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Il Museo del mese di Aprile: il Museo Storico Militare “Alpi Giulie”

Il Museo di aprile è un museo del tutto particolare e fuori dagli schemi. Dopo aver scritto del Museo della tradizione mineraria di Cave del Predil (leggete qui il mio articolo), completo la descrizione di questo polo museale aggiungendo un articolo sull’altro Museo del polo: il Museo storico militare “Alpi Giulie”.

Alpi Giulie

Subito attirata da questo museo per via del mio interesse verso la storia militare, mi sono diretta senza esitazione alla sua entrata: grazie alla possibilità di acquistare il biglietto combinato (Museo della tradizione mineraria + visita guidata alla miniera + Museo storico militare) ho potuto trascorrere un meraviglioso pomeriggio all’insegna della storia di questo luogo e di questo piccolo paese del tarvisiano.

Il Museo storico militare “Alpi Giulie” presenta un ottimo allestimento che ripercorre la storia bellica dall’epoca napoleonica e si conclude con la Seconda Guerra Mondiale. I reperti sono corredati da spiegazioni esaustive e molto chiare, adatte a qualunque pubblico: l’esposizione risulta d’impatto e lo stampo è proprio quello del Museo militare, simile a quello del Royal Museum of the Armed Forces and Military History di Bruxelles (cliccate qui per vedere il suo sito ufficiale). Certo, la quantità di oggetti esposti non è assolutamente paragonabile, ma questo non significa che il Museo non sia degno del rispetto che merita.

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Il percorso museale, disposto su più piani, si snoda attraverso tre periodi di riferimento:

  • Campagne napoleoniche antiasburgiche condotte dall’Armata d’Italia, a cavallo dei secoli XVII e XIX
  • Teatro operativo della Prima Guerra Mondiale (1915-1918)
  • Base di partenza e oggetto di contenzioso internazionale durante la Seconda Guerra Mondiale

Ciò che forse colpisce di più di tutto, è l’attenzione e la cura riservata alla collezione dedicata alla Prima Guerra Mondiale, dato che questi luoghi sono stati teatro di scontri e battaglie, testimoniati dai numerosi fortini sparsi in tutto il tarvisiano e il Friuli. Il punto di vista, inoltre, non è solo quello degli italiani, ma anche quello degli austroungarici, nota che va ad impreziosire ancora di più questo luogo.

Oltre allo spazio espositivo interno, si possono trovare anche dei cannoni e delle armi all’esterno, proprio al di fuori del Museo.

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Da grande appassionata, soprattutto degli eventi della Seconda Guerra Mondiale, ho notato che alcune decorazioni e medaglie di quel periodo storico erano delle riproduzioni e ciò mi è stato confermato dal gentilissimo e garbato bigliettaio, che non ha esitato a dirmi che sono esposte delle riproduzioni in quanto non è semplice trovare appassionati che donano pezzi autentici: è una scelta del tutto museale, ma che a me non dispiace, l’importante è sempre segnalarlo.

Info e costi

Il museo si trova in Via Giuseppe Garibaldi, 2, 33018 Cave del Predil, Udine.

I biglietti hanno i seguenti costi:

Intero 8 €

Ridotto 1 6 €   ragazzi dai 7 ai 14 anni, over 65, gruppi con più di 10 persone

Ridotto 2 4 €   scolaresche da 7 a 14 anni

Gratis bambini con meno di 6 anni e possessori di Holiday Card

E’ inoltre possibile acquistare un biglietto combinato presso la sede del Museo della Tradizione Mineraria per il costo di 12 euro.

Per maggiori informazioni, visitate il sito ufficiale.

I luoghi della storia: Palazzo Ducale a Mantova

Se decidete di visitare Mantova, non potete perdervi l’attrazione principale della città: il Palazzo Ducale. Io l’ho visitato tre volte e l’ultima in occasione di un viaggio d’Istruzione con una delle mie classi e ne sono rimasta molto colpita, sia per la grandezza del luogo che per le opere quivi custodite. Che aspettiamo? Scopriamo insieme i suoi segreti!

Mantova

Il Palazzo Ducale, o reggia dei Gonzaga, è stato dal 1308 la residenza dei nobili della città: prima dei Bonacolsi e successivamente dei Gonzaga, che scalzarono i precedenti proprietari e divennero i nuovi signori di Mantova fino al loro declino e all’arrivo degli austriaci con Maria Teresa d’Austria.

Siccome ogni duca e signore ha voluto ingrandire il Palazzo, ritagliandosi uno spazio personale per sé e per le proprie opere, oggi il complesso misura più di 35.000 metri quadrati, solo parzialmente visitabili: questa mole innalza il Palazzo a seconda reggia più estesa in Europa dopo i palazzi Vaticani. Si contano più di 500 stanze, 8 cortili e ben 7 giardini (di cui uno pensile).

Le varie parti del Palazzo hanno anche età di verse: il primo complesso venne fatto costruire dalla famiglia Bonacolsi nel XIII secolo ma è solo con i Gonzaga che il Castello divenne ciò che possiamo ammirare ora: il duca Guglielmo incaricò prima il prefetto delle Fabbriche Giovan Battista Bertani perché collegasse i vari edifici in forma organica e poi Bernardino Facciotto che completò l’integrazione di giardini, piazze, loggiati, gallerie, esedre e cortili, fissando definitivamente l’aspetto della residenza ducale.
Nei quattro secoli di dominazione gonzaghesca la reggia si espanse gradualmente, sia con aggiunta di nuove costruzioni, sia modificando quelle esistenti. Si formarono diversi nuclei che presero il nome di:

Del complesso facevano parte anche alcuni edifici e cortili demoliti, tra i quali la Palazzina della Paleologa e il Teatro di corte.

L’interno del palazzo è quasi spoglio poiché, in seguito a ristrettezze finanziarie, i Gonzaga, iniziando dal duca Ferdinando, alienarono opere d’arte e arredi. Ulteriori spogliazioni furono causate dal sacco di Mantova del 1630 e dalle sottrazioni dell’ultimo duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers, riparato a Venezia nel 1707.

