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I luoghi della storia: Palazzo Ducale a Mantova

Se decidete di visitare Mantova, non potete perdervi l’attrazione principale della città: il Palazzo Ducale. Io l’ho visitato tre volte e l’ultima in occasione di un viaggio d’Istruzione con una delle mie classi e ne sono rimasta molto colpita, sia per la grandezza del luogo che per le opere quivi custodite. Che aspettiamo? Scopriamo insieme i suoi segreti!

Mantova

Il Palazzo Ducale, o reggia dei Gonzaga, è stato dal 1308 la residenza dei nobili della città: prima dei Bonacolsi e successivamente dei Gonzaga, che scalzarono i precedenti proprietari e divennero i nuovi signori di Mantova fino al loro declino e all’arrivo degli austriaci con Maria Teresa d’Austria.

Siccome ogni duca e signore ha voluto ingrandire il Palazzo, ritagliandosi uno spazio personale per sé e per le proprie opere, oggi il complesso misura più di 35.000 metri quadrati, solo parzialmente visitabili: questa mole innalza il Palazzo a seconda reggia più estesa in Europa dopo i palazzi Vaticani. Si contano più di 500 stanze, 8 cortili e ben 7 giardini (di cui uno pensile).

Le varie parti del Palazzo hanno anche età di verse: il primo complesso venne fatto costruire dalla famiglia Bonacolsi nel XIII secolo ma è solo con i Gonzaga che il Castello divenne ciò che possiamo ammirare ora: il duca Guglielmo incaricò prima il prefetto delle Fabbriche Giovan Battista Bertani perché collegasse i vari edifici in forma organica e poi Bernardino Facciotto che completò l’integrazione di giardini, piazze, loggiati, gallerie, esedre e cortili, fissando definitivamente l’aspetto della residenza ducale.
Nei quattro secoli di dominazione gonzaghesca la reggia si espanse gradualmente, sia con aggiunta di nuove costruzioni, sia modificando quelle esistenti. Si formarono diversi nuclei che presero il nome di:

Del complesso facevano parte anche alcuni edifici e cortili demoliti, tra i quali la Palazzina della Paleologa e il Teatro di corte.

L’interno del palazzo è quasi spoglio poiché, in seguito a ristrettezze finanziarie, i Gonzaga, iniziando dal duca Ferdinando, alienarono opere d’arte e arredi. Ulteriori spogliazioni furono causate dal sacco di Mantova del 1630 e dalle sottrazioni dell’ultimo duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers, riparato a Venezia nel 1707.

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Il Castello di San Giorgio, che fa parte del Palazzo Ducale

Con il biglietto acquistato direttamente in piazza Sordello, potrete visitare tutte le parti aperte al pubblico del complesso, che sono di sicuro poche rispetto al numero generale, ma non per questo meno interessanti e belle. Degna di nota (da sola questa può valere la visita) è la celebre Camera degli Sposi, dipinta da Andrea Mantegna per celebrare la grandezza del suo committente, Ludovico III Gonzaga. La stanza si trova nel complesso del Castello di San Giorgio (sempre di pertinenza del Palazzo Ducale), nel torrione di nord-est ed ha un accesso separato rispetto al complesso principale. Per via della delicatezza degli affreschi, il numero massimo di persone a cui è consentita l’entrata è di 25 massimo.

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La decorazione della stanza venne commissionata a Mantegna in quanti pittore di corte dal 1460 e in origine questa camera aveva due funzioni: quella di camera da letto di rappresentanza e quella di sala delle udienze.

La sequenza degli eventi raffigurata nella stanza non è ancora del tutto chiara agli studiosi: sulla parete principale possiamo osservare Ludovico che riceve una lettera, dove probabilmente si dichiara che Francesco, il suo primogenito, fu investito della carica di Cardinale mentre in quella adiacente troviamo Francesco stesso che torna a Mantova nel 1472 in occasione della sua investitura ad abate commendatario di Sant’Andrea.

La camera viene detta “degli Sposi” non tanto per il fatto di essere una camera nuziale, ma per l’affresco che raffigura Ludovico e sua moglie, Barbara del Brandeburgo, in posizione dominante rispetto a tutti gli altri personaggi affrescati.

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L’oculo sul soffitto

Dopo la morte del protagonista di questa magnifica stanza, la camera cadde a poco a poco in rovina, fino ad essere esposta perfino alle intemperie e solo dal 1875 venne rivalutata e restaurata man mano, fino a riacquisire la sua notorietà perduta. Oggi la Camera degli Sposi viene visitata soprattutto per osservare l’oculo, cioè l’affresco della finestra circolare sul soffitto: si tratta di un tondo aperto illusionisticamente verso il cielo, che doveva ricordare il celebre oculo del Pantheon, il monumento antico per eccellenza celebrato dagli umanisti. Nell’oculo, scorciati secondo la prospettiva da “sott’in su”, si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata dalla serva di colore, un gruppo di domestiche, una dozzina di putti, un pavone (riferimento agli animali esotici presenti a corte, piuttosto che simbolo cristologico) e un vaso, sullo sfondo di un cielo azzurro. Per rafforzare l’impressione dell’oculo aperto, Mantegna dipinse alcuni putti pericolosamente in bilico aggrappati al lato interno della cornice, con vertiginosi scorci dei corpicini paffutelli. Il suggestivo oculo è forse il motivo più pressante per una visita al complesso del Palazzo Ducale, ma non l’unico.

 

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Dopo averla visitata, infatti, vi consiglio di prestare la stessa attenzione ai dettagli al resto del corpo visitabile del Palazzo, in particolare alla Sala da Ballo, che ricorda molto la Sala degli Specchi di Versailles. Adiacente alla Sala da Ballo si trova la tela più famosa di tutto il complesso:  La Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga opera di Pietro Paolo Rubens realizzata per la chiesa della Santissima Trinità nel 1605. La vicenda di questa tela è assolutamente straordinaria: durante l’invasione Napoleonica, i francesi tentarono di trafugare l’opera ma incontrarono delle difficoltà nel trasporto in quanto la tela risultava troppo grande ed in ingombrante: così, venne tagliata in pezzi. Dopo la sconfitta di Napoleone e la fine del suo Impero, i mantovani riottennero la tela ormai mutilata ma si impegnarono al massimo per recuperare la maggiorparte dell’opera. Oggi possiamo vederla quasi del tutto integra se non per alcune parti conservate, per fortuna, nei musei più prestigiosi del mondo.

Il Palazzo riserva ancora tantissime sorprese, tra cui la Sala dello Zodiaco, con il soffitto affrescato da Lorenzo Costa il Giovane nel 1579. La sala viene anche ricordata come la sala di Napoleone I, in quanto fu la stanza da letto del Bonaparte. Il soffitto è ricco di simbologia in quanto ogni figura rappresenta un concetto ben preciso: per esempio, la coppa dei sacrifici e delle libagioni allude all’immortalità del casato dei Gonzaga, e la Dea Diana, raffigurata in dolce attesa, è la trasfigurazione di Eleonora d’Austria.

