoda melanoleuca): lo zoo è l’unico d’Europa ad allevare naturalmente questa specie. Dopo la nascita di Fu Long nel 2007, di Fu Hu nel 2010 e di Fu Bao nel 2013, nel 2016 Yang Yang ha dato alla luce due gemelli, primo panda femmina che si è riprodotto in cattività senza inseminazione artificiale: un evento senza precedenti che fa ben sperare nell’incremento del numero di questi splendidi mammiferi.

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Io non avevo mai visto dal vivo uno tra i miei animali preferiti (che ho anche tatuato, non a caso) ed ero davvero galvanizzata all’idea di poterlo ammirare proprio qui a Vienna. Seguendo la mappa illustrata abbiamo potuto osservare davvero animali straordinari come i leoni marini, i variopinti pappagalli, le numerose specie di scimmie e ancora la ricostruzione di ambienti unici come la foresta pluviale. Di certo, ciò che più ci ha colpito è stato vedere i panda giganti: per ben due volte siamo tornati al recinto di questi incredibili goffi orsi erbivori. Più li guardavo e più avrei voluto stringerli per coccolarli: i panda sono animali molto goffi e spesso rotolano e scivolano. In più passano numerose ore della giornata a dormire, magari dopo un lauto pasto a base di germogli di bambù. Insomma, una vita in vacanza!

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Uno dei panda giganti intenti a pulirsi una zampa

Dopo aver addentato un buon panino con wiener wurst, terminiamo il nostro giro allo zoo e ci dirigiamo verso il Palazzo per visitare i suoi interni. Prima di raccontarvi questa esperienza, vi riporto qualche notizia storica a proposito di questo luogo. Il nome di Schönbrunn venne dato dall’imperatore Mattia che, durante una battuta di caccia in quest’area, vi scoprì una fonte di acqua limpidissima che chiamò schön(er) Brunn, ossia “bella fonte”, da cui il nome, ed è attorno a questa fonte, secondo la tradizione, che si sarebbe costituito poi il castello intero. Il palazzo fu la sede della casa imperiale degli Asburgo dal 1730 al 1918. Dal 1996 il palazzo e il giardino sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

L’8 ottobre 1569 l’imperatore Massimiliano II acquisì la proprietà che sorgeva sull’area dell’attuale palazzo, di modo da utilizzarla come propria riserva di caccia. Egli colse anche l’occasione in una parte separata della grande proprietà per installarvi un primitivo zoo con uccelli esotici e i primi pavoni che approdarono a Vienna. Nel 1688 l’architetto Johann Bernhard Fischer von Erlach presenta il “progetto Schönbrunn I” che nelle intenzioni del progettista avrebbe dovuto oscurare la Reggia di Versailles in Francia. La fase attuativa, i cui lavori incominciarono nel 1696, si concretizzò tuttavia in un progetto meno ambizioso che si basava in gran parte sulle strutture già esistenti. I lavori si bloccarono più volte a causa della scarsità di fondi e nel 1705 ancora il castello non aveva preso una forma definitiva. Dopo alcuni anni di disinteresse, fu l’imperatore Carlo VI a prendere in mano le redini delle sorti del castello di Schönbrunn, intendendolo destinare a residenza estiva della famiglia imperiale. Egli però morì prima di riuscire a dare inizio ai nuovi lavori di ampliamento della struttura, che tra il 1743 e il 1749 vennero portati avanti da sua figlia Maria Teresa d’Austria, che si avvalse della perizia dell’architetto Nicolò Pacassi per cambiare radicalmente l’assetto del piccolo palazzotto di caccia. Con l’imperatrice il castello vide il suo massimo splendore e ospitò anche delle rappresentazioni di Joseph Haydn e Wolfgang Amadeus Mozart con conduttori gli stessi compositori.

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Tra il 1805 e il 1809, Napoleone Bonaparte prese residenza al castello di Schönbrunn.

Nel 1830 vi nacque l’imperatore Francesco Giuseppe ed egli qui morì nel 1916, mentre nel 1918 l’imperatore qui Carlo I firmò la sospensione dei lavori del governo imperiale, rimettendosi alla volontà del popolo austriaco; ciò dette inizio al processo che pose fine alla secolare monarchia austriaca tra il 1918 e il 1919. Terminata la proprietà imperiale della struttura, parte di essa venne adibita a scuola per circa 350 bambini, molti dei quali orfani di guerra o figli di famiglie povere. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1945, la Gloriette e il palazzo vennero danneggiati dalle bombe degli alleati; il castello divenne il quartier generale locale prima delle truppe russe e poi di quelle inglesi. Il castello e le parti danneggiate vennero ristrutturate in breve tempo.

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Attualmente il palazzo ospita ben 1441 stanze di diversa grandezza, la maggiorparte delle quali adibite a usi governativi. 190 stanze oggi sono aperte al pubblico: sono proprio queste le stanze che abbiamo visitato durante il nostro tour. Purtroppo all’interno del palazzo non si possono scattare fotografie ma vi posso assicurare che in quanto a magnificenza ha ben pochi rivali: oro, argento, intarsi di pregio, arredamento raffinato e lussuoso, tutto fa trasparire l’importanza degli Asburgo che avevano reso con il tempo Schönbrunn un vero e proprio trionfo dell’arte e della bellezza. Il colore oro è predominante, associato al rosso e al rosa, in un connubio davvero potente e regale. La visita al palazzo ci ha profondamente emozionato e ci ha fatto pensare a come dovevano vivere qui i reali di un tempo, in particolare la ormai mitologica Maria Teresa (avete notato quanti articoli che la menzionano ho scritto sul blog? Del resto è stata una figura fondamentale per Pavia e per tutta l’Europa!). La visita si conclude con tanta soddisfazione e, non possiamo negarlo, con un po’ di stanchezza.

L’ultima parte di questo tour lo dedichiamo ancora al parco e alla Gloriette: con le luci più fioche il parco acquista un fascino particolare, caldo e accogliente. Sembra quasi che il Sole, calando, liberi tutto il fascino di questo immenso giardino. Colgo dunque l’occasione di scattare le ultime fotografie, prima di salire sulla Gloriette per godere di un panorama di Vienna incredibile: la città da qui sembra sconfinata ed infinita e avvolge ormai totalmente Schönbrunn, un tempo residenza isolata.

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Il panorama visto dalla Gloriette

I visitatori cominciano ad abbandonare la residenza e i suoi giardini e la luce diventa sempre più fioca. Anche per noi, dopo aver scattato le ultimissime fotografie, è ora di salutare questo luogo maestoso e supersuggestivo. Inizia a salirci un po’ di malinconia perchè è l’ultimo tramonto che vedremo qui a Vienna e l’idea di tornare ci rende un po’ tristi. D’un tratto, però, lo stomaco comincia a brontolare e un nuovo pensiero ci balena in testa: è ora di mangiare una bella Wiener Schnitzel! Con la mente rivolta alla gustosa cena salutiamo dunque Schönbrunn: il nostro cuore trabocca di emozioni meravigliose e, tra una risata e l’altra, ci avviamo in hotel per concludere questa indimenticabile giornata.

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Diario di Viaggio: Vienna – Giorno 3

Ed eccoci arrivati al terzo giorno a Vienna, alla metà del viaggio. Oggi è una giornata molto molto speciale perchè si tratta del mio compleanno: il 7 agosto infatti la vostra Donna Vagabonda ha compiuto 27 anni! Quale miglior modo di trascorrere il proprio compleanno se non in viaggio? Ormai è una tradizione che si ripete!

Diario di viaggio Vienna

Per questo giorno speciale io e Gabriele abbiamo deciso di visitare i favolosi musei di Storia Naturale e di Storia dell’Arte, ma prima una tappa la merita il Parlamento. In questo momento il Parlamento, normalmente ben visibile, è in ristrutturazione, dunque ciò che si può visitare gratuitamente è il cantiere, o meglio, il container che mostra il cantiere: questo è arricchito da informazioni riguardo all’edificio e all’intervento di restauro. La visita, seppur breve, è comunque interessante ed è un modo di valorizzare un bene che altrimenti sarebbe chiuso al pubblico.

