Archivi tag: cultura

Diario di viaggio: Romagna, San Marino, Marche

Questo è un Diario di Viaggio un po’ particolare, il primo che riguarda un viaggio del 2020. Questo viaggio, scelto un po’ per caso e un po’ per curiosità, è capitato forse in un momento davvero particolare e un po’ sfortunato perchè si è svolto all’inizio dell’emergenza per il famoso COVID – 19, o Coronavirus. Voglio però dare una rassicurazione: quando abbiamo effettuato questo viaggio io e Gabriele non provenivamo dalla zona rossa, i casi erano ancora circoscritti e non si erano adottate misure restrittive se non la chiusura dei musei e la sospensione delle attività fieristiche. Nessuno di certo si poteva immaginare che il tutto degenerasse così velocemente.

Spero comunque che questo Diario di Viaggio riesca a tenervi compagnia e vi faccia distrarre da questo antipatico periodo.

Dopo questa triste premessa partiamo con il racconto di questo intrigante viaggio che ha toccato lo Stato di San Marino e due regioni ricchissime di storia e di paesaggi mozzafiato: l’Emilia Romagna e le Marche. Siamo partiti il 27 febbraio in una limpida giornata di metà inverno, pieni di speranze su quello che avremmo visto: c’erano i tanti castelli, Rimini, San Marino e la sua leggendaria storia, e chissà quanto potevamo visitare!

Diario di viaggio Romagna - San Marino - Marche

La prima tappa di questo tour ha toccato la Romagna, una terra che “non fu mai senza guerra ne’ cor de’ suoi tiranni (Inferno, Canto XXVII)”, dominata da numerose dinastie tra cui quella dei Malatesta, dei Montefeltro, degli Ordelaffi, degli Sforza e infine resa docile dal Valentino che qui ha violentemente picchiato la sua scure decidendo la fine di rivalità e contese. Una terra arrabbiata ma tremendamente orgogliosa, ricca di uomini litigiosi e fieri e oggi incredibilmente accogliente. La Romagna in realtà la conosco bene per quanto riguarda le sue coste e le sue spiagge: per più di 12 anni sono stata sua ospite ed essa mi ha cullato e viziato. La Romagna, ubriaca di vita e affamata di gloria. Semplicemente una terra da vivere.

Dopo circa tre ore di auto siamo giunti presso la nostra struttura ricettiva, il Guest House la Fattoria: Clemente, il cordiale proprietario, ci ha assicurato il nostro appartamento nonostante l’inizio delle problematiche legate all’epidemia e ci ha accolto presso il nostro alloggio con un pensiero più che gradito! Per tutta la durata del soggiorno si è assicurato che tutto procedesse per il meglio: un vero padrone di casa insomma, che non ci ha mai fatto sentire soli nonostante il periodo davvero particolare.

IMG-20200227-WA0005
Un pensiero più che gradito!

L’appartamento, grande il giusto e dotato di tutto il necessario, è immerso nelle verdi campagne di Santarcangelo di Romagna ed è vicino sia alla città di Santarcangelo che al centro commerciale Romagna Shopping Valley (per ogni necessità). Sistemata la valigia ci siamo subito diretti verso Santarcangelo, curiosi di scoprire questa cittadella medioevale di cui tanto ho sentito parlare durante la mia infanzia e adolescenza: da piccola infatti andavo al mare tutti gli anni a Bellaria e la radio della spiaggia trasmetteva sempre la pubblicità di questo borgo. In quel periodo non ci fu mai occasione vera per andarci ma finalmente ora potevo vederlo con i miei occhi. Avevo preso precedenti accordi con lo IAT di Santarcangelo ma, vista l’emergenza, tutte le attività concordate con il gentile staff sono saltate: vediamo il lato positivo, questo è un motivo in più per tornare in questi straordinari luoghi!

Santarcangelo di Romagna è una città di modeste dimensioni che fa parte della Provincia di Rimini, bagnata dai fiumi Uso e Marecchia e situata sul colle Giove, alto circa 90 metri s.l.m.

Durante l’epoca romana da Santarcangelo passava la via Emilia, che collegava Ariminum (Rimini) con Placentia (Piacenza) per poi continuare, grazie a un prolungamento successivo, fino a Milano (Mediolanum). Il paese fu dominato dal XIII secolo dai conti Ballacchi che vennero poi spodestati dai Malatesta di Rimini, nel XV secolo. I Malatesta presero anche possesso del Castello (rinominato tuttora Rocca Malatestiana), risalente alla fine del IX secolo. Dopo molte battaglie il castello e Santarcangelo finirono sotto il dominio della famiglia Da Montefeltro provenienti dalle Marche (leggete qui il mio articolo su Urbino) nel 1462 per poi passare nuovamente sotto i Malatesta. Abbandonata dalla famiglia riminese, la Rocca passò ai Veneziani che la cedettero alla Santa Sede nel 1505. Nel 1903 fu acquistata dai Conti Rasponi dai quali, per eredità, è giunta ai conti Spalletti e quindi ai Colonna di Paliano che ne sono tuttora proprietari. La sua attuale destinazione a sede dell’Associazione Sigismondo Malatesta che si occpua della sua valorizzazione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Un luogo legato dunque alle vicende del suo castello e alle numerose guerre e faide tra le famiglie nobiliari del Centro Italia.

Arrivati a Santarcangelo visitiamo subito la centralissima Piazza Ganganelli in cui spiccano immediatamente l’arco dedicato a Lorenzo Ganganelli (divenuto Papa Clemente XIV) del 1777 e il monumento ai caduti di Bernardino Boifava del 1925. In questa piazza ha sede il Municipio e la sua caratteristica principale è la presenza di ampi portici che mi ricordano un po’ quelli di Bologna. La piazza è il luogo nevralgico della vita degli abitanti di Santarcangelo: bambini in festa, famiglie e dolci amanti passeggiano lungo il suo perimetro e ammirano il maestoso arco: questo è conosciuto come “Arco dei cornuti” in quanto una tradizione vuole che il giorno di San Martino, l’11 di novembre, si fissino in occasione di questa festa delle corna sotto l’arco e se passando sotto ad esse queste si muovono vuol dire che “iddu è curnutu” (per dirla alla siciliana). Una simpatica tradizione direi!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dopo aver scattato qualche foto alla splendida piazza il nostro stomaco comincia a farsi sentire: in effetti è quasi l’una e prima di visitare il borgo una bella mangiata ci vuole! Volendo pranzare in centro l’occhio ci cadde su un luogo assai particolare: il Ristorante Ferramenta. Intrigati dal menu siamo subito entrati e davanti agli occhi ci si è aperto un mondo: un negozio di ferramenta trasformato in splendida trattoria, con ancora gli attrezzi del mestiere ma inseriti nel contesto con gusto e maestria. Un luogo così non si trova di certo tutti i giorni!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Entusiasti e galvanizzati ordiniamo subito del buon cibo: io mi lancio su un primo e precisamente su di un piatto di strozzapreti al ragù rosa mentre Gabriele si butta su una pizza in teglia crudo e burrata: presentazione ottima, cibo delizioso, atmosfera da favola! Per ultimo non poteva mancare il dolce: una deliziosa coppa con crema di mascarpone di loro produzione e scaglie di cioccolato.

Rotolanti e con un chilo in più acquisito solo grazie alla crema al mascarpone, ci apprestiamo ad uscire da questo paradiso culinario per visitare la bella Santarcangelo.

Tra le viuzze si respira un’aria fresca con il profumo di storia, sembra che il tempo qui si sia fermato: i colori tenui e le architetture in mattoni la fanno da padrone. Ma Santarcangelo non è affatto assopita nel passato, anzi! Numerosi sono i cantieri per la ristrutturazione delle case, segno di una comunità viva e in fermento. Salendo lungo le vie arriviamo alla Rocca Malatestiana che non possiamo visitare a causa della chiusura precauzionale (così come tutti i musei e le rocche che incontreremo in questo viaggio): ci accontentiamo di scattare qualche foto e poi ci dirigiamo verso il cosiddetto Campanone, la torre simbolo di Santarcangelo.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Campanone fu costruito nel 1893, alto 25 metri, in stile neogotico con merlatura in alto ed è coronato dall’immagine di San Michele Arcangelo in ferro battuto a mano indicante la direzione del vento. Ancor oggi indica l’ora esatta agli abitanti della città con i suoi tipici rintocchi di campana.

Questo slideshow richiede JavaScript.

In questa parte della città i vicoli sono silenziosi e solo un gatto solitario ci accompagna in questo tour verso una cittadina che tanto ha da offrire.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dopo aver scattato le ultime fotografie decidiamo di prendere l’auto e di spostarci verso San Leo per scoprire il suo borgo medioevale.

Dirigendoci in auto verso questa meta non possiamo fare a meno di osservare i numerosi castelli e le rocche che si affacciano sugli aspri colli romagnoli: Verucchio, Torriana e in lontananza San Marino, sono ben visibili e ci attirano come una calamita. Non ci stupisce che siano così in gran numero e che ogni paese quasi ne possieda uno, dato il susseguirsi di pasaggi di mano nella storia di questo territorio, date le faide e le numerose lotte che qui si sono concretizzate. Oggi, di quel passato sanguinoso ci rimane la straordinaria bellezza di questi fortilizi: Donna Vagabonda secondo voi poteva rimanere impassibile davanti a cotanta bellezza? OVVIAMENTE NO!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dunque stiamo raggiungendo San Leo e il cielo limpido si tramuta in minaccioso e cupo, quasi a non volere il nostro arrivo. Le temperature si abbassano brusamente e da 13 gradi passiamo a 4, un vento sferzante lambisce il nostro mezzo e da dietro le colline fa capolino la neve: tutto un altro ambiente, un altro mondo! Eppure siamo sempre in Romagna e ancora una volta questa regione ci lascia stupefatti per le sue numerose e variegate sfaccettature. Giunti a San Leo notiamo come in giro non ci sia anima viva se non un’altra coppia di viaggiatori che come noi ha voluto venire qui (un pensiero ci salta in mente e ci dice “perchè questa idea?! Tornate a Santarcangelo!“). Eppure la voglia di scoprire e di vedere è più forte anche del vento ululante (che me la farà pagare regalandomi ben 5 herpes labbiali nei giorni successivi) e così ci dirigiamo verso l’incantevole centro storico, bandiera arancione per il Touring Club e facente parte del circuito dei “Borghi più belli”.

Sanleo_6
Il Borgo e la Rocca di San Leo

San Leo sorge sul colle del Montefeltro e il suo antico nome è proprio Mons Feretrius, tradizionalmente legato ad un importante insediamento romano, sorto intorno ad un tempio consacrato a Giove Feretrio. Il colle era comunque già abitato in epoca preromanica.

A partire dal IX-X secolo l’abitato acquisisce il nome dall’eremita Leo (diventato poi santo), che qui giunse dalla Dalmazia assieme a Marino e portò qui il cristianesimo che si propagò veolcemente. Leone è considerato, per tradizione, il primo Vescovo di Montefeltro e dal suo arrivo in poi San Leo diventa la capitale della zona del Montefeltro.

San Leo è stata capitale del Regno Italico di Berengario II, il quale fu sconfitto a Pavia nel 961.