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Il Castello di San Giorgio, che fa parte del Palazzo Ducale

Con il biglietto acquistato direttamente in piazza Sordello, potrete visitare tutte le parti aperte al pubblico del complesso, che sono di sicuro poche rispetto al numero generale, ma non per questo meno interessanti e belle. Degna di nota (da sola questa può valere la visita) è la celebre Camera degli Sposi, dipinta da Andrea Mantegna per celebrare la grandezza del suo committente, Ludovico III Gonzaga. La stanza si trova nel complesso del Castello di San Giorgio (sempre di pertinenza del Palazzo Ducale), nel torrione di nord-est ed ha un accesso separato rispetto al complesso principale. Per via della delicatezza degli affreschi, il numero massimo di persone a cui è consentita l’entrata è di 25 massimo.

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La decorazione della stanza venne commissionata a Mantegna in quanti pittore di corte dal 1460 e in origine questa camera aveva due funzioni: quella di camera da letto di rappresentanza e quella di sala delle udienze.

La sequenza degli eventi raffigurata nella stanza non è ancora del tutto chiara agli studiosi: sulla parete principale possiamo osservare Ludovico che riceve una lettera, dove probabilmente si dichiara che Francesco, il suo primogenito, fu investito della carica di Cardinale mentre in quella adiacente troviamo Francesco stesso che torna a Mantova nel 1472 in occasione della sua investitura ad abate commendatario di Sant’Andrea.

La camera viene detta “degli Sposi” non tanto per il fatto di essere una camera nuziale, ma per l’affresco che raffigura Ludovico e sua moglie, Barbara del Brandeburgo, in posizione dominante rispetto a tutti gli altri personaggi affrescati.

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L’oculo sul soffitto

Dopo la morte del protagonista di questa magnifica stanza, la camera cadde a poco a poco in rovina, fino ad essere esposta perfino alle intemperie e solo dal 1875 venne rivalutata e restaurata man mano, fino a riacquisire la sua notorietà perduta. Oggi la Camera degli Sposi viene visitata soprattutto per osservare l’oculo, cioè l’affresco della finestra circolare sul soffitto: si tratta di un tondo aperto illusionisticamente verso il cielo, che doveva ricordare il celebre oculo del Pantheon, il monumento antico per eccellenza celebrato dagli umanisti. Nell’oculo, scorciati secondo la prospettiva da “sott’in su”, si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata dalla serva di colore, un gruppo di domestiche, una dozzina di putti, un pavone (riferimento agli animali esotici presenti a corte, piuttosto che simbolo cristologico) e un vaso, sullo sfondo di un cielo azzurro. Per rafforzare l’impressione dell’oculo aperto, Mantegna dipinse alcuni putti pericolosamente in bilico aggrappati al lato interno della cornice, con vertiginosi scorci dei corpicini paffutelli. Il suggestivo oculo è forse il motivo più pressante per una visita al complesso del Palazzo Ducale, ma non l’unico.

 

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Dopo averla visitata, infatti, vi consiglio di prestare la stessa attenzione ai dettagli al resto del corpo visitabile del Palazzo, in particolare alla Sala da Ballo, che ricorda molto la Sala degli Specchi di Versailles. Adiacente alla Sala da Ballo si trova la tela più famosa di tutto il complesso:  La Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga opera di Pietro Paolo Rubens realizzata per la chiesa della Santissima Trinità nel 1605. La vicenda di questa tela è assolutamente straordinaria: durante l’invasione Napoleonica, i francesi tentarono di trafugare l’opera ma incontrarono delle difficoltà nel trasporto in quanto la tela risultava troppo grande ed in ingombrante: così, venne tagliata in pezzi. Dopo la sconfitta di Napoleone e la fine del suo Impero, i mantovani riottennero la tela ormai mutilata ma si impegnarono al massimo per recuperare la maggiorparte dell’opera. Oggi possiamo vederla quasi del tutto integra se non per alcune parti conservate, per fortuna, nei musei più prestigiosi del mondo.

Il Palazzo riserva ancora tantissime sorprese, tra cui la Sala dello Zodiaco, con il soffitto affrescato da Lorenzo Costa il Giovane nel 1579. La sala viene anche ricordata come la sala di Napoleone I, in quanto fu la stanza da letto del Bonaparte. Il soffitto è ricco di simbologia in quanto ogni figura rappresenta un concetto ben preciso: per esempio, la coppa dei sacrifici e delle libagioni allude all’immortalità del casato dei Gonzaga, e la Dea Diana, raffigurata in dolce attesa, è la trasfigurazione di Eleonora d’Austria.

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Ancora, una menzione la meritano le sale degli Arazzi, ben quattro, con stupendi arazzi intrecciati a mano chiamati “raffaelleschi” perchè si basano su cartoni con disegno preparatorio di Raffaello.

Il Palazzo Ducale a Mantova è la meta preferita di tutti i viaggiatori che si apprestano a visitare la città: nonostante l’abbia visitato ben tre volte, ci tornerei immediatamente perchè in ogni visita ho scoperto qualcosa di nuovo, qualche aneddoto o curiosità in più rispetto alla visita precedente. Vi consiglio caldamente di prenotare la visita per la Camera degli Sposi (per i gruppi è addirittura obbligatoria la prenotazione).

Mantova è davvero una città straordinaria, ricca di storia e di monumenti affascinanti. Se avete ancora del tempo dopo la visita al Palazzo e al Centro storico (con la bellissima Basilica di Sant’Andrea), optate per una bella navigazione sui Laghi di Mantova con uno dei tanti battelli: la vista sulla città è spettacolare e in più potrete godere di una spiegazione chiara ed esaustiva sulla formazione dei Laghi e sull’ecosistema lacustre.