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Una foto dal Cantiere del Parlamento

Dopo qualche minuto giungiamo in Piazza Maria Teresa, dove troneggiano due musei: il Museo di Storia Naturale di Vienna e il Museo di Storia dell’Arte di Vienna. Al centro della piazza si trova la celebre Statua di Maria Teresa, voluta dall’Imperatore Francesco Giuseppe per commemorare la sovrana illuminata, simbolo di saggezza e di sicurezza del potere. Per l’esecuzione del monumento a Maria Teresa, venne richiesto dal 1874 l’intervento di tre scultori: Johannes Benk, Carl Kundmann e Caspar Zumbusch che realizzarono un progetto comune, dividendosi poi i compiti nella realizzazione delle diverse statue bronzee che compongono il monumento. Al monumento occorsero 13 anni per essere completato, con un peso totale di 44 tonnellate. Sulla cima più alta risiede la figura dell’imperatrice che da sola raggiunge i 6 metri di altezza. La sovrana si trova seduta sul suo trono, in cima alla composizione, mentre impugna nella mano sinistra uno scettro e la prammatica sanzione, mentre con la mano destra saluta il suo popolo. Seduti intorno al trono sul cornicione stanno delle personificazioni allegoriche delle virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.

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Il Monumento di Maria Teresa

Ad ognuno dei quattro lati si trova un timpano con un rilievo ed una statua indipendente, ispirata a personaggi chiave che guidarono il governo di Maria Teresa:

Il monumeto riempie davvero la piazza e ci fa sentire molto piccoli al cospetto dell’austera Imperatrice che, dall’alto, protegge e guida ancora tutti gli austriaci e chi fa visita ai due musei. Di certo questo monumento è uno dei più iconici di Vienna e uno dei più famosi. Una piccola copia in miniatura si può osservare al Museo del Belvedere (leggete qui per saperne di più sul museo) e l’avevamo vista solamente il giorno prima.

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Il Museo di Storia Naturale con il Monumento di Maria Teresa

Dopo aver scattato qualche foto ci dirgiamo all’interno del primo museo, quello di Storia Naturale: in realtà io questi musei li avevo già visitati durante il mio primo viaggio a Vienna, ma avevo anche un’età diversa e molte cose le ho viste un po’ frettolsamente. Oggi finalmente posso rigodere di uno spettacolo senza pari. Il Museo di Storia Naturale di Vienna è uno dei più grandi di questo genere al mondo, nonchè il più grande di tutta l’Austria. Venne pensato per custodire l’enorme collezione naturalistica degli Asburgo e infatti risiede nel complesso della Hofburg. Fu aperto nel 1889 assieme al Kunsthistorisches Museum (il Museo di Storia dell’Arte, proprio di fronte).

Il Museo si articola su più piani ed è particolarmente imponente, nonchè estremamente ricco di oggetti e manufatti esposti. Le sezioni spaziano dalla mineralogia alla paleontologia, dall’entomologia alla zoologia, dalla geologia all’antropologia. Insomma, tutte le scienze naturali sono ben rappresentate e possono contare su un’esposizione coinvolgente e assai accattivante: accanto alla presentazione in stile “classico- museale” (con tutti i pezzi esposti e denominati da un cartellino), numerosi sono i pannelli didattici ed interattivi, anche per bambini. Insomma, cosa posso desiderare di più per il mio compleanno? E infatti la prima sezione che decido di visitare è quella dei miei amati minerali: intere sale con pezzi da collezione ed estetici perfettamente conservati, catalogati ed esposti. I miei occhi sono assolutamente a cuoricino e Gabriele deve trascinarmi fuori a forza, altrimenti ero ancora nella prima sala! Il mio fare da cicerone coinvolge totalmete il mio compagno che, alla fine e nonostante tutto, sorride sempre alle mie spiegazioni astruse sulla formazione e sulla composizione di queste meraviglie della natura. Notevole è anche la sezione dedicata alla gemmologia, con gemme di caratura eccezionale, veramente da urlo!

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Dopo più di un’ora e mezza passata tra queste sale, decidiamo di procedere verso la parte paleontologica e antropologica: qui sono conservati degli scheletri praticamente completi di dinosauri oltre che degli animatroni in dimensioni naturali di alcuni grandi dinosauri del passato, come l’allosauro. Di notevole interesse è la presenza nel museo della famosissima Venere di Willendorf, ospitata in una sala praticamente esclusiva.

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Dopo aver visitato tutto il primo piano, ci accingiamo a visitare anche il secondo, tutto o quasi dedicato alla zoologia e alle sue branche: di notevole interesse è di sicuro la collezione entomologica che risale al 1793 e venne poi ampliata negli anni. Non poteva poi mancare una ricchissima collezione di avifauna, con uccelli tassidermizzati provenienti da ogni continente. Per me è veramente la manna.

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La Venere di Willendorf

Dopo ben 4 ore passate all’interno del museo sentiamo che la fame inizia a farsi sentire: decidiamo di mangiare qualcosa di veloce ed optiamo per un panino con il currywurst, acquistato a pochi metri dai musei. La giornata è nuvolosa ma la pioggia non è una minaccia quindi ci sediamo su una delle panchine della piazza e ci gustiamo il nostro mega panino riempito di salse e di paprika. Gabriele ha scelto di provare una variante piccante e le sue papille hanno davvero urlato! Insomma, Vienna non solo è bella ma ci offre anche momenti di puro divertimento. Le risate non mancano mai!

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Sazi e contenti decidiamo di dirigerci verso il secondo museo, quello di Storia dell’Arte. Anche questo museo è diviso in vari piani e ospita capolavori dell’arte antica, greca, romana, medioevale, rinascimentale, fino al ‘600. Tra sculture, pitture, oggetti e opere d’arte varie, il museo ospita mezzo milione di pezzi. La collezione originaria appartiene, ancora una volta, agli Asburgo e il museo espone opere di Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Tiziano Vecellio, Correggio, Giorgione, Lorenzo Lotto, Jan Brueghel il Vecchio, Jan Brueghel il Giovane, Giuseppe Arcimboldo, Albrecht Dürer, Parmigianino, Raffaello Sanzio, Pieter Paul Rubens e di molti altri artisti. Oltre ai dipinti sono presenti anche altre collezioni: la collezione egizia orientale (Ägyptisch- Orientalische Sammlung), la collezione delle antichità romane e greche (Antikensammlung), quella della scultura e delle arti decorative (Kunstkammer), il gabinetto numismatico (Münzkabinett), la biblioteca (Museumsbibliothek).

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Un museo del genere, come quello di Storia Naturale, bisognerebbe visitarlo a più riprese, data la mole e la diversità dei reperti esposti. Le sezioni che più ci colpiscono sono quella dell’arte greca e, naturalmente, della pittura. Ricordo ancora quando ho visitato la prima volta il museo con mia zia Gianfranca: il suo entusiasmo era alle stelle e mi descriveva minuziosamente le tecniche di realizzazione o la storia dell’artista. Di sicuro, la mia passione per l’arte proviene da questi suoi racconti. Ricordo ancora molto bene quanto rimasi colpita dai ritratti di Velázquez o dalla maestosità della neve dipinta da Bruegel, ma anche dalle curiose composizioni dell’Arcimboldo. In questa occasione ho potuto apprezzare ancora di più l’esposizione, avendo acquisito una maggiore conoscenza della storia dell’arte. A mio parere questo museo completa chiaramente la collezione del Belvedere (leggete qui il mio articolo a riguardo) e riesce ad emozionare come pochi altri.

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Come per l’altro museo, la visita è durata circa 4 ore, intense e molto emozionanti. Un bellissimo ricordo mi ha lasciato la presenza di una signora che stava dipingendo un quandro di Bruegel il Vecchio presente al suo interno: si tratta de “Cacciatori nella neve”. La Signora stava dipingendo questa bellissima opera con estrema calma e concentrazione: ogni sua pennellata faceva trasparire la bellezza sia della sua nuova opera che di quella da cui derivava. La presenza di questa pittrice ha sicuramente donato un tocco in più, poetico e romantico, alla nostra esperienza. Io, naturalmente, non potevo non fotografarla!