Il centro fu dominio dei conti di Montecopiolo, dei Da Montefeltro (dall’antico nome di San Leo), dei Malatesta, dei Medici, conteso con i Della Rovere, fino al passaggio sotto lo stato pontificio nel 1631. Fu luogo di passaggio di San Francesco nel 1213, di Dante nel 1306, prigione di Felice Orsini e dell’alchimista Cagliostro. San Leo è appartenuta alla regione Marche fino al 15 agosto del 2009 quando ne è stato distaccato congiuntamente ad altri sei comuni dell’Alta Valmarecchia in attuazione dell’esito di un referendum svolto il 17 e 18 dicembre 2006.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il centro del borgo conserva con straordinaria cura gli edifici romanici, la Pieve, la Cattedrale e la Torre Camapanaria mentre i palazzi sono stati rimaneggiati durante l’epica rinascimentale. Spicca su tutto la fortezza di San Leo, posta in posizione dominante rispetto all’abitato: il forte che vediamo oggi è stato edificato dall’ingegnere senese Francesco di Giorgio Martini sui resti di un forte già esistente dall’epoca romana.

Nel 1502 Cesare Borgia, con il sostegno di papa Alessandro VI, si impadronì della fortezza. Alla morte del pontefice, nel 1503, Guidobaldo da Montefeltro riprese il possesso dei suoi domini. Nel 1516 le truppe fiorentine, sostenute questa volta da Leone X e guidate da Antonio Ricasoli penetrarono nella città e requisirono il forte.

Sino alla devoluzione allo Stato Pontificio del ducato di Urbino, nel 1631, San Leo appartenne dal 1527 ai Della Rovere. Con il nuovo possesso la destinazione dell’edificio passò da rocca a carcere, le cui celle erano ricavate negli alloggi dei militari. Fra i reclusi che vi furono imprigionati spiccano i nomi di Felice Orsini e dell’avventuriero palermitano Cagliostro. Nel 1906 la fortezza cessò di essere un carcere e per otto anni, fino al 1914, ospitò una “compagnia di disciplina”. Attualmente gli ambienti della fortezza ospitano un museo d’armi e una pinacoteca.

Purtroppo a causa delle disposizioni regionali in merito al Covid non siamo riusciti a visitare la rocca o altri edifici della città ma il borgo, nonostante tutto, ci ha impressionato per la sua bellezza e la sua atmosfera. Sarà stato anche il maltempo ma qui abbiamo respirato davvero un’aria antica e la visita, seppur breve, ci ha conquistato. Dopo aver scattato qualche fotografia siamo dovuti scendere per tornare alla nostra base, a causa di una pioggia che ci stava più che minacciando e per via delle temperature infelici. Nonostante ciò abbiamo commentato la nostra breve permanenza durante il viaggio di ritorno.

Stanchi ma soddisfatti siamo rientrati al nostro accogliente appartamento e ci siamo goduti una cenetta fatta in casa: le membra erano stanche e, in previsione della giornata seguente, avevamo bisogno di riposare.

Il primo giorno così si è concluso, con me sempre più innamorata della Romagna e con Gabriele sempre più curioso di scoprire luoghi nuovi.

Se vi è piaciuto il primo giorno, scoprite la pianificazione di questo viaggio clicccando qui.

consigli

Cosa vedere e fotografare: l’entroterra riminese è ricco di castelli, rocche e fortilizi che si possono visitare e/o fotografare dall’esterno. Fissate una base e partite per un bel viaggio on the road alla scoperta di questi luoghi così suggestivi!

Contatti utili: se vi interessa approfondire la storia di questi luoghi recatevi o scrivete allo IAT di Santarcangelo di Romagna e allo IAT di San Leo.

Guide Vagabonde: Se volete conoscere la storia o siete incuriositi dalle leggende che qui si sono ambientate vi consiglio di leggere tre libri:

  • Rocce e Castelli dell’Emilia Romagna di Marcello Cigognani
  • Castelli, dimore storiche e rocche dell’Emilia Romagna di Daniela Piccinini e Fabio Raffaelli
  • Castelli e fortificazioni del riminese Ediz. illustrata di Elisa Tosi Brandi

Il Museo del mese di Marzo: il Museo Nazionale del Risorgimento di Torino

Il Museo del mese di Marzo è un museo particolare, ricco e assai interessante: si tratta del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino.

Museo Risorgimento

Il Museo si trova all’interno di Palazzo Carignano, nel cuore del centro storico della prima capitale del Regno d’Italia: è stato fondato nel 1878 per celebrare la morte del primo re dell’Italia unita, Vittorio Emanuele II, che proprio a Palazzo Carignano nacque.

Il filo conduttore di questo museo è l’Epoca Risorgimentale, trattata in chiave europea e non solo italiana: documenti, capi di abbigliamento, strumenti, armi e quadri ripercorrono la storia del 1800 europeo, italiano e torinese. Dall’Era Napoleonica al 1900, il museo mostra numerosi reperti interessanti, corredati da spiegazioni chiare e lineari.

Il Museo è stato fondato nel 1878 e i reperti sono databili tra il 1706 (anno dell’assedio di Torino) e il 1946 (nascita della Repubblica Italiana).

L’esposizione venne ampliata nel 1948, in occasione del centenario della prima guerra d’indipendenza e nel 1961 durante le celebrazioni del centesimo anniversario dell’Unità d’Italia.

Torino_2
Palazzo Carignano che ospita il Museo del Risorgimento

E’ così, tra i 2579 reperti esposti in 30 sale, che si scopre la storia del Tricolore Italiano, dei moti rivoluzionari, di Mazzini e di Garibaldi, della costituzione del Regno d’Italia: vicende assolutamente essenziali per la creazione del nostro odierno Stato ma anche dell’Europa e dei suoi equilibri. Il 1800 è stato un secolo imprescindibile per quanto riguarda la conquista dei diritti civili e delle libertà fondamentali dell’uomo.

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’allestimento offre la possibilità di scegliere tra percorsi differenziati, a seconda del tempo a disposizione e dell’interesse ad approfondire i temi proposti. Ciascun percorso è dotato, per chi lo desideri, del supporto di audioguide e videoguide, realizzate seguendo criteri di rigore scientifico e grande attenzione alla comprensione e fruibilità dei contenuti storici.

Le sale, ben illuminate e raggiungibili anche dalle carrozzine, consentono un’accurata e ampia esposizione di tutti i reperti: spesso sono anche corredate da schermi che proiettano video di approfondimento.

MuRi_5
Una delle sale espositive

Incredibile è poi la possibilità di vedere dall’esterno la Camera dei Deputati del Parlamento Subalpino: questa è l’unica aula parlamentare rimasta integra in Europa tra quelle nate con le rivoluzioni del 1848, riconosciuta monumento nazionale dal 1898, attiva dal 1848 al 1860, ancora oggi con l’arredamento originale così com’era nel 1860 quando cessò di funzionare, compresi gli scranni originali occupati all’epoca dai parlamentari più importanti (Camillo Benso di Cavour, Massimo d’Azeglio, Cesare Balbo, Vincenzo Gioberti e Giuseppe Garibaldi).

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Museo mi ha veramente colpito, sia perchè non ci aspettavamo di vedere una tale mole di reperti, sia perchè è davvero piacevole visitarlo: si tratta del più grande spazio espositivo di storia patria italiano, il più antico e il più importante museo dedicato al Risorgimento e l’unico che abbia ufficialmente il titolo di “nazionale”. Nonostante la miriade di reperti esposti e l’esposizione ampia questa non mi ha assolutamente affaticato, ma anzi mi ha davvero entusiasmato: questo museo è, a mio parere, il più interessante e ricco di tutta Torino e vale la pena visitarlo anche se non si è appassionati di storia o di questo particolare periodo storico.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Informazioni utili

Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano si trova in Via Accademia delle Scienze, 5 – Torino.
L’ingresso è da piazza Carlo Alberto 8.

Orario di apertura
10.00 – 18.00 da martedì a domenica
(ultimo ingresso ore 17.00)
lunedì chiuso

Tariffe di ingresso
Intero: € 10,00
Ridotto: € 8,00
(gruppi minimo 11 persone – maggiori di 65 anni – militari)
Gruppo famiglia: € 18,00 (famiglia di max 5 persone, con max 2 adulti)
Studenti universitari: € 5,00
Ragazzi scuola secondaria di secondo grado: € 4,00
Ragazzi scuola primaria e secondaria di primo grado: € 2,50
Gratuito: minori di 6 anni – visitatori con disabilità (compreso accompagnatore) – insegnanti – possessori di tessere “Abbonamento Musei Torino Piemonte”, “Torino+Piemonte Card” e “Royal Card”

Convenzioni
Sono previste riduzioni sul biglietto di ingresso per: Soci Touring Club Italiano, Clienti Trenitalia del Piemonte, dipendenti Mibact, Soci Unitre, Soci FAI, Soci ARCI, Biblioteca “G. Arpino” di Nichelino, OfficineBrand, Citysightseeing, Museo Diocesano di Torino, Cronaca qui, Soci COOP, 8 GalleryCard, Area12, Emergency.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

Diario di viaggio: Varsavia – Arrivo e Giorno 1

Varsavia, capitale della Polonia.

Quando decisi di andarci, un po’ per caso e un po’ perchè effettivamente non ero mai stata in Polonia, in molti mi dissero:”ma cosa c’è a Varsavia? Sicuramente meglio Cracovia!” – nonostante questa sostanziale diffidenza verso la città più grande dello Stato da parte di molti, ho deciso di organizzare il viaggio e di partire, questa volta con la mia mamma Irene, compagna di molte avventure nelle capitali europee.

Diario di viaggio Varsavia

Dunque, organizzato il viaggio (leggete qui la pianifcazione), ci apprestiamo a partire dall’Aeroporto di Bergamo Orio al Serio: già quando siamo arrivate abbiamo notato subito che il nostro volo era in ritardo (20 minuti, poca cosa) e allora ce la siamo presa un po’ più comoda, accomodandoci e cenando con un panino. Il ritardo, però, continuava ad aumentare e, alla fine, invece di partire alle 19:30 siamo decollati alle 22:00. Eh beh, inziamo subito bene!

Arrivate all’aeroporto avevamo in previsione di prendere un bus di linea che ci portasse dall’Aeroporto di Modlin fino in città ma, con ben oltre due ore e mezza di ritardo, siamo atterrate e gli autobus avevano terminato ormai il servizio. Così, decisi di installare l’applicazione di UBER per vedere se si trovassero taxi disponibili: sia dato il caso che a Varsavia UBER sia molto attiva e che potevo scegliere tra molti taxi disponibili per giungere all’hotel. Ancora prima di uscire dall’aeroporto, avevo prenotato un taxi che in cinque minuti si fece trovare al punto stabilito per il rendezvous: l’autista, un giovane ragazzo di nome Serhii, ci ha accolto, aiutato con le valigie e ci ha portato a destinazione nel giro di 25 minuti circa. Tramite questa applicazione, infatti, si può scegliere l’autista in base al costo della corsa, che viene già impostata dall’user con lo smartphone. Comoda e pratica direi!

A circa mezzanotte siamo finalmente arrivate al nostro hotel, il Metropol Hotel, moderna struttura situata nel cuore del centro nuovo di Varsavia, proprio di fronte al Palazzo della Cultura e della Scienza di Varsavia. Stanche e assonnate non facciamo molto caso alla stanza e ci infiliamo subito a letto, finalmente nella tanto agognata Polonia.