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Ancora, una menzione la meritano le sale degli Arazzi, ben quattro, con stupendi arazzi intrecciati a mano chiamati “raffaelleschi” perchè si basano su cartoni con disegno preparatorio di Raffaello.

Il Palazzo Ducale a Mantova è la meta preferita di tutti i viaggiatori che si apprestano a visitare la città: nonostante l’abbia visitato ben tre volte, ci tornerei immediatamente perchè in ogni visita ho scoperto qualcosa di nuovo, qualche aneddoto o curiosità in più rispetto alla visita precedente. Vi consiglio caldamente di prenotare la visita per la Camera degli Sposi (per i gruppi è addirittura obbligatoria la prenotazione).

Mantova è davvero una città straordinaria, ricca di storia e di monumenti affascinanti. Se avete ancora del tempo dopo la visita al Palazzo e al Centro storico (con la bellissima Basilica di Sant’Andrea), optate per una bella navigazione sui Laghi di Mantova con uno dei tanti battelli: la vista sulla città è spettacolare e in più potrete godere di una spiegazione chiara ed esaustiva sulla formazione dei Laghi e sull’ecosistema lacustre.

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Il Palazzo Reale visto dal battello

Un’escursione in giornata: Marostica

Nel corso di questo 2018 sono riuscita a viaggiare in lungo e in largo per l’Italia, visitando mete poco conosciute e cittadine pittoresche. In occasione dell’evento “Opera on Ice”, sono giunta a Marostica, ridente cittadina medievale in provincia di Vicenza. La città degli scacchi, conosciuta anche per la sua bellissima cinta muraria, è sede di importanti festival folkoristici ed eventi molto interessanti. Scopriamo insieme la storia di questa ridente città del vicentino.

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La cinta muraria di Marostica

I primi insediamenti prendono vita in epoca preistorica grazie alla presenza di pendii soleggiati e la stretta vicinanza con la fertile pianura. Tracce più o meno tarde sono infatti riferibili ai Paleoveneti.

Con la caduta dell’Impero Romano, il centro abitato fu protagonista di un susseguirsi di governi e cadute, fino ad arrivare alla dominazione del ducato di Vicenza.

Dopo l’invasione dei Longobardi, fu la volta dei Franchi, nonchè degli Ungari.

Durante il Basso Medioevo queste terre divennero feudo degli Ezzellini, che, dopo una grossa espansione, entrarono in conflitto con il Comune di Vicenza, faida che causò un saccheggio di Marostica nel 1197. Solo nel 1218 la città venne ceduta a Vicenza dietro il pagamento di quarantamila lire veronesi.

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L’indipendenza di Vicenza cessò nel 1266, quando la città entrò sotto l’orbita di Padova. Cangrande della Scala fece costruire il famoso castello di Marostica, articolato ancora oggi in un castello inferiore ed uno superiore, mentre la cinta muraria, ancora oggi presente, fu costruita da Cansignorio della Scala nel 1372. Nel 1404 Marostica passò ancora di mano, questa volta sotto la Repubblica di Venezia. Sotto il governo della Serenissima, ci fu un rimodernamento urbano notevole.

Dopo la caduta di Venezia nel 1797, Marostica segui le vicende e le sorti del Veneto, passando sotto la Francia di Napoleone Bonaparte

Nel 1866, al termine della terza guerra d’indipendenza, il Veneto entrò a far parte del Regno d’Italia.

Gli anni successivi si caratterizzarono per lo sviluppo dell’industria della paglia, che portò la città a divenire uno dei più importanti centri del settore sino alla prima guerra mondiale.

Il primo conflitto, combattuto sul monte Grappa e sull’altopiano di Asiago, coinvolse anche Marostica che divenne centro di acquartieramento delle truppe. Si cita fra tutti il “Comando-tappa” di Vallonara, dove sostò anche la celebre Brigata Sassari.

Della seconda guerra mondiale va ricordata la Resistenza, con il sacrificio di quattro giovani partigiani fucilati nel cortile del castello Inferiore (gennaio 1944)

Sicuramente una menzione d’onore meritano gli scacchi, dato che Marostica si è guadagnata la sua fama mondiale proprio grazie a questo gioco. Negli anni pari, il secondo fine settimana di settembre, viene disputata la Partita a Scacchi Viventi che si ispira ad una vicenda ambientata nel 1454, benchè ancora oggi si discuta sulle fondamenta storiche di questo avvenimento. La sfida è tra due nobili della città, Rinaldo d’Angarano e Vieri da Vallonara. Secondo la celebre trama, entrambi si innamorarono della bella dama Lionora ma il padre di lei vietò ai due un duello, per evitare spargimenti di sangue. Così, si decise che la mano della giovinetta si dovesse vincere con una partita a scacchi. L’esito non voglio raccontarvelo, vi consiglio di vederlo dal vivo, in questa interessante città!

Oltre ai due sfidanti, la partita è incorniciata da oltre 600 figuranti tra cavalli, armati, sbandieratori, sputafuoco, guitti, gentiluomini e dame. Un tuffo nel Medioevo in grande stile!

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La mia visita a Marostica si è tenuta durante Opera On Ice, manifestazione di pattinaggio artistico che si tiene da due anni nella celebre Piazza degli Scacchi. Se ho potuto godere di uno spettacolo davvero memorabile, con le stelle del pattinaggio di figura sia italiane che internazionale che si sono esibite in performance straordinarie, dall’altra parte questo meraviglioso spettacolo ha però inficiato sulle mie fotografie, a causa del fatto che la Piazza, stella della città, è stata completamente murata e chiusa al pubblico per l’allestimento degli spalti. Ahimè, questo mi ha impedito di scattare delle belle fotografie. Ma non mi sono abbattuta, anzi! Una buona occasione per ritornare a Marostica, e sicuramente non mancherà il divertimento, grazie ai numeori eventi che vengono organizzati durante tutto l’anno!

Marostica dunque mi ha sorpreso piacevolmente, grazie ai suoi stretti e caratteristici portici, alle sue viuzze e alla sua imponente cinta muraria. Un piccolo gioiello vicentino, in un territorio che non si può non visitare.

 

Il Museo di novembre: il Museo della Confluenza di Lione

Durante il mio viaggio a Lione sono riuscita a visitare moltissimi muesei e luoghi culturali. Nessuno di questi però è stato così particolare come il Museo delle Confluenze, così chiamato a causa della sua posizione, alla confluenza tra il fiume Rodano e la Saona.

 

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I grandi reperti fossili del Museo

 

Il Museo delle Confluenze si propone di far vivere al visitatore un viaggio incredibile attarverso la storia non solo dell’uomo, ma della Terra e degli esseri viventi, in un’avventura che tocca tutti i continenti per rimanere stupiti di quanto il nostro Pianeta sia bello e variegato.