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Dopo otto ore (forse qualcosa in più) intense ed emozionanti, dediciamo di lasciare i musei per dirigerci verso il centro e precisamente verso l’Hotel Sacher. Naturalmente il nome di questo luogo avrà risvegliato in voi una certa voglia di torta al cioccolato…Ed è proprio per quello che ci siamo andati! Non è un vero compleanno senza una buona torta e qui forse si può assaggiare la migliore di tutte: l’Hotel Sacher è uno dei pochissimi luoghi dove appunto si può gustare la celebre Torta Sacher ideata da Franz Sacher.

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Arrivati notiamo subito la lunga fila per entrare ma questo non ci scoraggia: a tutti i costi siamo determinati a gustare la torta. Dopo un’attesa di circa un’ora, finalmente ci fanno salire al primo piano e ci fanno accomodare ad un tavolino per due con vista sulla via. La sala da tè è ordinata e lussuosa, i camerieri sono tutti ben vestiti e indossano guanti bianchi. Sembra proprio di essere in un ambiente esclusivo! Arrivati i menù, decidiamo di ordinare: per me una fetta della classica Torta Sacher con panna montata e cioccolata mentre Gabri sceglie lo strudel, sempre con cioccolata. Le papille gustative cantavano una melodia gioiosa e il nostro palato sprizzava gioia da tutti i pori. CHE BONTA’!

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I dolci più buoni dell’intero universo!

Questo dolce ci vale come cena e quindi decidiamo di rientrare, stanchi dalla giornata così ricca di eventi e soddisfatti per aver visto così tante meraviglie. Il mio compleanno non poteva essere più elettrizzante e divertente. Grazie Vienna per avermi regalato tutte queste emozioni!

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Diario di viaggio: Scozia – Giorno 2

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Il secondo giorno inizia con trepidazione e tanta curiosità: per questa giornata è infatti prevista la prima escursione, attività che sognavo davvero da tanto tempo. Sto parlando dell’uscita ornitologica sull’Isola di May. Mi sveglio ancora prima del suono della sveglia e butto giù dal letto pure mio padre, nonostante l’escursione sia prevista alle 14 e avessimo tutto il tempo di questo mondo per fare colazione e per raggiungere North Berwick, luogo di partenza per l’Isola di May. Incurante di ciò, apro le finestre e noto che il diluvio si è abbattuto su Dunbar: CATASTROFE.

Un po’ scoraggiata mi dirigo nella sala della colazione per consumare la mia prima scottish breakfast: uova strapazzate, huggies, pane tostato e fagioli rossi. Diciamo che il primo impatto non è stato dei più apprezzabili ma poi mi ci sarei abituata. Dato il tempo così folle e soprattutto un vento che sferzava qualunque cosa, decidiamo con mio padre di dirigerci verso un negozio di vestiti per trovare una giacca a vento più consona per lui, dato che aveva dimenticato questo indumento a casa. Alla cassa, l’addetta vendite ci incalza dicendo che le previsioni sarebbero state pessime per tutta la giornata e che il vento avrebbe reso complicata la navigazione, soprattutto al pomeriggio. ARIDAJE.

Nonostante le cattive previsioni decidiamo comunque di prendere l’auto e di dirigerci verso North Berwick, sperando nella cosiddetta “botta de cù”: la pioggia ci ha effettivamente accompagnato fino al ridente villaggio sulla costa ma quando siamo arrivati…Ha mirocolosamente abbondato questo lido! E vi dirò di più, è spuntato anche un timidissimo sole! Troppa grazia? Non lo avremmo scoperto fino al termine di questa indimenticabile giornata.

North Berwick è una località sulle coste della Scozia sud-orientale, situata nell’area amministrativa dell’East Lothian ed è famosa per essere un luogo turistico, sia per il turismo balneare, sia per gli amanti del golf, che per gli appassionati di birdwatching, che ogni giorno salpano per visitare le colonie di uccelli marini sull’Isola di May.

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Il nome North Berwick significa “fattoria dell’orzo” del nord (“bere” in inglese antico significa orzo e “wic” fattoria). La parola “North” fu aggiunta per distinguere questa Berwick da Berwick-upon-Tweed, che in tutto il Medioevo gli scozzesi chiamarono South Berwick. La città fu registrata come Northberwyk nel 1250. North Berwick è tristemente famosa per via dei numerosi processi e uccisioni avvenuti a danni delle presunte streghe: durante il XVI secolo almeno 70 persone furono implicate nei processi alle streghe, e gli eventi ispirarono opere come Tam o’ Shanter di Robert Burns e “Il Tredicesimo Membro” di Mollie Hunter. Uno dei più famosi processi alle streghe a North Berwick fu quello a una donna chiamata Agnes Sampson: questa fu accusata di aver realizzato una pozione per scatenare una tempesta mentre Giacomo VI di Scozia tornava in patria dalla Danimarca con la nuova moglie, Anna di Danimarca. Il processo ebbe luogo nel 1591 e fu presenziato dal Re in persona. Agnes Sampson fu torturata fino alla confessione e bruciata in loco, come molte altre persone innocenti.

Per fortuna poco rimane di questi eventi così drammatici e la cittadina oggi ha la fama di essere tranquilla e adatta a tutti. Parcheggiata l’automobile non lontana dal porto, ci dirigiamo verso di esso e verso lo Scottish Seabird Centre, da dove nel pomeriggio sarebbe partita la nostra escursione in barca.

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Lo Scottish Seabird Centre

Per scrupolo, dato che non bisogna mai lasciare nulla al caso quando si viaggia, ci siamo subito diretti al banco delle informazioni per sapere se la nostra escursione fosse confermata e per nostra grande fortuna, così fu! Ancora più elettrizzata e galvanizzata, decisi quindi di dirigermi sul promontorio per osservare gli uccelli della baia. Non molto distanti da me ho potuto osservare dei pulcini di Storno comune (Sturnus vulgaris) e alcuni esemplari di Pettegola (Tringa totanus): speravo di vedere qualche corridore come le Pettegole ma non troppi, dato che da lontano non è facile la loro identificazione. Per fortuna, con le Pettegole, questa non è così difficile ed il fatto di osservarle da vicino mi ha aiutato molto. In lontanza ho potuto anche osservare degli Edredoni, ma erano troppo lontani per essere fotografati.

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Dopo aver scattato qualche foto agli uccelli e alla stupenda Bass Rock che da qui ben si poteva vedere, decidiamo di pranzare presso un piccolo chioschetto proprio stante sul porto, chiamato “Lobster Schack: una bella zuppa di crostacei era quello che ci voleva per scaladare gli animi ancora infreddoliti per il cattivo tempo! Dopo un bel pasto ho visitato lo Scottish Seabird Centre, che offre un piccolo museo: l’obiettivo è quello di far conoscere l’avifauna locale e lo stile di vita degli uccelli di costiera. Nonostante il prezzo fosse un pochino alto rispetto alla media delle attrazioni, il piccolo museo è ben attrezzato e interessante, soprattutto per i bambini. Lo Scottish Seabird Centre offre poi un ristorante – bar e un negozio di souvenir, dove naturalmente ho acquistato qualche piccolo ricordino (vogliamo farci mancare un fazzoletto con i Puffins?).

Si avvicina l’orario di partenza e sono così agitata che mio padre mi deve ripetere più di una volta di stare calma e di capire bene le istruzioni delle guide. Raggiungiamo il punto di partenza e conosciamo la nostra guida: si tratta di James, simpatico ragazzo arzillo e con uno spiccato senso dell’umorismo. Per sicurezza e per non farci bagnare durante la traversata, James ci chiede di indossare una grossa tuta arancione e blu: goffa ma felice mi faccio scattare una foto da mio padre.

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Imbragata e pronta per partire!

Ormai tutto è pronto per partire e James ci fa salire sul gommone. Finalmente si parte! La prima tappa è Bass Rock, l’isola delle Sule bassane (Morus bassanus): l’isola è una massa rocciosa di forma circolare, circondata da ripide scogliere. Il punto più alto è di 107 metri s.l.m. Sul versante meridionale si trova una punta chiamata “East Landing” dove sorgono i resti di una antica cappella, le rovine di una fortezza e un faro costruito nel 1902.

