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I Luoghi della Storia: la Biblioteca Universitaria di Pavia

Per caso. Già, quasi per caso spesso si viene a conoscenza di luoghi unici e ricchi di storia e curiosità. E’ proprio per caso che ho scoperto la protagonista di questo nuovo articolo tinto di storia: la Biblioteca Universitaria di Pavia.

Biblioteca universitaria di Pavia

Avevo pubblicato sul mio profilo Instagram (cliccate qui per visitarlo, e non dimenticate il follow!) una fotografia sulla sede centrale dell’Università di Pavia e uno dei commenti fu scritto dal profilo social della Biblioteca Universitaria di Pavia: curiosa, andai a vedere di che cosa si trattasse e ho scoperto un mondo di bellezza e di antichità. Subito mi venne un’idea: dovevo scrivere un articolo su questo luogo. Sapete che quando mi metto in testa una cosa poi è difficile che mi esca dalla mente e immediatamente mi adoperai per organizzare il sopralluogo fotografico.

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Detto, fatto! Ho preso contatti con la Signora Antonella Campagna, Responsabile delle attività culturali e didattiche della Biblioteca Universitaria e insieme abbiamo stabilito un giorno adatto per realizzare il servizio fotografico. E così, il 6 giugno 2019, mi sono incontrata con la Signora Elettra De Lorenzo che gentilmente e con grande professionalità mi ha fatto da Cicerone all’interno di questo luogo.

Una sola parola: WOW!

Wow perchè mai mi sarei aspettata di trovare un luogo così suggestivo all’interno dell’Università di Pavia e soprattutto un luogo aperto a tutti! Ma, come in ogni mio articolo, vorrei descrivervi la storia di questa Biblioteca prima di raccontarvi le mie impressioni.

Maria Teresa d’Austria fu un’importante figura di riferimento per la città di Pavia e questo lo si può appurare grazie ai numerosi documenti storici che testimoniano la sua attenzione verso la città della futura Lombardia. All’interno della sua visione illuminata (fu comunque uno dei massimi esponenti di quello che gli storici chiamano “Dispotismo illuminato“) decise di riformare il sistema dell’istruzione pubblica e universitaria e questo permise, nel 1754, l’istituzione della biblioteca ausiliare dell’Università di Pavia. La realizzazione vera e propria risale però al 1763 quando Gregorio Fontana, il primo direttore, decise di raccogliere i libri conservati presso il Collegio Ghislieri. Nel 1778 i lavori sui locali che dovevano ospitare la nuova Biblioteca furono ultimati e si inaugurò ufficialmente la “Imperial Regia Biblioteca Ticinese”. Oggi si può ancora visitare la prima sede cioè il Salone Teresiano, protagonista delle fotografie di questo articolo.

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Con gli anni e con le continue donazioni di testi e manoscritti, la Biblioteca si ingrandì e divenne un punto di incontro tra dotti letterati, studenti e accademici. Non passò molto tempo che la Biblioteca arrivò ad ospitare ben cinquantamila volumi, cifra che dipendeva anche dalla generosa donazione che fece il fisico e medico Joseph Frank. Oggi la Biblioteca Universitaria si articola su più sale e conta anche alcuni spazi per lo studio oltre che per la consultazione. Il nucleo originale con i testi storici e più antichi si trova nel Salone Teresiano che prende proprio il suo nome da quello di Maria Teresa d’Austria.

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Il salone è opera dell’architetto Giuseppe Piermarini, grande luminare dell’archiettura che progettò anche la Villa Reale di Monza e Palazzo Belgioioso a Milano, oltre che il Teatro alla Scala. Da un genio così illustre non poteva non nascere un’opera d’arte, quale è il Teresiano. Negli ultimi anni il Salone è stato adibito come spazio per eventi e manifestazioni. Ad oggi sono esposti al pubblico alcuni volumi contenenti canti gregoriani ed antichi spartiti, ma ciò che forse colpisce di più di tutto il materiale esposto è un foglio in pergamena manoscritta ritrovato per caso al’interno di un libro di Giovanni De Deis, In Ecclesia Mediolanensi (Milano, Melchiorre Malatesta, 1628). Dopo la consultazione con un esperto, si è stabilito che il foglio derivi da un antifonario, cioè un libro che riportava le parti cantate della liturgia: all’interno del documento infatti si possono ritrovare delle note musicali trascritte e un testo proprio al di sopra di esse. Il documento è stato datato intorno al 1100, quindi è molto più antico del libro in cui fu ritrovato. Evidentemente il rilegatore del libro decise di utilizzare questo testo come “rinforzo” alla struttura del libro: il fatto di per sè non è così raro, ma di solito non si utilizzano materiale così antichi rispetto al volume da rilegare. Oltre allo spartito si può notare una miniatura che raffigura un animale mitologico simile ad un cane o forse ad un serpente, con zampe colorate e corpo allungato, adornante il prezioso documento di rara bellezza ed importanza.

All’interno del Salone sono degni di nota il Mappamondo Settecentesco opera di Vincenzo Rosa, scritto e disegnato a mano, ed il busto marmoreo di Joseph Frank.

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Oggi la Biblioteca non dipende dall’Università ma dal MiBAC cioè il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Avere l’opportunità di fotografare e di scrivere questo articolo è stata per me davvero emozionante: all’interno del Salone si respira davvero la storia e la mole di testimonianze e di volumi ospitata è davvero sorprendente. Quanti studiosi e quanti dotti personaggi hanno avuto il privilegio, come me, di poter vedere questo tempio della conoscenza e quanti hanno lasciato una loro testimonianza anche solo consultando uno dei manoscritti o dei libri qui depositati! Mentre scattavo, ho realizzato che non mi ero mai trovata ad immortalare un luogo simile, a riconferma che la bellezza non è solo quella della Natura.

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Mi sono sentita responsabile di esaltare un luogo già di per sè unico ed il compito non è stato assolutamente facile: ho cercato di raccontare attraverso questo articolo e, soprattutto, attraverso le mie fotografie quanta storia e quanta cultura si respirasse al suo interno. Spero di avervi trasmesso questa grandiosità che il Salone Teresiano e tutta la Biblioteca offrono: se davvero l’ho fatto, adesso chiudete il pc o mettete in standby lo smartphone e correte a visitare questo gioiello unico incastonato nella corona delle bellezze della città di Pavia che attende solo di essere scoperto da voi, come un autentico diamante grezzo.

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Un doveroso ringraziamento va infine alla Signora Antonella Campagna, alla Signora Elettra De Lorenzo e a tutto lo staff della Biblioteca che è stato davvero gentile e professionale.

Per altre informazioni e per sostenere i progetti della Biblioteca, visitate il sito ufficiale cliccando qui.

Il Museo di Giugno: il Museo di Castelvecchio

Dal sondaggio svolto all’interno del Gruppo di Facebook, voi lettori avete scelto a maggioranza il Museo del mese di Giugno tra quelli proposti: si tratta del Museo di Castelvecchio.