Il primo giorno inizia verso le 9: dovevamo ricaricare le batterie e una buona dormita ci ha aiutato in questo. Finalmente con occhi lucidi possiamo renderci conto di dove siamo: la stanza è ben disposta, con un bagno grande dove ci si può stare comodamente in due e una doccia spaziosa. Rinfrescateci, scendiamo per la colazione: la sala della colazione è in realtà un vero e proprio ristorante che serve specialità della cucina polacca. La scelta è ricaduta su questo hotel anche per questo dato che alla sera desideravamo avere la certezza di avere un punto fisso per poter, eventualmente, cenare: i viaggi con mia mamma sono tutti un po’ più soft ma di questo non mi lamento, anzi!

Dunque, scelto il tavolo ci troviamo davanti ad un bel fornito buffet e subito decidiamo di assaggiare qualche dolcetto tipico della Polonia: non so ben dirvi che cosa abbiamo mangiato, erano simili alle nostre paste, l’importante è che erano buone!

Dopo una lauta colazione ci prepariamo a visitare il primo monumento: il Palazzo della Cultura e della Scienza di Varsavia, proprio a pochissima distanza dal nostro hotel. Prima però di salire sulla sua terrazza, siamo andate alla ricerca dell’Ufficio del Turismo per acquistare le Warsaw Pass: con queste avremmo avuto la possibilità di viaggiare quante avremmo voluto sui mezzi pubblici gratuitamente e di visitare musei convenzionati senza pagare ulteriormente altri biglietti.

Varsavia_nuova_1
Il distretto nuovo di Varsavia

L’addetto dell’Ufficio del Turismo, che parlava un italiano molto fluente, ci consigliò di vedere anche il Museo della Casa delle Bambole, che si trova proprio a pochi passi dall’ufficio: detto, fatto! Un museo del genere proprio non ci aspettavamo di vederlo, eppure nei viaggi non si deve dar mai nulla per scontato! Infatti, il museo non solo ci è piaciuto molto ma ci ha anche stupito: una collezione di case delle bambole non si vede di certo tutti i giorni, specie in un museo! Se vi va di approfondire il tutto, vi invito a leggere il mio articolo a riguardo cliccando qui.

Dopo aver visitato il museo ci dirigiamo al Palazzo della Cultura e della Scienza, per poter salire sulla sua mitica terrazza e godere di un panorama eccezionale.

Il Palazzo della Cultura e della Scienza (Pałac Kultury i Nauki in polacco, abbreviato in PKiN) è alto 237 metri e ha ben 42 piani. Per diversi decenni è stato il secondo edificio più alto d’Europa e al suo interno ospita musei, sale congressi, teatri, cinematografi e uffici. Il palazzo fu donato alla Polonia dall’Unione Sovietica e venne progettato da Lev Vladimirovič Rudnev come replica dell’edificio principale dell’Università Lomonossov. La sua costruzione iniziò nel 1952 e venne terminata nel 1955; fu realizzata da circa 3500 lavoratori provenienti in gran parte dall’Unione Sovietica, 16 dei quali morirono durante i lavori. È anche detto Palazzo di Stalin: fu costruito infatti per suo volere come regalo alla città di Varsavia.

Varsavia_moderna_4
Il Palazzo della Cultura e della Scienza

Dopo la caduta del comunismo nel 1989 c’è stato un dibattito per valutare la demolizione dell’edificio ma la giunta comunale ha deciso di salvare il palazzo. Dal febbraio del 2007, l’edificio fa parte del registro dei beni tutelati, ponendo di fatto fine al dibattito sulla sua demolizione. È ancora oggi l’edificio più alto di tutta la Polonia, ma è previsto che perderà tale titolo nel 2020 al termine della costruzione del grattacielo Varso, che sarà l’edificio più alto dell’Unione europea.

Arrivate all’ingresso notiamo un’immensa fila per poter salire ma noi, grazie alle Warsaw Pass fresche fresche saltiamo la fila e saliamo in men che non si dica tramite l’ascensore. Arrivate godiamo di una vista di Varsavia spettacolare!

Ciò che colpisce di più è il mutamento di questa città: innumerevoli sono i cantieri aperti e il suo volto sta cambiando profondamente. Varsavia, da città comunista a città europea, che vuole scrollarsi di dosso un passato oscuro, fatto di sangue e di rivolte e che oggi vuole vivere e mostrarsi come una città accogliente e all’avanguardia. Numerosi, proprio in questa zona della città, sono i grattacieli che si stanno costruendo o che sono già sorti, segno di una metropoli che vuole proiettarsi nel futuro, anche grazie all’edilizia.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Sulla terrazza panoramica ci si può sedere, gustare un gelato, acquistare dei souvenir: tutto è predisposto affinchè la visita sia piacevole.

Ancora un po’ intontite dal viaggio ammiriamo abbracciate questa immensa città, felici di essere in Polonia.

Dopo aver goduto di una vista straordinaria decidiamo di scendere e di esplorare i dintorni: notiamo un indefinito numero di auto d’epoca, soprattutto FIAT 126 e 128. Queste auto sono disponibili per un tour in solo per la città: non poteva non scapparci la risata ma non perchè fossero ridicole ma per l’idea geniale. Delle auto dismesse probabilmente provenienti dalla stessa nostra Italia qui hanno riacquistato vita e sono diventate un mezzo divertente ed inusuale per poter scoprire la città. Per questa volta decidiamo di non azzardarci, non conoscendo bene la città, ma se tornerò a Varsavia di sicuro un giro lo farò!

Varsavia_auto_1
Auto d’epoca colorate e simpatiche!

Scattate alcune foto, decidiamo di avvicinarci al centro storico, il cosiddetto Stare Miasto: prendiamo uno dei numerosi tram di linea che ci lasciano proprio al di sotto del centro. Salite le scale vediamo davanti a noi uno spettacolo incredibile: la piazza del Castello Reale.

Questa piazza è il fulcro del centro, colorato e vistoso, ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale su immagine del vecchio centro storico e dichiarato nel 1980 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Varsavia_centro_3
Piazza del Castello Reale

La piazza fu progettata da Jakob Kubicki e sistemata tra il 1818 e il 1821 in corrispondenza dell’antico bastione esterno del Castello Reale. Per l’apertura della piazza fu demolito un isolato di case che si aprivano sul lato sud della scomparsa via Bernardyńska.

Il castello occupava il lato orientale della piazza, mentre sugli altri lati la piazza è circondata da case antiche, distrutte durante la seconda guerra mondiale e ricostruite nel dopoguerra, e dalle mura cittadine, con la scomparsa “porta di Cracovia” (Krakowska), principale accesso al centro storico dal lato meridionale. Dalla piazza partiva inoltre la “Strada Reale”, che conduceva alla residenza reale estiva del palazzo di Wilanów (che abbiamo visitato durante il terzo giorno, di cui vi racconterò a breve).

Davanti la facciata del Castello Reale si trova la “Colonna di Sigismondo” (Kolumna Zygmunta), eretta al centro della piazza in onore del re Sigismondo III Vasa nel 1644. Il monumento, alto 22 m, fu disegnato dagli architetti italiani Agostino Locci il Vecchio e Costante Tencalla e reca in cima una statua di bronzo del re, opera di Clemente Molli. La colonna venne sostituita più volte, in seguito ai danneggiamenti bellici, mentre la statua è ancora quella originale.

Varsavia_Colonna_1
La Colonna di Sigismondo

La piazza è festosa, allegra, brulicante di persone provenienti da ogni dove, di bambini, di artisti di strada, di suonatori di violino. Questo fascino indiscutibile mi riporta alla mente l’immagine che avevo della Polonia e dei polacchi: uno Stato accogliente, festoso, legato a tradizioni millenarie, alla musica e alla bellezza, con persone gentili e dedite al bello. Devo dire che questo viaggio ha confermato e ampliato questa mia immagine.

Siamo ad agosto ed il caldo comincia a farsi sentire: a tal proposito notiamo che proprio ai margini della piazza si trovano due carretti che fanno limonata e mojito sul posto. Beh, non potevamo esimerci e così abbiamo ordinato (ad un prezzo davvero irrisorio, circa 2 euro a limonata) due buone limonate: Varsavia ci stupisce anche in questo, chi si immaginava di trovare dei carretti simili?

Varsavia_limonata_1
Il venditore di limonate

Dopo un pranzo a base di panini ci dirigiamo verso la scoperta del Castello Reale.

Il Castello Reale di Varsavia è il palazzo reale e residenza ufficiale dei monarchi polacchi: risale al XIV secolo e fu edificato dai duchi di Masovia.

Nel 1596 il re Sigismondo III Wasa lo scelse come residenza quando la città di Varsavia venne scelta come capitale del regno.

Parzialmente distrutto dalle bombe tedesche durante l’invasione della Polonia del settembre 1939: durante l’assedio di Varsavia molte delle opere d’arte del castello furono trasferite o nascoste alle autorità naziste, per essere poi riesposte dopo la guerra. Il Castello fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti tedeschi durante la rivolta di Varsavia. Le rovine vennero fatte esplodere da ingegneri tedeschi nel settembre 1944 e non furono rimosse fino al 1971. La ricostruzione iniziò all’inizio degli anni settanta e nel luglio 1974 tornò in servizio l’orologio della torre, all’ora esatta a cui si era fermato al momento del bombardamento della Luftwaffe. In seguito la ricostruzione venne completata nel 1988.

Il castello si articola intorno ad una grande corte interna, un pentagono con tre lati ad angolo retto, due dei quali danno sulla piazza del Castello. Su uno di essi si apre l’ingresso principale, sormontato dalla torre di Sigismondo, munita di orologio a partire dal 1622, mentre l’altro si collega al primo tratto del settore orientale, verso la Vistola, in questo punto originaria dell’epoca dei duchi di Masovia: in corrispondenza dell’angolo sporge verso l’esterno la torre Grodzka, risalente al XIV secolo, mentre la facciata sul cortile interno conserva tracce delle originarie strutture gotiche.

Sulla facciata interna la torre di Ladislao, costruita nel 1571 e rimaneggiata nel 1637-1643, separa la parte più antica dall'”Ala sassone”, dove si trova la galleria Kubicki, terrazza panoramica porticata affacciata sul fiume. Oltre l’originario pentagono, l’Ala sassone prosegue con l’ala Bacciarelli, del XVIII secolo e in origine destinata a sede della scuola d’arte di Maurizio Bacciarelli, e oggi adibita ad uffici.

Tutti gli ambienti interni vennero ricostruiti con le loro decorazioni originarie e ospitano le opere d’arte e gli arredi nascosti alle autorità naziste e salvati dalla distruzione.

