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Le Mostre più belle: Wildlife Photographer of the Year – Milano 2019

Ogni anno viene assegnato un prestigioso premio al migliore fotografo di natura: il Wildlife Photographer of the Year. Quest’anno, il vincitore è il fotografo cinese Yongqing Bao con uno scatto incredibile intitolato “The Moment”. E’ possibile vedere questa e le altre fotografie premiate al National History Museum di Londra.

A Milano, però, è sbarcata la National Photographer of the Year, la mostra “itinerante” che vuole mettere in luce una selezione delle foto vincitrici e degne di menzione dell’edizione del 2018.

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Sapendo che a Milano sarebbero stati esposti i capolavori della fotografia naturalistica più famosi al mondo ovviamente non ho esitato e così ho visitato la mostra il 20 ottobre 2019 (la mostra è aperta dal 4 ottobre al 22 dicembre 2019)

Questo evento è organizzato dall’Associazione culturale Radicediunopercento e presenta le 100 immagini premiate alla 54a edizione del famigerato concorso fotografico.

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Di 45.000 scatti provenienti da ben 95 Paesi, solo alcuni sono stati selezionati, cioè quelli che hanno colpito la giuria per composizione, particolarità e creatività: si assiste dunque a scatti incredibili, spesso frutto di un prezioso istante immortalato dal fotografo dopo mesi, se non anni, di ricerche e di appostamenti. Dal premio assoluto si passa alle foto dei giovani talenti, dagli animali si volge lo sguardo alle piante e ai paesaggi naturali.

Tutti gli scatti sono corredati di didascalia descrittiva sia della foto che dei parametri di realizzazione. Con mio grande piacere, da fotografa naturalistica, ho potuto notare alcune attrezzature menzionate che possiedo anche io e che cerco sempre di sfruttare al meglio per i miei scatti.

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Una delle sale espositive

Di sicuro, una menzione la merita la vincitrice del concorso, la fotografia di Marsel van Oosten, “Golden couple”, che raffigura due rinopitechi dorati (Rhinopithecus roxellana) seduti, con lo sguardo non rivolto alla camera, in contemplazione di ciò che sta succedendo intorno a loro. Questa specie, in pericolo di estinzione, abita i freddi altopiani cinesi di Gansu, Hubei, Sichuan e Shanxi.

19_The Golden Couple © Marsel van Oosten - Wildlife Photographer of the Year
La coppia dorata – Marcel van Oosten – Foto cortesemente concessa dall’Associazione Radicediunopercento

Altra punta di diamante di questa esposizione è di certo lo scatto vincitore nella categoria “Young”: “Lounging Leopard”, di Skye Meaker, sedicenne originario del Sud Africa che ha immortalato un leopardo nel momento del risveglio nella Mashatu Game Reserve, nel Botswana.

08_Lounging Leopard © Skye Meaker - Wildlife Photographer of the Year
Il riposo del leopardo – Skye Meaker – Foto cortesemente concessa dall’Associazione Radicediunopercento

All’interno del concorso, e ovviamente della mostra, hanno trovato uno buono spazio anche alcuni fotografi nostrani, tra cui Marco Colombo, che ha vinto nella categoria “Urban Wildlife” con un scatto notturno,”Crossing Path”, realizzato ad un orso marsicano che si è avventurato in ambiente urbano.

Oltre al suo scatto, sono esposti quelli di Emanuele Biggi, Valter Bernardeschi, Lorenzo Shoubridge, Stefano Baglioni, Dario Podestà e Georg Kantioler.

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Il percorso espositivo è articolato in più sale dove le foto sono esposte secondo le seguenti categorie: Anfibi e rettili, Uccelli, Invertebrati, Mammiferi, Animali nel loro ambiente, Piante e funghi, Ambienti della terra, Subacquee, Natura urbana, Ritratti animali, Bianco e nero, Visioni creative, Portfolio, Young (fotografi da 10 anni a 17 anni). Oltre all’esperienza visiva si può anche optare per una esperienza immersiva attarverso la realtà virtuale.

La mostra è ben strutturata e l’illuminazione è ottima per ammirare gli scatti senza fastidiosi riflessi. La sede espositiva si trova non lontano dalla fermata della metro Cadorna e Cairoli Castello. All’interno della mostra è possibile acquistare il catalogo dell’esposizione e altri gadget (cartoline, magneti, ecc.).

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Sono contenta che la grande fotografia naturalistica sia approdata a Milano, città facilmente raggiungibile da tutta la Lombardia e non solo, e che l’evento sia stato pubblicizzato sui social (altrimenti, probabilmente, non ne avrei sentito parlare). Consiglio vivamente a voi lettori di visitare questa esposizione anche se non siete fotografi, ma semplici appassionati: la natura, ancora una volta, saprà stupirvi.

Ringrazio sentitamente l’Associazione Radicediunopercento, in particolare la Signora Alessandra Zanchi per il supporto che mi ha fornito.

Informazioni utili

Wildlife Photographer of the Year
4 ottobre – 22 dicembre 2018
Fondazione Luciana Matalon
Foro Buonaparte 67 – 20121 Milano

Orari
Tutti i giorni e festivi h 10 – 19 / Venerdì h 10 – 22 / Chiuso Lunedì
Chiusura biglietteria 30 minuti prima
1 novembre, 7 e 8 dicembre aperti.
Sabato 16 novembre e sabato 14 dicembre chiusura anticipata alle ore 18.00

Giungere alla mostra
MM1 Cairoli – MM2 e Ferrovie Nord Cadorna
Tram: 1 – 4 Bus: 50 – 57 – 61

Per ulteriori informazioni

Radicediunopercento

Le mostre più belle: la mostra fotografica di Narrando Oltrepò

Da quando ho fondato questo blog mi sono accorta di alcuni eventi vicini ai luoghi che frequento per le mie fotografie. Instagram ha poi aiutato ad allargare il cerchio delle amicizie e delle conoscenze. E’ proprio tramite questo social che ho potuto conoscere la realtà del blog Narrando Oltrepò (cliccate qui per visitarlo), blog che si occupa di far conoscere il territorio dell’Oltrepò Pavese attraverso il racconto di questo territorio, grazie agli articoli della sua fondatrice, Roberta Tavernati, e alla collaborazione di altri utenti. Ebbene, tramite Instagram sono venuta a conoscenza che Narrando Oltrepò aveva organizzato una mostra di fotografie inerenti a questo splendido territorio e che questa mostra si sarebbe tenuta a Casteggio. Potevo forse mancare?

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Conoscete la risposta.

Dunque, insieme a mio padre, ho deciso di visitare la mostra per ammirare gli scatti raccolti da Roberta: la piccola esposizione, che si è tenuta in Piazza Dante, mostrava degli scatti suggestivi delle nostre colline, di alcuni scorci ben conosciuti (pensiamo a Varzi o a Cigognola) ma anche alcune fotografie del tutto originali e ben eseguite. Tutte comunque mostravano la passione del fotografo per questo territorio e la voglia di farlo conoscere attraverso i propri scatti.

Questa mostra era una manifestazione in Oltrepò e per l’Oltrepò, un’esposizione che si vuole imporre come capofila per dimostrare quanto il territorio a sud di Pavia sia importante e, ovviamente, spettacolare.

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Durante la serata ho potuto conoscere Roberta che è era entusiasta per la mia presenza (forse fin troppo!): fin da subito abbiamo capito che potevamo collaborare per promuovere la realtà dell’Oltrepò e subito ci siamo scambiate idee e progetti. Narrando Oltrepò è dunque nato non per essere un nuovo portale di mera promozione, ma per raccontare la storia di questo territorio attraverso chi lo vive, chi lo apprezza, chi lo fotografa: un “blog aperto” che desidera veicolare un messaggio di bellezza. Con Roberta ho dunque scambiato alcune idee e abbiamo deciso di incontrarci al di fuori di questa manifestazione.

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Oltre a Roberta, ho potuto fare conoscenza con un’altra ragazza che stima e apprezza l’Oltrepò, in particolare l’Alto Oltrepò, e che ha deciso di farlo conoscere attraverso un modo davvero singolare: raccontandone le favole. Valentina Balma (@valijbv su Instagram) è un’illustratrice originaria di Cegni, frazione di Santa Margherita Staffora, che ha deciso, insieme a suo marito, di raccontare attraverso le sue illustrazioni, le favole che le venivano raccontate da sua nonna quando era piccola. Un’impresa tutt’altro che semplice dato che queste favole non erano mai state trascritte da nessuno e perchè spesso erano completamente, o quasi, raccontate in dialetto. Valentina però ha preso a cuore questo progetto e ha già trascritto due favole, dal titolo “Il Cagnolino di San Giacomo” e “La Pussa del Boiba Mucetto”.