Durante la mia visita a Verona ho potuto visitare numerosi ed importanti musei: io e Gabriele amiamo i musei e cerchiamo sempre di visitarne il più possibile all’interno di una città. Che siano musei d’arte, musei di scienze o di altro genere, ci piace molto imparare la storia e scoprire i segreti di ciò che è custodito in questi “templi della cultura”. Eccoci dunque al Museo di Castelvecchio, il primo Museo di Verona a cui dedico un articolo.

Museo di Castelvecchio

Il Museo di Castelvecchio si trova nella fortezza scaligera di Castelvecchio (leggete qui il mio articolo a riguardo) ed è uno dei musei più importanti di Verona, dedicato soprattutto all’arte italiana ed europea. Il museo venne restaurato e allestito secondo i criteri moderni di esposizione tra il 1958 e il 1974 da Carlo Scarpa.

I settori in cui il museo è diviso sono i seguenti: scultura, pittura italiana e straniera, armi antiche, ceramiche, oreficerie, miniature e quello delle antiche campane cittadine.
Il museo è tutto sommato recente dato che solo dal 1924 il Castello è stato adibito ad ospitare le collezioni civiche di arte veronese, opere che andavano dall’alto medioevo al Settecento. Durante la Seconda Guerra Mondiale la città fu pesante bombardata e Castelvecchio venne danneggiato seriamente: i tedeschi in fuga fecero saltare tutti i ponti sull’Adige, compreso il Ponte di Castelvecchio. Fu Carlo Scarpa il risponsabile designato dei restauri, che donò nuova linfa al museo e al castello tutto. Scarpa non fece distinzioni tra il restauro del Castello e quello del museo, trattando il complesso come un tutt’uno.

Museo_targa
La targa dìentrata del Museo

Il restauro e l’allestimento furono opera in realtà del lavoro congiunto di un team guidato da Scarpa e che comprendeva il progettista, i collaboratori, lo staff del museo, l’architetto Arrigo Rudi, l’ingegnere Carlo Maschietto, il geometra Angelo Rudella, il falegname Fulvio Don, gli amministratori, l’ufficio tecnico del comune e tanti altri.

Il Museo si apre con la collezione di scultura romanica. Tra le opere più significative possiamo ammirare:

  • Crocifisso e dolenti, opera del Trecento in tufo (originariamente dipinto) del Maestro di Sant’Anastasia, proveniente dalla chiesa di San Giacomo di Tomba;
  • Sarcofago dei santi Sergio e Bacco, bassorilievo del 1179;
  • Santa Cecilia e santa Caterina, sculture del XIV secolo del Maestro di Sant’Anastasia;
  • Statua equestre di Cangrande della Scala, proveniente dal complesso gotico delle Arche scaligere;
  • Statua equestre di Mastino II della Scala anch’essa proveniente dalle Arche Scaligere.

 

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Passata la sezione delle sculture, inizia la collezione più consistente, cioè quella di pittura, divisa in più sale e su più livelli. Si inizia con la pittura veronese e veneta: notevoli sono i quadri di Pisanello (qui presente con la celebre Madonna della Quaglia), Altichiero, Michelino da Besozzo (con la Madonna del roseto). Si giunge poi alla sezione delle opere veronesi a cavallo del Rinascimento con Jacopo Bellini, Domenico e Francesco Morone, padre e figlio, e Liberale da Verona. Non mancano i capolavori di grandi maestri come una Madonna col Bambino in piedi su un parapetto di Giovanni Bellini, il Cristo in pietà di Filippo Lippi e la Sacra Famiglia e una Santa di Andrea Mantegna. Si passa poi al Cinquecento e al Seicento con alcune opere di Paolo Caliari detto il Veronese (come la Pala Bevilacqua-Lazise e il Compianto sul Cristo morto), Jacopo Tintoretto, Paolo Farinati e Alessandro Turchi detto l’Orbetto.

Del Settecento è presente uno dei protagonisti, il Tiepolo, con un quadro quale Eliodoro saccheggia il tempio.

 

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Oltre ai dipinti si possono ammirare alcuni disegni del progetto di Carlo Scarpa e alcune armi riunite in una collezione molto interessante che comprende anche armature medievali e rinascimentali. In questa raccolta possiamo ammirare la spada di Cangrande della Scala.

Nel novembre 2015 il Museo fu colpito da una disgrazia: 3 rapinatori entrarono e rubarono ben 17 opere. La lista delle opere trafugate è la seguente:

  • Antonio Pisano detto Pisanello, Madonna col bambino, detta Madonna della quaglia, tempera su tavola, cm 54×32;
  • Jacopo Bellini, San Girolamo penitente, tempera su tavola, cm 95×65;
  • Giovanni Benini, Ritratto di Girolamo Pompei, olio su tela, cm 85×63;
  • Andrea Mantegna, Sacra Famiglia con una santa, tempera su tela, cm 76×55,5;
  • Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di giovane con disegno infantile, olio su tavola, cm 37×29;
  • Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di giovane monaco benedettino, olio su tela, cm 43×33;
  • Jacopo Tintoretto, Madonna allattante, olio su tela, cm 89×76;
  • Jacopo Tintoretto, Trasporto dell’arca dell’alleanza, olio su tavola, cm 28×80;
  • Jacopo Tintoretto, Banchetto di Baltassar, olio su tavola, cm 26,5×79;
  • Jacopo Tintoretto, Sansone, olio su tavola, cm 26,5×79;
  • Jacopo Tintoretto, Giudizio di Salomone, olio su tavola, cm 26,5×79,5;
  • Cerchia di Jacopo Tintoretto, Ritratto maschile, olio su tela, cm 54×44;
  • Domenico Tintoretto, Ritratto di Marco Pasqualigo, olio su tela, cm 48×40;
  • Bottega di Domenico Tintoretto, Ritratto di ammiraglio veneziano, olio su tela, cm 110×89;
  • Peter Paul Rubens, Dama delle licnidi, olio su tela, cm 76×60;
  • Hans de Jode, Paesaggio noto anche come Paesaggio con cascata, olio su tela, cm 70×99;
  • Hans de Jode, Porto di mare, olio su tela, cm 70×99.

 

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Dopo alcuni mesi di indagini dei Carabinieri per la Tutela del patrimonio Culturale si è giunti all’arresto di ben 12 persone dislocate tra la Moldavia e Verona. Tutti i dipinti sono stati ritrovati intatti il 6 maggio del 2016 in Ucraina, pronti per la spedizione in Moldavia. Dalla fine del 2016 possiamo di nuovo ammirare queste splendide opere d’arte di nuovo nel museo, fruibili a tutti per essere contemplate con ritrovata gioia. Il furto delle opere d’arte è purtroppo molto frequente nei Musei e non sempre le opere vengono ritrovate. A queste tele è andata proprio bene!