Dopo aver acquistato i biglietti (che sono fuori dal circuito del Warsaw Pass), ci dirigiamo a visitare questo meraviglioso castello: i suoi interni sono regali ma sicuramente meno sontuosi rispetto agli interni di Schönbrunn o di altri castelli ma questo non ci dispiace. Gli ampi saloni danno un senso di spazio quasi sconfinato e le opere d’arte illuminano naturalmente il percorso di ogni visitatore. Per nostra fortuna possiamo scattare delle foto, che ho il piacere di mostrarvi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La sala che mi colpisce di più è quella detta “del Canaletto” che ospita diverse pitture mostranti alcuni panorami di Varsavia. Solo uno però è stato dipinto dal celebre maestro Canaletto, mentre gli altri sono stati realizzati dal nipote Bernardo Bellotto. Mi ha fatto davvero piacere vedere le opere di due tra gli artisti che ammiro di più qui, proprio a Varsavia. Ma l’Italia non è solo rappresentata da loro, ma anche da Marcello Bacciarelli che fu pittore di corte dal 1756 e grande stimato non solo dal Re Augusto III (che lo introdusse a corte) ma anche e soprattutto da Stanisław Poniatowski, il futuro Re Stanislao II di Polonia.

La visita ci occupa con piacere metà del pomeriggio e si corona con una buonissima fetta di torta che gustiamo proprio nel bar che fa parte del castello, con una meravigliosa vista sui giardini.

Merenda_1
Dolci squisiti in quel di Varsavia!

Il nostro tour prosegue, sempre più felici e stupite dalla bellezza di Varsavia: raggiungiamo quindi Rynek Starego Miasta, una delle piazze più belle e importanti di Varsavia, attorniata da case appartenute alle ricche famiglie mercanti della città. Fino alla fine del XVIII secolo questa piazza fu il fulcro della vita cittadina: qui si tenevano fiere periodiche e cerimonie municipali. Le case vennero pesantemente danneggiate, se non distrutte, dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale ma, come per gran parte delle strutture del centro storico, furono ricostruite secondo le strutture dell’epoca.

Varsavia_mercato_2
La Rynek Starego Miasta

Sul lato corto della piazza situato a nord-ovest comprende otto case tutte collegate tra loro: vi chiederete, come mai? Perchè qui sorge il Museo storico di Varsavia (Muzeum Historyczne m. st. Warszawy), proprio costruito all’interno delle case che danno sulla piazza: una caratteristica davvero unica che ho trovato solo in questa città! Di questo museo ve ne parlerò presto dato che l’ho visitato durante l’ultimo giorno a Varsavia.

Varsavia_centro_2
L’entrata della piazza

L’ultima tappa della nostra giornata l’ha meritata il barbacane, che fa da spartiacque tra la città nuova e quella vecchia. Il barbacane (che nome insolito, vero?) venne eretto nel 1548 su progetto, pensate un po’, di un altro italiano, Giovanni Battista il Veneziano, attivo nel ducato di Masovia nel XVI secolo e incaricato del rifacimento delle precedenti mura del XIV secolo. La sua funzione doveva essere difensiva ma servì a tale scopo solo durante l’invasione svedese. Durante la Seconda Guerra Mondiale i resti di quello che erano il barbacane (smantellato quasi interamente nel corso dei secoli) vennero distrutti e il barbacane venne ricostruito tra il 1952 e il 1954. Oggi si può passare al di sotto della sua porta e passeggiare lungo il camminamento. Sulla strada che attraversa il barbacane si trovano alcune bancarelle di artigiani locali che vendono quadri, dipinti e opere d’arte. Inutile dirvi che mi sono sbizzarrita con le fotografie, questa città davvero si offre per gli amanti della fotografia!

Questo slideshow richiede JavaScript.

La stanchezza iniziava a farsi sentire, del resto non ci eravamo ancora fermate, e così siamo tornate in hotel per una bella doccia calda: durante il viaggio di ritorno ci siamo raccontate quanto sia stata interessante la visita il Castello Reale, quanto suggestiva la vista della piazza del Castello Reale, quanto peculiare quella della Rynek Starego Miasta. Tutto, tutto di Varsavia ci aveva colpito ed entusiasmato.

Dopo la doccia calda decidiamo di cenare presso il ristorante dell’hotel, il Metro Jazz Bar & Bistro, per provare qualche specialità della cucina polacca, a noi completamente sconosciuta.

Il menu, ricco e variegato per ogni palato, ci ha intrigato subito: come antipasto io ho scelto i Pikantne krewetki (gamberi piccanti in un brodo di chili con pane), mentre mia mamma ha provato i famosissimi Pierogi z kaczką, cioè i pierogi, dei gustosi ravioli con zucca, anatra e cardamomo. Come secondo piatto io ho ordinato una Kotlet schabowy z kostką, cioè una bistecca di maiale con panatura, mentre mia mamma si è mantenuta leggera e ha ordinato una Caesar Salad.

Una sola parola: SQUISITO!

Non potevamo scegliere di meglio: i piatti erano belli, puliti e con porzioni generose. Il gusto, beh, indescrivibilmente unico! Non potete immaginare quanto abbiamo gustato con piacere questa cena!

Per coronare una giornata perfetta siamo uscite a passeggiare nei dintorni, per goderci lo spettacolo del Palazzo della Cultura e della Scienza con i meravigliosi colori notturni.

Torniamo in hotel stanche, ma davvero, davvero soddisfatte.

Se volete leggere altri articoli su Varsavia, cliccate qui in basso:

Pianificazione di viaggio

7 Cose da non perdere a Varsavia

Diario di viaggio: Scozia – Giorno 4

Ed eccoci giunti al quarto giorno in terra scozzese, tra meteo ballerino e meravigliosa natura che ammalia e rapisce. Dopo la pessima cena e la serata tranquilla passata a Stonehaven è ora di dirigerci verso Aberdeen, una delle città più importanti della Scozia. La nostra meta tuttavia non sarà solo Aberdeen ma anche alcuni castelli non distanti da questo grosso centro abitato, vale a dire il Fraser Castle e il Craigievar Castle. Non mi resta che mostrarvi la cartina e chiedervi di accompagnarmi in questo nuovo e rocambolesco giorno in Scozia!

Dopo aver salutato la gentile Eilean e il nostro piccolo e modesto guesthouse (ma fornito di ogni comodità), saliamo in auto per dirigerci verso Aberdeen, ancora più a nord. Tuttavia non ci fermeremo immediatamente qui ma proseguiremo verso il primo castello che vogliamo visitare: il Fraser Castle.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Fraser Castle è solo il primo castello che vediamo nell’Aberdeenshire. Il cielo, già fosco dalle prime ore del mattino, non lascia presagire nulla di buono ma ormai siamo abituati alle sue bizze e quindi non ci facciamo scoraggiare, pensando al fatto che comunque saremo all’interno del castello per buona parte della mattinata. Giunti al castello lasciamo l’automobile presso il parcheggio privato del luogo (a pagamento) e ci dirigiamo verso il magnifico maniero, costruito nel 1455 ma riammodernato tra il 1575 e il 1635. Fraser Castle colpisce subito il nostro occhio per il suo colore grigio e la sua imponenza che si spinge verso l’alto: una struttura compatta, geometrica e che trasuda molta austerità.

L’edificio originale era costituito da un fortilizio costruito per volere di Thomas Fraser e chiamato Castle of Muchil-in-Mar. La tenuta era di proprietà del Clan Fraser da quando il Re Giacomo III gliela donò, il 29 ottobre del 1454. Di questo castello originale non restano che le fondamenta in quanto nel 1575 Michael Fraser di Stoneywood lo ricostruì trasformando l’edificio totalmente e impostandone uno con pianta a “Z”. Purtroppo Michael Fraser non vide la sua opera terminata in quanto morì nel 1588. L’opera di riammodernamento proseguì sotto la guida del figlio Andrew e i lavori terminarono nel 1636 a causa dell’osticità del progetto originale. Il nome “Castle Fraser” venne ufficialmente dato nel 1695.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Nel 1795 il castello venne di nuovo riammodernato, questa volta grazie ad Elyza Fraser che commissionò la realizazzione del giardino e del laghetto a Thomas White.

L’ultima opera di restauro risale al 1814 e fu portata a termine dal Colonnello Charles Mackenzie Fraser.

Il castello oggi fa parte della rete di castelli di proprietà e gestiti dalla National Trust for Scotland: si tratta di un’organizzazione benefica scozzese dedita alla conservazione e alla tutela del patrimonio culturale e naturale della Scozia. Il suo impegno e la sua volontà sono di certo ammirevoli e questo lo posso confermare dopo aver visitato numerosi siti riconducibili a questa organizzazione. Come in tutti i siti facenti parte della National Trust for Scotland, il biglietto comprende la visita guidata, senza la quale non si può visitare gli interni del castello. Così, assieme a due canadesi, due svedesi, un’irlandese e tre tedeschi inizia il mio tour rigorosamente in inglese con forte accento scozzese: mio padre, dal canto suo, non conosce l’inglese e dunque io sarò la sua traduttrice (per questa e molte altre visite guidate).

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il nostro accompagnatore, da vero esperto della storia del Clan Fraser e del castello, ci illustra con dovizia di particolari i vari ambienti di questo luogo e ogni tanto si lascia andare in qualche battuta bizzarra che nessuno comprende davvero a pieno….Nessuno tranne mio padre! Che sia di discendenza scozzese? Mah!

La visita, durata circa un’ora, si conclude con una foto di rito e con la visita al meraviglioso giardino, curato in ogni minimo dettaglio. Peccato solo per il cielo grigio che però ha donato un’atmosfera tipicamente “british”.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Prima di lasciare questo splendido castello, la nostra guida ci consiglia di acquistare il biglietto cumulabile per visitare tutte le attrazioni comprese nel National Trust of Scotland: al costo di 45 sterline (invece che 55) decidiamo di fare due pass per visitare i castelli dell’Aberdeenshire. Un bell’acquisto azzeccato devo dire! Con il guadagno ricavato dalla vendita dei biglietti abbiamo così sostenuto questa preziosa oranizzazione che tanto si impegna per la conservazione di beni storici e artistici.

Sempre su indicazione della nostra guida decidiamo di visitare il Castello di Craigievar, non troppo distante dal Fraser. Per la prima volta nel nostro viaggio percorriamo alcune strade strette e un po’ sperdute tra le campagne ma questo non è niente rispetto a quello che vedremo sull’Isola di Skye…Ma di questo ve ne parlerò più avanti!

Nonostante le stradine un po’ strette, la vista rimane comunque eccezionale e il paesaggio bucolico a cui assistiamo ci riporta alla mente la tipica immagine che tutti noi abbiamo della Scozia: una terra verde, forse un po’ brulla ma incredibilmente affascinante.

Con il sole che timidamente inizia a fare capolino sulle nostre teste, giungiamo al castello di Craigievar, situato ad Alford, sempre nell’Aberdeenshire. Il castello si staglia davanti a noi come una struttura massiccia, dal colore rosato (un po’ insolito per noi che siamo abituati ai castelli italiani) e con le torrette che ricordano il tipico “castello delle fiabe”. Non è che troviamo Cenerentola qui dentro?! Beh, un po’ straniti decidiamo di avvicinarci e di recuperare i biglietti per entrare (gratuiti dato che abbiamo ora il biglietto cumulativo). La visita al suo interno è sempre guidata ma, per ragioni a noi sconosciute, non si possono scattare fotografie al suo interno, quindi vi mostrerò solo gli esterni.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il castello di Craigievar era la sede del Clan Sempill e della famiglia Forbes che qui vi risiedette fino al 1963, quando la proprietà fu donata al National Trust for Scotland da William Forbes-Sempill, Lord Sempill. Questo castello è un eccellente esempio dell’originale architettura baronale scozzese: la struttura venne completata nel 1626 e possiede in tutto sette piani. Fu acquistata dal mercante William Forbes, antenato dei baroni di Forbes di Craigievar dalla famiglia Mortimer nel 1610. La sua pianta è al “L” ed è famoso per i soffitti in cartongesso riccamente decorati.