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Penso che questo modo di raccontare le tradizioni, con le illustrazioni su carta, sia davvero un grande servizio che Valentina dà al suo territorio, ma anche a tutti noi che, attraverso i suoi racconti e ai suoi disegni, riscopriamo un mondo fatto di simpatici animaletti e dalle loro storie, con un legame forte verso la terra e le tradizioni.

Una serata ricca di incontri, di emozioni, di possibilità e di sorrisi: questa è stata la mia esperienza alla mostra di fotografie di Narrando Oltrepò.

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Io e Roberta di Narrando Oltrepò

Alla prossima di sicuro non mancheranno le mie foto!

Unica pecca? Che sia durata troppo poco!

Per conoscere Narrando Oltrepò, visitate il sito.

Per conoscere Valentina Balma, inviatele una mail a balmavale@tiscali.it o cercatela su Instagram e Facebook!

I Luoghi della Storia: la Biblioteca Universitaria di Pavia

Per caso. Già, quasi per caso spesso si viene a conoscenza di luoghi unici e ricchi di storia e curiosità. E’ proprio per caso che ho scoperto la protagonista di questo nuovo articolo tinto di storia: la Biblioteca Universitaria di Pavia.

Biblioteca universitaria di Pavia

Avevo pubblicato sul mio profilo Instagram (cliccate qui per visitarlo, e non dimenticate il follow!) una fotografia sulla sede centrale dell’Università di Pavia e uno dei commenti fu scritto dal profilo social della Biblioteca Universitaria di Pavia: curiosa, andai a vedere di che cosa si trattasse e ho scoperto un mondo di bellezza e di antichità. Subito mi venne un’idea: dovevo scrivere un articolo su questo luogo. Sapete che quando mi metto in testa una cosa poi è difficile che mi esca dalla mente e immediatamente mi adoperai per organizzare il sopralluogo fotografico.

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Detto, fatto! Ho preso contatti con la Signora Antonella Campagna, Responsabile delle attività culturali e didattiche della Biblioteca Universitaria e insieme abbiamo stabilito un giorno adatto per realizzare il servizio fotografico. E così, il 6 giugno 2019, mi sono incontrata con la Signora Elettra De Lorenzo che gentilmente e con grande professionalità mi ha fatto da Cicerone all’interno di questo luogo.

Una sola parola: WOW!

Wow perchè mai mi sarei aspettata di trovare un luogo così suggestivo all’interno dell’Università di Pavia e soprattutto un luogo aperto a tutti! Ma, come in ogni mio articolo, vorrei descrivervi la storia di questa Biblioteca prima di raccontarvi le mie impressioni.

Maria Teresa d’Austria fu un’importante figura di riferimento per la città di Pavia e questo lo si può appurare grazie ai numerosi documenti storici che testimoniano la sua attenzione verso la città della futura Lombardia. All’interno della sua visione illuminata (fu comunque uno dei massimi esponenti di quello che gli storici chiamano “Dispotismo illuminato“) decise di riformare il sistema dell’istruzione pubblica e universitaria e questo permise, nel 1754, l’istituzione della biblioteca ausiliare dell’Università di Pavia. La realizzazione vera e propria risale però al 1763 quando Gregorio Fontana, il primo direttore, decise di raccogliere i libri conservati presso il Collegio Ghislieri. Nel 1778 i lavori sui locali che dovevano ospitare la nuova Biblioteca furono ultimati e si inaugurò ufficialmente la “Imperial Regia Biblioteca Ticinese”. Oggi si può ancora visitare la prima sede cioè il Salone Teresiano, protagonista delle fotografie di questo articolo.

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Con gli anni e con le continue donazioni di testi e manoscritti, la Biblioteca si ingrandì e divenne un punto di incontro tra dotti letterati, studenti e accademici. Non passò molto tempo che la Biblioteca arrivò ad ospitare ben cinquantamila volumi, cifra che dipendeva anche dalla generosa donazione che fece il fisico e medico Joseph Frank. Oggi la Biblioteca Universitaria si articola su più sale e conta anche alcuni spazi per lo studio oltre che per la consultazione. Il nucleo originale con i testi storici e più antichi si trova nel Salone Teresiano che prende proprio il suo nome da quello di Maria Teresa d’Austria.

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Il salone è opera dell’architetto Giuseppe Piermarini, grande luminare dell’archiettura che progettò anche la Villa Reale di Monza e Palazzo Belgioioso a Milano, oltre che il Teatro alla Scala. Da un genio così illustre non poteva non nascere un’opera d’arte, quale è il Teresiano. Negli ultimi anni il Salone è stato adibito come spazio per eventi e manifestazioni. Ad oggi sono esposti al pubblico alcuni volumi contenenti canti gregoriani ed antichi spartiti, ma ciò che forse colpisce di più di tutto il materiale esposto è un foglio in pergamena manoscritta ritrovato per caso al’interno di un libro di Giovanni De Deis, In Ecclesia Mediolanensi (Milano, Melchiorre Malatesta, 1628). Dopo la consultazione con un esperto, si è stabilito che il foglio derivi da un antifonario, cioè un libro che riportava le parti cantate della liturgia: all’interno del documento infatti si possono ritrovare delle note musicali trascritte e un testo proprio al di sopra di esse. Il documento è stato datato intorno al 1100, quindi è molto più antico del libro in cui fu ritrovato. Evidentemente il rilegatore del libro decise di utilizzare questo testo come “rinforzo” alla struttura del libro: il fatto di per sè non è così raro, ma di solito non si utilizzano materiale così antichi rispetto al volume da rilegare. Oltre allo spartito si può notare una miniatura che raffigura un animale mitologico simile ad un cane o forse ad un serpente, con zampe colorate e corpo allungato, adornante il prezioso documento di rara bellezza ed importanza.

All’interno del Salone sono degni di nota il Mappamondo Settecentesco opera di Vincenzo Rosa, scritto e disegnato a mano, ed il busto marmoreo di Joseph Frank.

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Oggi la Biblioteca non dipende dall’Università ma dal MiBAC cioè il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Avere l’opportunità di fotografare e di scrivere questo articolo è stata per me davvero emozionante: all’interno del Salone si respira davvero la storia e la mole di testimonianze e di volumi ospitata è davvero sorprendente. Quanti studiosi e quanti dotti personaggi hanno avuto il privilegio, come me, di poter vedere questo tempio della conoscenza e quanti hanno lasciato una loro testimonianza anche solo consultando uno dei manoscritti o dei libri qui depositati! Mentre scattavo, ho realizzato che non mi ero mai trovata ad immortalare un luogo simile, a riconferma che la bellezza non è solo quella della Natura.

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Mi sono sentita responsabile di esaltare un luogo già di per sè unico ed il compito non è stato assolutamente facile: ho cercato di raccontare attraverso questo articolo e, soprattutto, attraverso le mie fotografie quanta storia e quanta cultura si respirasse al suo interno. Spero di avervi trasmesso questa grandiosità che il Salone Teresiano e tutta la Biblioteca offrono: se davvero l’ho fatto, adesso chiudete il pc o mettete in standby lo smartphone e correte a visitare questo gioiello unico incastonato nella corona delle bellezze della città di Pavia che attende solo di essere scoperto da voi, come un autentico diamante grezzo.

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Un doveroso ringraziamento va infine alla Signora Antonella Campagna, alla Signora Elettra De Lorenzo e a tutto lo staff della Biblioteca che è stato davvero gentile e professionale.

Per altre informazioni e per sostenere i progetti della Biblioteca, visitate il sito ufficiale cliccando qui.

Diario di viaggio: Verona – giorno 2

Eccoci al secondo giorno del Diario di Viaggio di Verona, ansiosi di scoprire la storia e le bellezze di questa città che tanto calorosamente ci ha accolto.

Se non avete ancora letto il primo giorno, rimediate cliccando qui!

Verona (2)

L’itinerario di questa giornata seguirà alcune tappe principali:

  • L’Arena di Verona
  • Il Museo di Castelvecchio
  • La Basilica di San Zeno Maggiore
  • La Basilica di San Lorenzo
  • Piazza delle Erbe
  • Le Arche scaligere
  • La Casa di Romeo
  • Torre dei Lamberti
  • La Casa di Giulietta

Di buon mattino decidiamo di dirigerci verso il simbolo di Verona: la sua Arena.