 

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Per visitare il Museo con attenzione occorrono almeno 3 ore data la mole imponente di reperti di vario genere: la peculiarità di questo Museo è anche quella di poterlo ammirare su più livelli, percorrendo camminamenti e percorsi che si snodano attraverso le varie sale del Castello e le torri. Il percorso è dunque pensato non solo per ammirare le collezioni, ma per apprezzare tutto Castelvecchio e la città di Verona dall’alto. Il Museo dunque dona al visitatore un’esperienza a tutto tondo, che permette la sua immersione nel mondo dell’arte ma anche nella storia di Verona e dei suoi Signori. Di certo, ci troviamo davanti ad un museo non convenzionale, che supera l’idea della staticità delle collezioni e che permette al visitatore di apprezzare a pieno ogni sfaccettatura di una città che sempre si mostra al passo coi tempi con le sfide che il turismo propone.

Informazioni utili

Il Museo di Castelvecchio si trova in Corso Castelvecchio 2, a Verona, proprio nel centro della città, a pochi minuti a piedi dall’Arena e da Piazza delle Erbe.

Il Museo di Castelvecchio è aperto al pubblico nei seguenti orari:

  • il lunedì dalle 13.30 alle 19.30
  • dal martedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30

L’ultimo ingresso è alle 18.45

Il Museo è chiuso il lunedì mattina, la mattina del 1° gennaio e il 25 dicembre.

Di seguito, il prezzo dei biglietti:

  • biglietto intero € 6,00
  • biglietto ridotto gruppi (sup. 15 unità), agevolazioni, anziani sup. 60: € 4,50
  • biglietto ridotto scuole (dalle primarie alle secondarie di secondo grado) e ragazzi (8-14 anni, solo accompagnati): € 1,00
  • biglietto cumulativo musei Castelvecchio/Maffeiano intero: € 7,00
  • biglietto cumulativo musei Castelvecchio/Maffeiano ridotto: € 5,00
  • ingresso gratuito:
    • anziani con età superiore a 65 anni residenti nel Comune di Verona
    • persone con disabilità e loro accompagnatori
    • con VeronaCard

Da ottobre a maggio, prima domenica del mese tariffa unica: € 1,00

 

 

I Luoghi della Storia: Il Ponte delle Barche di Bereguardo

Ogni volta che gironzolo per la Provincia di Pavia trovo qualcosa su cui scrivere, qualcosa da fotografare, qualcosa che mi fa stupire della bellezza di questa Provincia che può essere poco conosciuta, ma non meno ricca di sorprese e luoghi di interesse. Tante, tantissime volte ho osservato e ho oltrepassato questo luogo, forse poco turistico ma molto suggestivo: sto parlando del Ponte delle Barche di Bereguardo.

Bereguardoponte

Il Ponte delle Barche di Bereguardo è uno degli ultimi esempi di Ponte su chiatte rimasti in Italia. Le sue origini risiedono nel passato, dato che il primo ponte fu posizionato dai Visconti nel 1374 per collegare le due sponde del Ticino. All’epoca, il territorio pavese era luogo preferito per le battute di caccia dei Signori di Pavia e questi dovevano essere ben collegati alla città da più vie, anche per una questione tattico-militare: i ponti sono sempre stati luoghi di conquista ambiti e conquistarli significava acquisire un vantaggio sugli avversari. Nel 1374 troviamo le prime menzioni del ponte di barche Bereguardo – Zerbolò nei documenti ufficiali. Nel 1378 venne poi fortificato e nel 1449 gli Sforza lo fecero sostituire da un ponte di chiatte più stabile, mantenendo sempre però la struttura del Ponte di Barche.

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Perchè un Ponte di Barche? Generalmente questa tipologia è solo temporanea, come quelli costruiti durante le guerre, ma alcuni invece sono rimasti quasi del tutto intatti e funzionanti, a causa, per la maggiorparte dei casi, della sconvenienza economica di costruirne uno “classico”. Questi ponti hanno il vantaggio di essere rimovibili per il passaggio di imbarcazioni o comunque facilmente spostabili. La loro particolarità sta però nel meccanismo sotteso che sta nella costruzione: le barche consentono al ponte di essere mobile e di alzarsi o abbassarsi a seconda della variazione del livello delle acque.

I primi ad aver utilizzato questa tipologia di costruzione furono i cinesi e successivamente greci e persiani che costruirono un ponte di barche sull’Ellesponto e gli antichi romani, che costruirono un ponte di barche addirittura sullo stretto di Messina, come raccontato da Plinio il Vecchio. I ponti di barche vennero utilizzati nelle guerre del ‘500, del ‘700, dell’800 e nei due conflitti mondiali. Ancora oggi esiste una specialità dell’Esercito italiano che si chiama “Genio pontieri”, adibito anche alla costruzione di ponti di barche.

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Ancora oggi vengono costruiti questi ponti, segno che la tecnologia che risiede alla base è tutt’altro che obsoleta.

Il Ponte di Barche di Bereguardo è formato da barche unite tra loro su cui è appoggiata una passerella formata da assi di legno che permette il transito. Nel corso dei secoli fu ripristinato più volte, l’ultima nel 1913 quando furono posizionate le chiatte in cemento.

Il Ponte di Barche ha goduto di tanta fama negli anni grazie alle numerose pellicole qui girate come ad esempio Mani di Velluto, il Bisbetico Domato diretti da Castellano e Pipolo o ancora I girasoli di Vittorio De Sica.

Il Ponte si trova lungo la Strada Provinciale 185, tra Bereguardo e Zerbolò, da e verso la località Boscaccio.

Nei dintorni di Bereguardo e del suo Ponte di Barche ci sono numerosi luoghi di interesse: il paese stesso di Bereguardo con il suo castello, la cascina della Zelata, il parco del Ticino, Pavia non molto distante.

Come spesso capita in Italia, questo manufatto storico oggi è a rischio: a causa dei depositi di sabbia e ghiaia le chiatte non poggiano più tutte sul fondo del fiume e quindi la struttura è del tutto instabile e non risponde più completamente alle fluttuazioni del livello del Ticino. Purtroppo, nonostante le numerose amministrazioni si siano succedute, queste sono state incapaci di trovare una soluzione all’annoso problema e oggi il Ponte sembra abbandonato un po’ a sè stesso.

Ponte Barche_5
Le chiatte ormai sommerse

L’augurio più grande è che grazie alla sua conoscenza, magari anche con questo piccolo articolo, il Ponte ed il suo restauro ritornino tra le priorità delle amministrazioni e che un giorno questo luogo possa risplendere di nuovo di luce propria.

Le Meraviglie della Natura: Il Lago del Predil

Durante la mia vacanza tra Friuli e Slovenia del 2018 ho potuto visitare luoghi suggestivi con una natura straordinaria. Di alcuni di questi vi ho già raccontato (se non ve li ricordate, qui trovate le cascate Savica, mentre qui il Lago di Bled e qui il Lago di Bohinj) mentre in questo articolo vi parlo di un piccolo gioiello: il Lago del Predil.