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Il Palazzo Reale visto dal battello

Un’escursione in giornata: Orta San Giulio

Con l’arrivo della bella stagione e con il miglioramento delle mie condizioni di salute, sono riuscita finalmente a programmare le nuove escursioni in giornata, che sono tante e tutte a portata di qualunque viaggiatore. La prima meta che ho scelto è Orta San Giulio, sul Lago d’Orta, in Piemonte.

Orta San Giulio

Perchè proprio Orta? Perchè l’avevo visitato molti anni fa e Gabriele non l’aveva mai visto quindi volevo ritornarci per mostrargliela. Il suo fascino sarà rimasto immutato? Scopritelo insieme a me!

Orta San Giulio è un piccolo comune che fa parte della provincia di Novara e sorge sull’omonimo Lago d’Orta. Questa piccola cittadina è stata inserita nel circuito dei Borghi più belli d’Italia e ha ricevuto il riconoscimento della bandiera arancione del Touring Club Italiano.

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La cittadina è situata a metà della sponda orientale del Lago d’Orta, a 45 chilometri da Novara. La sua storia è intimamente legata a quella del territorio del Lago: Orta è stato sempre il centro principale della Comunità di Riviera, un consorzio autonomo di comuni istitituito nel Medioevo e sciolto solo a metà del 1700.

Non è difficile capire perchè Orta sia stato inserito all’interno dei “Borghi pià belli d’Italia”: le sue viuzze strette e pittoresche si affacciano su un panorama unico, quello del Lago e dell’Isola di San Giulio, raggiungibile con una piccola imbarcazione che parte ogni quarto d’ora dalla Piazza principale, cioè Piazza Motta. Il centro è tutto esclusivamente pedonabile e le auto possono essere lasciate in uno dei numerosi parcheggi appena fuori da esso. E’ così che abbiamo fatto anche io e Gabriele: lasciata l’auto nel parcheggio di Via Panoramica, abbiamo raggiunto in circa 10 minuti il centro attraverso una delle viuzze. La nostra prima tappa è stata Villa Bossi, sede del Comune, caratteristica villa a ridosso del Lago, i cui giardini valgono una breve visita. Molto particolare è la statua del Pittore, che sembra stia ritraendo sulla sua tela il meraviglioso Lago.

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Dopo aver scattato qualche fotografia, ci dirigiamo verso Piazza Motta: il fulcro della città, pittoresca e molto caratteristica, con il suo Palazzo della Comunità, simbolo della città. A questo Palazzo di modeste dimensioni troviamo annesso un porticato che era sede del mercato. Il Palazzo della Comunità era la sede del potere di Orta.

E’ ora di pranzo ma molti locali sono ancora chiusi in quanto la stagione turistica non è ancora iniziata. Poco male, la scelta comunque c’è e decidiamo di pranzare presso l’Enoteca Gastronomica Re di Coppe: con un buon calice di Dolcetto d’Alba ed un tagliere misto di salumi con bruschette, il pranzo gustoso è ben servito!

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Dopo esserci rinfrancati, decidiamo di visitare la caratteristica Isola San Giulio, approfittando delle piccole barchette che accompagnano i turisti ogni quarto d’ora circa.

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L’Isola di San Giulio è l’unica Isola del Lago d’Orta ed è quasi occupata interamente dall’abbazia Mater Ecclesiae, fondata nel 1973, nel quale vengono svolte importanti ricerche e studi su testi antichi. La Basilica di San Giulio, annessa all’abbazia, è un luogo di rispetto e sacralità e quindi il silenzio è obbligatorio, così come in tutta l’isola, tanto che sulla sua via principale, un anello che parte dalla Chiesa e vi termina, ci sono numerosi cartelli con proverbi e citazioni che ricordano al visitatore l’importanza del silenzio.

Passeggiare sull’Isola deserta mi mette un po’ di malinconia e di solitudine, ma ogni tanto la tranquillità ci vuole per sgomberare la mente. Il silenzio valorizza comunque questi luoghi, che sembrano abbandonati ma non trascurati.

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Rientrati sulle rive di Orta, saliamo sulla strada anch’essa denominata “Motta” fino a raggiungere la caratteristica Chiesa di Santa Maria Assunta. dalla sommità della salita si può godere di uno scorcio di Orta davvero incredibile! La via è inoltre circondata da palazzi storici tra cui Palazzo Gemelli, risalente al XVI secolo e palazzo De Fortis Penotti, costruito in periodo neoclassico.

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Via Motta e la Chiesa di Santa Maria Assunta

Con questo ritorno ad Orta posso confermare che la cittadina non ha perso minimanente il suo fascino, e anzi d’inverno diventa ancora più bella, con meno turisti e con più silenzio, tutte carte in più per godersi a pieno l’esperienza.

La luce comincia ad affievolirsi ed è ora di rientrare a Pavia, dopo essersi goduti la fresca brezza piacevole che spira sul Lago. Non avrei voluto lasciare questi luoghi così in fretta, ma purtroppo tutto ciò che inizia prima o poi finisce, quindi posso solo dire: arrivederci, Orta!

consigli

Come raggiungere Orta: Orta San Giulio è raggiungibile facilmente da tutti i viaggiatori, anche diversamente abili. Potete lasciare l’auto presso il parcheggio a pagamento di Via Panoramica e scendere tramite gli scalini verso il centro (che è ZTL, quindi non accessibile se non pedonalmente).

Dove mangiare: per un pranzo sfizioso ma veloce, proponiamo l’Enoteca Re di Coppe, alla fine di via Olina, verso Piazza Motta. Con una piccola cucina e piatti adatti a tutti, potrete degustare i vini della zona e del Piemonte. Vi consiglio di mangiare all’aperto, per godere di una bella vista sul Lago.

Cosa vedere: Orta San Giulio è proprio una piccola cittadina, quindi vi consiglio di “perdervi” tra le sue viuzze ed ammirare il Lago dai numerosi piccoli pontili per le barche. Piazza Motta e via Motta sono imprescindibili, così come una visita all’Isola di San Giulio. Le barche del servizio di trasporto locale partono ogni 15 minuti dai moli del piccolo porticciolo di Piazza Motta: il biglietto, di andata e ritorno, costa 4 euro e 50. Sono ammessi anche gli animali domestici sulle piccole imbarcazioni.