L’Arena e i suoi segreti

L’Arena si trova in Piazza Bra, proprio nel centro nevralgico della città, in una zona pedonabile, facilmente raggiungibile da ogni angolo della cittadina. L’Arena di Verona è un anfiteatro romano tra i più perfettamente conservati fino ad oggi. Sulla data di costruzione ci sono ancora delle controversie ma probabilmente fu costruita tra il I ed il II secolo D.C.. L’arena, un tempo come oggi, attira a sè numerosi visitatori, ansiosi di vedere i numerosi spettacoli che ancora oggi si tengono al suo interno: se una volta erano i gladiatori a divertire la folla, oggi numerosi cantanti e orchestre si contendono il palco veronese. Ma l’Arena non risplendette sempre di luce propria: le invasioni barbariche e il progessivo declino dell’Impero romano portarono all’abbandono progressivo della città e delle sue strutture e, di conseguenza, dell’Arena. Con l’affermazione del Cristianesimo vi fu l’abbandono dei giochi gladiatori, e l’inefficienza degli organismi pubblici nella conservazione del monumento fu un’ulteriore spinta verso il suo abbandono. Molto probabilmente il crollo della facciata o anello esterno è dovuto ad una serie di eventi sismici avutisi in Italia Settentrionale dal medioevo fino al terremoto più disastroso del 1117. A seguito delle diverse scosse sismiche sono crollate le arcate dell’anello esterno, di cui rimangono integre oggi soltanto le 4 arcate della cosiddetta Ala.

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Purtroppo l’Arena era solo parzialmente visibitabile a causa del fatto che stessero allestendo il palco per un imminente concerto ma anche così non ha perso il suo fascino. Grazie al pass per blogger dell’Ufficio del Turismo (IAT Verona) siamo entrati gratuitamente per documentare la nostra esperienza con le nostre fotografie e con questo articolo. L’Arena è suggestiva e imponente e, anche se la vediamo solo da una prospettiva, risulta comunque molto impressionante. Ciò che mi colpisce di più non è però la grandezza in sè ma il materiale di costruzione dell’Arena e di gran parte degli edifici della città veneta: non è difficile scorgere tra le gradinate o sulla pavimentazione della città delle belle e conservate ammoniti. Già, avete capito bene, ammoniti, cefalopodi marini oggi estinti. Il materiale che è stato utilizzato è una pietra da taglio dove il Rosso Ammonitico risalta: la cavatura dei monti circostanti che ancora oggi si opera ha dato vita a materiali lapidei ricchi di fossili, in particolare, appunto ammoniti. Dunque se vedete i gusci di questi organismi su qualche parete o su di un marciapiede non stupitevi!

Dopo aver scattato qualche fotografia, siamo pronti per dirigerci verso la prossima meta, promettendoci che un giorno torneremo all’Arena per vedere un bel concerto!

Prossima tappa? Naturalmente Castelvecchio!

Castelvecchio e la sua storia

Castelvecchio è un castello attualmente adibito ad ospitare il museo civico. Le sue dimensioni e la sua imponenza ne fanno il monumento militare più importante della dinastia degli Scaligeri. Lo avevo già visitato la prima volta che ero venuta a Verona, così come l’Arena, ma avevo proprio voglia di rivederlo con occhi nuovi! Del resto, quando si cambia prospettiva, le cose ci appaiono più belle, no?

Dunque eccoci qua pronti ad una bella full-immertion dell’arte medioevale e rinascimentale: già, perchè la collezione del museo è davvero ragguardevole!

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Il Castello nasce come avamposto difensivo indissolubilmente collegato al fiume, tant’è che il ponte costruito serviva proprio come via di fuga esclusiva nel caso di un attacco. Le vicende che avvolgono la sua costruzione sono lunghe e complesse: dopo una prima costruzione avvenuta ad opera di Alberto I della Scala, nel 1298, l’intervento definitivo voluto da Cangrande II della Scala, riconducibile al 1354, configura un vero e proprio castello urbano. Il complesso fortificatorio fu portato a compimento nel 1376 da Antonio e Bartolomeo della Scala, con la costruzione del Mastio. Durante la signoria viscontea e la costruzione di Castel San Pietro, la funzione difensiva di Castel Vecchio diminuì sensibilmente. In epoca veneta il Castello venne adibito a residenza del castellano e del cappellano, nonchè a caserma, arsenale, armeria, magazzino per le riserve alimentari e polveriera. Una parte del Mastio venne adibita a carcere. Nel 1759 Castelvecchio divenne sede del Veneto Militar Collegio, istituito per la formazione di ingegneri da inquadrare in un corpo tecnico militare. Con l’arrivo di Napoleone il Castello tornò ad essere un arsenale e molti fabbricati della corte vennero smantellati. Sotto gli Asburgo, di nuovo, il Castello si riconvertì e divenne una caserma, destinazione mantenuta anche dal Regno d’Italia.

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Il Museo di Castelvecchio venne allestito tra il 1958 e il 1974 da Carlo Scarpa e oggi ospita le seguenti aree: scultura, pittura italiana e straniera, armi antiche, ceramiche, oreficerie, miniature e le antiche campane cittadine. La visita al Museo ci occupa buona parte della mattinata, dato che la collezione ha meritato davvero un’occhio di riguardo: tra i grandi artisti non mancano maestri come Pisanello (con la celebre Madonna della Quaglia), Altichiero, Giovanni Bellini con la sua Madonna col Bambino in piedi su un parapetto, Filippo Lippi con il suo Cristo in pietà e la Sacra Famiglia e un Santa di Andrea Mantegna (che ormai viene eletto dalla sottoscritta “Pittore dell’anno” dopo averlo apprezzato a Mantova (leggi qui il mio articolo a riguardo). Non vi approfondisco di più la visita dato che scriverò un articolo solo sul Museo. Ciò che forse appreziamo di più è proprio la location di questo bellissimo Museo, degna di un grande Museo internazionale: dal camminatoio del Castello si possono raggiungere inoltre un piccolo cortile interno pensile e una strettoia che conduce ad un torione da cui si gode una bellissima vista sull’Adige e sul Ponte di Castel Vecchio: il sole e la sua luce rendono le fotografie favolose. Se venite a Verona non potete non visitare Castel Vecchio, anche solo per questo panorama (se proprio non vi piace l’arte!).
Se volete saperne di più sul Museo, leggete il mio articolo a riguardo clicando qui!

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E’ ormai l’una e lo stomaco inizia a stringersi: per pranzo decidiamo di mangiare qualcosa al volo, senza fermarci per troppo tempo in un luogo e la nostra attenzione (nonchè il nostro palato) vengono attirati da una piccola panineria: Mordimi Verona! Questa però non è solo una panineria, ma una panuozzeria! Infatti, vengono serviti squisiti panuozzi preparati al momento: l’atmosfera è quasi quella di una salumeria e la varietà di ingredienti di sicuro vi accontenterà (i panuozzi possono subire anche delle variazioni quindi non rimarrete di sicuro a stomaco vuoto).

Con un panuozzo ai pomodori secchi, funghi e speck e con uno con il crudo, è ora di rimetterci in marcia verso la nuova meta! Direzione? La Basilica di San Zeno Maggiore!

Tra religione e venerazione: la Basilica di San Zeno

Grazie alla deliziosa passeggiata sull’Adige e alla brezza delicata che ci accompagna, riusciamo a smaltire il lauto pranzo semplicemente camminando verso una delle zone della città che preferisco: il quartiere di San Zeno. Questo quartiere non è così turistico ma si dimostra comunque molto accogliente grazie alle numerose osterie e alla presenza della Basilica, in posizione forse un po’ defilata rispetto al cuore del centro storico, ma non per questo tralasciabile.

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La Basilica di San Zeno è uno dei capolavori del romanico in Italia, nonchè una delle Chiese più importanti della città insieme a Sant’Anastasia, San Fermo ed il Duomo. Ospita capolavori inestimabili come la pala di San Zeno del nostro ormai beniamino Andrea Mantegna. Già la Chiesa originale, eretta da Teodorico il Grande, venne dedicata al santo, che morì nel 380 d.C., ma questa venne distrutta nel IX secolo. Venne costruita una seconda Chiesa distrutta poi dagli Ungari durante il X secolo. Di nuovo, la Chiesa venne ricostruita e le spoglie del Santo vennero riportate qui dai santi eremiti Benigno e Caro, considerati a quel temo gli unici degni di toccare il corpo del Santo. La chiesa prende l’attuale forma e struttura sotto il vescovo Raterio nel 967. Il terremoto del 1117 che danneggiò anche l’Arena, non risparmiò San Zeno che però non venne rasa al suolo. Il restauro arrivata ai giorni nostri è frutto degli architetti Giovanni e Nicolò da Ferrara che si occuparono anche dei rifacimenti del soffitto e dell’abside in stile gotico (siamo ormai nel 1398).