Lago del Predil

La zona di Predil (Raibl) è ricca di attività da poter svolgere, come la visita al Museo Militare Alpi Giulie oppure la visita al Museo della Tradizione Mineraria. Ci troviamo nel territorio del Tarvisiano e la sua fama lo procede: montagne dalle vette imponenti, passeggiate immerse nel verde, la storia che ancora si respira. Non potevano mancare dunque le meraviglie naturali, come il Lago del Predil.

Il lago sorge a 959 metri s.l.m. ed è di origine glaciale. Le dimensioni sono degne di nota, dato che si tratta del secondo lago naturale della regione: la sua lunghezza è di 1,5 km, la sua larghezza è di 500 metri e la sua profondità è di circa 30 metri. La sua conca, che si apre a metà circa della valle del Rio del Lago, è dominata a sud dalla Cima del Lago (Jerebica) alta 2.125 m, e a nord-est dalle Cinque Punte, con altezza di 1.909 m. All’interno del lago si trovava una piccola isoletta, relitto di un arco morenico in parte distrutto, in parte sommerso. Oggi l’isoletta è collegata dalla ghiaia alla costa ed è difficile da riconoscere, dato che somiglia più ad un tombolo.

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Le rive sono ghiaiose e qui è facile incontrare alcuni uccelli come i Germani reali (Anas platyrhynchos) e le Ballerine bianche (Motacilla alba).

Una leggenda racconta che un tempo al posto del lago ci fosse un piccolo paese, i cui abitanti erano persone insensibili e prive di buon cuore. Una notte, gelida e fredda d’inverno, un bambino e sua madre giunsero da lontano in cerca di un riparo. Bussando a molte case, il bimbo venne respinto. Solo una famiglia povera offrì loro un riparo. Il mattino dopo, come punizione, un grande lago si formò e sommerse tutto il paese, tranne la casetta della famiglia generosa, che fu risparmiata: si pensa che la casetta fosse ubicata sull’isoletta. Un racconto che forse ci vuole insegnare a non voltarci dall’altra parte se qualcuno ci chiede aiuto.

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Oltre a passeggiate rilassanti e a trekking che vi conducono verso le cime, sul lago è stato realizzato uno stabilimento nautico-balneare dotato di una zona spiaggia, di attrezzature nautiche, di giochi per bambini. E’ stata inoltre istituita una scuola di windsurf.

Il panorama è senza dubbio eccezionale e la pace regna sovrana, anche durante le calde giornate estive. I boschi di abeti e di pini che circondano il Lago del Predil mi fanno pensare agli stupendi laghi del Nord America, ma, a quanto pare, non bisogna andare così lontano per trovare questa rara bellezza.

Le mete da sogno: uno sguardo ai viaggi più belli

Ogni viaggiatore ha un luogo che vorrebbe di sicuro vedere, o anche più di uno. Sì sa, tutti sogniamo una vacanza da sogno sdraiati sulla sabbia bianca e in ascolto del rassicurante sciabordio delle onde, o una vacanza avventurosa, alla scoperta di vette inesplorate o di natura incontaminata. Ma ancora, un tuffo in una città caotica e moderna come New York o Doha. Che siano dunque mete rilassanti, selvagge o iperopopolose, tutti abbiamo un’idea precisa di “meta da sogno”.

Questo articolo nasce proprio per mostrarvi la mia idea di “meta da sogno”, illustrandovi alcune località che mi piacerebbe visitare. Non solo: alcune Travelblogger come me si sono offerte di raccontare la loro concezione di “meta da sogno”.

Siete pronti per partire con noi per un viaggio intorno al mondo?

Le mete da sogno secondo Eliana

Zanzibar

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Photo by Andre Abreu on Unsplash

Mare, natura, relax e soprattutto…Africa.

Così mi immagino la mia meta da sogno, cioè Zanzibar. Una meta anche relativamente vicina alla nostra Italia, ma dal fascino straordinario. Tutte le persone con cui ho avuto modo di parlare di questo luogo me lo hanno consigliato e descritto come “l’Africa romantica dipinta di azzurro“.

Da amante dell’Africa non potevo non presentarvi questa località. Perchè proprio Zanzibar? Sì forse è un classico della vacanza all’insegna del relax, ma questo non mi basta: Zanzibar offre la possibilità di spaziare tra mare e “Africa vera” proprio perchè si può scegliere di tornare sulla terra ferma e di fare un safari per osservare la natura maestosa della Tanzania, con leoni, iene, leopardi, gnu ed elefanti.

Non sono ancora riuscita a realizzare questo sogno, quello del safari, ma credo che Zanzibar possa offrirmi tutto ciò di cui ho bisogno: una vacanza rilassante, spiagge bianche e mare turchese, sorrisi, musica, buon cibo tradizionale ma anche avventura, scatti indimenticabili e quel romanticismo che solo l’Africa sa regalare.

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Alaska

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Photo by Anna Tremewan on Unsplash

Un’altra meta da sogno è di sicuro l’Alaska. Fin da piccola ho sempre desiderato vedere questo luogo così stupefacente, in cui anche l’uomo deve sfidare i propri limiti per sopravvivere. Terra di ghiacci, di aurore boreali, ma anche di orsi e alci. La natura incontaminata mi richiama a sè come un magnete viene richiamato al polo e io non posso rimanere indifferente a questa sua voce.

L’Alaska offre tutto ciò che un fotografo naturalistico desidera: spazi sconfinati, natura rigogliosa, panorami fiabeschi e una moltitudine di animali. C’è però un motivo che mi spinge a sognare l’Alaska come mia meta da sogno: le orche. Già, perchè forse qui, più di ogni altro luogo, è facile avvistarle in pod molto numerosi e dato che sono tra i miei animali preferiti non posso che sognare di vederli liberi in natura.

Il mio viaggio in Alaska dunque non può prescindere dalla presenza delle orche e di altri cetacei, che amo così profondamente.

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Ora scopriamo cosa ne pensano alcune Travel Blogger che hanno voluto contribuire a questo articolo, scritto a più mani.
Le Travel Blogger sono inserite in ordine alfabetico (per prima lettera del nome).

Grechina

Chloe

Pure Joy – www.bychloe.it

Hawaii

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Foto by Chloe

Ho sognato le Hawaii fin da bambina. Ricordo benissimo quando un’estate, in vacanza, giocavo con la mia “Barbie Hawaii” nel torrente di montagna immaginando chissà cosa di queste isole. Non avevo un’idea precisa, sapevo solo che erano lontane, molto lontane. E dovevano essere meravigliose.

Poi non ci ho più pensato finchè il caso ha voluto che, vent’anni dopo, quella bambina ormai donna, coronasse il suo sogno d’amore proprio in una spiaggia delle Hawaii. Io e mio marito ci siamo sposati a Waimanalo il 4 agosto 2015 e il sogno ha preso le sembianze di una realtà mai immaginata.

La natura selvaggia e rigogliosa ci ha subito conquistati: i paesaggi verdi, le scogliere che si tuffano nell’oceano, le foreste e le ampie valli. E poi il vulcano: l’alba sul vulcano Haleakalā, a 3000 metri di altezza, è stata una delle esperienze più bella della mia vita.