 

 

 

Le meraviglie della natura: i Lavini di Marco

Dopo avervi parlato del Museo Paleontologio di Bolca (clicca qui per leggere il mio articolo), non potevo non parlarvi dei Lavini di Marco, un luogo suggestivo, quasi lunare da quanto è spettacolare. Ho visitato questo luogo sempre durante il mio corso di studi, in occasione della mia visita a Bolca. Dopo questa breve introduzione vi chiederete: beh, che cosa sono questi Lavini di Marco? Scopriamolo insieme!

Lavini di Marco

Immaginate di vedere centinaia di orme di dinosauri, sia carnivori che erbivori. Dite che è impossibile? No, perchè vicino a Rovereto, alle pendici del Monte Zugna, ciò che immaginavate solo, è diventato realtà. Siamo in un’area naturale protetta, nella Provincia di Trento, di più di 35 ettari. L’area è stata classificata come un biotopo, cioè un’area di dimensioni limitate di un’ambiente, dove vivono organismi vegetali ed animali di una stessa specie o di specie diverse, in condizioni fisico-chimiche pressochè costanti.

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Ma le impronte come sono finite lì?

I Lavini di Marco sono una distesa di blocchi di roccia calcarea dovuti a delle frane avvenute in epoca preistorica-storica. Le frane hanno consentito alle impronte di venire “a giorno”, cioè di affiorare e di mostrarsi all’uomo. Così, nel 1990, il biologo e geologo Luciano Chemini li ha scoperti e il paleontologo ed icnologo Giuseppe Leonardi ha cominciato a studiarle, fino ad individuare impronte vecchie di 200 milioni di anni, in pieno Giurassico Inferiore. Il Trentino era molto diverso in quest’epoca passata e le impronte sono state lasciate su una distesa d’acqua popolata da organismi marini i cui scheletri hanno poi creato gli odierni calcari alpini: insomma, un’enorme barriera corallina che si trovava a bassissime profondità. I dinosauri hanno quindi camminato sulla spiaggia e le impronte, grazie a diversi processi geologici e biologici, si sono mantenute fino ad oggi.

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Una pista di impronte di sauropode

Ad oggi, sono stati identificate impronte di Ornitischi Bipedi, e anche delle impronte tridattili più piccole appartenenti a carnivoridi. Da alcune orme ben conservate si è potuto stabilire che si trattava di Teropodi Carnosauri.

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Potete immaginare come per me sia stata una visita davvero stupefacente, in un luogo dove sembra di respirare ancora l’aria che respiravano questi mastodontici rettili. Quando il mio Professore ha organizzato l’escursione, ero euforica. Dunque zaino in spalla, e partenza, per un weekend tutto paleontologico!

L’accesso al sito è libero e il percorso non presenta difficioltà, nemmeno per i bambini. Lungo il percorso, sono stati installati dei pannelli esplicativi. Il percorso dura circa mezzora, dopo aver lasciato l’auto.

Il sito paleontologico dei Lavini di Marco è inserito nell’inventario on line dei Geositi trentini, a cura del Servizio Geologico della Provincia Autonoma di Trento.

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Di seguito, alcune indicazioni su come raggiungere il sito, che comunque è ben segnalato.

Lasciato il parcheggio presso la Grotta Damiano Chiesa e scendendo a ritroso fino alla prima curva, potrete vedere alcune piste e orme isolate lasciate da dinosauri carnivori e altri. Se continuate, troverete il “colatoio Chemini” che vi mostrerà circa 30 piste o rome di sauropodi e teropodi. La parete diventa verticale (il punto forse più difficoltoso) e si raggiunge una vecchia strada militare che vi porterà a vedere due piste di sauropode e una di teropode. A valle della strada forestale da cui siamo partiti si snodano altri tre colatoi disposti ad Y che però io non ho visitato per questioni di tempistiche.

I Lavini di Marco sono un luogo unico, davvero suggestivo ed immancabile nella lista di tutti gli appassionati di natura, di geologia e di dinosauri, oltre che di paleontologia.

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Il sentiero con il panorama

Oltre a queste impronte, in Italia ce ne sono altre, come in Puglia, ad Altamura (non ho avuto ancora l’occasione di vederle).

Consiglio vivamente a tutti i miei lettori appassionati di questo genere di escursioni di visitare i Lavini di Marco, perchè non ne rimarranno delusi.

L’emozione che si prova a vedere le testimonianze di un lontano passato è davvero fortissima: sapere che i dinosauri hanno calcato le nostre terre e hanno lasciato un segno tangibile della loro preenza è, a mio avviso, davvero, formidabile.

Alla scoperta della natura della Slovenia: le Grotte di San Canziano

Durante la mia seconda visita in Slovenia, avvenuta nel nel 2015, sono riuscita a visitare le grotte più belle e famose del Paese. Oltre a quelle di Postumia (leggete il mio articolo a riguardo cliccandio qui), meritano una menzione speciale anche le Grotte di San Canziano, il sloveno Škocjanske Jame. Queste grotte si trovano a 3 chilometri dal paese di Divaccia (Divača) dove ho allogiato per l’occasione, presso l’Hotel Malovec (clicca qui per vedere il sito) ed a 15 chilometri dal confine di Trieste.

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Le grotte furono scoperte nel 1823 e vennero aperte dopo che il club Alpino Tedesco-Austriaco fece scavare dagli scalpellini i primi sentieri nella roccia della grotta, nel 1884. Negli anni successivi furono scavate altre vie per rendere la grotta più fruibile ad un maggior numero di turisti. Le grotte sono state dichiarate area protetta nel 1981 e nel 1986 sono state inserite nel registro del patrimonio mondiale Unesco.