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Bass Rock: si notino le migliaia di Sule presenti

L’isola è una zona di protezione speciale per la presenza di colonie di uccelli marini, come Gazze marine, Cormorani, Pulcinella di mare, Anatre, Gabbiani e soprattutto Sule bassane (oltre 75.000 coppie, la più grande colonia del mondo) il cui nome scientifico (Morus bassanus) trae origine per l’appunto da Bass Rock. Gli uccelli marini danno un colore bianco-grigiastro alla superficie dell’isola a causa del loro alto numero, dei loro nidi e degli escrementi.

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Sule che volteggiano

L’isola è attualmente disabitata ed è di proprietà di proprietà di Sir Hew Hamilton-Dalrymple, la cui famiglia l’acquistò nel 1706 dalla famiglia Lauder che la possedette per quasi sei secoli. Non era prevista la visita a piedi dell’isola, ma solo il periplo dell’isola con il gommone: tanto basta per essere estasiata dalla bellezza delle Sule che, appen ci scorgono, iniziano a volare vicino alla nostra imbarcazione, leggiadre come foglie trasportate dal vento. Gli uccelli marini si lasciano cullare dalla brezza leggera e ci mostrano planate e meravigliosi giochi di ali. L’emozione che ho provato nel vederle, nel fotografarle, è stata unica, indescrivibile. Mi è tornato alla mente il film “Il Popolo Migratore“, pellicola che amo e che mi ha davvero formata per quanto riguarda la conoscenza di questi pennuti.

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James ad un certo punto ci chiede di stare attenti perchè potremmo scorgere qualcosa di molto particolare. Dopo aver portato il gommone quasi all’interno di una insenatura ci indica un nido e una coppie di Sule che apparantemente non ha nulla di diverso dalle altre e ci chiede di attendere qualche minuto. Ad un certo punto, uno dei due individui si sposta leggermente e lascia intravedersi un candido batuffolo bianco: è proprio un pulcino! Siamo febbricitanti e cominciamo a scattare a raffica per immortalare il piccolo inerme, che apre il becco con una certa cadenza chiedendo cibo. James ci spiega che questa coppia è abbastanza speciale perchè si accoppia e depone in un periodo diverso dalle altre e quindi ogni anno nasce un pulcino “fuori stagione”. Cosa posso volere più di così? Ma le sorprese non sono affatto terminate!

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Il piccolo di Sula

Dopo aver realizzato un set al buffo pulcino, partiamo per l’Isola di May. Attraccati, James ci chiede di stare attenti alle Sterne artiche (Sterna paradisaea) dato che hanno numerosi pulcini e i genitori sono molto protettivi: ci intima quindi di tenere le braccia sulla testa, per evitare le beccate dolorose da queste. La Sterna artica, così come la Sula bassana e la Pulcinella di mare, ha un posto speciale nel io cuore: sempre grazie alla pellicola del Popolo Migratore, ho potuto scoprire che questo uccello è il migratore che compie più chilometri in assoluto dato che migra dall’artico all’antartico e viceversa. Secondo uno studio del fotografo Carsten Egevang (ed altri), nel corso di una vita nedia di 29 anni, una Sterna artica può arrivare a spostarsi per tanti chilometri quanti ne occorrono per andare dalla Terra alla Luna ben 6 volte (2.400.000 chilometri): un uccello da record, assolutamente unico. Per arrivare al punto di ritrovo il percorso ha previsto proprio il passaggio attorno ai nidi delle Sterne: con la testa bassa e cercando di non arrecare disturbo siamo passati quasi indenni. Dico quasi perchè qualcuno ha subito qualche beccata.

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Sterna artica che imbocca il suo pulcino

Dopo aver fatto un piccolo breefing, James ci accompagna alla scoperta dell’isola: ovunque si volga lo sguardo si possono notare uccelli marini e si odono i loro canti e i loro richiami. I primi che vediamo, dopo le Sterne, sono i Gabbiani reali zampegialle (Larus michaellis) che già avevo incontrato a Dunbar, seguiti poi da alcuni Gabbiani tridattili (Rissa tridactyla). Procedendo notiamo dei buchi nel terreno, moltissimi buchi, larghi circa 15 centimetri o poco meno: io sapevo che cos’erano ma ho voluto chiedere a James la conferma. La guida, con un sorriso, mi dice nell’orecchio “no spoiler, vediamo se gli altri indovinano”. Con un ghignolino chiese agli altri partecipanti di immaginare che cosa fossero questi pertugi e nessuno riuscì ad indovinare: a quel punto, James mi chiese di dirlo. PUFFIN’S NEST’S! Ci stavamo letteralmente districando tra nidi di Pulcinelle di mare (Fratercula arctica): ora erano vuoti perchè la maggior parte dei pulcini si erano già diretti verso lo sconfinato mare aperto.

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Alcuni Puffin non lontano dai loro nidi

Proseguendo con il nostro tour abbiamo potuto vedere una specie particolare, molto schiva e che avrei visto soltanto un’altra volta dopo di questa: si tratta del Fulmaro (Fulmarus glacialis), un uccello simile ad un gabbiano ma facente parte della famiglia dei Procellaridi, come le Berte, le Procellarie e i Petrelli. La coppia di fulmari che abbiamo potuto osservare se ne stava adagiata sull’erba, su una di una scogliera non troppo alta e osservava che cosa accadeva negli immediati dintorni: Gabbiani reali che cantavano, Puffin che volavano da uno punto all’altro della costa, Cormorani che veleggiavano, cullati dal vento. Purtroppo le foto scattate non sono di qualità eccelsa data l’enorme distanza e la difficoltà di avvicinamento da parte nostra: inoltre, i Fulmari sono uccelli molto poco confidenti e quindi non volevamo disturbarli troppo.

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La coppia di Fulmari

Proseguendo con la visita abbiamo potuto osservare anche alcuni Conigli selvatici europei (Oryctolagus cuniculus) che pascolavano indisturbati, senza predatori naturali pronti a tendergli delle imboscate. La camminata continua fino a raggiungere una stupenda scogliera letteralmente colonizzata da Pulcinelle di mare e Urie comuni (Uria aalge), un’altra specie di uccello marino molto affascinante: gli esemplari sono centinaia e a relativa distanza da noi quindi facilmente fotografabili. E’ qui che scatto alcune tra le più belle fotografie che io abbia mai realizzato. L’emozione è tanta ed il mio cuore è colmo davvero di gioia.

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Dopo averci concesso 10 minuti di riposo e di fotografie, James ci porta alla scoperta del faro dell’Isola, l’ultima tappa del tour guidato: saliti in cima, la guida ci racconta la storia del vecchio faro, andato distrutto per colpa di un incendio. Oggi di questo faro rimane sono la base e la parte inferiore: 11 persone morirono per colpa di questo rogo.

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Dopo averci dato le indicazioni su come comportarci sull’isola e sull’orario del ritorno, James ci lascia circa 1 ora e mezza per visitare in solitaria l’isola e per scattare qualche fotografia: io decido di separarmi da mio padre e di concentrarmi dapprima sulle Sterne. Cercando di non disturbarle troppo, trovo finalmente la giusta tattica per non essere bersagliata: sedermi banalmente per terra per fotografare. Da seduta per questi uccelli non costituisco una minaccia e quindi ho potuto osservarle e fotografarle, anche se la loro rapidità ha quasi sempre vinto la mia nello scattare.

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Pulcino di Sterna che chiama il genitore

Realizzato qualche scatto, mi dirigo verso la parte dell’isola che non avevamo visitato e qui incontro nuovamente mio padre, intento a fotografare alcuni Puffin: qui, un soggetto era particolarmente fotogenico e si è concesso a numerosi scatti.

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Sempre in questa porzione di isola, ho potuto scorgere un nido di Cormorani e ho scattato qualche foto ai pulcini presenti. Come ultima specie scopro alcuni esemplari di Gazza marina (Alca torda): un po’ più piccola dell’Uria, questa specie assomiglia molto ad un pinguino a causa della convergenza evolutiva, come pure la Pulcinella di mare.