Attraverso 3 piani espositivi, di cui uno per le mostre temporanee e due per l’allestimento permanente, il museo vi proietterà in universi sconosciuti, cercando sempre di essere esplicativo e alla portata di tutti. Si scopre dunque l’origine della vita, grazie alla straordinaria storia dell’evoluzione, mostrando reperti fossili e modelli a grandezza aumentata, oltre che video interativi e pannelli dettagliati. La disposizione delle sale è diversa dall’allestimento classico, dove i reperti sono mostrati in teche più o meno grandi: al Museo delle Confluenze il visitatore è immerso in prima persona in quella che è una vera e propria esperienza didattica, dove l’uomo è non solo il protagonista, ma anche colui che deve farsi carico di amare e proteggere questa bellissima diversità di esseri viventi e forme di vita, di culture e tradizoni.

 

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Gli esseri viventi, umani e non, tessono nel mondo una rete di legami variegati, un ordito in cui tutto è connesso e correlato. Il percorso si sviluppa in modo naturale attraverso questi legami, rappresentati da 27 km di corde. Questa scenografia, interamente metaforica, rende inoltre tangibili i legami asimmetrici che uniscono le diverse specie del mondo vivente.

Oltre al focus sul legame degli esseri viventi, una buona parte della mostra permanente è incentrata sull’uomo e sulla sua evoluzione, con le più grandi scoperte scientifiche e meccaniche in esposizione.

 

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Le scoperte tecnologiche del Museo

 

Grande spazio è dato anche alle mostre temporanee, posizionate al piano terra del Museo: con 4 spazi ampi e articolati, il Museo offre una grande varietà di esposizioni temporanee.

Durante la mia visita a luglio del 2018, sono rimasta davvero colpita dall’allestimento e dalle mostre. Con la Lyon Card sono entrata gratis (di nuovo, grande acquisto questa Lyon Card!) e sono rimasta davvero estasiata da tutto ciò che mi è stato mostrato: le mostre temporanee su Hugo Pratt, il maestro creatore di Corto Maltese, Lo Spirito del Giappone, che mostrava le tradizioni giapponesi fatte di esseri mistici e mostruosi, La Mostra sui Tuareg, con suppellettili e abiti di questa fantastica popolazione nomade, e la Mostra sugli allestimenti museali, su cosa si deve mostrare in un museo oppure no, sono state esperienze davvero uniche e assai costruttive, in spazi molto grandi e ben allestiti.

 

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Il Museo di trova a Lione, in 86 quai Perrache e segue i seguenti orari:

Martedì, mercoledì e venerdì 11:00 – 19:00
Giovedì 11:00 – 22:00
Sabato, Domenica e festivi 10:00 – 19:00
Chiuso il lunedì, il 1° gennaio, il 1° maggio, il 1° novembre e il 25 dicembre
Chiusura degli sportelli 18:15 | giovedì alle 21:15
Aperto il lunedì di Pasqua, 6 aprile 2015 e il lunedì di Pentecoste, 25 maggio 2015.

Il costo dei biglietti è il seguente:

Adulti tariffa piena — 9 €
Adulti a partire dalle 17:00 — 6 €
Giovani 18-25 anni impiegati — 5 €

Ingresso gratuito su presentazione di un giustificativo
Giovani fino a 18 anni, liceali, apprendisti e studenti fino a 26 anni
Tessere ICOM, stampa, guida conferenziere.

Accesso gratuito e prioritario per i detentori della Lyon City Card
Il pass cultura e tempo libero di Lione, in vendita agli sportelli del museo.

 

 

Un’escursione in giornata: Tarvisio

Durante i miei viaggi estivi di quest’anno, ho deciso di partire quattro giorni verso il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia: chi mi segue sa che ogni anno mi dirigo verso est per esplorare questa magnifica regione ed il suo Paese confinante, così simili eppure diversi. Quest’anno ho deciso di fissare la mia base a Tarvisio, piccola e caratteristica cittadina montana dal sapore retrò.

 

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Chiesa dei Santi Pietro e Paolo e Piazza Unità

 

Tarvisio ha origini romane, e come per molti insediamenti, fu edificata su un piccolo agglomerato abitato in passato da una popolazione celtica, i Taurisci. Dopo il periodo romano, nel Medioevo divenne possesso del Capitolo di Bamberga (leggi il mio articolo su Bamberga, cliccando qui) e a partire dal XII secolo assunse un ruolo commerciale molto importante e dal 1456 il vescovo di Bamberga ottenne il privilegio di tenere una fiera annuale, che si tiene tutt’ora.

Dal XV secolo Tarvisio divenne ancora più importante grazie alla fioritura dell’industria del ferro. La città venne poi coinvolta nella Guerra di Gradisca (1615-18). Dopo alcuni spostamenti del confine, Tarvisio tornò austriaca e in epoca napoleonica fu teatro di battaglie tra austriaci e francesi.

Nel 1919 la città entrò a far parte del Regno d’Italia.

 

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Monumento ai caduti

 

Tarvisio divenne assai importante durante la Seconda Guerra Mondiale in quanto la Resistenza italiana ebbe inizio proprio qui, in questa città, nella notte tra l’8 ed il 9 settemnre 1943, proprio dopo la firma dell’Armistizio: nella cittadina vi era un presidio di 300 uomini della Guardia di Frontiera (GaF); essendo un confine alleato, quello autriaco, la presenza della GaF era del tutto simbolica. Dal 25 luglio, a Ugovizza, era presente un reggimento di Waffen SS e nella piana di Arnoldstein, appena aldilà del confine, erano acquartierate intere divisioni tedesce in assetto di guerra. Una volta saputo dell’Armistizio e dopo l’intimazione alla resa da parte dei tedeschi, il colonnello capo delle GaF Giovanni Jon preparò la caserma alla resistenza e si asserragliò con le guardie. La resistenza durò ben poco in quanto i tedeschi erano in superiorità numerica e meglio equipaggiati: con un colpo di anticarro distrussero il centralino. Dopo una battaglia di 6 ore, il colonnello Jon ordinò il cessate il fuoco: il bilancio era di 180 morti e 25 feriti della GaF, mentre i tedeschi registravano 80 caduti. I superstiti della GaF, in tutto 95, furono poi imprigionati ed internati nei lager tedeschi.

In questa battagglia venne anche ferita la prima donna che fu insignita della Medaglia d’Argento alla Resistenza, Luigia Picech, sopravvissuta fino al 1981. Nonostante il fuoco nemico, riuscì a tener aperto il centralino, fino a che non venne raso al suolo.