Il castello in origine aveva più elementi difensivi tra cui un cortile murato con quattro torri rotonde; solo una delle torri rotonde rimane oggi. Nella porta ad arco di quella torre sono conservate le iniziali intagliate di Sir Thomas Forbes, figlio di William Forbes. C’è anche un enorme portone in ferro o un cancello che copre la porta d’ingresso che viene chiamata Yett. L’interno del castello vanta una corte che ha le insegne Stuart sopra il camino, una galleria di musicisti; una scala segreta che collega l’alta torre alla corte; la camera da letto della regina; gli alloggi dei domestici e naturalmente alcuni splendidi soffitti in stucco. All’interno vi è una collezione di ritratti della famiglia Forbes e una considerevole quantità di arredi dei Forbes risalenti ai secoli XVII e XVIII. Il castello ospita anche due ritratti originali di Henry Raeburn completi di ricevute originali.

La visita è stata molto esaustiva anche in questo caso e il castello merita davvero il nostro tempo grazie alle sue stanze riccamente colorate e variopinte. Naturalmente il mio ruolo di interprete è stato espletato anche in questa occasione ma ciò non mi pesa affatto, anzi! E’ un occasione in più per allenarmi nell’inglese e per aiutare mio papà, fido compagno delle mie avventure e instancabile complice nei miei viaggi on the road.

Terminata la visita e scattate alcune fotografie ci dirigiamo verso Aberdeen dato che lo stomaco inizia a brontolare (sono più delle 14 e quindi decidiamo di approfittare della presenza del KFC per sfamare le nostre membra). Prima però di salire in auto si scatena una maledizione che terminerà solo alla fine di questo viaggio: un paio di pantaloni comodi che ho acquistato prima di partire, e che si sono strappati già in un’occasione, si sono strappati di nuovo. Ora, io prima di buttare degli indumenti cerco sempre di ripararli o di ricucirli in qualche modo e devo dire che questi pantaloni erano davvero comodi. Dopo aver acquistato il filo e l’ago decidiamo di ricucirli sperando di riuscire a recuperarli.

Dopo un pranzo a base di alette di pollo e patatine ci dirigiamo verso uno dei pochi musei che sono riuscita a visitare in Scozia: il Gordon Higlanders Museum di Aberdeen. Io, come saprete, sono una viaggiatrice che ama visitare i musei ma in Scozia questo è stato davvero arduo a causa del fatto che gli orari, sia nostri che loro, sono stati il più delle volte incompatibili: c’è da dire che spesso i musei scozzesi chiudono alle 16 o alle 17 e questo mi fa storgere un po’ il naso dato che a quell’ora sono tanti, in media, i visitatori all’interno (se penso ai musei viennesi o a quelli tedeschi è impensabile che chiudano così presto). Un consiglio dunque: se volete visitare i musei in Scozia andateci di mattina perchè al pomeriggio rischiate di essere accompagnati all’uscita o di non poter visitare tutto il museo, come è succeso a me in questo caso (vi invito a leggere l’articolo dedicato, cliccando qui).

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dopo aver visitato questo interessante museo, anche se in modo abbastanza approssimativo, ci dirigiamo verso il centro di Aberdeen per visitare gli esterni del King’s College. The University and King’s College of Aberdeen è un’Università fondata nel 1495 e ora fa parte dell’Università di Aberdeen. Nella parte più antica della città hanno sede gli edifici storici di questa Università, tra cui la Cappella del College. Noi non abbiamo visitato gli interni ma anche solo ammirati dall’esterno questi edifici meritano almeno una tappa del nostro tour ad Aberdeen.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Quando studiavo alla scuola superiore ho visitato Cambridge durante una vacanza studio in Inghilterra: non dico che ci sia proprio una netta somiglianza ma questo luogo di cultura me lo ha davvero ricordato!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Scattate le nostre foto ci dirigiamo verso Union Street, la via dello shopping: di solito non amo fare shopping ma qui si trattava di un’emergenza.

DOVEVO COMPRARE DEI PANTALONI NUOVI.

Non sono partita per la Scozia con un solo paio ma avevo per lo più abbigliamento tecnico con me e, vista la facilità con cui il meteo cambiava, dovevo evitare di rimanere a secco di pantaloni, soprattutto dopo lo strappo dei più comodi che avevo con me. Inoltre sarebbe stato difficile lavare gli indumenti e quindi rischiavo di arrivare alla fine del viaggio senza pantaloni puliti. Come fare? Beh semplice, bisognava acquistare dei nuovi pantaloni. E così ho fatto dal mitico e onnipresente Primark: il tempo di entrare, di provare e di pagare. 10 minuti e via, come il vento!

Ormai era tardi per visitare altri musei, così ci siamo diretti verso il Salvation Army e il monumento ai Gordon Higlanders.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Con un po’ di stanchezza nelle ossa decidiamo di concederci una pausa prima di cena, con una doccia ristoratrice. Ciò che ho potuto notare negli hotel scozzesi è che proprio queste strutture ricettive non hanno il phon in camera mentre i Guest House… Sì! Non saprei proprio come mai! In ogni caso se lo chiedete alla reception dovrebbero fornirvene uno (almeno, a noi lo hanno dato). E’ comunque molto strano non trovare nelle proprie stanze il phon: un’altra stranezza della bizzarra Scozia!

Con lo stomaco che cominciava a farsi sentire, io e mio padre ci siamo messi a cercare su internet dei luoghi dove poter cenare in modo decente (memori dalla precedente esperienza) senza essere spellati vivi. Siccome avevamo voglia di mangiare anche un po’ di verdure, ci siamo trovati d’accordo entrambi nella scelta: il ristorante Harvester sembrava soddisfare le nostre esigenze…E così è stato!

Devo davvero ammettere che per essere una catena l’Harvester di Aberdeen (conosciuto qui come The Ghillies Lair in Aberdeen) mi ha veramente stupito, sia per la qualità del cibo, sia per la gentilezza dello staff ma soprattutto…Per la bellezza della location: non sembrava affatto il solito ristorante di catena, ma anzi era curato nell’arredamento e nella disposizione. Inoltre era assai luminoso grazie alla presenza di una bella veranda.

Dopo un’ottima cena a base di carne rientriamo al nostro alloggio, pronti l’indomani per un’altra fantastica giornata.

Per leggere gli altri articoli del Diario di Viaggio cliccate sui link sottostanti

Pianificazione del Viaggio

Arrivo e prima sera

Secondo giorno

Terzo giorno

Il Museo del mese di Febbraio: il Museo regionale di Maribor

Per il Museo del mese di Febbraio questa volta ho dovuto scegliere io il contenuto da proporre perchè sul sondaggio del gruppo di Facebook si è creata una sostanziale parità tra il museo che qui vi propongo e un altro e alla fine, da buon arbitro, ho deciso di farvi conoscere un museo davvero poco conosciuto ma che merita di sicuro una visita se siete in zona: si tratta del Museo regionale di Maribor (Pokrajinski muzej).

Museo di Maribor

Il Museo regionale di Maribor si trova nell’omonima cittadina slovena, all’interno del Castello di Maribor e conserva collezioni di oggetti davvero incredibili: si spazia dai quadri alle uniformi, dai soldatini in metallo ai reperti archeologici, tutti pezzi ritrovati nella città di Maribor o nella regione della Stiria slovena.

Il museo, che può essere visitato solo accompagnati da una delle guide, mi ha offerto la possibilità esclusiva di poter scattare delle sue foto all’interno per la realizzazione di questo articolo. Per questo ci tengo a ringraziare personalmente la Signora Mirjana Brus per l’autorizzazione (e per la bella chiacchierata) e il Signor Afrodin Beriša per avermi fatto da guida con tanta gioia e con tanta professionalità.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il museo si apre al visitatore con una degna sezione archeologica, con reperti rinvenuti a Maribor e nei dintorni, che testimonia come questa area geografica sia stata colonizzata fin dall’antichità. Ciò che poi colpisce è però la disposizione di questo museo: difatti, l’esposizione si snoda attraverso le sale del Castello di Maribor in una modalità davvero non convenzionale. E’ così che si attraversano cortili, stretti passaggi, sale sontuose e scalinate massicce: un museo nel museo dunque, ricco di scorci suggestivi e favolosi oggetti esposti. Grazie a questa esposizione si possono vedere le ricostruzioni degli ambienti di vita medioevali, una ragguardevole collezione di uniformi e stendardi (non solo sloveni), una sezione adibita alla moda con l’esposizione di abiti che percorrono diversi periodi storici, una pregevole pinacoteca e molte altre sezioni ancora.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il museo regionale di Maribor è dunque un museo a tutto tondo, che mostra quanto di bello questa città ha saputo offrire e offre tutt’ora.

Terminata la piacevole visita, la mia guida mi conduce verso un’ultima parte del museo, che si trova al di fuori del castello ma proprio di fronte: è qui, al posto di un cinema ormai in disuso, che i curatori hanno voluto mostrare al visitatore una pregevole collezione di arredi da cucina e strumenti antichi. Fornelli, lavabo ma anche ceste, pentole, coltelli e arnesi del calzolaio donati dalla figlia di un ciabattino. Dulcis in fundo, la sala di proiezione è stata trasfomata in sala espositiva per mobili d’antiquariato.

Questo slideshow richiede JavaScript.

E’ proprio vero, certe meraviglie accadono solo in Slovenia!

Vi consiglio dunque di visitare questo magnifico museo, uno dei più belli che io abbia mai visto fino ad ora, che non ha nulla da invidiare a musei più famosi e con nomi ben più noti, unico e particolare.

Ringrazio ancora di cuore la Signora Mirjana Brus e il Signor Afrodin Beriša per la loro disponibilità e gentilezza.

Informazioni utili

Il Museo Regionale di Maribor si trova all’interno del Castello di Maribor presso Grajska ulica 2, Maribor.

Il Museo, così come è il Castello, è aperto dal Martedì alla Sabato dalle 10:00 alle 18:00 e la Domenica dalle 10:00 alle 14:00.

I biglietti hanno il seguente costo:

  • Adulti 5,00 euro
  • Studenti 3,50 euro
  • Pensionati 3,50 euro
  • Bambini 1, 50 euro
  • Gratuito per la stampa

I luoghi della storia: il Castello di Argine

Durante le Giornate FAI d’Autunno 2019 ho approfittato di questa iniziativa per visitare un luogo davvero sconosciuto dell’Oltrepò Pavese. Come già saprete tengo molto alla mia terra natia (dato che sono nata a Broni) e con il blog di Donna Vagabonda vorrei valorizzarla il più possibile. E’ così che, sfruttando la possibilità offerta dal FAI, mi sono diretta verso un castello che normalmente è chiuso e che ha aperto le sue porte per la prima volta proprio in occasione di questo evento: si tratta del Castello di Argine.