Il contrasto tra l’imponenza della natura e la frivola mondanità di Honolulu con Waikiki, sua più celebre spiaggia, è evidente. Ogni isola è differente l’una dall’altra e Maui è stata sicuramente una grande scoperta, con quel mood di rilassatezza che ti fa sentire al posto giusto nel momento giusto, senza pensieri. Non posso non citare il surf, grande passione di mio marito, sport per il quale le Hawaii sono famose in tutto il mondo.

Raramente torniamo nei posti già visitati ma per questa meta faremo un’eccezione. Ci siamo ripromessi di tornarci ogni cinque anni. Quel giorno si avvicina e sono forse ancora più emozionata della prima volta al pensiero di rivederle.

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Grechina

Eleonora

Avventure Ovunque – https://www.avventureovunque.it

Polinesia Francese

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Photo by Artak Petrosyan on Unsplash

A pensarci, mi vengono in mente tanti luoghi, ma uno più degli altri risponde a tutte le caratteristiche che secondo me deve avere una “meta da sogno”: la Polinesia Francese!

Credo che non servano presentazioni, si tratta di un arcipelago che rispecchia l’idea di paradiso di tante persone. Anche di una come me, che non ama la “vita da spiaggia”. Perché non sono solo il mare trasparente, la sabbia finissima e bianca o la possibilità di rilassarsi ad attirarmi: le isole polinesiane sono anche perfette per tantissime attività diverse. Io amo ad esempio fare immersioni subacquee, ma anche le escursioni nella natura. Quale luogo nel mondo potrebbe essere più perfetto allora? Tra la coloratissima barriera corallina, le verdi montagne di alcune isole e la possibilità di nuotare con le mante, non credo possa esserci un luogo più “da sogno” di questo per me.

Purtroppo, non sono ancora riuscita a organizzare un viaggio in Polinesia. Non è certamente una meta economica e per il momento sarebbe sicuramente fuori dal mio budget. Ma un giorno chissà, in fondo sognare non costa nulla!

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Grechina

Elisa

Eli Loves Travelling – https://elilovestravelling.com

Australia

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Photo by Liam Pozz on Unsplash

L’Australia è un luogo che sogno da sempre. Avrei tanto voluto fare un anno lì con un Working Holiday Visa ma la vita mi ha portata altrove e quindi mi è rimasta la voglia di esplorarla.

La natura selvaggia, le grandi distanze da percorrere con una macchina o un van on the road, le grandi città: sono queste le cose che mi attraggono di questo Paese tanto lontano quanto spettacolare. Sidney, Melbourne, Cairns, Perth, la Great Ocean Road, Uluru, i canguri ed i koala sono solo alcune delle immagini che ho visto sul web o su delle riviste di viaggio che tanto hanno attratto la mia attenzione.

È una terra che mi ha sempre affascinata per la sua diversità di paesaggi: tra oceano, deserti, montagne c’è di che esplorare. Ma l’Australia non è solo natura incontaminata, è anche storia e multiculturalità, è un Paese capace di attirare a sé persone di ogni parte del mondo e se ci riesce deve esserci un motivo e io ci tengo a scoprirlo. E poi vuoi mettere l’accento australiano? È super cool.

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Grechina

Jessica

CounTrips – www.countrips.it

Irlanda

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Photo by Henrique Craveiro on Unsplash

Ho iniziato a interessarmi all’Irlanda alle scuole superiori, quando una compagna di classe recatasi a Galway non faceva che parlarmene con entusiasmo. Ero troppo giovane per viaggiare da sola, perciò per un po’ ho accantonato l’idea di una vacanza nell’isola di smeraldo. Ho iniziato poi a viaggiare in coppia, ma si sa, i primi viaggi hanno bassi budget e poche pretese, no? Sono passati gli anni, e il budget è rimasto basso per i motivi più disparati.

Finché a gennaio, dopo più di un decennio, quell’idea è rispuntata, più insistente che mai. E ad agosto finalmente la vedrò, quest’isola incantata!
Perché l’Irlanda mi affascina tanto? Per i suoi colori e il suo tempo bizzarro, che rende inutile ogni programma e ti costringe a vivere alla giornata. Per i suoi abitanti, che dicono essere tanto cordiali. Per le sue leggende, il passato che riaffiora ad ogni angolo, la natura che la fa da padrona. Per le pecore che invadono le strade, per le strette stradine che si perdono nel verde. Per questo e per molti altri piccoli dettagli che la rendono un posto speciale.

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Grechina

Simona

Oltre le Parole – www.oltreleparoleblog.com

Giappone

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Photo by Manuel Cosentino on Unsplash

Sono anni ormai che sogno un viaggio in Giappone. Ciliegi in fiore e donne con meravigliosi Kimono che tra le strade di città e paesi. Contrasti inevitabili tra tradizione e innovazione, tra pace e caos fino a tarda notte. C’è veramente qualcosa che questo paese non sa essere? Poliedrico. Ecco il Giappone io lo immagino tremendamente poliedrico.

Passerei giornate intere a perdermi tra i negozi più strani e colorati delle grandi città oppure immersa nei silenzi dei templi disseminati in ogni dove. Tradizioni e riti di cui l’aria è satura, nel significato più meraviglioso che possa assumere. Penso che nonostante la mia molta riservatezza potrei anche abbandonare per una volta la mia timidezza e provare l’esperienza dell’onsen perché parte integrante di una tradizione millenaria e dal profondo significato. Con il suo gusto, i colori particolari e le forme strabilianti, è conosciuto per davvero in tutto il mondo!

E cosa dire dello street food che con i suoi colori sgargianti e le sue forme davvero particolari, ha fatto il giro del mondo? E ancora delle città moderne fino all’inverosimile che contrastano così tanto con la pace dei templi a pochi chilomentri di distanza?

Non manca neppure il romanticismo in questa terra che con la leggenda del filo rosso mi ha colpita sin dal principio. Forse sarà il mio animo romantico, ma come non lasciarsi trasportare in questo mix incredibile!

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Grechina

Ringrazio vivamente tutte le Travelblogger intervenute in questo Guestpost dal sapore sognante:

Chloe, Eleonora, Elisa, Jessica e Simona

E la vostra meta da sogno qual è? Inviatemi un breve racconto sulla vostra meta da sogno all’indirizzo mail donnavagabonda@gmail.com!

Le Meraviglie della natura: l’Oasi naturalistica dei Quadris

Nel corso di un’escursione effettuata durante i miei studi ho potuto conoscere, come già avrete avuto modo di appurare leggendo i miei articoli, la natura e la bellezza del Friuli Venezia Giulia. E’ proprio qui che vi riporto, ancora una volta, con questo articolo che vuole farvi conoscere una piccola realtà naturalistica: l’Oasi naturalistica dei Quadris.