San Zeno è indubbiamente una delle Chiese più imponenti e alte della città: il suo interno è diviso in tre navate ed il soffitto è davvero alto, ma non come il campanile che raggiunge i 72 metri. Ciò che probabilmente attira di più i visitatori è la Pala di San Zeno del Mantegna: si rappresenta una sacra conversazione con la Madonna col Bambino al centro, contornata da angeli musici e cantori, e quattro santi su ciascuno dei lati. La Vergine si trova su un alto scranno, decorato da bassorilievi marmorei che sbalzano con forza sulla superficie dipinta. Ai suoi piedi si trova un tappeto, vero lusso esotico per l’epoca. Nel 1797, durante le soppressioni napoleoniche, la pala venne requisita e inviata a Parigi nel Museo Napoleone, futuro Louvre. Degno di nota è anche l’enorme portone decorato con 24 formelle bronzee, ora chiuso per motivi di sicurezza.

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Dopo San Zeno ci siamo diretti di nuovo verso il centro, passando per l’Arsenale Franz Joseph I e per la piccola e nascosta, ma non meno suggestiva, Basilica di San Lorenzo.

Verso il centro

Attraversando la Porta dei Borsari, giungiamo in Piazza delle Erbe e alle Arche scaligere.

Piazza delle Erbe è la piazza più antica di Verona e sorge sopra l’area del foro romano: nell’antichità era il centro della vita politica ed economica. Il monumenro più antico della piazza è la fontana Madonna Verona, simbolo della Piazza stessa insieme al Leone di San Marco. La fontana è stata costruita con materiali di epoca romana e fu voluta da Cansignorio della Scala. La statua è ornata di cartiglio tra le mani e reca impresso il vecchio motto del Comune che così recita “a questa città portatrice di giustizia e amante di lode”. Altro monumento storico è il capitello, detto Tribuna. Viene datato intorno al XIII secolo, periodo in cui venne utilizzato per varie cerimonie: in particolare sotto di esso sedevano i podestà per la cerimonia dell’insediamento e là prestavano giuramento i pretori.

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Le Arche Scaligere costituiscono un complesso funerario in stile gotico della famiglia degli Scaligeri che ospita le tombe di Cangrande a cui Dante dedica il Paradiso, Cansignorio e Mastino II. Le Arche possono essere viste solo da fuori ma rimangono comunque un monumento molto importante da non perdere.

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Proprio affianco delle Arche Scaligere sorge la Casa di Romeo: purtroppo non si può visitare quindi ciò che possiamo ammirare è semplicemente un portone in legno. Beh, non si può avere tutto dalla vita!

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Prima di dirigerci verso la Casa di Giulietta e il suo celebre balcone, decidiamo di salire sulla Torre dei Lamberti: qui siamo protagonisti di un episodio un poco spiacevole, in quanto l’addetta alla vendita dei biglietti ha avuto non poche rimostranze rispetto al nostro pass e la sua scenata, perchè è stata proprio una scenata, ha infastidito ed imbarazzato non solo noi, ma anche gli altri visitatori e i colleghi. Peccato davvero perchè fino ad adesso tutti i dipendenti dei musei e dei luoghi visitati erano stati molto gentili e disponibili. Con un po’ di amarezza riusciamo comunque a salire sulla Torre e il nostro cattivo umore viene spazzato completamente via dallavista di cui si gode: tutta la città è ai nostri piedi letteralmente e possiamo distinguere bene Castel Vecchio e la Basilica di San Zeno, tra i monumenti che abbiamo visitato. Con i suoi 84 metri di altezza è l’edificio più alto della città. La costruzione iniziò nel 1172 per volere della famiglia nobile dei Lamberti, di cui si hanno poche notizie.

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La Torre, che al tempo era alta solo 37 metri, venne integrata nel Palazzo del Consiglio, sorto in seguito all’istituzione del Libero Comune. Dotata nel 1295 di due campane il Rengo e la Marangona venne denominata “Torre delle Campane”. Purtroppo, nel 1403, un fulmine abbattè la cima e solo nel 1448 iniziarono i lavori di restauro che si conclusero 16 anni più tardi. Nel 1779 la Torre venne dotata dell’orologio e dal 1972 è aperta al pubblico. La Torre dei Lamberti è di sicuro un luogo molto suggestivo: se siete amanti dei panorami non potete perdervela. Non fatevi spaventare dai 368 scalini: potete evitarli quasi in toto grazie all’ascensore! Quindi il primo piano è raggiungibile pressochè da tutti.

“Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?”

Siamo quasi al compimento del nostro itinerario previsto per oggi: magari non vi sembrerà che abbiamo visto molto, ma davvero, più di così non potevamo vedere! Cosa manca? Beh, il luogo più iconico di Verona: la casa di Giulietta.

Se girottate per il centro e, ad un certo punto, notate una calca terribile, bene, siete arrivati alla Casa di Giulietta. Tutti, ma proprio tutti vogliono vedere il famoso balcone da cui Giulietta si era affacciata per il incontrare il suo amato Romeo nella celebre tragedia shakespeariana. Simbolo di amore, fedeltà e dolcezza, il balcone può essere visitato entrando nella Casa della nobildonna. La tragedia del drammaturgo inglese ha mescolato elementi fantasiosi con altri realistici e la casa di Giulietta rientra nella seconda categoria che vi ho menzionato: sono esistite effettivamente due famiglie di nome Montecchi e Capuleti (il nome esatto è però Cappelletti): dei Cappelletti si ha conoscenza della loro presenza fino agli anni della permanenza di Dante a Verona, proprio presso questa casa, dove la loro presenza è testimoniata dallo stemma del cappello sulla chiave di volta dell’arco di entrata al cortile della casa. I Montecchi, importanti mercanti ghibellini veronesi, furono veramente coinvolti in lotte sanguinose per il controllo del potere a Verona, in particolare con la famiglia guelfa dei Sambonifacio, ma non si hanno notizie di rivalità con i Cappelletti.

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I Montecchi e i Cappelletti vengono citati anche da Dante nella Divina Commedia, esattamente nel canto VI del Purgatorio. Questo luogo divenne nel XIV un hospitium a Capello, e la nuova famiglia Capello che vi risiedeva risulta aver esercitato il mestiere di speciari (cioè farmacisti) ancora alla fine del XV secolo. Dal XVII al XIX secolo divenne uno stallo con albergo. L’aspetto della casa è stato modellato fra il 1937 e 1940 da Antonio Avena tramite una serie di fantasiosi restauri voluti per ricreare l’antica scenografia rinascimentale, ispirandosi, indirettamente,  anche al dipinto di Hayez Il bacio(la mia opera italiana preferita). Anche il balcone (prima c’era la ringhiera di una casa popolare) è risultato dall’assemblaggio di resti marmorei del XIV secolo.

La Casa può essere visitata acquistando il biglietto e al suo interno si può vedere la Statua originale di Giulietta (quella del cortile è una copia) realizzata nel 1969 dallo sculture Nereo Costantini: l’originale si trova all’interno a causa dell’usura che stava riportando per un’usanza che i turisti hanno, cioè quella di toccare il seno destro della nobildonna. Si dice che porti fortuna! Sarà vero? Non siamo superstiziosi ma io e Gabriele una toccatina l’abbiamo data!

La casa è disposta su più piani ed ospita alcuni oggetti dell’epoca Rinascimentale, come abiti e ceramiche e un letto utilizzato nel film Romeo e Giulietta di Zeffirelli. Una piccola parte interattiva permette di scrivere una lettera a Giulietta: un’iniziativa carina per i bimbi. Ciò che però spinge molti visitatori ad acquistare il biglietto (non così tanti però rispetto a quelli che si riversano nel cortile) è scattare una foto dal balcone di Giulietta: anche noi ci stringiamo su questo simbolico manufatto e ci guardiamo languidi negli occhi. Eh va beh! Sono melensa ogni tanto anche io, e poi scusatemi ma siamo nella città dell’Amore!

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Stanchi, affamati e con tanta voglia di riposare, decidiamo di risparmiare le ultime forze e di dirgerci presso un ristorante che ci aveva colpito durante la prima sera, quando abbiamo passeggiato per qualche minuto in Piazza Erbe: si tratta de Tèta de Giulieta, trattoria tipica veronese che propone piatti della tradizione e pizze dal cornicione alto. In molti non si fermano presso questo bel ristorante per paura che offra un menù troppo turistico ma non è così! La simpatia del proprietario e la gentilezza dei camerieri ci hanno fatto subito sentire a casa e non è stato per niente difficile godersi una bella cena a base di pesce e pizza: ultima chicca di una giornata davvero meravigliosa.

Per leggere l’articolo sulla pianificazione del viaggio, cliccate qui.

Per leggere l’articolo riaguardo all’arrivo ed il primo giorno a Verona, cliccate qui.

Per leggere l’articolo sul terzo giorno a Verona, cliccate qui.

Ringrazio ancora una volta lo IAT Verona – Ufficio del Turismo per la grande opportunità che ci ha riservato.