Le Grotte di San Canziano si differenziano però da quelle di Postumia in quanto meno turistiche e più impegnative: non c’è un trenino che trasporta i turisti e la visita è tutta a piedi. Non è di per sè il percorso ad essere impegnativo, quanto la durata della visita in sè, che è di circa un’ora e mezza. Un aspetto da non sottovalutare quando si decide di entrare in grotta, soprattutto per chi soffre di claustrofobia o non tollera gli soazi chiusi ed umidi.

 

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Le grotte costituiscono uno dei fenomeni più imponenti del Carso grazie alle numerose formazioni stalattitiche ancora in espansione e alla presenza di acqua che accompagna tutto il percorso del visitatore (se non per brevi tratti). La passerella che ci conduce all’interno è pratica e permette di godere di una vista mozzafiato sulla gola rocciosa. Le gallerie e le caverne costituiscono un complesso di oltre cinque chilometri completamente modellate dal fiume Timavo, che qui scompare nel sottosuolo per riemergere ben 34 chilometri più a valle, dove finalmente sfocia nel golfo di Trieste, a San Giovanni Duino.

I punti più rilevanti di San Canziano sono la piccola voragine, la grande voragine, la caverna preistorica, la grotta del silenzio, la grotta Michelangelo e la particolare sala delle fontane, con le sue belle vasche di concrezionamento. È presente inoltre una delle più grandi formazioni stalagmitiche del mondo (il Gigante), dell’altezza di 15 metri e che si stima abbia avuto bisogno di oltre 250.000 anni di accumulo di concrezioni calcaree per poter raggiungere le attuali dimensioni. Non mancano esperienze per i più temerari, dato che nel percorso si deve attraversare uno dei più profondi canyon sotterranei del mondo (situato nella grotta del rumore), lungo più di un chilometro e mezzo, che si attraversa su un ponte sospeso a 45 metri di altezza! Un vero e proprio luogo magico e… Da cardiopalma!

 

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All’uscita delle grotte troverete anche un sentiero che vi porterà alle cascate di San Canziano, collegate direttamente al sistema carsico delle grotte. Il percorso non è obbligatorio ma, se non siete troppo stanchi dalla traversata, consiglio di imboccarlo e di fare una mezz’ora di cammino: ne vale assolutamente la pena!

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La cascata di San Canziano

Una curiosità zoologica non può mancare anche in questa grotta: non stiamo parlando del famoso e iconico proteo, ma di un piccolo gamberetto cieco descritto nel 1880, il Cambarus typhlobius che successivamente non fu mai più ritrovato, malgrado le continue ricerche. Lo scienziato che lo ha scoperto, Gustav Josef, si è occupato della descrizione di questa nuova specie basandosi solo su questo campione: il problema è che lo studioso, molto probabilmente, ha descritto un esemplare di un’altra specie, l’Orconectes pellucidus che si trova negli Stati Uniti. Dagli ultimi studi condotti dunque, il povero gambero non risulta appartenere ad alcuna nuova specie, quindi si è trattato di analizzare un campione proveniente da un altro luogo e di un errore di trascrizione della zona d’origine.

Gustav Josef ha proprio preso un granchio, pardon…. Un gambero!

Se volete scoprire altre informazioni riguardo al Cambarus typhlobius, cliccate qui.

Naturalmente, entrare in una grotta è sempre un’esperienza magica e suggestiva perchè si viene a contatto proprio con la terra nuda e cruda e con tutti i suoi misteri: visitare le grotte per me è un’esperienza potente, che riesce a rilassarmi nonostante l’ambiente abbastanza ostile per l’uomo. E’ qui che la natura dà spettacolo di sè stessa ed è qui che mi sento così piccola in confronto alla sua magnificenza.

Consiglio vivamente a tutti di visitare almeno una  volta queste grotte, perchè sono un luogo simbolo della Slovenia e perchè un’amante di viaggi e natura non può farsele scappare!

Se volete leggere altri articoli sulle grotte che ho visitate, cliccate sui link sottostanti:

Grotte di Postumia

Grotte di Frasassi

consigli

Alloggio: Hotel Malovec – Divača

Dove mangiare: vi consiglio di dirigervi verso Lipica dove ci sono delle buone trattorie.

Abbigliamento: scarpe da trekking e abbigliamento sportivo, un pile e una giaccavento perchè la temperatura è di 12 gradi costantemente.

 

Valigia sempre pronta: 5 oggetti che non mancano mai nella mia valigia

Di recente, sono stata “taggata” in un post condiviso sui social da una mia collega travelblogger, Maraina81 (cliccate qui per vedere il suo blog) in cui mi si chiedeva di scrivere un articolo riguardanti 5 oggetti che non mancano mai nella mia valigia quando parto.

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Ammetto che non è scontato formulare una lista di oggetti “irrinunciabili”, soprattutto perchè riempio la valigia in base alla mia destinazione e al tipo di viaggio. Prenderò dunque in esame la valigia di un viaggio “soft”, come la visita di una capitale o di una grande città (estera o italiana).

Ecco dunque i miei 5 “irrinunciabili”:

  • Itinerario/guida del luogo

Naturalmente non posso partire senza prima aver raccimolato tonnellate di informazioni riguardanti la mia meta, che sia tramite libri e guide o il web. Da qualche anno, conservo sempre una cartellina con tutto ciò che ho raccolto: in questa mitica cartellina potrete trovare fogli stampati e scarabocchiati con informazioni aggiunte in seguito, fotografie di luoghi da visitare, indicazioni utili per giungere ad una particolare destinazione. Se poi sono fortunata, ho trovato anche una buona guida cartacea con tutto ciò che si può vedere in quella determinata città: non è affatto scontato!

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Guide e taccuino della natura per segnalare la fauna avvistata
  • Kakebo da viaggio

Un viaggio deve essere pianificato in ogni sua sfaccettatura e questo vale soprattutto per le spese: con il Kakebo mi trovo molto bene e riesco a controllare il denario in uscita e in entrata appuntando le cifre in ogni sezione: da maniaca del controllo, soprattutto delle spese, è per me fondamentale avere il budget sotto controllo in ogni momento. Mai viaggiare sprovvisti di questo strumento!