Quadris

L’Oasi naturalistica dei Quadris è una piccola area verde deputata, principalmente, alla protezione e alla tutela di due specie di uccelli: la Cicogna bianca (Ciconia ciconia) e l’Ibis Eremita (Geronticus eremita).

Voluta e promossa dallo zoologo Fabio Perco, che ho avuto l’onore di conoscere prima della sua dipartita prematura, l’Oasi si sviluppa su un territorio di origine morenica, quindi di deposito di ghiacciai ormai scomparsi, oggi verde e fertile. E’ questo uno speciale luogo dove la flora e la fauna si sono sviluppate e hanno prosperato per millenni. Il toponimo “Quadris” trova origine dalla denominazione assegnata ad alcune pozze d’acqua dal margine quadrangolare, le quali danno vita all’ambiente più appariscente e caratteristico della zona.

Con circa 100 ettari, l’Oasi accoglie grandi e piccini per far conoscere le star di questo grande progetto realizzato: già, perchè proprio la Cicogna e l’Ibis eremita sono i punti di forza, nonchè animali straordinari che tutti conoscono per la loro bellezza e simpatia. Un percorso fatto di semplici sentieri porterà il visitatore ad ammirare questi splendidi animali, ma non solo: nell’oasi vengono anche ospitati moltissimi anatidi come le Anatre marmorizzate (Marmaronetta angustirostri), le Oche collorosso (Branta ruficollis) e le Oche lombardelle (Anser albifrons). Oltre agli anatidi, sono numerose le specie di equidi, tra cui degne di nota sono il Cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii) ed il Konjik (Konik).

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Le Cicogne bianche vengono qui ospitate in gran numero: circa 50 esemplari (più della metà liberi, gli altri in voliera o in nursery) stabiliscono qui la propria dimora e ritornano durante la migrazione primaverile dall’Africa.

Gli Ibis eremita sono qui allevati e svezzati, per poi essere reintrodotti in natura per un progetto di ripopolamento portato avanti dal Waldrapp Team. Dal 2013, sono nati decine di esemplari che ora vivono una parte liberi e una parte nelle voliere, prima di essere rimessi completamente in libertà.

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L’Oasi dei Quadris ha dunque un ruolo attivo nella salvaguardia di questi uccelli e, grazie al lavoro dei volontari, porta avanti questi progetti con dedizione e costanza. L’Oasi si occupa anche di fare visite guidate a gruppi e scolareche e tutti gli anni tiene un campo estivo per i bambini.

Attenzione! I cani non sono ammessi nell’Oasi, nemmeno se muniti di guizaglio o museruola, per non infastidire gli animali presenti nel parco.

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Cavalli Konik presenti nell’Oasi

L’Oasi dei Quadris è aperta il sabato pomeriggio e la domenica con orario continuato.

Primavera e Autunno: sabato pomeriggio 14.00 – 18.00 / domeniche e festivi 10.00 – 18.00 orario continuato.

Estate: sabato pomeriggio 14.30 – 19.00 / domeniche e festivi 9.30 – 19.00 orario continuato.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

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Se visitate il Friuli, non potete non fermarvi all’Oasi dei Quadris che si trova a Fagagna, in provincia di Udine, non lontano dalla Riserva Lago del Cornino. Una volta giunti a Fagagna, dirigetevi da Via Udine verso la piazza principale e svoltate a sinistra in via Umberto I; dopo qualche centinaio di metri svoltate a destra per via Caporiacco e procedete per circa un chilometro (direzione Nord-Ovest): l’Oasi la troverete alla vostra sinistra.

L’Oasi è un ottimo luogo per la fotografia naturalistica: qui potrete immortalare numerosi uccelli senza troppa fatica: gli animali saranno a poca distanza da voi, quindi è sufficiente un buon medio-teleobiettivo come il 70-300.

Diario di viaggio: Verona – giorno 2

Eccoci al secondo giorno del Diario di Viaggio di Verona, ansiosi di scoprire la storia e le bellezze di questa città che tanto calorosamente ci ha accolto.

Se non avete ancora letto il primo giorno, rimediate cliccando qui!

Verona (2)

L’itinerario di questa giornata seguirà alcune tappe principali:

  • L’Arena di Verona
  • Il Museo di Castelvecchio
  • La Basilica di San Zeno Maggiore
  • La Basilica di San Lorenzo
  • Piazza delle Erbe
  • Le Arche scaligere
  • La Casa di Romeo
  • Torre dei Lamberti
  • La Casa di Giulietta

Di buon mattino decidiamo di dirigerci verso il simbolo di Verona: la sua Arena.

L’Arena e i suoi segreti

L’Arena si trova in Piazza Bra, proprio nel centro nevralgico della città, in una zona pedonabile, facilmente raggiungibile da ogni angolo della cittadina. L’Arena di Verona è un anfiteatro romano tra i più perfettamente conservati fino ad oggi. Sulla data di costruzione ci sono ancora delle controversie ma probabilmente fu costruita tra il I ed il II secolo D.C.. L’arena, un tempo come oggi, attira a sè numerosi visitatori, ansiosi di vedere i numerosi spettacoli che ancora oggi si tengono al suo interno: se una volta erano i gladiatori a divertire la folla, oggi numerosi cantanti e orchestre si contendono il palco veronese. Ma l’Arena non risplendette sempre di luce propria: le invasioni barbariche e il progessivo declino dell’Impero romano portarono all’abbandono progressivo della città e delle sue strutture e, di conseguenza, dell’Arena. Con l’affermazione del Cristianesimo vi fu l’abbandono dei giochi gladiatori, e l’inefficienza degli organismi pubblici nella conservazione del monumento fu un’ulteriore spinta verso il suo abbandono. Molto probabilmente il crollo della facciata o anello esterno è dovuto ad una serie di eventi sismici avutisi in Italia Settentrionale dal medioevo fino al terremoto più disastroso del 1117. A seguito delle diverse scosse sismiche sono crollate le arcate dell’anello esterno, di cui rimangono integre oggi soltanto le 4 arcate della cosiddetta Ala.

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Purtroppo l’Arena era solo parzialmente visibitabile a causa del fatto che stessero allestendo il palco per un imminente concerto ma anche così non ha perso il suo fascino. Grazie al pass per blogger dell’Ufficio del Turismo (IAT Verona) siamo entrati gratuitamente per documentare la nostra esperienza con le nostre fotografie e con questo articolo. L’Arena è suggestiva e imponente e, anche se la vediamo solo da una prospettiva, risulta comunque molto impressionante. Ciò che mi colpisce di più non è però la grandezza in sè ma il materiale di costruzione dell’Arena e di gran parte degli edifici della città veneta: non è difficile scorgere tra le gradinate o sulla pavimentazione della città delle belle e conservate ammoniti. Già, avete capito bene, ammoniti, cefalopodi marini oggi estinti. Il materiale che è stato utilizzato è una pietra da taglio dove il Rosso Ammonitico risalta: la cavatura dei monti circostanti che ancora oggi si opera ha dato vita a materiali lapidei ricchi di fossili, in particolare, appunto ammoniti. Dunque se vedete i gusci di questi organismi su qualche parete o su di un marciapiede non stupitevi!