Per ulteriori informazioni e riferimenti:

IAT Verona – Ufficio del Turismo

Arena di Verona

Museo di Castelvecchio

Basilica di San Zeno

Torre dei Lamberti

Casa di Giulietta e Balcone

Riferimenti: #visitverona, #visitveneto, #veronatouristoffice, #IatVerona, #Verona e @veronatouristoffice.

Diario di viaggio: Verona – Arrivo e prima sera

Cari Vagabondi, lettori di vecchia e nuova data, inizio con piacere un nuovo Diario di viaggio che ha come protagonista una delle città più belle che abbia mai visitato: si tratta di Verona.

Verona (2)

Dopo avervi anticipato la preparazione del viaggio (leggete qui il mio articolo a riguardo), ora partiamo subito a razzo nel raccontarvi tutte le vicende che io e Gabriele abbiamo vissuto in questo viaggio, che ci siamo goduti dal 17 al 20 aprile 2019.

Di seguito, trovate la mappa dei nostri itinerari creati con Google My Maps, per mostrarvi tutti i nostri spostamenti, i luoghi visitati e i ristoranti in cui abbiamo mangiato.

Se volete cambiare la visuale e/o vedere i tragitti singolarmente, 
cliccate sull'icona in alto a sinistra

Dopo aver viaggiato con un treno Intercity da Pavia a Milano Centrale e con un Frecciarossa da Milano Centrale a Verona Porta Nuova, ci siamo diretti alle banchine degli autobus per raggiungere il centro storico: tramite la linea 73 siamo giunti alla fermata San Fermo e da qui abbiamo raggiunto a piedi la nostra “base”: il Bed and Breakfast Casa più Piazza Erbe. L’accoglienza di Moreno, il proprietario, ci ha subito fatto assaporare l’ospitalità genuina veneta, che in tanti ci avevano solo raccontato. Grazie alle sue indicazioni, abbiamo segnato sul nostro palmares alcune locande tipiche della città e alcuni luoghi dove poterci fermare per un pranzo in velocità. Il B&B si trova nella centralissima Piazza Navona, proprio dietro a Piazze Erbe, al Palazzo della Ragione e al leggendario Balcone di Giulietta.

Dopo esserci rinfrescati decidiamo di iniziare ad esplorare la città senza però fermarci presso i luoghi turisitici per una visita, a causa dell’ora ormai non consona (erano circa le 17.30): la prima tappa è stata l’Ufficio del Turismo IAT Verona, in via degli Alpini numero 9. Per raggiungerlo abbiamo dato anche uno sguardo all’Arena e naturalmente non sono mancate le prime foto del viaggio.

 

 

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Presso l’Ufficio del Turismo IAT Verona abbiamo ritirato la lettera-pass che mi era stata riservata dalle gentilissime Elena e Letizia, con cui avevo preso contatto prima della nostra partenza. Questo pass ci permetterà di visitare numerosi luoghi (musei, chiese, punti di interesse) gratuitamente e di goderci al meglio la nostra esperienza. Attenzione però! Il pass viene concesso soltanto ai travelblogger, quindi se non lo siete non potete farne richiesta. Per i visitatori e i turisti c’è la Verona Card, che vi consiglio assolutamente di fare, in quanto vi dà diritto all’ingresso gratuito nelle principali attrazioni della città, con una durata di 24 o 48 ore (leggete qui per ulteriori informazioni), oltre che all’uso illimitato dei mezzi pubblici.

La gentilezza degli addetti dell’ufficio e la cordialità con cui ci hanno accolto sono state davvero degne di nota! Consiglio a tutti i miei lettori di visitare almeno una volta l’Ufficio IAT per chiedere informazioni riguardo al proprio soggiorno di Verona: gli addetti ci hanno infatti consegnato delle cartine utili per pianificare al meglio la nostra gita e ci hanno mostrato le interessanti iniziative che vengono offerte anche ai bambini, non solo agli adulti.

Fieri e contenti di questa grande opportunità, ci dirigiamo verso l’Arena e ci sediamo per studiare al meglio tutte le tappe da percorrere nei giorni seguenti. Dopo aver scattato qualche fotografia, decidiamo di fermarci a cena presso “Le Cantine de l’Arena, luogo consigliatoci dal simpatico Moreno. Non so perchè, ma io e Gabriele abbiamo deciso di cenare per tutte le sere a base di pesce e pizza (io pesce ovviamente, e lui pizza, perchè proprio non ne riesce a fare meno!) e quindi decidiamo di iniziare la nostra “sfida culinaria a base di pesce e pizza” proprio qui. Grazie alla gradevole temperatura, decidiamo di accomodarci fuori, per godere di una splendida vista sull’Arena. Il ristorante non è il solito “turistico”, ma anzi offre piatti della cucina veronese e veneta molto gustosi, con portate giuste e con un buon impiattamento. La vera bellezza del ristorante risiede però nei locali interni: i prosciutti appesi, gli affreschi floreali e i tavoli di legno ci hanno trasmesso la vera essenza dell’osteria tipica, che tanto amiamo ricercare.

 

 

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Stanchi ma sazi, decidiamo di goderci la Verona serale, senza però rifugiarci in altri locali: la stanchezza del viaggio (e del lavoro mattuttino) iniziano a farsi ben sentire, quindi di buon’ora rientriamo alla base, non senza prima aver dato uno sguardo, molto indiscreto, al Balcone di Giulietta tramite la terrazza panoramica del negozio di souvenir “Romeo e Giulietta”.

 

 

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Questa calma e questo silenzio sono davvero unici, dato che tale luogo è il più visitato della città, perciò ce lo godiamo in silenzio, scattando qualche fotografia. E’ ora di rientrare, con la mente affollata già di nomi di luoghi, con la pancia piena di buon cibo e con il cuore scalpitante per le mille avventure che ci attendevano.

consigli

Verona è una città estremamente collegata con i mezzi e facile da raggiungere da ogni luogo di provenienza: da Milano partono numerosi treni per Verona, sia ad alta velocità che non.  Verona è famosa per alcuni eveni fieristici ricorrenti, come il Vinitaly e Fiera Cavalli Verona. Per godersi appieno la città vi consiglio un viaggio di almeno tre giorni. Se non siete amanti dei musei, avrete comunque modo di godervi le panoramiche e i luoghi d’interesse come le Chiese, il Balcone e la Tomba di Giulietta, la veduta da Castel San Pietro e Castelvecchio con il suo ponte. L’efficente rete di trasporti pubblici vi consente di poter scegliere alloggi anche al di fuori del Centro Storico, che è comunque quasi completamente ed esclusivamente pedonabile. Verona ha anche una rete di bike-sharing che potete sfruttare. Una volta arrivati, vi consiglio di far visita all’Uffico del Turismo IAT di Verona per ricevere informazioni utili circa la vostra visita. Verona è inoltre una città Dog-Friendly, infatti molti locali offrono l’accesso agli amici a quattro zampe.

Per leggere l’articolo sulla pianificazione del viaggio, cliccate qui.

Per leggere l’articolo sul secondo giorno del diario di viaggio, cliccate qui.

Per leggere l’articolo sul terzo giorno del diario di viaggio, cliccate qui.

Riferimenti: #visitverona, #visitveneto, #veronatouristoffice, #IatVerona, #Verona e @veronatouristoffice.

Il Museo di Aprile: il Museo Storico Militare “Alpi Giulie”

Il Museo di aprile è un museo del tutto particolare e fuori dagli schemi. Dopo aver scritto del Museo della tradizione mineraria di Cave del Predil (leggete qui il mio articolo), completo la descrizione di questo polo museale aggiungendo un articolo sull’altro Museo del polo: il Museo storico militare “Alpi Giulie”.

Alpi Giulie

Subito attirata da questo museo per via del mio interesse verso la storia militare, mi sono diretta senza esitazione alla sua entrata: grazie alla possibilità di acquistare il biglietto combinato (Museo della tradizione mineraria + visita guidata alla miniera + Museo storico militare) ho potuto trascorrere un meraviglioso pomeriggio all’insegna della storia di questo luogo e di questo piccolo paese del tarvisiano.

Il Museo storico militare “Alpi Giulie” presenta un ottimo allestimento che ripercorre la storia bellica dall’epoca napoleonica e si conclude con la Seconda Guerra Mondiale. I reperti sono corredati da spiegazioni esaustive e molto chiare, adatte a qualunque pubblico: l’esposizione risulta d’impatto e lo stampo è proprio quello del Museo militare, simile a quello del Royal Museum of the Armed Forces and Military History di Bruxelles (cliccate qui per vedere il suo sito ufficiale). Certo, la quantità di oggetti esposti non è assolutamente paragonabile, ma questo non significa che il Museo non sia degno del rispetto che merita.