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Kakebo da viaggio
  • Macchina fotografica

Un viaggio non si può definire tale per me senza la mia compagna di avventure preferite: la macchina fotografica! Non posso farne a meno e, a costo di pagare un bagaglio in più da imbarcare, la devo portare. Come la chiamo affettuosamente? Panzer! Perchè con lei nessuno ci ferma!

  • Un buon libro da leggere

Durante gli spostamenti, nulla è più rilassante che leggere un buon libro. Che sia un romanzo o un saggio, la narrativa non può mancare nei miei viaggi e, come se non bastasse, quando visito una città non può mancare una tappa in libreria, giusto per aggiungere altre letture!

  • La curiosità, la voglia di imparare e…Tanta pazienza!

Ogni valigia parla del proprietario, e nella mia, metaforicamente parlando, ci sono sempre queste tre componenti: la curiosità non può assolutamente mancare, per i profumi, per gli usi, per i costumi, per la natura e per tutto ciò che ci circonda in generale. Curiosità è scoperta, curiosità è avventura. Voglia di imparare? Beh direi che è fondamentale! Imparare ad apprezzare la diversità e rispettarla, adattandosi sempre al contesto culturale. Pazienza? Eh quella tanta, tantissima! Soprattutto con i mezzi di trasporto, che siano auto o treno o altri: i ritardi sono sempre in agguato e a volte capita di trovarsi in situazioni non proprio confortevoli. Pazienza? Sempre e comunque, perchè la pazienza è la virtù dei forti.

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Viaggia, fotografa e ama. La foto è stata scattata dal mio papà.

E voi, cosa portate sempre in valigia?

Fate la vostra check-list!

Le meraviglie della natura: La Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo – Isola della Cona

Spulciando tra le mie vecchie foto ho ritrovato alcuni scatti che feci quando visitai la Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo – Isola della Cona, rispettivamente nel 2015 e nel 2016. Sapete quanto io ami la regione del Friuli e quanto spesso io sia stata ospite della sua meravigliosa gente, perciò non potevo non scrivere un articolo in proposito.

la riserva naturale regionale della foce dell'isonzo

Proprio nel 2015 iniziarono i miei viaggi tra Friuli e Slovenia, in occasione di un’escursione organizzata dal mio corso di laurea (la più bella escursione e la più divertente senza dubbio): è così che ho potuto scoprire questa meravigliosa riserva naturale, che si trova nella parte orientale della regione, lungo l’ultimo tratto proprio dell’Isonzo, a cavallo dei comuni di Staranzano, San Canzian d’Isonzo, Fiumecello e Grado. Costituita da ben 2338 ettari e istituita nel 1996, questa riserva è un faro per tutti gli amanti della natura e del birdwatching, quindi per la sottoscritta è proprio la manna.

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Grazie ad una serie di capanni, è possibile osservare numerosissime specie ornitologiche e non solo: è infatti presenza fissa il cavallo di razza Camargue che svolge un ruolo di “manutenzione della riserva” grazie al suo brucare incessante dell’erba. I cavalli vivono bradi sull’isola e ormai sono parte integrante di questo piccolo ecosistema.

L’area protetta è accessibile a grandi e piccini, grazie a dei comodi sentieri che circondano tutto il territorio, inoltre è disponibile un punto ristoro e una foresteria per dormire dotata di tutti i confort e servizi impeccabili. La breve distanza dai comuni sopracitati o dalla città di Monfalcone rendono la Riserva un luogo davvero facile da raggiungere: un comodo parcheggio gratuito vi darà il benvenuto.

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L’avifauna in Riserva è ben rappresentata con numerosi Anseriformi svernanti tra cui il Fischione (Mareca penelope), l’Alzavola (Anas crecca) e l’Oca lombardella (Anser albifrons). Per la gioia degli ornitologi e dei fotografi non mancano poi il Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), il Gruccione (Merops apiaster) e la Beccaccia di mare (Haematopus ostralegus). Per quanto riguarda la botanica, in tutta la Riserva sono presenti numerosi habitat palustri che ospitano specie alofile (cioè che vivono bene in presenza di acque salmastre) come Juncus maritimus, Limonium narbonense, Salicornia fruticosa, Salicornia veneta e altre.

Da amante della natura e degli uccelli quale sono, potete immaginare che cosa ho provato ad osservare così tante specie concentrate in un luogo solo. La Riserva per me è stata la seconda esperienza di fotografia naturalistica (dopo l’Oasi di Sant’Alessio, leggete il mio articolo qui) e la più fruttuosa, tanto che l’anno dopo sono tornata armata di obiettivo 70-300 Canon Serie L per fotografare di nuovo i meravigliosi animali che qui ho incontrato. L’emozione è stata tanta, nonchè la voglia di scattare sempre di più e sempre meglio. Sia nel 2015 che nel 2016 ho alloggiato presso la foresteria e mi sono trovata davvero bene: grazie alla sempre disponibile Letizia che ha reso il nostro soggiorno confortevole e piacevole, la mia esprienza alla Riserva è assolutamente positiva! Se volete svolgere anche un’attività al di fuori dagli schemi, vi consiglio una bella cavalcata al tramonto: è infatti disponibile un piccolo maneggio con i cavalli Camargue che potranno accognarvi a vedere il tramonto incantato sulle sponde dell’Isonzo.

Che dire, se siete amanti degli animali, della natura, ed in particolare dell’avifauna, non potete perdervi questa esperienza all’Isola della Cona, o Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo.

Per maggiori informazioni, visitate il sito internet ufficiale.

Il viaggio come espressione di sè stessi: la mia esperienza a Pavia, Crossroads of Europe

L’8 di Dicembre sono stata invitata ad un evento assai interessante, promosso dall’Assessorato del Turismo del Comune di Pavia:

PAVIA, CROSSROADS OF EUROPE
CULTURAL AND RELIGIOUS ROUTES

Hiking | Eating | Meeting

Gli itinerari di fede e di cultura: cibo per il corpo e per il dialogo.
Intreccio strategico per la promozione del territorio.