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Forse meno affascinante della Pulcinella, trovo che comunque questo uccello sia perfetto come modello per i miei scatti e quindi non perdo occasione di scattare.

In men che non si dica il tempo a nostra disposizione si esaurisce ed è tempo di ritornare al rendez-vous: prima però di partire, James ci mostra due pulcini di Puffin che ha recuperato. Questi due pulcini verranno liberati durante il rientro. Curiosa, chiedo a James come mai non si lasci fare al naturale corso della vita e James mi spiega che i nidi delle Pulcinelle sono distanti rispetto al mare ed i piccoli dovrebbero fare parecchia strada prima di raggiungere la costa: inoltre, l’altezza e la presenza di numerosi e affamati gabbiani reali costituiscono un pericolo non indifferente per i pulcini, che verrebbero mangiati o cadrebbero rischiando la vita. Per preservare dunque la specie, che figura nella categoria “Vulnerabile” secondo la IUCN, si cerca di limitare i casi di predazione e di morte prematura, ovviamente quando si riesce.

Mentre saliamo sul gommone, una sorta di malinconia mista a felicità mi pervade: mi sento fortunata perchè ho potuto vedere uno dei luoghi più suggestivi del Pianeta e mi sento davvero soddisfatta di questa escursione. Dall’altra parte, però, mi sembra di aver trascorso troppo poco tempo in compagnia con gli uccelli marini, in una natura davvero sconfinata e dove l’impatto dell’uomo, almeno per una volta, non è così devastante ma anzi è quasi nullo. Qui le persone vivono per proteggere questi animali e per far conoscere il loro mondo, le loro abitudi e le loro esigenze, cercando sempre di veicolare il concetto che la specie umana non è l’unica specie presente sul Pianeta e che tutti gli animali meritano rispetto e protezione.

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Durante il rientro liberiamo i piccoli Puffin, che goffi sfuggono alla nostra vicinanza cercando di nuotare il più velocemente possibile: torneranno su May qualche anno più tardi, per cercare un compagno e per nidificare a loro volta.

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Piccolo Puffin che nuota verso l’infinito

Felici e pieni di speranza, torniamo a North Berwick e ringraziamo James, non perdendo l’occasione di chiedergli una foto ricordo.

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Foto ricordo con James

Sono ormai le 19 ed è ora di rientrare a Dunbar: un meraviglioso tramonto ci accompagna verso la nostra base (non ha piovuto per tutto il resto della giornata). Io non riesco a smettere di parlare della giornata favolosa appena vissuta e riempio la testa di mio padre di nozioni sugli uccelli di scogliera.

A livello naturalistico, era dal Madagascar che non provavo queste emozioni così forti. Di certo, questa giornata, rimarrà impressa nella mia mente e nel mio cuore per sempre.

Per leggere il primo giorno, cliccate qui.

Diario di viaggio: Vienna – Giorno 2

Ed eccoci al secondo giorno a Vienna, entusiasti e galvanizzati per una nuova giornata ricca di storia ed emozioni. Il cielo sopra di noi non è molto invitante e la pioggia è pronta a sorprenderci in ogni momento ma questo non ci scoraggia. Decidiamo, sfruttando il maltempo, di visitare il bellissimo Complesso Reale della Hofburg. La storia di questo simbolo di Vienna è davvero secolare e ricca di nomi e personalità influenti. Non ci resta dunque che prendere la metro e dirigerci verso il Palazzo Reale.

 

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Il nucleo centrale del Palazzo si trova nel distretto di Innere Stadt: una parte di essa è la residenza e il luogo di lavoro del Presidente dell’Austria mentre quasi tutto il complesso è stato adibito a funzione museale (non tutto il complesso si erge su di un unico palazzo). La Hofburg si estende per 240000 metri quadri ed è formata da ben 18 ali, 19 cortili, 2600 stanze. La costruzione risale al XIII secolo e grazie agli Asburgo venne ampliata e arricchita. Il complesso è costituito da una serie di residenze a palazzi tra loro apparentemente distaccati, la Cappella Imperiale (Hofkapelle o Burgkapelle), il Naturhistorisches Museum ed il Kunsthistorisches Museum, la Biblioteca Nazionale Austriaca (Hofbibliothek), il tesoro imperiale (Schatzkammer), il Burgtheater, la Scuola di cavalleria spagnola (Hofreitschule), le stalle imperiali (Stallburg e Hofstallungen), ed il centro congressi Hofburg. Con una storia così antica e con il desiderio di creare un’opera maestosa, il progetto non poteva che essere affidato a numerosi artisti tra cui l’architetto ed ingegnere italiano Filiberto Luchese (che curò il Leopoldinischer Trakt), Lodovico Burnacini, Martino Carlone e Domenico Carlone, gli architetti barocchi Johann Lucas von Hildebrandt e Joseph Emanuel Fischer von Erlach (l’ala della Cancelleria Imperiale e la scuola di cavalleria invernale), Johann Fischer von Erlach (la biblioteca), e gli architetti della grandiosa Neue Burg costruita tra il 1881 ed il 1913.

Arrivati di buon’ora notiamo che già la fila per entrare è ben nutrita: evidentemente in molti hanno pensato di dirigersi verso un luogo chiuso come noi a causa del cattivo tempo. Le file non ci scoraggiano e dunque ci apprestiamo ad entrare, pazientando.

Avevo visitato già la Hofburg quando giunsi a Vienna la prima volta, a 18 anni, e sapevo quali meraviglie mi attendevano ma l’emozione è stata come quella che ho provato molti anni orsono: incredibile. La visita si apre con il Museo delle Argenterie, uno dei più ricchi e interessanti del mondo. Piatti, stoviglie, posate e suppellettili ci colpiscono per la loro preziosità e per lo sfarzo che solo una famiglia imperiale poteva permettersi. La storia della Camera delle argenterie risale al 1400 e la collezione si è arricchita sempre di più. Il 1° aprile 1995 è stato inaugurato il Museo delle argenterie e ad oggi la superficie è di 1300 metri quadrati e sono esposti circa 7000 pezzi (in totale sono più di 150000): notevole, non è vero?

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Dettagli dorati

Lo sguardo è davvero travolto dal lusso di questa posateria e dalla vera arte che si trova palesata in questi oggetti: oro, argento, ceramica ed altri materiali preziosi ci hanno impressionati davvero molto e ci hanno riempito il cuore di bellezza e sofisticatezza.

 

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Dopo più di un’ora di visita ci dirigiamo verso gli appartamenti reali: qui le fotografie non sono permesse e quindi non posso mostrarvi le meravigliose stanze imperiali. Una cosa posso dirvi. Lo sfarzo che ho visto qui non l’ho visto più da nessuna parte, più in nessun palazzo reale, a parte Schönbrunn. Gli appartamenti visibili sono quelli dell’Imperatore Francesco Giuseppe e quelli di sua moglie, l’Imperatrice Elisabetta di Baviera, conosciuta come Sissi. Su Sissi si è scritto e detto davvero di ogni e di sicuro questo non è il luogo adatto per aggiungere altro su questa figura storica così amata e così discussa. Mi limito a dire che la sua permanenza in questa corte non doveva essere facile ma di sicuro nemmeno priva di gioie. I suoi appartamenti sono tra i più belli al mondo e la loro possanza si può palpare davvero. Oltre agli appartamenti, a Sissi è dedicato anche un museo, che ripercorre le tappe della sua vita, dall’infanzia alla tragica morte per mano dell’anarchico Luigi Lucheni. La visita a tutto il complesso è durata tutta la mattinata e ne siamo usciti davvero pieni di gioia e di stupore, soprattutto Gabriele.

Appena fuori ci rendiamo conto che il tempo stava cambiando e sembrava spuntare un timido sole…Non potevamo non cogliere l’occasione di stare un po’ all’aperto! Così abbiamo incrociato le dita e ci siamo diretti alla Chiesa degli Agostiniani: sempre incastonata nel complesso monumentale della Hofburg, la Chiesa è famosa per essere stata il luogo cardine per le nozze imperiali. Maria Teresa sposò proprio qui l’amato Francesco Stefano di Lorena nel 1736 e così fece l’Imperatore Francesco Giuseppe con la sua amata Sissi, che celebrò qui l’unione reale nel 1854. Dopo averla visitata ci siamo diretti verso il Graben per gustarci un altro panino con il leggendario wurst e subito dopo, continuando a sfruttare il meraviglioso sole che così gentilemente si è concesso a noi, ci siamo diretti al Palazzo del Belvedere.