Argine

Il Castello di Argine si trova nella frazione omonima di Bressana Bottarone, in via Roma. La sua costruzione risale al XIV – XV secolo (più probabilmente alla fine del 1300) ed è stato costruito a scopo difensivo. Il castello presenta tutte le caratteristiche dei castelli pavesi con pianta quadrata e torri quadrate agli angoli, anche se oggi rimangono solo due delle quattro torri originali: una, la principale, è completa di merlature ed è situata sulla destra rispetto all’ingresso principale, mentre l’altra, la minore, è situata nell’angolo sud-est. Una delle caratteristiche che spicca subito all’occhio è la presenza dei mattoni a vista, ancora ben conservati.

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’ingresso avviene da ovest tramite un portale a forma di arco che immette in un cortile interno a pianta quadrata con facciate ancora parzialmente intonacate. Tuttavia, durante la Giornata del FAI, io sono entrata nel castello tramite quello che era il ponte levatoio che insisteva sul fossato, oggi trasformato in ponticello in muratura fisso. Il fossato, tuttavia, è ancora riempibile.

In origine il castello apparteneva alla famiglia Simonetta, in particolare ad Angelo Simonetta, feudatario di Argine dal 1466. Successivamente il castello passò ai Visconti di Modrone. Terminata la sua destinazione difensiva, il castello viene adibito ad abitazione privata e oggi è di proprietà dei Marchesi Fassati Busca e in particolare del Marchese Ariberto Fassati.

Questo slideshow richiede JavaScript.

All’interno della pertinenza del castello si trova anche la piccola Chiesa di Santa Maria Nascente in Argine, in stile “barocchetto” lombardo, risalente ai XVIII secolo.

Devo dire che questa apertura straordinaria ha attirato molti visitatori, sia di Pavia che non (ho incontrato una famiglia proveniente da Lecco durante la visita guidata) e ha permesso alla comunità di conoscere un bene che ancora oggi è pressochè sconosciuto, sia ai pavesi che ai turisti interessati all’Oltrepò. Il fatto che sia abitazione privata purtroppo impedisce ai più la sua scoperta ma spero che un giorno almeno un’ala del castello venga aperta ai visitatori.

La visita guidata, piacevole ed istruttiva, mi ha fatto scoprire la bellezza di questo luogo, una bellezza non sontuosa ma rustica, ben incastonata in un territorio fortemente legato alla campagna e ai suoi frutti. Attraverso la visita ho potuto visitare il salone padronale, due stanze con salottino, la cucina con camino “abitabile”, il giardino, il cortile e la chiesetta. Di sicuro vi avrà incuriosito il termine “abitabile” associato al camino: questa struttura è davvero unica dato che si tratta di un camino abitabile ancora intatto ed originale, dove i commensali o il cuoco potevano sedersi al suo interno e preparare direttamente qui pietanze e piatti saporiti. E’ la prima volta che vedo una struttura del genere, nonostante i tanti camini che ho potuto osservare durante le mie visite ai numerosi e curiosi castelli italiani.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Una piccola gemma incastonata tra il Po e le colline, il Castello di Argine si può ammirare da fuori e si aggiunge alla lista dei tanti castelli pavesi che ho avuto il piacere di visitare e di conoscere.

Argine_5
La torre merlata del castello

Per conoscere gli altri castelli pavesi, vi invito a cliccare qui.

I luoghi della storia: il Castello Beccaria di Montebello della Battaglia

Incontri e gioia.

Inizio così questo articolo, in modo un po’ insolito.

In questo periodo di tranquillità lavorativa ho potuto dedicare molto più tempo al Blog e alla partecipazione a varie manifestazioni, come quella sulla presentazione del Portale di VisitPavia (leggete qui l’articolo) o la mostra fotografica di Narrando Oltrepò (leggete qui l’articolo). Grazie proprio a quest’ultima manifestazione ho potuto conoscere Deborah Ceriani, la proprietaria del Castello Beccaria di Montebello della Battaglia, in Provincia di Pavia. Chiacchierando mi ha invitato a visitare la sua dimora e subito ho colto l’occasione. Due giorni dopo mi sono incontrata proprio con Debora, suo marito Davide Parisi e la piccola Ludovica al Castello Beccaria. L’articolo è dunque il frutto di uno splendido pomeriggio passato insieme: non ci resta dunque che scoprire insieme la storia di questo luogo e la sua rinascita.

Castellomontebello

La costruzione del Castello risale al 1472 ed è ad opera della famiglia Beccaria, che i Visconti hanno infeudato dopo aver sconfitto la famiglia Delconte. La proprietà venne condivisa con la famiglia Bellocchio fino al 1851, quando il conte Giuseppe Bellocchio vendette la parte superiore del palazzo (compresa la torre e una parte del giardino) all’avvocato Ernesto Ghislanzoni. La parte inferiore invece venne venduta al Comune di Montebello della Battaglia che la destinò a Municipio e scuole. Tra il 1923 e il 1924 la famiglia Ghislanzoni acquistò anche la parte ceduta al Comune, riunificando di fatto la proprietà del complesso. La figlia di Ernesto, Eugenia, ereditò il Castello alla morte del padre e questo passò tra gli averi della famiglia Premoli, la famiglia del marito di Eugenia. Il Castello venne successivamente dimenticato e trascurato, fino a che non venne messo in vendita dal Conte Ludovico Premoli, erede di questo edificio. L’occasione fu colta dagli attuali proprietari, Davide e Deborah, che ora hanno deciso di restaurare il Castello riportandolo agli antichi fasti.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ci piacerebbe riportare il Castello alla gloria di un tempo, rimanendo sempre fedeli alla struttura originaria con i lavori di restauro, per conservarne e tramandarne la storia” –

queste sono le parole di Davide quando gli ho chiesto che progetti avesse per il Castello.

“Vorremmo utilizzare il Castello come location per valorizzare i prodotti tipici del nostro territorio, con particolare attenzione al vino. La storia del Castello è fortemente intrecciata alla viticoltura e noi vorremmo riallaciare queste radici con l’oro rosso delle nostre colline”-

prosegue Davide, raccontandomi il suo progetto ambizioso.

Questo slideshow richiede JavaScript.

“Cercavamo una casa vacanze e alla fine abbiamo acquistato il Castello. Siamo stati forse un po’ folli ma non ci pentiamo della nostra scelta. Siamo fieri di contribuire alla rinascita di questo luogo, e per noi preservare questo monumento storico è diventato un dovere, sia per noi, che per le nostre figlie, che per tutte le persone che potranno apprezzarlo o che già lo apprezzano” –

continua Deborah, con il sorriso di una persona determinata.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Deborah e Davide: una coppia risoluta in grado di farti subito sentire a proprio agio con la loro spontaneità. Sembra quasi di conoscerli da sempre e raramente ho incontrato persone così disponibili. Si pwecepisce che dedicano la loro intera vita a questo luogo e per nulla al mondo rinunceranno al loro sogno di vedere il Castello in tutta la magnificenza di un tempo. Con una superficie di circa 2500 metri quadrati e circa 50 stanze, il lavoro sarà intenso, ma i proprietari hanno le idee chiare:

“Ci vorrà molto tempo ma noi non ci scoraggiamo. Pian piano riusciremo a sistemarlo tutto e allora sarà ancora più bello” –

conclude Deborah.

Già, perchè gli anni di abbandono li mostra tutti il Castello, anche se già adesso, dopo soli otto anni, non posso che fare i miei più grandi complimenti per i lavori portati avanti dai due coniugi. Dalle loro parole si può immaginare in che stato fosse il Castello al momento dell’acquisto, ma Davide e Deborah ci hanno creduto fin dall’inizio ed i frutti del loro duro lavoro si vedono eccome!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Manca ancora molto tempo ma quando sarà ultimato io spero proprio di essere lì, a stringere la mano a Davide e a Deborah, perchè non solo si meriteranno la mia gratitudine, ma quella di tutti perchè avranno restituito ai cittadini di Montebello e non solo un bene di inestimabile lavoro.

Ringrazio dunque di cuore Debora e Davide,specie perchè questo articolo non basterà di sicuro a sdebitarmi della loro infinita gentilezza!

Vi consiglio di visitare già da ora il Castello, accompagnati dalla bellissima famiglia (e dal fantasma Charlie perchè si sà, in ogni castello che si rispetti c’è almeno un fantasma)!

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

Panoramacastello_1
Veduta del Castello in lontananza

 

 

Il Museo del mese di Luglio: il Centro di documentazione sul Nazionalsocialismo di Colonia

Ogni volta che visito una città tedesca cerco sempre di esplorare i musei, in particolare quelli sulla storia di questo Paese. Al contrario dell’Italia, la Germania ha deciso di aprire dei Centri di Documentazione riguardanti gli anni bui della dittatura nazista, in modo che questo periodo storico non fosse dimenticato e soprattutto per imparare a non cadere di nuovo nella trappola del razzismo e del fanatismo: dalla storia si può solo che imparare e la Germania ha ben imparato a non cancellare le tracce di questo orrendo passato, ma anzi di mostrarle a tutti per far comprendere gli orrori che la specie umana può contemplare. In una chiave di conoscenza e di coscienza di ciò che è accaduto, il Paese ha deciso di aprire i Centri di Documentazione sul Nazionalsocialismo, luoghi dove si possono consultare documenti inerenti, visionare filmati e fotografie, osservare oggetti di uso quotidiano e non della dittatura e conoscere attraverso testimonianze che cosa voleva dire vivere sotto il regime ed essere un perseguitato. Colonia è tra le città che ospitano un NS-Dokumentationszentrum assieme a Monaco di Baviera (leggete qui il mio articolo) e questo centro è tra i più completi e ricchi.

NS colonia

Il Centro di documentazione sul Nazionalsocialismo di Colonia venne creato a seguito di una risoluzione del consiglio comunale del 13 dicembre 1979 ed è il più grande museo regionale della memoria per le vittime del Nazismo di tutta la Germania. Tuttavia, soltanto nel 1987 nacque il Centro come lo intendiamo oggi, cioè visibitabile (prima era solo un luogo di ricerca accademica). Come spesso accade in questi casi, il Centro o il Museo è stato ricavato all’interno della ex sede della Gestapo, cioè la polizia segreta nazista. Oltre a ciò, il Centro si ricopre di una forte carica emotiva dato che nel cortile  interno di questo palazzo ospitante centinaia di persone, sul fine della guerra, vennero ammassate e assassinate.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

All’interno del centro si trova un percorso espositivo permanente e un memoriale sulle vittime della Gestapo.

Il Partito Nazionalsocialista ebbe un’influenza molto forte sulla città di Colonia e anche qui si instaurò un clima di odio e di soppressione: il Centro di Documentazione ci mostra, attraverso fotografie e documenti esposti, come tutta la vita dei cittadini fosse controllata e incanalata all’interno delle logiche perverse della dittatura. Il Centro si costituisce così testimonianza diretta attraverso gli oggetti della vita omologante e scandita di quell’epoca. Non mancano anche alcune onoreficenze naziste, come la Croce delle Madri Tedesche, che veniva conferita alle madri di famiglie numerose, sempre nell’ottica dell’esaltazione della razza ariana.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ciò che però forse lascia più stupiti e sgomenti, sono i documenti e le fotografie dei migliaia di perseguitati che a Colonia vennero spediti letteralmente presso i campi di concentramento e di sterminio. Possiamo qui osservare i documenti di identità di queste vittime, le fotografie, i loro volti: davanti a queste testimonianze non si può che chiedersi come fosse stato possibile questo odio e questo abominio.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lasciata l’esposizione permanente, io e Gabriele ci siamo diretti verso la parte più buia di questo luogo: le prigioni. All’interno di queste si possono riconoscere ancora i segni della prigionia, come scritte e disegni lasciati dai condannati. Era proprio qui che la Gestapo torturava le vittime per estorcere informazioni. Spesso da queste prigioni le vittime non uscivano vive.