Template Grande formato
La copertina dell’evento

Questa manifestazione si è tenuta in due giorni distinti ed io ho vi ho preso parte come relatrice per parlare dei miei viaggi e della mia esperienza come Travel Blogger. Insieme ad altri viaggiori o studiosi di turismo sostenibile e lento, ci siamo confrontati per capire come il turismo responsabile sia importante per valorizzare il territorio di Pavia, e non solo.

Come Donna Vagabonda ho voluto sottolineare l’importanza del mio territorio natio per la mia formazione di viaggiatrice: proprio così, perchè il viaggio è prima di tutto un’esperienza di formazione. Ho espresso la mia opinione riguardo all’evoluzione che sta subendo il turismo, che deve per forza direzionarsi verso una fruizione responsabile e sostenibile. In molte città italiane si assiste al fenomeno dell’Overbooking, dove ci sono più turisti che strutture ricettive e dove spesso manca una certa etica del viaggio. Purtroppo, soprattutto tra i giovani e i giovanissimi, il viaggio viene vissuto come mero divertimento, senza che ci sia un’esperienza formativa, ma atto solo per guadagnare visibilità all’interno di una cerchia di amici o dei social network. E’ invece in crescita la consapevolezza del turista “maturo”, che spesso sceglie itinerari alternativi e poco battuti, come i cammini o i sentieri. La montagna e la campagna diventano dunque protagoniste di una rivalorizzazione “lenta”, capace di mettere in luce ciò che in realtà è spesso nascosto.

 

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E’ così che si giunge a Pavia, crocevia di popoli e di culture. Pavia, purtroppo come già ho detto più volte, è una citta meravigliosa dal punto di vista storico e culturale, ma non è ancora riuscita ad imporsi sul mercato. Le strutture non mancano (anche se sono situate più al di fuori dell’agglomerato urbano, piuttosto che in centro), ma si è in difetto per la “preparazione” dei monumenti: spesso i musei sono chiusi o parzialmente visitabili, manca un sito internet che raccolga tutte le informazioni necessarie per pianificare una visita esaustiva (le informazioni ci sono, ma su molti siti diversi, rendendo difficile la pianificazione), mancano inoltre attività ben visibili volte a proiettare la città tra quelle più appetibili. Parlando con tanti miei coetanei, studenti fuori sede o ragazzi, spesso sento da loro molte critiche, come il costo esagerato dei musei o delle mostre e la mancanza di attività culturali rilevanti. Eppure, Pavia racchiude un cuore pulsante che può essere apprezzato. Molte sono le attività di vario genere proposte dalle varie realtà associative e non solo, e molti sono i monumenti che meritano una visita. Purtroppo alcuni sono un po’ nascosti e spesso manca una segnaletica efficace che permetta di scoprirli, ma Pavia ha tutte le carte in regola per dimostrarsi leader nel turismo lento e sostenibile.

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Il mio intervento

Il dibattito si è poi spostato sull‘importanza dei social network all’interno dell’ambito del turismo e di come questi possano aiutare una realtà ad essere visibile: Pavia su questo se la cava abbastanza bene, dato che ci sono molti account Instagram e Facebook che si occupano di promozione del territorio, basta cercare.

La conferenza è stata dunque un’opportunità per conoscere persone nuove, con un bagaglio ricco di esperienze, anche molto diverse dalle mie. Il turismo può essere dunque raccontato attraverso un libro, un racconto, attraverso un blog come nel mio caso o attraverso la fotografia e i dispositivi multimediali.

Pavia si conferma attenta alle esigenze dei suoi turisti grazie anche a queste iniziative, che di sicuro dovranno essere più pubblicizzate e messe in evidenza.

Al prossimo anno, Crossroads of Europe!

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Il “bottino” di Pavia Crossroads of Europe

Un sentito ringraziamento allo staff di ViviPavia e dell’Ufficio del Turismo, in particolare a Paul Ngoi che mi ha permesso di vivere questa bella esperienza.

Di seguito potrete vedere il video che ho preparato in occasione di questa manifestazione.

 

Enjoy!

Un’escursione in giornata: Marostica

Nel corso di questo 2018 sono riuscita a viaggiare in lungo e in largo per l’Italia, visitando mete poco conosciute e cittadine pittoresche. In occasione dell’evento “Opera on Ice”, sono giunta a Marostica, ridente cittadina medievale in provincia di Vicenza. La città degli scacchi, conosciuta anche per la sua bellissima cinta muraria, è sede di importanti festival folkoristici ed eventi molto interessanti. Scopriamo insieme la storia di questa ridente città del vicentino.

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La cinta muraria di Marostica

I primi insediamenti prendono vita in epoca preistorica grazie alla presenza di pendii soleggiati e la stretta vicinanza con la fertile pianura. Tracce più o meno tarde sono infatti riferibili ai Paleoveneti.

Con la caduta dell’Impero Romano, il centro abitato fu protagonista di un susseguirsi di governi e cadute, fino ad arrivare alla dominazione del ducato di Vicenza.

Dopo l’invasione dei Longobardi, fu la volta dei Franchi, nonchè degli Ungari.

Durante il Basso Medioevo queste terre divennero feudo degli Ezzellini, che, dopo una grossa espansione, entrarono in conflitto con il Comune di Vicenza, faida che causò un saccheggio di Marostica nel 1197. Solo nel 1218 la città venne ceduta a Vicenza dietro il pagamento di quarantamila lire veronesi.

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L’indipendenza di Vicenza cessò nel 1266, quando la città entrò sotto l’orbita di Padova. Cangrande della Scala fece costruire il famoso castello di Marostica, articolato ancora oggi in un castello inferiore ed uno superiore, mentre la cinta muraria, ancora oggi presente, fu costruita da Cansignorio della Scala nel 1372. Nel 1404 Marostica passò ancora di mano, questa volta sotto la Repubblica di Venezia. Sotto il governo della Serenissima, ci fu un rimodernamento urbano notevole.