 

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Ricordo che la prima volta che vidi Vienna fu il primo monumento che visitai e all’epoca mi lasciò un bel ricordo. Oggi, dopo questa visita, posso dire che per me questo è il più bel palazzo della città viennese, in assoluto. Sarà meno maestoso di Schönbrunn ma comunque la bellezza architettonica non ha rivali. Chi mi segue su Instagram sa quante volte ho dichiarato il mio amore per l’arte barocca e qui siamo proprio davanti ad uno dei capolavori più rinomati dell’architettura barocca austriaca. Il complesso venne costruito da Johann Lucas von Hildebrandt per il principe Eugenio di Savoia ed è formato da due palazzi contrapposti, il Belvedere superiore (Oberes Belvedere) e il Belvedere inferiore (Unteres Belvedere), separati da una grande prospettiva di giardini alla francese digradanti sulla collina e affacciati sulla città. Oltre ad essere uno del Palazzi principeschi più belli del mondo, il Belvedere ospita la Österreichische Galerie Belvedere che ospita le opere principali di Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, uno dei principali musei d’arte di Vienna. E sapete che quando c’è arte, c’è Donna Vagabonda.

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Belvedere inferiore e giardini alla francese

Arrivati dopo circa 20 minuti di tram, ci dirigiamo verso la biglietteria e acquistiamo il biglietto per visitare sia il Belvedere superiore che quello inferiore. A causa della grossa mole di visitatori non possiamo entrare immediatamente e così decidiamo di scattare qualche fotografia ai giardini che lasciano davvero stupiti: puliti, ordinati, ben curati e accoglienti.

 

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Noto che molti viennesi sfruttano il parco del Belvedere per rilassarsi e per fare jogging, infatti l’entrata ai giardini è gratuita: un ottimo modo per invogliare anche i cittadini a visitare questo luogo e di sicuro un approccio lungimirante nella gestione del bene pubblico. I giardini alla francese sono stati mantenuti sino ai nostri giorni con i numerosi jeux d’eau disegnati da Dominique Girard, che già aveva operato a Versailles come pupillo del celebre André Le Nôtre.

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Il Palazzo del Belvedere

Dopo una mezzoretta di attesa entriamo partendo dal Belvedere superiore e rimaniamo subito incantati dalla bellezza artistica sia del palazzo che delle opere che qui sono conservate: la visita inizia con il tema della storia del Belvedere e prosegue con l’esposizione di opere d’arte del Medioevo, del Barocco, del Classicismo e dell’epoca Biedermeier.

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Gabriele assorto…Chissà cosa starà pensando!

Degni di nota sono sicuramente i due ritratti reali eseguiti per conto dell’Imperatore Francesco Giuseppe e di sua moglie Sissi, realizzati da Georg Martin Ignaz Raab, pittore austriaco noto per aver ritratto alcuni membri della famiglia reale asburgica. Non si pùò non menzionare poi una delle più famose opere d’arte al mondo, “Napoleone valica il Gran San Bernardo” di Jaques-Louis David, forse il più celebre ritratto del condottiero francese, presente in moltissimi libri di storia. Al Modernismo viennese e all’arte intorno al 1900 è dedicato un ampio spazio al primo piano e qui si trovano tra le opere più importanti al mondo di questo periodo storico come il “Bacio” di Gustav Klimt e “La famiglia” di Egon Schiele. Infine, al secondo piano, si può ammirare l’arte del periodo fra le due guerre e del periodo postbellico. Un museo d’arte a tutto tondo, ricco di opere magnifiche e di quadri eccezionali. La visita, durata circa due ore, si è conclusa con tanta meraviglia e, non nego, con un po’ di stanchezza.

 

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Decidiamo dunque di visitare velocemente il Belvedere inferiore, forse meno suggestivo di quello superiore e assolutamente più piccolo.

 

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Finita la visita ci aspetta un bel giro tra i giardini: lo stile francese predomina sul paesaggio e l’armoniosa composizione mi porta alla mente periodi lontani e passati. Chissà quanti principi, condottiere, damigelle e statisti hanno calcato questi sentieri, hanno ammirato queste aiuole, hanno passeggiato con ombrellini per il sole e bastoni eleganti. Non c’è che dire, Vienna è principesca e sontuosa e difficilmente in un’altra città respirerete un’aria così maestosa e intrisa di storia!

 

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Si è fatta quasi l’ora di cena dunque scattiamo le ultime fotografie e poi ci dirigiamo in albergo per rinfrescarci. Alla sera ci attende un’altra buonissima Schnitzel targata Centimeter! Un altro giorno a Vienna è passato, un altro giorno ricco di sorprese, bellezza, ricordi e tanta tanta felicità.

Per leggere il primo giorno del diario di viaggio, cliccate qui.

Per leggere la pianificazione di questo viaggio, cliccate qui.

Per leggere altri articoli sull’Austria, cliccate qui.

Diario di viaggio: Scozia tra natura e castelli – Arrivo e prima sera

Dopo tre mesi dal mio ritorno dalla Scozia mi sono decisa a scrivere il Diario di viaggio di questa incredibile esprienza durata 11 giorni, intensi e mai banali. E’ con immenso piacere dunque che inauguro con questo articolo questa serie, un diario di un viaggio naturalistico e storico, fatto di osservazione, attese del momento giusto, grandi traversate e…Disagi da maltempo! Già perchè non è la Scozia senza la pioggia e gli imprevisti che ne derivano! Iniziamo dunque questo racconto, alla scoperta della Scozia più bella e autentica.

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Se prima però volete sapere come ho pianificato questo viaggio, leggete questo articolo cliccando qui!

Itinerario del primo giorno

Dopo aver pianificato l’itinerario nei minimi dettagli e aver programmato ogni sosta e ogni luogo da visitare, io e mio padre siamo partiti alla volta della Scozia, dall’aeroporto di Milano Malpensa con compagnia RyanAir. Dopo un volo tutto sommato tranquillo e con un pizzico di ritardo siamo atterrati ad Edimburgo, lasciandoci alle spalle l’assolata Lombardia ed entrando nel mood triste e nervoso del meteo scozzese: già, perchè non appena atterrati abbiamo capito come questa regione sia profondamente influenzata dalle piogge e che queste siano praticamente perenni (almeno un’ora al giorno ha piovuto sempre, tranne rarissimi casi). Va beh, cerchiamo di non scoraggiarci subito! Ritirati i bagagli ci siamo diretti verso la sezione dell’aereoporto delle auto a noleggio, tra l’altro comodissimo, proprio fuori dal terminal e supersegnalato. Recuperata l’automobile presso la Thrifty Car Rental, una Citroën C4 Cactus, ci siamo messi subito su strada, direzione Dunbar.

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Pronta a partire!

Non vi nego che l’esperienza di guidare al contrario è qualcosa di assolutamente particolare e senza precedenti: le numerose rotonde con i semafori al loro interno ci hanno sbigottito e non poco! Ci sembrava di procedere in contromano ad ogni incrocio e questa sensazione ci è rimasta anche quando siamo ritornati in Italia. Con la BBC Alba a manetta e le canzoni in gaelico, la motivazione è salita al massimo e le battute si sono sprecate. Constatiamo che gli scozzesi non guidano male, anzi, con noi sono stati sempre molto attenti e prudenti.

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Dopo circa 50 minuti giugiamo a Dunbar, sempre sotto una pioggia scrosciante. Per questa prima tappa abbiamo scelto di alloggiare presso il Royal Mackintosh Hotel, un placido e tranquillo hotel a conduzione famigliare non lontano dal porto e dal centro. L’accoglienza è stata calorosa e la receptionist si è premurata di non farci mancare nulla. La stanza, piccola ma confortevole, era funzionale e silenziosa. Nonostante il volo e la stanchezza dovuta alla guida, abbiamo subito deciso di visitare il porto, sperando nella fortuna, e questa non ci ha deluso.