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Tarvisio è dunque una cittadina ricca di storia e non si può non visitare. Oltre alla bellezza della città, ricca di negozi, ristoranti tipici, e strutture sciistiche, i dintorni di Tarvisio offrono molte attività interessanti, tra cui la possibilità di accedere in funivia al santuario di Monte Lussari, oppure visitare il museo della Miniera di Raibl e il suo Parco Geo-Minerario, o ancora il Museo della guerra di Predil, i Laghi di Fusine ed il Lago del Predil.

 

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Il panorama da Tarvisio

 

Io ho alloggiato presso la Foresteria Militare di Tarvisio insieme al mio papà (dato che è militare) e poi ho gironzolato la città in lungo e in largo, fermandomi alla Chiesetta dei Santi Pietro e Paolo, o a mangiare un buon gelato presso le numerose gelaterie. Da non dimenticare il grande Mercato Coperto, che vi potrà offrire vestiario per tutti i gusti! Troverete anche negozi per gli sportivi e per gli amanti del buon cibo, con le specialità friulane e del tarvisiano.

Scoprendo Pavia: la Chiesa di Santa Maria del Carmine

Da grande affezionata della mia città, voglio aprire una nuova rubrica che racconti i segreti di Pavia, sempre in ottica “vagabonda”, con il mio stile.

Iniziamo con un piccolo spaccato di storia, scoprendo le radici di Ticinum Papia.

Il primo insediamento in area pavese si deve ad antiche popolazioni della Gallia, probabilmente Levi, Marici o Insubri. La città vera e propria venne però fondata dai Romani, e questo è ben evidente dalla pianta rimasta intatta, a castrum (accampamento militare). Con il declino dell’Impero Romano, la città venne saccheggiata ripetutamente fino alla conquista dei Longobardi, che nel 572 ne fecero la capitale del loro regno in ascesa: da questo momento la città assunse il nome di Papia, perdendo il toponimo di Ticinum affibiatole dai Romani.

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Facendo un piccolo balzo, arriviamo all’epoca di Federico Barbarossa: Pavia fu fedele all’imperatore durante le guerre con la Lega Lombarda. Successivamente venne annessa al Ducato di Milano, sotto il dominio della famiglia Visconti. E’ il 1360.

Pavia torna protagonista sulla scena europea grazie alla famosa Battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 tra i Francesi e gli Imperiali spagnoli: questi ultimi furono i vincitori perché il capitano di ventura Cesare Hercolani, ferendo il cavallo del re Francesco I di Francia, ne permise la cattura, meritandosi il soprannome di vincitore di Pavia e la gratitudine dell’imperatore spagnolo Carlo V d’Asburgo.

Successivamente, la città vide molte dominazioni dal XVIII al XIX secolo: spagnoli, francesi ed austriaci se la contesero insieme ad altre grandi città lombarde, fino al 1859 quando divenne parte del Regno di Sardegna, il futuro Regno d’Italia.

Pavia è dunque una città ricca di storia e di fascino, che conserva molto bene gli antichi splendori del passato. Molti illustri personaggi sono passati da qui, tra cui Napoleone Bonaparte, Ugo Foscolo, Ada Negri, Camillo Golgi, Lazzaro Spallanzani, Maria Teresa d’Austria, e molti altri ancora. Tutti, a loro modo, hanno contribuito alla grandezza di questa città, oggi ancora molto visitatada turisti attirati dalle sue bellezze architettoniche e dai suoi monumenti.

Con questa rubrica vorrei farvi conoscere più nel dettaglio i suoi luoghi, i suoi scorci, la sua storia.

Dopo il Castello Visconteo, Piazza della Vittoria e la Basilica di San Michele, il Ponte Coperto, e le Torri medioevali, ora è la volta della Chiesa di Santa Maria del Carmine.

La Chiesa di Santa Maria del Carmine è uno dei più importanti luoghi di culto di pavia ed uno dei più importanti esempi dello stile architettonico gotico lombardo.La costruzione iniziò nel 1374 ma proseguì molto a rilento dato che i Visconti erano impegnati nella costruzione della Certosa di Pavia (leggi qui il mio articolo) e venne ultimata solo nel 1461. La costruzione avvenne per opera dei carmelitani dove era già edificata la chiesa romanica dei Santi Faustino e Giovita.

Di sicuro, ciò che colpisce instantaneamente è l’imponente facciata che domina l’omonima piazza: l’ispirazione è romanica ma le deorazioni sono senza dubbio gotico-lombarde. I portali sono 6 e dividono la facciata in cinque campi verticali. La parte centrale è occupata da un grande rosone estremamente elaborato realizzato in cotto: nella parte più esterna sono raffigurate delle teste di angeli mentreai lati del rosone, nelle due nicchie si trovano le statue dell’arcangelo Gabriele e della Vergine Annunziata. Al di sopra del rosone vi è una nicchia che accoglie un bassorilievo raffigurate il Padre Eterno.

La Chiesa ha una pianta a croce latina a tre navate: la navata centrale, di altezza doppia rispetto alle minori, è suddivisa in quattro campate quadrate che, nelle navate laterali, sono suddivise a loro volta in due campatelle quadrate aperte su due cappelle sempre di pianta quadrata. Nel presbitero è collocato l’altare di marmo che ha subito un pesante intervento di restauro nel 1832 (molte parti della facciata, compresa la facciata, hanno subito dei restauri nel 1800). L’altare è sovrastato da un tempietto circolare con il Cristo trionfante. Nella parete absidale, sopra l’altare si apre una vetrata policroma raffigurante al centro la Madonna in trono con il Bambino.

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Lungo le due navate si sviluppano otto cappelle per ognuno dei due lati: per il lato destro si annoverano la Cappella del Crocifisso, la seconda Cappella, la Cappella di San Pio X, la Cappella dell’Angelo Custode, la Cappella dell’Assunta, la Cappella di Sant’Anna, l’Ex Cappella di San Giulio, la Cappella dell’Immacolata, mentre nella parte sinistra si hanno la Cappella del Battistero, la seconda Cappella, la Cappella del Beato Contardo Ferrini, la quarta Cappella, la Cappella di bernardino da Feltre, la Cappella di San Giuseppe, la Cappella di San Giovanni Bosco, la Cappella del Sacro Cuore.

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Il Campanile è risalente il 1450 ed è caratterizzato da una trifora adorna di colonne di marmo. Riccamente decorato, è uno dei simboli della città e svetta maestoso sul centro di Pavia.

Nella piazza del Carmine, proprio davanti alla facciata, si trovava la Chiesa della Santissima Trinità, oggi trasformata in appartamenti residenziali, mentre difronte alla Chiesa si trova Palazzo Langosco-Orlandi, palazzo residenziale di epoca rinascimentale.

 

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Palazzo Langosco-Orlandi.

 

 

Curiosità su Santa Maria del Carmine

  • Nel chiostro ha sede il Liceo Scientifico Taramelli.
  • La torre campanaria è la più alta di tutta la città.