Qui sotto, nelle prigioni, l’aria si fa pesante, mesta di ricordi, quasi soffocante: tutti noi visitatori osserviamo in religioso silenzio questi luoghi di aberrazione, passando una per una le celle fino ad arrivare al cortile: questo non è visitabile, ma si può facilmente vedere attraverso una vetrata. Nella nostra mente si concretizzano immagini di morte e la tristezza ci assale. In fondo, però, è giusto che noi giovani possiamo visitare questi luoghi e renderci conto di quanta sofferenza, quanto odio e quanta malvagità l’uomo può provare e far provare.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dopo circa due ore di visita lasciamo il NS-Dokumentationszentrum ricchi di una nuova esperienza vissuta e contenti di aver visto come, anche a Colonia, la memoria sia ben conservata e accessibile a tutti, senza censure né vergogna ma, invece, con grande consapevolezza.

Colonia_blog_2
Foto e testimonianze

Orari e Tariffe

Il NS-Dokumentationszentrum di Colonia si trova in Appellhofplatz 23-25 ed è raggiungibile con la metro omonima “Appellhofplatz” o a 10 minuti a piedi dalla stazione centrale.

Il NS-Dokumentationszentrum di Colonia è aperto dal Martedì al Venerdì dalle 10.00 alle 18.00, il Sabato e la Domenica dalle 1.00 alle 18.00.

Ogni primo giovedì del mese l’apertura sarà dalle 10.00 alle 22.00.

Il Centro è chiuso il lunedì e durante la festività del Carnevale.

Il prezzo di entrata è di 4,50 euro per gli adulti e di 2,00 euro per il ridotto.

L’ingresso è gratuito per i minori di 6 anni e per i residenti fino a 18 anni.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

Le mostre più belle: la mostra fotografica di Narrando Oltrepò

Da quando ho fondato questo blog mi sono accorta di alcuni eventi vicini ai luoghi che frequento per le mie fotografie. Instagram ha poi aiutato ad allargare il cerchio delle amicizie e delle conoscenze. E’ proprio tramite questo social che ho potuto conoscere la realtà del blog Narrando Oltrepò (cliccate qui per visitarlo), blog che si occupa di far conoscere il territorio dell’Oltrepò Pavese attraverso il racconto di questo territorio, grazie agli articoli della sua fondatrice, Roberta Tavernati, e alla collaborazione di altri utenti. Ebbene, tramite Instagram sono venuta a conoscenza che Narrando Oltrepò aveva organizzato una mostra di fotografie inerenti a questo splendido territorio e che questa mostra si sarebbe tenuta a Casteggio. Potevo forse mancare?

MostrafotograficaNarrandooltrepò

Conoscete la risposta.

Dunque, insieme a mio padre, ho deciso di visitare la mostra per ammirare gli scatti raccolti da Roberta: la piccola esposizione, che si è tenuta in Piazza Dante, mostrava degli scatti suggestivi delle nostre colline, di alcuni scorci ben conosciuti (pensiamo a Varzi o a Cigognola) ma anche alcune fotografie del tutto originali e ben eseguite. Tutte comunque mostravano la passione del fotografo per questo territorio e la voglia di farlo conoscere attraverso i propri scatti.

Questa mostra era una manifestazione in Oltrepò e per l’Oltrepò, un’esposizione che si vuole imporre come capofila per dimostrare quanto il territorio a sud di Pavia sia importante e, ovviamente, spettacolare.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Durante la serata ho potuto conoscere Roberta che è era entusiasta per la mia presenza (forse fin troppo!): fin da subito abbiamo capito che potevamo collaborare per promuovere la realtà dell’Oltrepò e subito ci siamo scambiate idee e progetti. Narrando Oltrepò è dunque nato non per essere un nuovo portale di mera promozione, ma per raccontare la storia di questo territorio attraverso chi lo vive, chi lo apprezza, chi lo fotografa: un “blog aperto” che desidera veicolare un messaggio di bellezza. Con Roberta ho dunque scambiato alcune idee e abbiamo deciso di incontrarci al di fuori di questa manifestazione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Oltre a Roberta, ho potuto fare conoscenza con un’altra ragazza che stima e apprezza l’Oltrepò, in particolare l’Alto Oltrepò, e che ha deciso di farlo conoscere attraverso un modo davvero singolare: raccontandone le favole. Valentina Balma (@valijbv su Instagram) è un’illustratrice originaria di Cegni, frazione di Santa Margherita Staffora, che ha deciso, insieme a suo marito, di raccontare attraverso le sue illustrazioni, le favole che le venivano raccontate da sua nonna quando era piccola. Un’impresa tutt’altro che semplice dato che queste favole non erano mai state trascritte da nessuno e perchè spesso erano completamente, o quasi, raccontate in dialetto. Valentina però ha preso a cuore questo progetto e ha già trascritto due favole, dal titolo “Il Cagnolino di San Giacomo” e “La Pussa del Boiba Mucetto”.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Penso che questo modo di raccontare le tradizioni, con le illustrazioni su carta, sia davvero un grande servizio che Valentina dà al suo territorio, ma anche a tutti noi che, attraverso i suoi racconti e ai suoi disegni, riscopriamo un mondo fatto di simpatici animaletti e dalle loro storie, con un legame forte verso la terra e le tradizioni.

Una serata ricca di incontri, di emozioni, di possibilità e di sorrisi: questa è stata la mia esperienza alla mostra di fotografie di Narrando Oltrepò.

IoeRoby
Io e Roberta di Narrando Oltrepò

Alla prossima di sicuro non mancheranno le mie foto!

Unica pecca? Che sia durata troppo poco!

Per conoscere Narrando Oltrepò, visitate il sito.

Per conoscere Valentina Balma, inviatele una mail a balmavale@tiscali.it o cercatela su Instagram e Facebook!

Diario di viaggio: Verona – Giorno 3

Cari amici e amiche, siamo giunti quasi al termine del viaggio a Verona, un viaggio ricco di emozioni, dove siamo riusciti a gustarci la leggendaria ospitalità veneta e dove il divertimento non è certo mancato.

Se non avete ancora letto il primo giorno, rimediate cliccando qui e non perdetevi il secondo giorno cliccando qui! Se invece siete interessati alla pianificazione di questo viaggio, leggete l’articolo cliccando qui!

Verona (2)

L’itinerario di questa giornata seguirà alcune tappe principali:

  • La Basilica di Sant’Anastasia
  • Il Duomo
  • Il Ponte di Pietra
  • Castel San Pietro
  • Il Teatro Romano
  • Giardino Giusti
  • Il Museo di Storia Naturale

Due pilastri della cristianità: Santa Anastasia e il Duomo

Ancora una volta la sveglia suona presto (non esiste che in vacanza si dorma, per buona pace di Gabriele) e dopo una bella colazione ci si mette subito in cammino verso la Basilica di Sant’Anastasia, che si trova poco distante dalla nostra base di partenza. Una volta entrati e mostrato il pass (anche qui non senza un’opportuna verifica della sua veridicità), rimaniamo subito estasiati dalla grandezza e dalla maestosità di questo luogo sacro. Verona sembra la città delle grandi Chiese ed è proprio così: in nessuna città che ho mai visitato ho visto tanta grandiosità (eccetto Roma).

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

la Chiesa è in realtà intitolata al santo domenicano Pietro Martire, tuttavia è conosciuta con il nome di Sant’Anastasia dato che in questo luogo si trovava un antico edificio di culto ariano dedicato ad Anastasia di Sirmio martire sotto le persecuzione di Diocleziano.

La costruzione dell’edificio che oggi possiamo vedere ebbe inizio nel 1260 ad opera di Manfredo Roberti, vescovo di Verona, su richiesta dei frati domenicani che ancora non avevano un proprio luogo di culto. Il cantiere ebbe inizio nel 1290 e fin da subito beneficiò di numerose donazioni e lasciti testamentari, come quelli degli appartenenti ai Della Scala. Caduta la signoria scaligera i lavori ebbero dei rallentamenti ma con la ritrovata stabilità politica successiva alla dedizione a Venezia ripresero alacremente. La chiesa venne consacrata solennemente il 22 ottobre 1471 dal cardinale e vescovo di Verona Giovanni Michiel, tuttavia i lavori continuarono per oltre due secoli non arrivando mai a completare la facciata.

All’interno della chiesa si possono ammirare tele e affreschi di noti maestri della pittura veronese e non, quali: Pisanello, Altichiero, Liberale da Verona, Stefano da Zevio, Nicolò Giolfino, e tanti altri.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Forse il motivo di tante visite è proprio l’affresco di Pisanello di San Giorgio e la Principessa, che si trova sopra l’arco della cappella Pellegrini: questa è una delle opere più famose del tardo gotico. Si tratta di un’affresco esterno alla cappella solo parzialmente conservato, di datazione incerta (tra il 1433 e il 1438 o tra il 1444 e il 1446). A causa delle numerose infiltrazioni di acqua provenienti dal tetto della chiesa, l’affresco è solo parzialmente osservabile e il restauro sarebbe davvero complicato da operare.

La Chiesa è impressionante per la sua bellezza e per la sua grandezza: il soffitto è alto e crea un’atmosfera ariosa e molto suggestiva.

Dopo aver visitato la Basilica di Sant’Anastasia, ci dirigiamo verso il Duomo, la chiesa forse più importante di Verona (anche se è una dura lotta tra San Zeno, San Fermo, Sant’Anastasia).

Purtroppo anche il Duomo ci ha presentato una sgradevole sorpresa: dopo aver verificato la veridicità del nostro documento, ci hanno dato i bigleitti senza l’audioguida gratuita (che veniva data a tutti i visitatori). Non abbiamo fatto rimostranze e siamo entrati perchè non ci sembrava il caso, anche se forse, con il senno di poi, sarebbe stato meglio far valere i nostri diritti.

Ve_17
La facciata posteriore del Duomo con la scultura dell’Angelo

In ogni caso la bellezza del Duomo è indiscutibile e di sicuro siamo rimasti estasiati anche da questo luogo. Passiamo ora alla descrizione consueta: la struttura attuale sorge nel luogo in cui venne edificata, nel IV secolo, la prima chiesa cristiana della città, probabilmente ad opera di San Zeno. La struttura primordiale venne rasa al suolo dal terremoto del 1117. La costruzione della nuova cattedrale fu iniziata tre anni dopo e terminò nel 1187. Risale al cinquecento l’attuale sistemazione della facciata mentre il campanile, costruito su un precedente campanile romanico, venne rialzato fino a 30 metri da Michele Sanmicheli e solo nel primo Novecento venne portato all’altezza attuale (circa 75 metri): nonostante tutto, il campanile non è stato ancora terminato dato che manca la cuspide. Una leggenda vuole che questo sia dovuto al fatto che nessun edificio potesse superare in altezza la Torre dei Lamberti ma la realtà ci dice che è per mancanza di fondi che non venne completato (ma la leggenda rimane comunque molto suggestiva!).