 

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Il percorso museale, disposto su più piani, si snoda attraverso tre periodi di riferimento:

  • Campagne napoleoniche antiasburgiche condotte dall’Armata d’Italia, a cavallo dei secoli XVII e XIX
  • Teatro operativo della Prima Guerra Mondiale (1915-1918)
  • Base di partenza e oggetto di contenzioso internazionale durante la Seconda Guerra Mondiale

Ciò che forse colpisce di più di tutto, è l’attenzione e la cura riservata alla collezione dedicata alla Prima Guerra Mondiale, dato che questi luoghi sono stati teatro di scontri e battaglie, testimoniati dai numerosi fortini sparsi in tutto il tarvisiano e il Friuli. Il punto di vista, inoltre, non è solo quello degli italiani, ma anche quello degli austroungarici, nota che va ad impreziosire ancora di più questo luogo.

Oltre allo spazio espositivo interno, si possono trovare anche dei cannoni e delle armi all’esterno, proprio al di fuori del Museo.

 

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Da grande appassionata, soprattutto degli eventi della Seconda Guerra Mondiale, ho notato che alcune decorazioni e medaglie di quel periodo storico erano delle riproduzioni e ciò mi è stato confermato dal gentilissimo e garbato bigliettaio, che non ha esitato a dirmi che sono esposte delle riproduzioni in quanto non è semplice trovare appassionati che donano pezzi autentici: è una scelta del tutto museale, ma che a me non dispiace, l’importante è sempre segnalarlo.

Info e costi

Il museo si trova in Via Giuseppe Garibaldi, 2, 33018 Cave del Predil, Udine.

I biglietti hanno i seguenti costi:

Intero 8 €

Ridotto 1 6 €   ragazzi dai 7 ai 14 anni, over 65, gruppi con più di 10 persone

Ridotto 2 4 €   scolaresche da 7 a 14 anni

Gratis bambini con meno di 6 anni e possessori di Holiday Card

E’ inoltre possibile acquistare un biglietto combinato presso la sede del Museo della Tradizione Mineraria per il costo di 12 euro.

Per maggiori informazioni, visitate il sito ufficiale.

I luoghi della storia: Palazzo Ducale a Mantova

Se decidete di visitare Mantova, non potete perdervi l’attrazione principale della città: il Palazzo Ducale. Io l’ho visitato tre volte e l’ultima in occasione di un viaggio d’Istruzione con una delle mie classi e ne sono rimasta molto colpita, sia per la grandezza del luogo che per le opere quivi custodite. Che aspettiamo? Scopriamo insieme i suoi segreti!

Mantova

Il Palazzo Ducale, o reggia dei Gonzaga, è stato dal 1308 la residenza dei nobili della città: prima dei Bonacolsi e successivamente dei Gonzaga, che scalzarono i precedenti proprietari e divennero i nuovi signori di Mantova fino al loro declino e all’arrivo degli austriaci con Maria Teresa d’Austria.

Siccome ogni duca e signore ha voluto ingrandire il Palazzo, ritagliandosi uno spazio personale per sé e per le proprie opere, oggi il complesso misura più di 35.000 metri quadrati, solo parzialmente visitabili: questa mole innalza il Palazzo a seconda reggia più estesa in Europa dopo i palazzi Vaticani. Si contano più di 500 stanze, 8 cortili e ben 7 giardini (di cui uno pensile).

Le varie parti del Palazzo hanno anche età di verse: il primo complesso venne fatto costruire dalla famiglia Bonacolsi nel XIII secolo ma è solo con i Gonzaga che il Castello divenne ciò che possiamo ammirare ora: il duca Guglielmo incaricò prima il prefetto delle Fabbriche Giovan Battista Bertani perché collegasse i vari edifici in forma organica e poi Bernardino Facciotto che completò l’integrazione di giardini, piazze, loggiati, gallerie, esedre e cortili, fissando definitivamente l’aspetto della residenza ducale.
Nei quattro secoli di dominazione gonzaghesca la reggia si espanse gradualmente, sia con aggiunta di nuove costruzioni, sia modificando quelle esistenti. Si formarono diversi nuclei che presero il nome di:

Del complesso facevano parte anche alcuni edifici e cortili demoliti, tra i quali la Palazzina della Paleologa e il Teatro di corte.

L’interno del palazzo è quasi spoglio poiché, in seguito a ristrettezze finanziarie, i Gonzaga, iniziando dal duca Ferdinando, alienarono opere d’arte e arredi. Ulteriori spogliazioni furono causate dal sacco di Mantova del 1630 e dalle sottrazioni dell’ultimo duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers, riparato a Venezia nel 1707.

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Il Castello di San Giorgio, che fa parte del Palazzo Ducale

Con il biglietto acquistato direttamente in piazza Sordello, potrete visitare tutte le parti aperte al pubblico del complesso, che sono di sicuro poche rispetto al numero generale, ma non per questo meno interessanti e belle. Degna di nota (da sola questa può valere la visita) è la celebre Camera degli Sposi, dipinta da Andrea Mantegna per celebrare la grandezza del suo committente, Ludovico III Gonzaga. La stanza si trova nel complesso del Castello di San Giorgio (sempre di pertinenza del Palazzo Ducale), nel torrione di nord-est ed ha un accesso separato rispetto al complesso principale. Per via della delicatezza degli affreschi, il numero massimo di persone a cui è consentita l’entrata è di 25 massimo.

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La decorazione della stanza venne commissionata a Mantegna in quanti pittore di corte dal 1460 e in origine questa camera aveva due funzioni: quella di camera da letto di rappresentanza e quella di sala delle udienze.

La sequenza degli eventi raffigurata nella stanza non è ancora del tutto chiara agli studiosi: sulla parete principale possiamo osservare Ludovico che riceve una lettera, dove probabilmente si dichiara che Francesco, il suo primogenito, fu investito della carica di Cardinale mentre in quella adiacente troviamo Francesco stesso che torna a Mantova nel 1472 in occasione della sua investitura ad abate commendatario di Sant’Andrea.

La camera viene detta “degli Sposi” non tanto per il fatto di essere una camera nuziale, ma per l’affresco che raffigura Ludovico e sua moglie, Barbara del Brandeburgo, in posizione dominante rispetto a tutti gli altri personaggi affrescati.

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L’oculo sul soffitto

Dopo la morte del protagonista di questa magnifica stanza, la camera cadde a poco a poco in rovina, fino ad essere esposta perfino alle intemperie e solo dal 1875 venne rivalutata e restaurata man mano, fino a riacquisire la sua notorietà perduta. Oggi la Camera degli Sposi viene visitata soprattutto per osservare l’oculo, cioè l’affresco della finestra circolare sul soffitto: si tratta di un tondo aperto illusionisticamente verso il cielo, che doveva ricordare il celebre oculo del Pantheon, il monumento antico per eccellenza celebrato dagli umanisti. Nell’oculo, scorciati secondo la prospettiva da “sott’in su”, si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata dalla serva di colore, un gruppo di domestiche, una dozzina di putti, un pavone (riferimento agli animali esotici presenti a corte, piuttosto che simbolo cristologico) e un vaso, sullo sfondo di un cielo azzurro. Per rafforzare l’impressione dell’oculo aperto, Mantegna dipinse alcuni putti pericolosamente in bilico aggrappati al lato interno della cornice, con vertiginosi scorci dei corpicini paffutelli. Il suggestivo oculo è forse il motivo più pressante per una visita al complesso del Palazzo Ducale, ma non l’unico.

 

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Dopo averla visitata, infatti, vi consiglio di prestare la stessa attenzione ai dettagli al resto del corpo visitabile del Palazzo, in particolare alla Sala da Ballo, che ricorda molto la Sala degli Specchi di Versailles. Adiacente alla Sala da Ballo si trova la tela più famosa di tutto il complesso:  La Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga opera di Pietro Paolo Rubens realizzata per la chiesa della Santissima Trinità nel 1605. La vicenda di questa tela è assolutamente straordinaria: durante l’invasione Napoleonica, i francesi tentarono di trafugare l’opera ma incontrarono delle difficoltà nel trasporto in quanto la tela risultava troppo grande ed in ingombrante: così, venne tagliata in pezzi. Dopo la sconfitta di Napoleone e la fine del suo Impero, i mantovani riottennero la tela ormai mutilata ma si impegnarono al massimo per recuperare la maggiorparte dell’opera. Oggi possiamo vederla quasi del tutto integra se non per alcune parti conservate, per fortuna, nei musei più prestigiosi del mondo.

Il Palazzo riserva ancora tantissime sorprese, tra cui la Sala dello Zodiaco, con il soffitto affrescato da Lorenzo Costa il Giovane nel 1579. La sala viene anche ricordata come la sala di Napoleone I, in quanto fu la stanza da letto del Bonaparte. Il soffitto è ricco di simbologia in quanto ogni figura rappresenta un concetto ben preciso: per esempio, la coppa dei sacrifici e delle libagioni allude all’immortalità del casato dei Gonzaga, e la Dea Diana, raffigurata in dolce attesa, è la trasfigurazione di Eleonora d’Austria.