 

Per visitare Pavia, puoi alloggiare presso (tutti rigorosamente provati da Donna Vagabonda!) …

Per visitare Piazza della Vittoria, puoi parcheggiare in…

  • Parcheggio Area Cattaneo (Viale Nazario Sauro)
  • Parcheggio Viale Indipendenza (Viale Indipendenza)
  • Piazza Petrarca
  • Piazza Botta
  • Piazza Ghislieri

 

Diario di viaggio: Lione – Giorno 1

Questa estate mi sono ripromessa di viaggiare il più possibile, dopo un inverno di lavoro duro è arrivato il momento di vedere un po’ il mondo, sempre nel mio stile Vagabondo.

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Lione, Piazza Bellecour

Lione, vi chiederete, perchè? Con tutte le città che ci sono, proprio Lione?

La mia risposta è sì. E’ stata una decisione praticamente improvvisa, un viaggio last minute, non programmato: ho chiamato la mia controparte (il mio caro Gabriele che ormai mi asseconda in ogni capriccio di viaggio) e gliel’ho chiesto:”ti va di andare a Lione qualche giorno?” – e lui non ha mica indugiato! (Ormai è un vagabondo anche lui, niente da fare…) E così in 4 e quattr’otto ho prenotato l’albergo e creato l’itinerario.

E così dopo meno di un mese dalla decisione, siamo partiti verso la città del cinema e del gourmet francese: L-Y-O-N!

Seconda la leggenda, Lione fu fondata dal re Atepomaro e dal druido Momoro. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce resti di insediamenti pre romani, del VI secolo a.C. I romani si insediarono qui nel 43 a.C e chiamarono la città Lugdunum cioè “fortezza del dio Lùg”: la città crebbe velocemente grazie alla sua fortunata posizione, proprio sulla via che conduceva all’Italia.

Nel 732 d.C. Carlo Martello occupò la città e questa appartenne poi a Lotario e alla Lotaringia, nonché al Sacro Romano Impero, fino al XIV secolo, quando fu inserita nel regno di Francia. Lo sviluppo economico maggiore si ebbe a partire dal XVI secolo e Lione divenne una grande città commerciale ed un centro focale per il commercio della seta.

Nonostante le varie guerre di religione, il XVII secolo si dimostrò benevolo verso Lione, che era rimasta fedele al giovane Re Luigi XIV durante la Fronda e questo procurò soltanto benefici alla città, che ricevette enormi elargizioni reali.

Durante la Rivoluzione Francese, Lione ricoprì un ruolo di prim’ordine, in quanto prese posizione a favore dei girondini e si sollevò contro la Convenzione. Lione dunque subì un assedio durato più di due mesi ed una volta terminato circa 2000 persone vennero fucilate o ghigliottinate.

Durante il governo di Napoleone Bonaparte, la città tornò alla tranquillità e ad essere una potenza economica e commerciale.

Facendo un balzo e giungendo alla Seconda guerra mondiale, Lione faceva parte della Repubblica di Vichy e quindi non venne occupata dai nazisti se non nel 1942: per questo motivo molti rifugiati avevano trovato riparo qui, ma la tranquillità durò poco. Dopo l’occupazione nazista, la città divenne un centro della Resistenza francese, ma la Gestapo sguinzagliò le peggiori armi di repressione, fino a quando la città non venne bombardata dagli alleati il 26 maggio 1944 e poi liberata.

Lione non perse il suo fascino nonostante la devastazione portata dalla guerra e in pochi anni ritornò splendente e viva. Tra l’altro, secondo gli esperti di occultismo, Lione forma insieme a Torino e a Praga il triangolo magico della magia bianca.

Insomma, una città ricca di storia, di fascino, di magia, culla del cinema (i fratelli Lumière sono nati qui e qui hanno inventato il cinema) non poteva non attirare la nostra attenzione!

Dopo un viaggio di circa 5 ore e mezza in auto, siamo arrivati al nostro piccolo hotel, proprio nel cuore del quartiere del cinema: il B&B Hotel Lyon Centre Monplaisir. Lasciata la macchina nel parcheggio dell’hotel, ci dirigiamo subito verso il centro prendendo la metro: prima fermata Place Bellecour.

 

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Place Bellecour è una delle più grandi piazze pedonali d’Europa, nonché la quarta piazza per dimensioni in Francia. E’ il cuore pulsante della città, uno snodo importante per le linee metropolitane ed inizio di ogni giro turistico in quanto è presente, proprio in questa piazza, il centro del turismo dove si possono ricevere informazioni sulla città e sulle sue attrazioni. Non manca la nostra visita anche qui, dato che dobbiamo ritirare le due “Lyon card” che ci permetteranno di viaggiare su tutti i mezzi pubblici illimitatamente e di visitare gratuitamente tutti i più importanti musei della città.

La piazza si trova in una posizione proprio particolare, in quanto è circondata sia dal fiume Rodano che dal fiume Saona. E’ totalmente pedonale ed il pavimento è di sabbia fine rossa, aspetto ancora più inetressante. Di spicco è di certo la grande statua equestre di Re Luigi XIV, o Re Sole, che spicca proprio sul lato nord-ovest della grande piazza. Al di sotto ci sono due allegorie dei due fiumi che circondano il quartiere e la piazza stessa.

Ci fermiamo qualche minuto a scattare le foto e per ammirare dal basso la bellissima Abbazia di Notre-Dame de Fourvière e la “piccola Torre Eiffel”, che visiteremo nei giorni seguenti, e poi proseguiamo verso il quartiere più caratteristico di Lione: la Vieux Lyon.

Passeggiando non possiamo non fermarci ad ammirare la Piazza dei Giacobini con la sua incredibile fontana: la piazza prende il nome dai giacobini che si erano stabiliti nella sua parte meridionale. La fontana è opera di Gaspard André ed è assai caratteristica.

 

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Da qui procediamo verso il Teatro dei Celestini che un tempo era un presidio dei Cavalieri Templari. Ancora oggi le testimonianze di questi eigmatici personaggi sono ben visbili in questo quartiere grazie alla denominazione delle vie circostanti che li ricordano.

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Il Ponte e la statua

Scattata qualche foto, ci dirigiamo verso la Vieux Lyon, la vecchia Lione, il quartiere medioevale, passando dal Ponte della Giustizia, verso il Palazzo della Giustizia. Qui possiamo anche ammirare una bellissima scultura di Michael Elmgreen e Ingar Dragset dal titolo “the weight of One self”. L’atmosfera è molto suggestiva e già ci siamo innamorati di questa meravigliosa città, nonostante sia soltanto un’ora che gironzoliamo tra i suoi stretti quartieri!