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La stanza

Proprio presso il porto si trovano i resti del Castello di Dunbar (poco più di un muro rimasto in piedi) e, all’interno dei suoi mattoni, ha trovato riparo e luogo di nidificazione una colonia di Gabbiano tridattilo (Rissa tridactyla), una specie vulnerabile che davvero mi ha sorpeso vedere così ben rappresentata proprio qui a Dunbar: in nessuna parte della Scozia che ho visitato ho potuto osservarne così in grande numero (parliamo di almeno 300 individui). Questi timidi e piccoli gabbiani hanno sfruttato le insenature createsi naturalmente tra i mattoni per nidificare: con gli adulti, infatti, ho potuto osservare numerosi pulcini, ben nutriti e chiassosi.

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Il mio cuore da birdwatcher si è subito riempito di gioia perchè a nemmeno due ore dall’atterraggio mi sono trovata davanti questo spettacolo così meraviglioso, unico e davvero tanto tanto desiderato. Oltre ai gabbiani non potevano mancare i cormorani (Phalacrocorax carbo) e, dulcis in fundo, anche degli edredoni (Somateria mollissima) che però ho osservato solo da lontano.

Dopo aver scattato un vero e proprio fotoset ai gabbiani, qualcos’altro ha attirato la mia attenzione: la presenza di una bellissima Foca comune (Phoca vitulina) che tranquilla e beata nuotava nell’ansa del porto. Purtroppo non sono riuscita ad immortalarla molto bene a causa della lontananza e per il fatto che la luce stava diventando davvero proibitiva per scattare (ormai era sera e la pioggia sempre più battente rendeva la visbilità davvero scarsa). Girottando sul porto ho trovato un cartello che spiegava come questa foca, di nome Sammy, fosse un abitante fisso di questo luogo dato che era abituata a ricevere cibo dai marinai in arrivo. Sammy, mascotte di Dunbar, mi ha davvero fatto sorridere!

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Ormai si era fatta una certa ora ed era il momento di tornare in hotel per fare una bella doccia e per cenare: il Royal Mackintoh Hotel ha anche un ristorante, dunque perchè non approfittarne?

Dopo una bella e rilassante doccia ci accomodiamo al tavolo del ristorante, più un pub direi che un ristorante come lo intendiamo noi, ma questo non ci dispiace affatto: non vediamo l’ora di assaporare piatti scozzesi e ricette sfiziose! La prima cosa che ho controllato sul menù è la presenza del pane all’aglio: era da quando sono stata a Winchester (in quarta superiore, quindi una vita fa) che volevo assaporare il pane all’aglio e le mie speranze qui non sono state disattese! Con un bel piatto di pane all’aglio e uno spezzatino di carne con verdure di stagione e patate, la cena è servita!

Guardondo fuori dall’ampia finestra del pub ho visto che la pioggia non accennava a diminiuire ma, nonostante ciò, non ero triste: mi sentivo pronta a vivere una nuova avventura, in una terra che non avevo mai visto ma su cui avevo ampie aspettative. Con il pensiero già al giorno seguente, mi sono ritirata in camera e ho annotato le specie che ho osservato nel tardo pomeriggio sul mio quadernetto di viaggio. Dopotutto, è un viaggio naturalistico, no?

Se vi è piaciuto il primo giorno del Diario di Viaggio, scoprite come ho pianificato questo viaggio in Scozia leggendo questo articolo!

Diario di Viaggio: Vienna – Giorno 1

Scrivere un Diario di Viaggio è sempre emozionante, soprattutto quando si inizia con il primo giorno. Si sa, il primo giorno è il giorno dell’arrivo, c’è la frenesia del volo e del giungere a destinazione il prima possibile. Tutto deve essere pronto, perfetto, impeccabile. Poi, come al solito, succede sempre qualche imprevisto, come il volo in ritardo, il caos del capire esattamente come raggiungere l’hotel, lo stordimento del viaggio in sè. Beh, per Vienna tutto questo non è accaduto.

Diario di viaggio Vienna

Dopo un volo molto tranquillo con la compagnia aerea Laudamotion, siamo giunti nel centro di Vienna in pochi minuti e altrettanto in fretta presso il nostro albergo, l’Hotel Zipser: la disponibilità della Receptionist e la cura per il cliente ci hanno fatto sentire subito a casa. Appena arrivati, la Signorina Pan, della Reception, mi ha consegnato una grossa borsa proveniente dall’Ufficio del Turismo di Vienna (Vienna Tourist Board): era il mio mediakit che conteneva le Vienna Cards valide per cinque giorni! Oltre a ciò, l’Ufficio del Turismo è stato così gentile da fornirmi molte brochure, depliant e buoni sconto utili per mangiare in centro! Insomma, un servizio assolutamente impeccabile!

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Dopo questo momento che ha galvanizzato sia me che Gabriele, decidiamo di metterci in cammino verso il centro: prendiamo la metro e scendiamo proprio al Graben, la Piazza principale della città. Con il Duomo di Santo Stefano alle spalle, mi guardo intorno e penso che Vienna sia ancora più bella di quando l’ho visitata in occasione del mio viaggio della Maturità: sembra trascorso davvero tantissimo tempo da quei momenti, dove il blog non era nemmeno un pensiero ma dove la passione per il viaggio era già ben radicata nel mio cuore! Che dire, gli anni passano ma le passioni rimangono!

Ciò che colpisce subito il viaggiatore quando giunge qui, al Graben, è l’immensità e la grandezza di questa capitale: gli spazi sono davvero ampi e lo sguardo è quasi confuso dalla miriade di cose su cui porgere l’attenzione. Si sente che Vienna è stata una grande città dall’importanza storica indubbia e che ha ricoperto il ruolo di città imperiale, nonostante ora molto elementi moderni e contemporanei si compenetrino a quelli antichi e barocchi.

E’ passata l’una da qualche minuto e lo stomaco comincia a dare segni di vita, perciò, prima di visitare qualunque monumento, decidiamo di fermarci e gustarci un buon vecchio Bratwurst viennese in uno dei chioschetti tipici (una delle cose assolutamente da fare se siete a Vienna, come vi ho già scritto in questo articolo): l’aria è calda e il profumo delle salsiccie molto invitante, quindi decidiamo di assaporare questa specialità, seduti comodamente in piazza. Sazi e con la pancia satolla decidiamo di entrare nel Duomo di Santo Stefano, o Stephansdom. La cattedrale è imponente e il suo campanile medioevale è uno dei simboli della città. Le sue fondazioni risalgono al 1147 quando vienne realizzata qui una chiesa di pianta romanica, che fu poi ampliata nel XIII secolo. Tra il XIV e il XV secolo la chiesa assunse la conformazione gotica. Il Duomo venne successivamente ampliato dagli Asburgo. Nel 1945 la cattedrale fu fortemente danneggiata dai bombardamenti alleati e dall’incendio che ne scaturì, così come tanti luoghi di culto durante il Secondo Conflitto Mondiale. Tre anni dopo il Duomo di Santo Stefano tornò a risplendere di luce propria dopo un’importante restauro.

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La facciata dell’ingresso principale è costituita dal “Portale del gigante” e dalle due torri gemelle dette “Torri dei Pagani”. Il portale fu così battezzato dopo il ritrovamento, nel XV secolo, di un osso di mammut nelle fondazioni del sito. Le torri invece sono chiamate “dei pagani” perché si ergono sul luogo in cui nell’antichità sorgeva un tempio pagano. Sul lato sinistro vi è invece la “Porta dei Cantori”, ingresso un tempo riservato ai fedeli di sesso maschile. La torre nord, coperta nel 1556, ospita nella cupola la Pummerin, la grande campana di 21 tonnellate ottenuta dalla fusione di 100 palle di cannone sparate dai turchi contro le mura viennesi durante l’assedio della città. La più alta di tutte le torri è la torre cuspidata detta Steffl, alta ben 137 metri e piazzata singolarmente al lato del corpo principale dell’edificio. La piattaforma panoramica che permette una notevole vista della città è raggiungibile dopo aver percorso 343 gradini: oggi, previo un pagamento di 6 euro, si può raggiungere la torre con l’ascensore e godere sempre della sua vista eccezionale sulla città. E’ proprio quello che abbiamo fatto io e Gabriele, dato che ad entrambi piacciono le vedute dall’alto. Secondo voi potevamo perdercela? Infatti non lo abbiamo fatto. La vista della città è squisita e da lontano si notano molti edifici storici e nuove costruzioni. Vienna ci appare immensa e sconfinata, forse un po’ caotica ma comunque molto bella.