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Ancora, una menzione la meritano le sale degli Arazzi, ben quattro, con stupendi arazzi intrecciati a mano chiamati “raffaelleschi” perchè si basano su cartoni con disegno preparatorio di Raffaello.

Il Palazzo Ducale a Mantova è la meta preferita di tutti i viaggiatori che si apprestano a visitare la città: nonostante l’abbia visitato ben tre volte, ci tornerei immediatamente perchè in ogni visita ho scoperto qualcosa di nuovo, qualche aneddoto o curiosità in più rispetto alla visita precedente. Vi consiglio caldamente di prenotare la visita per la Camera degli Sposi (per i gruppi è addirittura obbligatoria la prenotazione).

Mantova è davvero una città straordinaria, ricca di storia e di monumenti affascinanti. Se avete ancora del tempo dopo la visita al Palazzo e al Centro storico (con la bellissima Basilica di Sant’Andrea), optate per una bella navigazione sui Laghi di Mantova con uno dei tanti battelli: la vista sulla città è spettacolare e in più potrete godere di una spiegazione chiara ed esaustiva sulla formazione dei Laghi e sull’ecosistema lacustre.

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Il Palazzo Reale visto dal battello

Un’escursione in giornata: Orta San Giulio

Con l’arrivo della bella stagione e con il miglioramento delle mie condizioni di salute, sono riuscita finalmente a programmare le nuove escursioni in giornata, che sono tante e tutte a portata di qualunque viaggiatore. La prima meta che ho scelto è Orta San Giulio, sul Lago d’Orta, in Piemonte.

Orta San Giulio

Perchè proprio Orta? Perchè l’avevo visitato molti anni fa e Gabriele non l’aveva mai visto quindi volevo ritornarci per mostrargliela. Il suo fascino sarà rimasto immutato? Scopritelo insieme a me!

Orta San Giulio è un piccolo comune che fa parte della provincia di Novara e sorge sull’omonimo Lago d’Orta. Questa piccola cittadina è stata inserita nel circuito dei Borghi più belli d’Italia e ha ricevuto il riconoscimento della bandiera arancione del Touring Club Italiano.

 

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La cittadina è situata a metà della sponda orientale del Lago d’Orta, a 45 chilometri da Novara. La sua storia è intimamente legata a quella del territorio del Lago: Orta è stato sempre il centro principale della Comunità di Riviera, un consorzio autonomo di comuni istitituito nel Medioevo e sciolto solo a metà del 1700.

Non è difficile capire perchè Orta sia stato inserito all’interno dei “Borghi pià belli d’Italia”: le sue viuzze strette e pittoresche si affacciano su un panorama unico, quello del Lago e dell’Isola di San Giulio, raggiungibile con una piccola imbarcazione che parte ogni quarto d’ora dalla Piazza principale, cioè Piazza Motta. Il centro è tutto esclusivamente pedonabile e le auto possono essere lasciate in uno dei numerosi parcheggi appena fuori da esso. E’ così che abbiamo fatto anche io e Gabriele: lasciata l’auto nel parcheggio di Via Panoramica, abbiamo raggiunto in circa 10 minuti il centro attraverso una delle viuzze. La nostra prima tappa è stata Villa Bossi, sede del Comune, caratteristica villa a ridosso del Lago, i cui giardini valgono una breve visita. Molto particolare è la statua del Pittore, che sembra stia ritraendo sulla sua tela il meraviglioso Lago.

 

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Dopo aver scattato qualche fotografia, ci dirigiamo verso Piazza Motta: il fulcro della città, pittoresca e molto caratteristica, con il suo Palazzo della Comunità, simbolo della città. A questo Palazzo di modeste dimensioni troviamo annesso un porticato che era sede del mercato. Il Palazzo della Comunità era la sede del potere di Orta.

E’ ora di pranzo ma molti locali sono ancora chiusi in quanto la stagione turistica non è ancora iniziata. Poco male, la scelta comunque c’è e decidiamo di pranzare presso l’Enoteca Gastronomica Re di Coppe: con un buon calice di Dolcetto d’Alba ed un tagliere misto di salumi con bruschette, il pranzo gustoso è ben servito!

 

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Dopo esserci rinfrancati, decidiamo di visitare la caratteristica Isola San Giulio, approfittando delle piccole barchette che accompagnano i turisti ogni quarto d’ora circa.

 

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L’Isola di San Giulio è l’unica Isola del Lago d’Orta ed è quasi occupata interamente dall’abbazia Mater Ecclesiae, fondata nel 1973, nel quale vengono svolte importanti ricerche e studi su testi antichi. La Basilica di San Giulio, annessa all’abbazia, è un luogo di rispetto e sacralità e quindi il silenzio è obbligatorio, così come in tutta l’isola, tanto che sulla sua via principale, un anello che parte dalla Chiesa e vi termina, ci sono numerosi cartelli con proverbi e citazioni che ricordano al visitatore l’importanza del silenzio.

Passeggiare sull’Isola deserta mi mette un po’ di malinconia e di solitudine, ma ogni tanto la tranquillità ci vuole per sgomberare la mente. Il silenzio valorizza comunque questi luoghi, che sembrano abbandonati ma non trascurati.

 

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Rientrati sulle rive di Orta, saliamo sulla strada anch’essa denominata “Motta” fino a raggiungere la caratteristica Chiesa di Santa Maria Assunta. dalla sommità della salita si può godere di uno scorcio di Orta davvero incredibile! La via è inoltre circondata da palazzi storici tra cui Palazzo Gemelli, risalente al XVI secolo e palazzo De Fortis Penotti, costruito in periodo neoclassico.

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Via Motta e la Chiesa di Santa Maria Assunta

Con questo ritorno ad Orta posso confermare che la cittadina non ha perso minimanente il suo fascino, e anzi d’inverno diventa ancora più bella, con meno turisti e con più silenzio, tutte carte in più per godersi a pieno l’esperienza.

La luce comincia ad affievolirsi ed è ora di rientrare a Pavia, dopo essersi goduti la fresca brezza piacevole che spira sul Lago. Non avrei voluto lasciare questi luoghi così in fretta, ma purtroppo tutto ciò che inizia prima o poi finisce, quindi posso solo dire: arrivederci, Orta!

consigli

Come raggiungere Orta: Orta San Giulio è raggiungibile facilmente da tutti i viaggiatori, anche diversamente abili. Potete lasciare l’auto presso il parcheggio a pagamento di Via Panoramica e scendere tramite gli scalini verso il centro (che è ZTL, quindi non accessibile se non pedonalmente).

Dove mangiare: per un pranzo sfizioso ma veloce, proponiamo l’Enoteca Re di Coppe, alla fine di via Olina, verso Piazza Motta. Con una piccola cucina e piatti adatti a tutti, potrete degustare i vini della zona e del Piemonte. Vi consiglio di mangiare all’aperto, per godere di una bella vista sul Lago.

Cosa vedere: Orta San Giulio è proprio una piccola cittadina, quindi vi consiglio di “perdervi” tra le sue viuzze ed ammirare il Lago dai numerosi piccoli pontili per le barche. Piazza Motta e via Motta sono imprescindibili, così come una visita all’Isola di San Giulio. Le barche del servizio di trasporto locale partono ogni 15 minuti dai moli del piccolo porticciolo di Piazza Motta: il biglietto, di andata e ritorno, costa 4 euro e 50. Sono ammessi anche gli animali domestici sulle piccole imbarcazioni.

 

 

 

Le meraviglie della natura: i Lavini di Marco

Dopo avervi parlato del Museo Paleontologio di Bolca (clicca qui per leggere il mio articolo), non potevo non parlarvi dei Lavini di Marco, un luogo suggestivo, quasi lunare da quanto è spettacolare. Ho visitato questo luogo sempre durante il mio corso di studi, in occasione della mia visita a Bolca. Dopo questa breve introduzione vi chiederete: beh, che cosa sono questi Lavini di Marco? Scopriamolo insieme!

Lavini di Marco

Immaginate di vedere centinaia di orme di dinosauri, sia carnivori che erbivori. Dite che è impossibile? No, perchè vicino a Rovereto, alle pendici del Monte Zugna, ciò che immaginavate solo, è diventato realtà. Siamo in un’area naturale protetta, nella Provincia di Trento, di più di 35 ettari. L’area è stata classificata come un biotopo, cioè un’area di dimensioni limitate di un’ambiente, dove vivono organismi vegetali ed animali di una stessa specie o di specie diverse, in condizioni fisico-chimiche pressochè costanti.

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Ma le impronte come sono finite lì?