 

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Arrivati alla Vieux Lyon l’atmosfera cambia di nuovo e sembra di essere tornati indietro nel tempo, con un profumo alla Notre Dame de Paris. Il quartiere rinascimentale è Patrimonio dell’Unesco ed è la parte più antica della città. Si tratta di un’area di 424 ettari ai piedi della collina di Fourvière divisa in tre sezioni: Saint Jean, Saint Paul e Saint Georges. Inutile dirvi che ci siamo completamente fatti trasportare dalla bellezza di queste vie. Siamo però anche nella città del cinema ed il primo museo non può che essere un museo riguardante quest’arte figurativa: il Museo delle Miniature e del Cinema di Lione.

 

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Se siete appassionati di cinema e/o di miniature, non potete perdervi assolutamente questo museo, che vanta 8 piani di esposizione permanente dove potrete vedere meraviglie del cinema conosciute in tutto il mondo: da il set del film “Il Profumo” che proprio qui fu girato, agli oggetti scenici più iconici, soprattutto del cinema fantasy e fantascientifico. Qui dunque troviamo i costumi di Batman, Spider Man, Hunger Games, i modellini delle navicelle di 2001: Odissea nello Spazio, le cere dei goblin de Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell’Anello, ma ancora il famoso droide C-3PO di Guerre Stellari e molto alto ancora. Da non dimenticare la Regina Alien, alta più di 3 metri e perfettamente funzionante: da brividi!

virgolette  Direi che l’amore per la settima arte trasuda da ogni sala del museo, a partire dai set minuziosamente ricostruiti fino ad arrivare agli stupendi oggetti di scena esposti. Un viaggio incredibile in infiniti universi, il tutto racchiuso in un unico palazzo.  

Gabriele Casnedi, studente di cinema.

L’ultimo piano è dedicato tutto alle miniature, un’arte minuziosa e tutt’altro che semplice. Dan Ohlmann, creatore del museo e appasionato di questa arte, ci ha messo più che la faccia e ancora oggi ci regala opere d’arte di una magnificenza unica!

Un approfondimento su questo museo lo troverete nei prossimi articoli previsti per Donna Vagabonda, continuate a seguirmi!

Dopo la visita al museo, con gli occhi pieni di gioia, ci dirigiamo verso Piazza Saint Jean dove sorge la grande Cattedrale di San Giovanni, in stile romanico e gotico.

 

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Ormai è quasi sera e quindi è arrivato il momento di mangiare un boccone e di ritirarci. La giornata è stata molto impegnativa ma non vediamo l’ora di incominciare un nuovo giorno nella città dei leoni, un po’ la nostra città dato che siamo entrambi nati ad Agosto.

 

 

 

 

Il museo di luglio: i Musei civici di Pavia

Pavia, rinomata e famosa città storica, non può che essere anche una città ricca di cultura e musei, come i Musei Civici di Pavia, che in pochi conoscono ma che sicuramente non possono non essere apprezzati.

 

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La sala dei manufatti romani

 

I Musei civici si trovano all’interno del Castello Visconteo e ospitano alcune collezioni permanenti. I Musei sono divisi in varie sezioni che comprendono:

  • Museo archeologico e sala longobarda
  • Sezione romanica e rinascimentale
  • Pinacoteca Malaspina del ‘600 e ‘700
  • Quadreria dell ‘800
  • Paesaggi Pavesi del ‘900

Oltre che alle mostre temporanee del Castello e delle Scuderie.

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Si possono ammirare parecchi manufatti, di età romana e longobarda, ritrovati nei dintorni di Pavia e nella sua provincia, e un’ottima varietà di dipinti che spaziano dai capolavori rinascimentali di Antonello da Messina ai maestri ottocenteschi come Francesco Hayez, con una delle sue opere più celebri, “Accusa segreta”

Purtroppo per mancanza di personale non è garantita l’apertura di tutte le sale espositive in contemporanea: questo è ciò che è capitato a me, quando ho effettuato la visita.

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I Musei si trovano presso il Castello Visconteo, in viale XI Febbraio a Pavia.

Orari sale espositive:

nei mesi di luglio, agosto, dicembre e gennaio:
da martedì a domenica: 9.00 – 13.30
chiuso lunedì

nei restanti mesi dell’anno:
da martedì a domenica: 10.00 – 17.50
chiuso lunedì

La cessione dei biglietti termina 45 minuti prima dell’orario di chiusura.

BIGLIETTI

Biglietto intero: euro 8.00 (tutti i musei)
Biglietto ridotto: euro 4.00 (singoli musei o sezioni)
Biglietto Famiglia (due genitori + figli fino a 18 anni): euro 10.00
Corte del Castello: gratuito

L’ingresso con biglietto ridotto è consentito a:

– gruppi o comitive pari o superiori a 20 persone (previa prenotazione)
– singoli membri di Associazioni convenzionate con i Musei
– personale del MiBACT e dei musei pubblici europei

L’ingresso gratuito è consentito a:

– possessori di Abbonamento Musei Lombardia Milano
– membri dell’ICOM.
– utenti che non abbiano compiuto il 26° anno di età o che abbiano compiuto il 70° anno di età
– guide turistiche e giornalisti nell’esercizio della propria attività, su esibizione di tessera professionale
– scolaresche e loro accompagnatori
– portatori di handicap e loro accompagnatori
– studenti universitari o di accademie oltre i 26 anni autorizzati dalla Direzione dei Musei Civici di Pavia per specifici motivi di studio (per ottenere l’autorizzazione è possibile scrivere a museicivici@comune.pv.it)
– utenti il cui compleanno cade nella giornata di visita
– cittadini stranieri residenti nelle città gemellate con Pavia: Vilnius (Lituania), Hildesheim (Germania), Besancon (Francia), Zante (Grecia), Betlemme (Stato di Palestina), Hersbruck (Germania)
– sono ad ingresso gratuito le iniziative indette in occasione di speciali giornate promozionali organizzate dai Musei anche in accordo con MiBACT e ICOM.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

Scoprendo Pavia: le torri della città

Da grande affezionata della mia città, voglio aprire una nuova rubrica che racconti i segreti di Pavia, sempre in ottica “vagabonda”, con il mio stile.

Iniziamo con un piccolo spaccato di storia, scoprendo le radici di Ticinum Papia.

Il primo insediamento in area pavese si deve ad antiche popolazioni della Gallia, probabilmente Levi, Marici o Insubri. La città vera e propria venne però fondata dai Romani, e questo è ben evidente dalla pianta rimasta intatta, a castrum (accampamento militare). Con il declino dell’Impero Romano, la città venne saccheggiata ripetutamente fino alla conquista dei Longobardi, che nel 572 ne fecero la capitale del loro regno in ascesa: da questo momento la città assunse il nome di Papia, perdendo il toponimo di Ticinum affibiatole dai Romani.

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Facendo un piccolo balzo, arriviamo all’epoca di Federico Barbarossa: Pavia fu fedele all’imperatore durante le guerre con la Lega Lombarda. Successivamente venne annessa al Ducato di Milano, sotto il dominio della famiglia Visconti. E’ il 1360.