Dopo la caduta di Venezia nel 1797, Marostica segui le vicende e le sorti del Veneto, passando sotto la Francia di Napoleone Bonaparte

Nel 1866, al termine della terza guerra d’indipendenza, il Veneto entrò a far parte del Regno d’Italia.

Gli anni successivi si caratterizzarono per lo sviluppo dell’industria della paglia, che portò la città a divenire uno dei più importanti centri del settore sino alla prima guerra mondiale.

Il primo conflitto, combattuto sul monte Grappa e sull’altopiano di Asiago, coinvolse anche Marostica che divenne centro di acquartieramento delle truppe. Si cita fra tutti il “Comando-tappa” di Vallonara, dove sostò anche la celebre Brigata Sassari.

Della seconda guerra mondiale va ricordata la Resistenza, con il sacrificio di quattro giovani partigiani fucilati nel cortile del castello Inferiore (gennaio 1944)

Sicuramente una menzione d’onore meritano gli scacchi, dato che Marostica si è guadagnata la sua fama mondiale proprio grazie a questo gioco. Negli anni pari, il secondo fine settimana di settembre, viene disputata la Partita a Scacchi Viventi che si ispira ad una vicenda ambientata nel 1454, benchè ancora oggi si discuta sulle fondamenta storiche di questo avvenimento. La sfida è tra due nobili della città, Rinaldo d’Angarano e Vieri da Vallonara. Secondo la celebre trama, entrambi si innamorarono della bella dama Lionora ma il padre di lei vietò ai due un duello, per evitare spargimenti di sangue. Così, si decise che la mano della giovinetta si dovesse vincere con una partita a scacchi. L’esito non voglio raccontarvelo, vi consiglio di vederlo dal vivo, in questa interessante città!

Oltre ai due sfidanti, la partita è incorniciata da oltre 600 figuranti tra cavalli, armati, sbandieratori, sputafuoco, guitti, gentiluomini e dame. Un tuffo nel Medioevo in grande stile!

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La mia visita a Marostica si è tenuta durante Opera On Ice, manifestazione di pattinaggio artistico che si tiene da due anni nella celebre Piazza degli Scacchi. Se ho potuto godere di uno spettacolo davvero memorabile, con le stelle del pattinaggio di figura sia italiane che internazionale che si sono esibite in performance straordinarie, dall’altra parte questo meraviglioso spettacolo ha però inficiato sulle mie fotografie, a causa del fatto che la Piazza, stella della città, è stata completamente murata e chiusa al pubblico per l’allestimento degli spalti. Ahimè, questo mi ha impedito di scattare delle belle fotografie. Ma non mi sono abbattuta, anzi! Una buona occasione per ritornare a Marostica, e sicuramente non mancherà il divertimento, grazie ai numeori eventi che vengono organizzati durante tutto l’anno!

Marostica dunque mi ha sorpreso piacevolmente, grazie ai suoi stretti e caratteristici portici, alle sue viuzze e alla sua imponente cinta muraria. Un piccolo gioiello vicentino, in un territorio che non si può non visitare.

 

Un’escursione in giornata: Casargo

Durante l’ultima estate, ho avuto modo di poter conoscere la Valsassina. Dopo Lecco, era assolutamente un obbligo “quasi morale” dover conoscere la sua valle, ricca di storia e bellezze naturali. Non potevo che iniziare da uno dei borghi più caratteristici e famosi della valle, Casargo.

 

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Il carattestico paese di Casargo

 

Il caratteristico paese si trova disteso su di un fondovalle, con alle spalle il maestoso Monte Legnone, a 800 metri di quota s.l.m. Le sue frazioni si trovano sparse in due valli diverse, la Val Casargo e la Val Muggiasca. Il territorio di Casargo comprende anche due stazioni sciistiche abbastanza famose, l’Alpe Giumello e l’Alpe di Paglio. Dall’Alpe Giumello si può godere di una fantastica vista del bacino lariano e della sponda comasca, dopo una breve passeggiata di circa 20 minuti a passo leggero, su un sentiero quotidianamente battuto. Dall’Alpe di Paglio, partono invece numerosi trekking e scampagnate, verso il famoso Pian delle Betulle e verso le Alpi Orobie.

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Giunti a Casargo, si possono degustare prelibatezze locali come i famosi formaggi della Valsassina e la polenta. Il piccolo paese si snoda in vicoletti caratteristici e prati verdi dove ancora possiamo incontrare numerose galline e capre, tra cui le famose Capre Orobiche, di cui Casargo è bandiera: ogni anno infatti, si tiene una famosa mostra su questa razza autoctona che mira a preservare e tutelare questo animale, simbolo della montagna e della vita pastorizia.

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Casargo può non essere famosa come Cortina d’Ampezzo o Curmayeur, in quanto non è meta di turismo di massa e di lusso, ma è entrata a pieno titolo nei miei luoghi del cuore, grazie alle persone che me l’hanno fatta scorpire. E’ per me dunque un rifugio sicuro, un luogo di pace, dove posso dedicarmi a me stessa e dove posso riincontrare una natura rigogliosa e sempre ricca di sorprese. A Pian delle Betulle, infatti, ho trascorso un intero pomeriggio presso un piccolo laghetto, dove ho incontrato numerose specie di Odonati, le libellule, che, come il mio lettore sa, sono i miei insetti preferiti: numerose sono le specie che qui volano, e che si lasciano anche avvicinare senza troppa paura, come l’Aeshna juncea, di cui ho scattato bellissime fotografie.

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Come dimenticare poi le piacevoli passeggiate nei dintorni, come all’Alpe Giumello, dove si gode di una vista davvero mozzafiato sul lago. Vicino a Casargo, inoltre, si trovano numerosi alberi pluricentenari e ben 19 monumentali censiti dalla Guardia Forestale: la prossima estate sarà l’occasione per vederli!

La pace in questi luoghi si può palpare con mano, ed è per questo che ben presto ritornerò, per godere ancora dello spettacolo che solo la Natura può offrire.