I Lavini di Marco sono una distesa di blocchi di roccia calcarea dovuti a delle frane avvenute in epoca preistorica-storica. Le frane hanno consentito alle impronte di venire “a giorno”, cioè di affiorare e di mostrarsi all’uomo. Così, nel 1990, il biologo e geologo Luciano Chemini li ha scoperti e il paleontologo ed icnologo Giuseppe Leonardi ha cominciato a studiarle, fino ad individuare impronte vecchie di 200 milioni di anni, in pieno Giurassico Inferiore. Il Trentino era molto diverso in quest’epoca passata e le impronte sono state lasciate su una distesa d’acqua popolata da organismi marini i cui scheletri hanno poi creato gli odierni calcari alpini: insomma, un’enorme barriera corallina che si trovava a bassissime profondità. I dinosauri hanno quindi camminato sulla spiaggia e le impronte, grazie a diversi processi geologici e biologici, si sono mantenute fino ad oggi.

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Una pista di impronte di sauropode

Ad oggi, sono stati identificate impronte di Ornitischi Bipedi, e anche delle impronte tridattili più piccole appartenenti a carnivoridi. Da alcune orme ben conservate si è potuto stabilire che si trattava di Teropodi Carnosauri.

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Potete immaginare come per me sia stata una visita davvero stupefacente, in un luogo dove sembra di respirare ancora l’aria che respiravano questi mastodontici rettili. Quando il mio Professore ha organizzato l’escursione, ero euforica. Dunque zaino in spalla, e partenza, per un weekend tutto paleontologico!

L’accesso al sito è libero e il percorso non presenta difficioltà, nemmeno per i bambini. Lungo il percorso, sono stati installati dei pannelli esplicativi. Il percorso dura circa mezzora, dopo aver lasciato l’auto.

Il sito paleontologico dei Lavini di Marco è inserito nell’inventario on line dei Geositi trentini, a cura del Servizio Geologico della Provincia Autonoma di Trento.

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Di seguito, alcune indicazioni su come raggiungere il sito, che comunque è ben segnalato.

Lasciato il parcheggio presso la Grotta Damiano Chiesa e scendendo a ritroso fino alla prima curva, potrete vedere alcune piste e orme isolate lasciate da dinosauri carnivori e altri. Se continuate, troverete il “colatoio Chemini” che vi mostrerà circa 30 piste o rome di sauropodi e teropodi. La parete diventa verticale (il punto forse più difficoltoso) e si raggiunge una vecchia strada militare che vi porterà a vedere due piste di sauropode e una di teropode. A valle della strada forestale da cui siamo partiti si snodano altri tre colatoi disposti ad Y che però io non ho visitato per questioni di tempistiche.

I Lavini di Marco sono un luogo unico, davvero suggestivo ed immancabile nella lista di tutti gli appassionati di natura, di geologia e di dinosauri, oltre che di paleontologia.

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Il sentiero con il panorama

Oltre a queste impronte, in Italia ce ne sono altre, come in Puglia, ad Altamura (non ho avuto ancora l’occasione di vederle).

Consiglio vivamente a tutti i miei lettori appassionati di questo genere di escursioni di visitare i Lavini di Marco, perchè non ne rimarranno delusi.

L’emozione che si prova a vedere le testimonianze di un lontano passato è davvero fortissima: sapere che i dinosauri hanno calcato le nostre terre e hanno lasciato un segno tangibile della loro preenza è, a mio avviso, davvero, formidabile.

Alla scoperta della natura della Slovenia: le Grotte di San Canziano

Durante la mia seconda visita in Slovenia, avvenuta nel nel 2015, sono riuscita a visitare le grotte più belle e famose del Paese. Oltre a quelle di Postumia (leggete il mio articolo a riguardo cliccandio qui), meritano una menzione speciale anche le Grotte di San Canziano, il sloveno Škocjanske Jame. Queste grotte si trovano a 3 chilometri dal paese di Divaccia (Divača) dove ho allogiato per l’occasione, presso l’Hotel Malovec (clicca qui per vedere il sito) ed a 15 chilometri dal confine di Trieste.

Grotte di San Canziano.png

Le grotte furono scoperte nel 1823 e vennero aperte dopo che il club Alpino Tedesco-Austriaco fece scavare dagli scalpellini i primi sentieri nella roccia della grotta, nel 1884. Negli anni successivi furono scavate altre vie per rendere la grotta più fruibile ad un maggior numero di turisti. Le grotte sono state dichiarate area protetta nel 1981 e nel 1986 sono state inserite nel registro del patrimonio mondiale Unesco.

Le Grotte di San Canziano si differenziano però da quelle di Postumia in quanto meno turistiche e più impegnative: non c’è un trenino che trasporta i turisti e la visita è tutta a piedi. Non è di per sè il percorso ad essere impegnativo, quanto la durata della visita in sè, che è di circa un’ora e mezza. Un aspetto da non sottovalutare quando si decide di entrare in grotta, soprattutto per chi soffre di claustrofobia o non tollera gli soazi chiusi ed umidi.

 

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Le grotte costituiscono uno dei fenomeni più imponenti del Carso grazie alle numerose formazioni stalattitiche ancora in espansione e alla presenza di acqua che accompagna tutto il percorso del visitatore (se non per brevi tratti). La passerella che ci conduce all’interno è pratica e permette di godere di una vista mozzafiato sulla gola rocciosa. Le gallerie e le caverne costituiscono un complesso di oltre cinque chilometri completamente modellate dal fiume Timavo, che qui scompare nel sottosuolo per riemergere ben 34 chilometri più a valle, dove finalmente sfocia nel golfo di Trieste, a San Giovanni Duino.

I punti più rilevanti di San Canziano sono la piccola voragine, la grande voragine, la caverna preistorica, la grotta del silenzio, la grotta Michelangelo e la particolare sala delle fontane, con le sue belle vasche di concrezionamento. È presente inoltre una delle più grandi formazioni stalagmitiche del mondo (il Gigante), dell’altezza di 15 metri e che si stima abbia avuto bisogno di oltre 250.000 anni di accumulo di concrezioni calcaree per poter raggiungere le attuali dimensioni. Non mancano esperienze per i più temerari, dato che nel percorso si deve attraversare uno dei più profondi canyon sotterranei del mondo (situato nella grotta del rumore), lungo più di un chilometro e mezzo, che si attraversa su un ponte sospeso a 45 metri di altezza! Un vero e proprio luogo magico e… Da cardiopalma!

 

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All’uscita delle grotte troverete anche un sentiero che vi porterà alle cascate di San Canziano, collegate direttamente al sistema carsico delle grotte. Il percorso non è obbligatorio ma, se non siete troppo stanchi dalla traversata, consiglio di imboccarlo e di fare una mezz’ora di cammino: ne vale assolutamente la pena!

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La cascata di San Canziano

Una curiosità zoologica non può mancare anche in questa grotta: non stiamo parlando del famoso e iconico proteo, ma di un piccolo gamberetto cieco descritto nel 1880, il Cambarus typhlobius che successivamente non fu mai più ritrovato, malgrado le continue ricerche. Lo scienziato che lo ha scoperto, Gustav Josef, si è occupato della descrizione di questa nuova specie basandosi solo su questo campione: il problema è che lo studioso, molto probabilmente, ha descritto un esemplare di un’altra specie, l’Orconectes pellucidus che si trova negli Stati Uniti. Dagli ultimi studi condotti dunque, il povero gambero non risulta appartenere ad alcuna nuova specie, quindi si è trattato di analizzare un campione proveniente da un altro luogo e di un errore di trascrizione della zona d’origine.

Gustav Josef ha proprio preso un granchio, pardon…. Un gambero!

Se volete scoprire altre informazioni riguardo al Cambarus typhlobius, cliccate qui.

Naturalmente, entrare in una grotta è sempre un’esperienza magica e suggestiva perchè si viene a contatto proprio con la terra nuda e cruda e con tutti i suoi misteri: visitare le grotte per me è un’esperienza potente, che riesce a rilassarmi nonostante l’ambiente abbastanza ostile per l’uomo. E’ qui che la natura dà spettacolo di sè stessa ed è qui che mi sento così piccola in confronto alla sua magnificenza.

Consiglio vivamente a tutti di visitare almeno una  volta queste grotte, perchè sono un luogo simbolo della Slovenia e perchè un’amante di viaggi e natura non può farsele scappare!

Se volete leggere altri articoli sulle grotte che ho visitate, cliccate sui link sottostanti:

Grotte di Postumia

Grotte di Frasassi

consigli

Alloggio: Hotel Malovec – Divača

Dove mangiare: vi consiglio di dirigervi verso Lipica dove ci sono delle buone trattorie.

Abbigliamento: scarpe da trekking e abbigliamento sportivo, un pile e una giaccavento perchè la temperatura è di 12 gradi costantemente.