Pavia torna protagonista sulla scena europea grazie alla famosa Battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 tra i Francesi e gli Imperiali spagnoli: questi ultimi furono i vincitori perché il capitano di ventura Cesare Hercolani, ferendo il cavallo del re Francesco I di Francia, ne permise la cattura, meritandosi il soprannome di vincitore di Pavia e la gratitudine dell’imperatore spagnolo Carlo V d’Asburgo.

Successivamente, la città vide molte dominazioni dal XVIII al XIX secolo: spagnoli, francesi ed austriaci se la contesero insieme ad altre grandi città lombarde, fino al 1859 quando divenne parte del Regno di Sardegna, il futuro Regno d’Italia.

Pavia è dunque una città ricca di storia e di fascino, che conserva molto bene gli antichi splendori del passato. Molti illustri personaggi sono passati da qui, tra cui Napoleone Bonaparte, Ugo Foscolo, Ada Negri, Camillo Golgi, Lazzaro Spallanzani, Maria Teresa d’Austria, e molti altri ancora. Tutti, a loro modo, hanno contribuito alla grandezza di questa città, oggi ancora molto visitatada turisti attirati dalle sue bellezze architettoniche e dai suoi monumenti.

Con questa rubrica vorrei farvi conoscere più nel dettaglio i suoi luoghi, i suoi scorci, la sua storia.

Dopo il Castello Visconteo, Piazza della Vittoria e la Basilica di San Michele, il Ponte Coperto ora è la volta delle Torri medioevali.

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Le tre torri in Piazza Leonardo da Vinci

Pavia è chiamata anche la città delle 100 torri dato che nel Medioevo vennero erette numerosi torri e ad oggi ne rimangono sessanta, di cui solo 6 integre, sparse per il centro storico della città. Le torri sorsero nel XII secolo, quando era molto accesa la competizione tra le famiglie più potenti della città: la funzione era di rappresentanza e per mostrare la propria potenza all’interno di un’epoca dove le famiglie facevano costruire monumenti ed edifici per mostrare il proprio prestigio. Le più famose si trovano in Piazza Leonardo da Vinci, proprio di frontre al complesso universitario più antico della città. Le tre torri sono a base quadrata di circa 5,5 metri di lato, con una muratura di laterizio punteggiata da buche pontaie. La più iconica è forse quella dell’orologio, realizzato solo tra il 1775 ed il 1792, quindi molto dopo la costruzione originale.

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Tutte le torri presentano le medesime caratteristiche: pianta quadrangolare, dimensione del lato unitaria, struttura quasi sempre in mattoni, buon sviluppo in altezza. Anche la Torre Civica di Pavia aveva le medesime caratteristiche, prima di crollare tragicamente nel 1989.

C’è una leggenda che narra l’origine delle cento Torri, leggiamola insieme:

Si racconta che un tempo esistesse una donna, una strega, che abitava in una baracca sulla riva del Ticino, nascosta dagli alberi che in quel tempo infestavano le sponde del fiume. La donna usciva solo di notte per andare alla ricerca di erbe e radici con le quali confezionava gli infusi di felicità.

Vecchia e brutta, zoppa e strabica, la sua vista produceva un senso di paura, eppure qualcuno andava a cercarla.

Donne o ragazze che si recavano da lei perché insegnasse loro il sistema per mantenersi giovani o di trovare un marito, oppure erano giovani uomini poco intraprendenti che le si rivolgevano perché li aiutasse ad accendere il cuore di qualche ragazza ritrosa.

In questi casi la vecchia strega vendeva i propri infusi.

Ogni tanto, però, arrivava anche qualche pavese di alto rango, di quelli chiamati dal popolo “i sciur dlà cità”, i quali chiedevano consigli per diventare potenti, sempre più potenti per dominare la città.

La megera li riceveva tutti, li ascoltava e tutti venivano da lei imbrogliati, ma felici ritornavano alle loro dimore: ognuno di questi credeva di essere stato il solo ad essere stato ricevuto dalla strega.

La domanda che uno si pone a questo punto è sempre: cosa diceva la strega a questi signori della città? La risposta era sempre la stessa: “chi vicino o incorporata nella propria casa avesse costruito la torre più alta avrebbe preso il dominio di Pavia e su tutti i pavesi”. Ecco che Pavia si riempì di torri e da allora prende il nome di “città dalle cento torri”.

Diciamo che c’è un fondo di verità in questa leggenda, proprio perchè le torri servivano per stabilire la supremazia e mostrare la potenza delle famiglie gentilizie.

Le Torri sono ben visibili dall’alto e si possono incontrare girovagando nel centro, procedendo dall’Università verso Corso Garibaldi.

Nelle buche pontaie trovano riparo i numerosi parrocchetti dal collare (Psittacula krameri) che si spostano per tutta la città, facendo tappa al Castello Visconteo e poi alle Torri, cantando e strillando con la loro voce acuta: uno spettacolo per tutti i pavesi e i turisti!

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I numerosi parrocchetti nelle buche pontaie

Curiosità sulle Torri Medioevali

  • Le Torri sono uno dei simboli di Pavia tanto che la città è conosviuta come la città delle 100 Torri ma non solo a Pavia troviamo le Torri con la medesima struttura: da San Gimignano a Bologna, da Asti ad Alba, le Torri hanno conquistato le città medioevali.
  • Sulle Torri di Pavia, al contrario di altre, non si può salire, a causa della ristrettezza degli interni, quindi si possono ammirare soltanto dall’esterno.

Per visitare Pavia, puoi alloggiare presso (tutti rigorosamente provati da Donna Vagabonda!) …

 

Per visitare Piazza della Vittoria, puoi parcheggiare in…

  • Parcheggio Area Cattaneo (Viale Nazario Sauro)
  • Parcheggio Viale Indipendenza (Viale Indipendenza)
  • Corso Garibaldi
  • Via Santa Clara
  • Piazza Ghislieri
  • Piazza Petrarca

 

Il lago di Como e le sue bellezze: Acquate

Quel ramo del Lago di Como” – così inizia uno dei più famosi romanzi italiani: I Promessi Sposi, di Alessandro Manzoni. Come molti dei miei lettori sapranno, le vicende di Renzo e Lucia si svolgono soprattutto tra Lecco e Monza, e precisamente ad Acquate, da dove tutto ebbe inizio.

 

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La Chiesa di Don Abbondio

 

Continua dunque la mia scoperta del Lago di Como e delle sue bellezze, in questa rubrica che vuole proprio approfondire la storia dei paesi che si affacciano sul famoso lago: dopo Varenna e Bellagio, ora ci spostiamo proprio ad Acquate.