Dopo aver scattato qualche fotografia, siamo pronti per dirigerci verso la prossima meta, promettendoci che un giorno torneremo all’Arena per vedere un bel concerto!

Prossima tappa? Naturalmente Castel Vecchio!

Castel Vecchio e la sua storia

Castel Vecchio è un castello attualmente adibito ad ospitare il museo civico. Le sue dimensioni e la sua imponenza ne fanno il monumento militare più importante della dinastia degli Scaligeri. Lo avevo già visitato la prima volta che ero venuta a Verona, così come l’Arena, ma avevo proprio voglia di rivederlo con occhi nuovi! Del resto, quando si cambia prospettiva, le cose ci appaiono più belle, no?

Dunque eccoci qua pronti ad una bella full-immertion dell’arte medioevale e rinascimentale: già, perchè la collezione del museo è davvero ragguardevole!

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Il Castello nasce come avamposto difensivo indissolubilmente collegato al fiume, tant’è che il ponte costruito serviva proprio come via di fuga esclusiva nel caso di un attacco. Le vicende che avvolgono la sua costruzione sono lunghe e complesse: dopo una prima costruzione avvenuta ad opera di Alberto I della Scala, nel 1298, l’intervento definitivo voluto da Cangrande II della Scala, riconducibile al 1354, configura un vero e proprio castello urbano. Il complesso fortificatorio fu portato a compimento nel 1376 da Antonio e Bartolomeo della Scala, con la costruzione del Mastio. Durante la signoria viscontea e la costruzione di Castel San Pietro, la funzione difensiva di Castel Vecchio diminuì sensibilmente. In epoca veneta il Castello venne adibito a residenza del castellano e del cappellano, nonchè a caserma, arsenale, armeria, magazzino per le riserve alimentari e polveriera. Una parte del Mastio venne adibita a carcere. Nel 1759 Castel Vecchio divenne sede del Veneto Militar Collegio, istituito per la formazione di ingegneri da inquadrare in un corpo tecnico militare. Con l’arrivo di Napoleone il Castello tornò ad essere un arsenale e molti fabbricati della corte vennero smantellati. Sotto gli Asburgo, di nuovo, il Castello si riconvertì e divenne una caserma, destinazione mantenuta anche dal Regno d’Italia.

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Il Museo di Castelvecchio venne allestito tra il 1958 e il 1974 da Carlo Scarpa e oggi ospita le seguenti aree: scultura, pittura italiana e straniera, armi antiche, ceramiche, oreficerie, miniature e le antiche campane cittadine. La visita al Museo ci occupa buona parte della mattinata, dato che la collezione ha meritato davvero un’occhio di riguardo: tra i grandi artisti non mancano maestri come Pisanello (con la celebre Madonna della Quaglia), Altichiero, Giovanni Bellini con la sua Madonna col Bambino in piedi su un parapetto, Filippo Lippi con il suo Cristo in pietà e la Sacra Famiglia e un Santa di Andrea Mantegna (che ormai viene eletto dalla sottoscritta “Pittore dell’anno” dopo averlo apprezzato a Mantova (leggi qui il mio articolo a riguardo). Non vi approfondisco di più la visita dato che scriverò un articolo solo sul Museo. Ciò che forse appreziamo di più è proprio la location di questo bellissimo Museo, degna di un grande Museo internazionale: dal camminatoio del Castello si possono raggiungere inoltre un piccolo cortile interno pensile e una strettoia che conduce ad un torione da cui si gode una bellissima vista sull’Adige e sul Ponte di Castel Vecchio: il sole e la sua luce rendono le fotografie favolose. Se venite a Verona non potete non visitare Castel Vecchio, anche solo per questo panorama (se proprio non vi piace l’arte!).

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E’ ormai l’una e lo stomaco inizia a stringersi: per pranzo decidiamo di mangiare qualcosa al volo, senza fermarci per troppo tempo in un luogo e la nostra attenzione (nonchè il nostro palato) vengono attirati da una piccola panineria: Mordimi Verona! Questa però non è solo una panineria, ma una panuozzeria! Infatti, vengono serviti squisiti panuozzi preparati al momento: l’atmosfera è quasi quella di una salumeria e la varietà di ingredienti di sicuro vi accontenterà (i panuozzi possono subire anche delle variazioni quindi non rimarrete di sicuro a stomaco vuoto).

Con un panuozzo ai pomodori secchi, funghi e speck e con uno con il crudo, è ora di rimetterci in marcia verso la nuova meta! Direzione? La Basilica di San Zeno Maggiore!

Tra religione e venerazione: la Basilica di San Zeno

Grazie alla deliziosa passeggiata sull’Adige e alla brezza delicata che ci accompagna, riusciamo a smaltire il lauto pranzo semplicemente camminando verso una delle zone della città che preferisco: il quartiere di San Zeno. Questo quartiere non è così turistico ma si dimostra comunque molto accogliente grazie alle numerose osterie e alla presenza della Basilica, in posizione forse un po’ defilata rispetto al cuore del centro storico, ma non per questo tralasciabile.

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La Basilica di San Zeno è uno dei capolavori del romanico in Italia, nonchè una delle Chiese più importanti della città insieme a Sant’Anastasia, San Fermo ed il Duomo. Ospita capolavori inestimabili come la pala di San Zeno del nostro ormai beniamino Andrea Mantegna. Già la Chiesa originale, eretta da Teodorico il Grande, venne dedicata al santo, che morì nel 380 d.C., ma questa venne distrutta nel IX secolo. Venne costruita una seconda Chiesa distrutta poi dagli Ungari durante il X secolo. Di nuovo, la Chiesa venne ricostruita e le spoglie del Santo vennero riportate qui dai santi eremiti Benigno e Caro, considerati a quel temo gli unici degni di toccare il corpo del Santo. La chiesa prende l’attuale forma e struttura sotto il vescovo Raterio nel 967. Il terremoto del 1117 che danneggiò anche l’Arena, non risparmiò San Zeno che però non venne rasa al suolo. Il restauro arrivata ai giorni nostri è frutto degli architetti Giovanni e Nicolò da Ferrara che si occuparono anche dei rifacimenti del soffitto e dell’abside in stile gotico (siamo ormai nel 1398).

San Zeno è indubbiamente una delle Chiese più imponenti e alte della città: il suo interno è diviso in tre navate ed il soffitto è davvero alto, ma non come il campanile che raggiunge i 72 metri. Ciò che probabilmente attira di più i visitatori è la Pala di San Zeno del Mantegna: si rappresenta una sacra conversazione con la Madonna col Bambino al centro, contornata da angeli musici e cantori, e quattro santi su ciascuno dei lati. La Vergine si trova su un alto scranno, decorato da bassorilievi marmorei che sbalzano con forza sulla superficie dipinta. Ai suoi piedi si trova un tappeto, vero lusso esotico per l’epoca. Nel 1797, durante le soppressioni napoleoniche, la pala venne requisita e inviata a Parigi nel Museo Napoleone, futuro Louvre. Degno di nota è anche l’enorme portone decorato con 24 formelle bronzee, ora chiuso per motivi di sicurezza.