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Dopo esserci goduti la strepitosa vista sulla città e aver incontrato una famigliola di Milano che ci ha entusiasmato dopo averci detto che per loro lavorare significa guadagnare per permettersi di viaggiare (si lavora per quello, no?), siamo scesi per visitare gli interni. Purtroppo la navata principale era oggetto di ristrutturazioni e quindi non si poteva camminarci attraverso: questo ha limitato un po’ la nostra visita ma siamo rimasto comunque molto soddisfatti e ammaliati da questa Chiesa. Comunque, per la cronaca, questo non è proprio l’anno delle Chiese per noi perchè dopo il Duomo di Colonia (leggete qui il mio Diario di Viaggio) anche quello di Vienna ha lasciato parzialmente incompleta la nostra esperienza.

Non ci scoraggiamo e decidiamo di visitare il centro storico, lasciandoci trasportare tra le vie della bellissima Vienna: la prima meraviglia che incontriamo è la Colonna della Peste, in tedesco Pestsäule, una monumentale colonna votiva che si erge proprio al centro del Graben. Questo straordinario esempio di scultura barocca austriaco fu costruito dopo che, nel 1679, la città fu colpita da una grande epidemia di peste. L’imperatore  Leopoldo I d’Asburgo, lasciando la città, fece voto di erigere una colonna di ringraziamento se la peste fosse finita. Nel 1683 Matthias Rauchmüller venne commissionato di ergere l’opera in marmo, ma morì già nel 1686 lasciando solo qualche scultura di angeli. Numerosi altri artisti si susseguirono, fra cui il grande architetto di corte Johann Bernhard Fischer von Erlach, che disegnò le sculture alla base della colonna. Alla fine il progetto venne assegnato a Paul Strudel che si basò sui concetti teatrali dell’architetto e scenografo italiano Lodovico Burnacini. La colonna, che ultimata è alta 21 metri, venne inaugurata nel 1693: in alto domina il gruppo in rame della Trinità e al di sotto si osserva molto bene un turbinio di nuvole dalle quali escono putti, angeli e in primo piano anche la statua dell’Imperatore che prega in ginocchio davanti alla Statua della Fede. Devo dire che, tra tutti i monumenti del centro storico di Vienna, questo è quello che mi affascina di più e che mi è rimasto più impresso nella mente: sarà che adoro il barocco ed il rococò e quindi, su di me, la scultura ha un notevole effetto.

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Dopo aver scattato molte fotografie alla Colonna della Peste, ci dirigiamo verso la Chiesa di San Pietro, o Peterskirche: la chiesa sorge su uno dei più antichi edifici sacri di Vienna, fondato da Carlomagno nel 792, i cui resti sono totalmente scomparsi. Nel 1701 si iniziò a costruire una nuova Peterskirche su progetto di Gabriele Montani, al quale subentrò due anni dopo Johann Lukas von Hildebrandt al quale si deve la facciata concava e la cupola. Quando siamo entrati stava per iniziare un concerto di bmusica barocca e quindi abbiamo solo fatto una breve tappa al suo interno per non disturbare il numeroso pubblico già presente.

Usciti dalla chiesa, abbiamo deciso di visitare il centro storico senza una meta precisa, affidandoci un po’ al flusso delle persone e un po’ al nostro istinto. Risultato? Vienna in ogni suo angolo ci ha mostrato la sua bellezza, come per la Piazza Am Hof, la Piazza di Hoher Markt e ancora il Teatro dell’Opera. Giunti fino a qui decidiamo di visitare un luogo che forse in tanti ignorano: la Cripta dei Cappuccini.

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Lo so, detto così forse non attira molto, ma se vi dicessi che è meglio conosciuta come Cripta Imperiale? Ebbene sì, a Vienna c’è un luogo dove sono sepolti i più importanti regnanti del Sacro Romano Impero e dell’Impero Asburgico. La Cripta si trova al di sotto della Chiesa di Santa Maria degli Angeli dei Cappuccini e il suo convento, in Piazza Neuer Markt, non lontano dal complesso della Hofburg.  Al suo interno ci sono custoditi i corpi di più di 140 aristocratici, tra cui 12 imperatori e 18 imperatrici. Oltre ai corpi sono conservate numerose ceneri e urne contenenti i cuori dei defunti. La più recente sepoltura risale al 16 luglio 2011, quando qui fu sepolto l’arciduca Ottone, figlio dell’ultimo imperatore Carlo I e di sua moglie Regina. Inoltre vi fu sepolta, nel 1989, l’ultima imperatrice d’Austria, Zita di Borbone-Parma, morta all’età di 97 anni. Vi sono anche sepolti i resti di 32 consorti e di altre 4 persone appartenenti ad altre importanti famiglie.

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Entrati al suo interno si respira un’aria di sacralità e si conserva il più religioso silenzio, sia per rispetto verso i defunti, sia per non disturbare chi è venuto a porgere i suoi omaggi (ancora molti austriaci e non solo vengono in questo luogo per porgere dei fiori o delle immagini sacre ai piedi delle tombe dei grandi imperatori). E’ un luogo solenne, che incute anche timore: le numerose tombe sono decorate con ornamenti che celebrano il Memento Mori e con teschi e simboli della morte. Di sicuro, la tomba più sontuosa è riservata alla più grande Imperatrice, Maria Teresa, seppellita assieme al suo amato marito: la sua tomba occupa un’intera sala ed è talmente grande da sovrastare tutte le altre, persino quelle di Francesco Giuseppe e di sua moglie Sissi. Proseguendo nella visita si incontrano numerose altre tombe ma le più importanti rimangono, oltre a quella di Maria Teresa, quella di Francesco Giuseppe e della sua amata Elisabetta, detta Sissi. Qui, più che ai piedi di qualsiasi altra tomba, gli austriaci e non solo lasciano fiori e immagini sacre, come segno tangibile dell’amore e dell’ammirazione verso l’Imperatrice, ancora oggi venerata e idolatrata da molti. Fa quasi impressione il livello di devozione per Sissi e stupisce che ancora ci siano persone che si recano in visita alla sua tomba per commemorarla.

Dopo aver terminato il tour della Cripta, decidiamo di tornare in camera per una doccia e per scrollarci di dosso la stanchezza del viaggio, stanchezza che viene subito sostituita dalla voglia di mangiare una bella Wiener Schnitzel: erano davvero troppi anni che non ne mangiavo una, vera e genuina. Cercando su Google abbiamo trovato un ristorante non lontano dal nostro hotel e le foto dei piatti erano davvero invitanti…Così ci siamo cambiati e ci siamo fiondati al Centimeter Beim Rathaus. Il locale, che è un pub oltre che un ristorante, era accogliente e molto informale, non proprio da turisti ma più per viennesi: proprio ciò che stavamo cercando! La gentilezza dello staff, la velocità nel servire e la bontà dei nostri piatti ci ha convinti a tornarci quasi per tutte le sere del nostro soggiorno. La Schnitzel, che io preferisco di maiale, era davvero incredibilmente buona, con una panatura leggera e croccante. Insomma, il ristorante è stato eletto “ristorante del viaggio” e ci avrebbe accolto per le restanti sere del nostro soggiorno. Non ancora abbastanza stanchi, decidiamo di fare un giro in notturna del centro di Vienna: l’atmosfera è meravigliosa.

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Il primo giorno termina qui, con tanta stanchezza e tanta tante felcità, con la voglia di parlare tedesco con i viennesi, e con tanta gioia nei nostri cuori!

Ringrazio l’Ufficio del Turismo di Vienna, Vienna Tourist Board, e in particolare la Signora Bianca Nemeth per la splendida opportunità che ci hanno dato!

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