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’interno della Chiesa è diviso in tre navate da pilastri molto alti in marmo rosso di Verona che sostengono le arcate gotiche. Le prime tre cappelle di ogni lato presentano un aspetto unitario. La navata centrale è conclusa dalla cappella maggiore ed è stata realizzata dall’architetto Michele Sanmicheli. Le cappelle laterali sono arricchite da numerose sculture ed opere pittoriche, per lo più rinascimentali, la più famosa è quella con il dipinto dell’Assunzione della Vergine (1535) opera di Tiziano, mentre tra gli altri figurano molti artisti veronesi.

I veri protagonisti della storia veronese: i Romani

Dopo queste due bellissime chiese, ci dirigiamo verso il Ponte di Pietra e il Teatro romano, decidendo di visitare questo ultimo monumento prima del pranzo. A dire il vero, nella mia immensa ignoranza, non pensavo ci fosse un Teatro romano a Verona (dato che l’Arena si prende tanti meriti) e quindi quando l’ho scoperto sono rimasta un po’ sbigottita, ma non delusa affatto: se da una parte l’Arena ci testimonia una presenza romana importante, non sono nemmeno da sottovalutare la bellezza e l’importanza di questo luogo. Il Teatro romano è un teatro costruito all’aperto nel I secono a.C. presso il colle di San Pietro, all’interno delle mura romane e sulla sponda sinistra del fiume Adige. Il Teatro romano fa parte del Museo archeologico cittadino e viene adoperato come spazio teatrale durante l’estate: proprio qui viene ospitata l’Estate teatrale veronese sin dal 1948. Quest’ultimo è anche uno dei più grandi e antichi dell’Italia settentrionale.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ciò che possiamo osservare oggi sono i resti del Teatro originale dato che la primitiva struttura fu scossa da numerosi danni dovuti al tempo, agli eventi naturali e derivati dalla sepoltura al di sotto di edifici fatiscenti. Nel 1834 un ricco commerciante, Andrea Monga, acquistò i terreni dove un tempo sorgeva il Teatro e condusse degli scavi: la meraviglia fu tanta quando scoprì i resti. Non riuscì però a vedere compiuti i lavoro di demolizione e di scavo ma la sua opera non rimase incompiuta dato che il comune di Verona, nel 1904, acquistò la zona e li proseguì. Oggi possiamo vedere la cavea e la gradinata, molte arcate delle loggie e alcuni importanti resti della scena, oltre che i muri portanti dell’edificio scenico. Se si risale verso la sommità del colle si possono vedere anche i resti del tempio che coronava la struttura originale. Il Teatro era solo parzialmente visitabile a causa degli allestimenti che si stavano adoperando in vista degli spettacoli estivi, ma è stato comunque molto suggestivo vedere ancora una volta una traccia della magnificenza dell’epoca romana. Oltre al Teatro abbiamo visitato anche il Museo archeologico di Verona, istituito proprio qui nel 1924: non voglio anticiparvi nulla, perchè scriverò un articolo a riguardo, quindi vi racconto solo che il Museo è un importante luogo che custodisce numerosi reperti romani con circa 600 opere esposte nelle sale e con 150 altre opere esposte nella zona del chiostro esterno della Chiesa dell’ex convento qui costruito dalla congregazione dei Gesuati di San Girolamo sul colle di San Pietro.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dal chiostro si gode anche di una splendida veduta di Verona e in particolare del suo Ponte Pietra: il ponte è l’unico rimasto costruito nell’epoca romana ed è lungo 92,8 metri e larco 7,2 metri. Costituito da 5 arcate, di cui due sono di epoca romana insieme alla spalla sinistra, fu rimaneggiato dagli Scaligeri che costruirono la spalla destra con la soprastante torre e l’arco adiacente  e ancora dai venziani che costruirono le due arcate rimanenti con il grande tondo.

Pausa Focaccia e poi su fino a Castel San Pietro!

Se Verona continua a stupirci per quanto riguarda la sua ricchezza culturale, non può che fare lo stesso con il suo cibo e i suoi chioschetti: ancora una volta Moreno colpisce nel segno dato che ci ha consigliato un posticino davvero favoloso per mangiare una…Focaccia! La Focacceria Ponte Pietra si trova infatti a pochi passi dal Ponte Pietra e offre focacce di tutti i gusti e di tutte le misure! Assaporarla e gustarla davanti al Ponte Pietra o sulle rive dell’Adige è sicuramente una rilassante esperienza!

Con la pancia piena e un po’ accaldati ci rigiamo verso Castel San Pietro: decidiamo di raggiungerlo tramite la funicolare, dove troviamo un’addetta all’accoglienza molto simpatica e premurosa! Io poi adoro le funicolari e di solito non me ne faccio sfuggire nemmeno una durante i miei viaggi: sono stata in quella di Bergamo e in quella di Lione, ad esempio. La funicolare ci porta dunque al colle San Pietro dove è situato l’omonimo edificio militare: si tratta di una caserma asburgica costruita su un precedente fortificato, oggi però inutilizzata. L’interno è diventato un parco pubblico e il piazzale merdionale, dove arriva proprio la funciolare, è la meta preferita per chi vuole ammirare Verona dall’alto. In effetti lo spettacolo della città da questa prospettiva è sensazionale e di sicuro vale la pena salire fino a qui per vedere i tetti della bella città veneta.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Per scendere decidiamo di non usufruire della funicolare ma di proseguire a piedi lungo la stradina stretta che ci riporta al Ponte di Pietra: a scenderla è un conto, a salirla…Beh le mi anche avrebbero qualcosa di ridire (niente in realtà di così eccezionale eh, in una  buona mezz’ora a passo lento si sale, ma purtroppo ho a che fare con due anche già compromesse quindi meglio non sforzarle più di tanto!).

Verona_28
Verona in tutto il suo splendore

Tra cipressi e glicini: il Giardino Giusti e il suo Palazzo

Scesi soddisfatti, decidiamo di visitare la penultima tappa prefissata della giornata: il Giardino Giusti e il suo Palazzo.

Palazzo e Giardino Giusti non rientrano all’interno del nostro Pass dato che si tratta di beni privati ma di certo non è stato questo a farci desistere, anzi!

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Palazzo è stato costruito nel XVI secolo insieme all’omonimo giardino, considerato dagli esperti e non solo uno dei più belli esempi di giardino all’italiana. Durante la sua vita, il giardino fu modificato più volte e grande attenzione gli fu riservata dopo la Seconda Guerra Mondiale dato che molte piante furono stroncate dai massicci bombardamenti e dalle vicende belliche. L’aspetto della struttura che oggi possiamo ammirare è quello che gli ha donato Agostino Giusti, Cavaliere della Repubblica Veneta e Gentiluomo del Granduca di Toscana. Nel 1583 sempre Agostino insieme alla moglie Alda Malaspina trasferirono presso il Palazzo la loro residenza. Oggi sono visitabili sia l’Appartamento 900, in cui vissero i due coniugi, e il Giardino: la famiglia Giusti vi abitò fino al 1944, quando fu reso inagibile dai bombardamenti. La parte restante del Palazzo venne requisita come comando della Luftwaffe fin dal 1943. L’appartamento venne restaurato nel 1954 da Alberto e Mary Farina, che lo presero in affitto vitalizio dai Giusti e che vi abitarono dal 1954 al 1984.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Non voglio raccontarvi di più di questo luogo storico, anche perchè, come per il Teatro Romano, vorrei dedicargli un articolo a sè: non me ne vogliate ma questi sono luoghi talmente belli e ricchi di storia che vorrei proprio venissero approfonditi sul blog, così come per il Museo di Storia Naturale, di cui leggerete qualche informazione a breve.

Il Giardino è davvero meraviglioso e ben curato, sebbene richieda una manutenzione continua: la pulizia e l’ordine devono essere sempre mantenuti e il visitatore deve trovare questo luogo sempre accogliente e a misura d’uomo. Numerose sono le aree dove possiamo sederci e rilassarci, lontani dal caos della vita ferenetica o anche solo dal traffico cittadino: i glicini profumati rendono il muro di confine una dolcezza per gli occhi e i cipressi sembrano traghettarci verso la Toscana. La vista dal belvedere, sul cosiddetto “Mascherone” per via del volto grottesco qui scolpito, mostra il giardino in tutta la sua bellezza, e non solo quello: da questa terrazza si presta anche Verona a dare il suo spettacolo di bellezza, ancora una volta.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Non può mancare il Museo di Storia Naturale

Dopo esserci riposati all’ombra, cullati da una piacevole brezza, decidiamo, anche se con un po’ di stanchezza, di dirigerci verso l’ultima tappa di questo penultimo giorno a Verona: Il Museo di Storia Naturale di Verona. Il Museo non può mancare assolutamente: durante la mia visita a Verona del 2016 non ero riuscita a visitarlo per mancanza di tempo ma questa volta non me lo sono fatta sfuggire. Tra l’altro, Gabriele adora i musei di Storia Naturale e quello di Verona vale sicuramente una visita!

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Museo è ospitato presso Palazzo Pompei, uno degli edifici più importanti dal punto di vista architettonico e storico di Verona e si compone di sedici sale espositive, della biblioteca e degli uffici museali. Le sezioni toccano le più importanti scienze: la zoologia, la geologia, la paleontologia, la mineralogia. Le collezioni del museo sono incrementate  dalle numerose campagne di ricerca (floristiche, faunistiche, paleontologiche e preistoriche) svolte nel territorio veronese, in Italia e nelle missioni all’estero, da donazioni e acquisti. Il Museo ospita e conserva un patrimonio naturalistico che ha oggi una consistenza di oltre 3.000.000 di esemplari. Ovviamente non tutto il patrimonio è esposto, ma se volete apprezzarlo davvero a pieno, dovete assolutamente dedicarvi almeno due ore del vostro tempo.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Usciti da questo fantastico museo dove siamo rimasti a bocca a parte soprattutto per la grande mole di fossili provenienti da Bolca e dal Veronese (leggete qui il mio articolo a riguardo) decidiamo di rientrare in B&B per una doccia e per un attimo di riposo: alla sera ci attende una buona cena presso il Ristorante Pizzeria Torre 5 che mi avevano consigliato e che non ci ha affatto delusi.

Con un po’ di malinconia ci apprestiamo a rientrare in camera dopo una bella passeggiata rilassante al chiaro di luna, allietati ancora una volta dalla vista dell’Arena e dai vicoli che ci riportano verso il nostro Bed and Breakfast.

Ringrazio ancora una volta lo IAT Verona – Ufficio del Turismo per la grande opportunità che ci ha riservato.

Per ulteriori informazioni e riferimenti:

IAT Verona – Ufficio del Turismo

Basilica di Sant’Anastasia

Duomo di Verona

Museo Archeologico al Teatro Romano

Giardino Giusti

Museo di Storia Naturale

Riferimenti: #visitverona, #visitveneto, #veronatouristoffice, #IatVerona, #Verona e @veronatouristoffice.