 

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Acquate è un quartiere della città di Lecco, che si trova nella parte nord della città. Le prime notizie di un nucleo originario si hanno già nel 1232, quando già esisteva una chiesa e un centro abitato, un piccolo borgo montano che era un comune autonomo. Con la divisione della Lombardia in province, sotto il dominio austriaco (siamo nel 1786), Acquate fu assegnato alla provincia di Como. Nel 1809, sotto il dominio napoleonico, Acquate divenne frazione di Lecco ed il comune sopravvisse fino al 1923, quando definitivamente venne soppresso e Acquate divenne ciò che è ancora oggi, un quartiere della città di Lecco.

Il quartiere oggi è uno dei più caratteristici della città, proprio perchè il Manzoni decise di ambientarvi il suo romanzo più celebre: ancora oggi, il successo di Acquate e la sua fama si basa proprio sulla storia dello scrittore. Molti luoghi, come la Chiesa di Don Abbondio, la Casa di Lucia e la Salita dei Bravi, possono essere riconosciuti grazie a delle insegne poste dal comune, in un piccolo groviglio di stradine molto caratteristiche. Le altre vie sono state denominate con il nome dei personaggi, come Via Renzo o Via Menico. Il quartiere è inoltre ritenuto il luogo natio dei due protagonisti, appunto Lucia e Renzo.

 

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Ma Acquate non è solo I Promessi Sposi, ma anzi è luogo di tradizioni lontane ma ancora molto sentite, come lo Scigalott d’or, letteralmente la “cicala d’oro” tradotto dal termine lecchese: questa è la fiera del quartiere molto sentita dagli abitanti di Acquate e non solo, che si svolge nel mese di settembre ogni due anni, precisamente negli anni dispari. Il nome deriva da un avvenimento storico: il 6 giugno 1859 Giuseppe Garibaldi si trovava a Lecco per sollevare gli animi e sollecitare gli abitanti per l’unificazione. Gli acquatesi scesero verso Lecco in un folto corteo e con passo marziale arrivarono a sfilare per le vie del borgo prima di giungere in città. Siccome il loro passo era accompagnato da un rumore stridulo e ripetuto dato dagli strumenti di latta che venivano percossi (che ricordava il verso della cicala), gli abitanti di Acquate vennero soprannominati “Scigalott de quà”, ed ecco spiegato l’origine del nome.

La festa comprende varie competizioni ed attività organizzate dalle sei diverse contrade, ovvero:

  • Bassana
  • Colongardo
  • Concezione
  • Poteo
  • Vicinali
  • Zuccarello

Acquate è dunque tutta da scoprire… E da vivere!

Diario di viaggio: Lubiana e Bled – giorno 2

Una giornata intensa mi aspetta a Lubiana! Ora che la città mi è più famigliare, è ora di visitare i suoi angoli più nascosti. Purtroppo il meteo non è dalla mia parte e mi risveglio sotto il diluvio più insistente: non è una novità quando viaggio, quindi non mi faccio scoraggiare e decido di iniziare a visitare i musei più importanti e famosi della città: Il Museo Nazionale di Slovenia (leggi qui il mio articolo), il Museo di Storia Naturale e la Galleria Nazionale (Narodna galerija) che si trovano tutti nel quartiere dei Musei, difronte al Parco Tivoli.

Parcheggiato nei dintorni, mi dirigo subito al Museo Nazionale di Slovenia, che ospita una grande quantità di reperti archeologici dell’età Romana, quando Lubiana era ancora un piccolo insediamento provinciale del vasto Impero. Epigrafi, capitelli, resti di colonne: le testimonianze sono numerose e molto interessanti.

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Al primo piano si trova invece il Museo di Storia Naturale: un museo all’avanguardia, di modeste dimensioni ma con molti reperti interessanti. Degna di nota è la collezione mineralogica intitolata al mineralogista Sigmund Zois, nato a Trieste e vissuto a Lubiana: Zois è stato un grande scienziato del 1700 e un’illuminista dalle grandi vedute. E’ stata una delle figure di spicco della scienza slovena e ancora oggi il premio scientifico sloveno più prestigioso è il “Premio Zois”: lo scienziato è stato anche colui che ha scoperto e classificato la Zoisite, un minerale molto importante del gruppo degli epidoti (conosciuta e apprezzata è la varietà Tanazanite).

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La collezione Zois è molto variegata ed è legata più alla sistematica che all’esteticità. Oltre ai minerali, sono presenti molti campioni di fossili anche di un certo spessore e sono stati ricostruiti diorami di alcuni ecosistemi che si possono ritrovare in Slovenia. Le sale sono ampie e ben descritte, in sloveno e in inglese. Non mancano anche le attività per i più piccoli, con schede interattive e attività ludiche. Un museo attento alle esigenze di tutti, grandi e piccini, come molti musei sloveni.

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Dato che il tempo non migliora, decido di dedicarmi ad un altro museo, questa volta una pinacoteca: la Galleria Nazionale.

La Narodna galerija è la principale galleria slovena per l’arte antica e custodisce la più grande collezione d’arte figurativa dall’alto medioevo al XX secolo. La collezione è suddivisa secondo il criterio cronologico e ospita più di 600 opere europee e slovene, che ripercorrono tutti i più grandi periodi artistici, dalbarocco all’impressionismo sloveno, dall’arte sacra medioevale al neoclassicismo.

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Il museo è grande ed ospita davvero moltissime opere: è frequentato da molti turisti e dagli sloveni stessi, infatti non mancano le scolaresche o i semplici cittadini.

Ormai è ora di pranzo, e decido di tornare verso il centro. Con un pranzo al volo, decido poi di andare a visitare il Castello di Lubiana.

 

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L’interno del castello

Il Castello è stato riscostruito nel 2960 in stile medievale su preesistenti fortificazioni e si trova collocato in cima alla collina nel centro storico di Lubiana. Il castello è menzionato per la prima volta nel 1144 come sede del Ducato di Carinzia, e fu distrutto nel 1335 quando il ducato entrò nell’Impero austro-ungarico. Tra il 1485 ed il 1495 fu ricostruito come lo vediamo oggi. Dopo il periodo napoleonico la fortezza viene adibita a prigione fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

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Il Castello visto dal centro storico

Oggi il Castello è un’attrazione turistica che vale davvero la pena visitare: si può salire sulla torre e vedere tutta Lubiana, in una delle viste più belle. Inoltre, si possono visitare le prigioni, gli interni e numerose sale oggi trasformate in musei di vario genere. Il cortile è sede di spettacoli ed eventi: al suo interno c’è anche un ristorante.

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Vista di Lubiana dalla Torre del Castello

Il Castello è raggiungibile sia in auto che tramite una funicolare ed io preferisco accedervi grazie a questa, che è davvero molto suggestiva!

Dopo la visita al Castello, sfrutto il tempo leggermente migliorati per fare un bel giro tra le vie del centro ed in battello sul fiume: per fortuna la pioggia mi grazia!

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Dopo una giornata così impegnativa, è ora di tornare in albergo a riposare. A cena, naturalmente, si va al ristorante Das Ist Valter.