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Dopo San Zeno ci siamo diretti di nuovo verso il centro, passando per l’Arsenale Franz Joseph I e per la piccola e nascosta, ma non meno suggestiva, Basilica di San Lorenzo.

Verso il centro

Attraversando la Porta dei Borsari, giungiamo in Piazza delle Erbe e alle Arche scaligere.

Piazza delle Erbe è la piazza più antica di Verona e sorge sopra l’area del foro romano: nell’antichità era il centro della vita politica ed economica. Il monumenro più antico della piazza è la fontana Madonna Verona, simbolo della Piazza stessa insieme al Leone di San Marco. La fontana è stata costruita con materiali di epoca romana e fu voluta da Cansignorio della Scala. La statua è ornata di cartiglio tra le mani e reca impresso il vecchio motto del Comune che così recita “a questa città portatrice di giustizia e amante di lode”. Altro monumento storico è il capitello, detto Tribuna. Viene datato intorno al XIII secolo, periodo in cui venne utilizzato per varie cerimonie: in particolare sotto di esso sedevano i podestà per la cerimonia dell’insediamento e là prestavano giuramento i pretori.

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Le Arche Scaligere costituiscono un complesso funerario in stile gotico della famiglia degli Scaligeri che ospita le tombe di Cangrande a cui Dante dedica il Paradiso, Cansignorio e Mastino II. Le Arche possono essere viste solo da fuori ma rimangono comunque un monumento molto importante da non perdere.

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Proprio affianco delle Arche Scaligere sorge la Casa di Romeo: purtroppo non si può visitare quindi ciò che possiamo ammirare è semplicemente un portone in legno. Beh, non si può avere tutto dalla vita!

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Prima di dirigerci verso la Casa di Giulietta e il suo celebre balcone, decidiamo di salire sulla Torre dei Lamberti: qui siamo protagonisti di un episodio un poco spiacevole, in quanto l’addetta alla vendita dei biglietti ha avuto non poche rimostranze rispetto al nostro pass e la sua scenata, perchè è stata proprio una scenata, ha infastidito ed imbarazzato non solo noi, ma anche gli altri visitatori e i colleghi. Peccato davvero perchè fino ad adesso tutti i dipendenti dei musei e dei luoghi visitati erano stati molto gentili e disponibili. Con un po’ di amarezza riusciamo comunque a salire sulla Torre e il nostro cattivo umore viene spazzato completamente via dallavista di cui si gode: tutta la città è ai nostri piedi letteralmente e possiamo distinguere bene Castel Vecchio e la Basilica di San Zeno, tra i monumenti che abbiamo visitato. Con i suoi 84 metri di altezza è l’edificio più alto della città. La costruzione iniziò nel 1172 per volere della famiglia nobile dei Lamberti, di cui si hanno poche notizie.

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La Torre, che al tempo era alta solo 37 metri, venne integrata nel Palazzo del Consiglio, sorto in seguito all’istituzione del Libero Comune. Dotata nel 1295 di due campane il Rengo e la Marangona venne denominata “Torre delle Campane”. Purtroppo, nel 1403, un fulmine abbattè la cima e solo nel 1448 iniziarono i lavori di restauro che si conclusero 16 anni più tardi. Nel 1779 la Torre venne dotata dell’orologio e dal 1972 è aperta al pubblico. La Torre dei Lamberti è di sicuro un luogo molto suggestivo: se siete amanti dei panorami non potete perdervela. Non fatevi spaventare dai 368 scalini: potete evitarli quasi in toto grazie all’ascensore! Quindi il primo piano è raggiungibile pressochè da tutti.

“Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?”

Siamo quasi al compimento del nostro itinerario previsto per oggi: magari non vi sembrerà che abbiamo visto molto, ma davvero, più di così non potevamo vedere! Cosa manca? Beh, il luogo più iconico di Verona: la casa di Giulietta.

Se girottate per il centro e, ad un certo punto, notate una calca terribile, bene, siete arrivati alla Casa di Giulietta. Tutti, ma proprio tutti vogliono vedere il famoso balcone da cui Giulietta si era affacciata per il incontrare il suo amato Romeo nella celebre tragedia shakespeariana. Simbolo di amore, fedeltà e dolcezza, il balcone può essere visitato entrando nella Casa della nobildonna. La tragedia del drammaturgo inglese ha mescolato elementi fantasiosi con altri realistici e la casa di Giulietta rientra nella seconda categoria che vi ho menzionato: sono esistite effettivamente due famiglie di nome Montecchi e Capuleti (il nome esatto è però Cappelletti): dei Cappelletti si ha conoscenza della loro presenza fino agli anni della permanenza di Dante a Verona, proprio presso questa casa, dove la loro presenza è testimoniata dallo stemma del cappello sulla chiave di volta dell’arco di entrata al cortile della casa. I Montecchi, importanti mercanti ghibellini veronesi, furono veramente coinvolti in lotte sanguinose per il controllo del potere a Verona, in particolare con la famiglia guelfa dei Sambonifacio, ma non si hanno notizie di rivalità con i Cappelletti.

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I Montecchi e i Cappelletti vengono citati anche da Dante nella Divina Commedia, esattamente nel canto VI del Purgatorio. Questo luogo divenne nel XIV un hospitium a Capello, e la nuova famiglia Capello che vi risiedeva risulta aver esercitato il mestiere di speciari (cioè farmacisti) ancora alla fine del XV secolo. Dal XVII al XIX secolo divenne uno stallo con albergo. L’aspetto della casa è stato modellato fra il 1937 e 1940 da Antonio Avena tramite una serie di fantasiosi restauri voluti per ricreare l’antica scenografia rinascimentale, ispirandosi, indirettamente,  anche al dipinto di Hayez Il bacio(la mia opera italiana preferita). Anche il balcone (prima c’era la ringhiera di una casa popolare) è risultato dall’assemblaggio di resti marmorei del XIV secolo.

La Casa può essere visitata acquistando il biglietto e al suo interno si può vedere la Statua originale di Giulietta (quella del cortile è una copia) realizzata nel 1969 dallo sculture Nereo Costantini: l’originale si trova all’interno a causa dell’usura che stava riportando per un’usanza che i turisti hanno, cioè quella di toccare il seno destro della nobildonna. Si dice che porti fortuna! Sarà vero? Non siamo superstiziosi ma io e Gabriele una toccatina l’abbiamo data!

La casa è disposta su più piani ed ospita alcuni oggetti dell’epoca Rinascimentale, come abiti e ceramiche e un letto utilizzato nel film Romeo e Giulietta di Zeffirelli. Una piccola parte interattiva permette di scrivere una lettera a Giulietta: un’iniziativa carina per i bimbi. Ciò che però spinge molti visitatori ad acquistare il biglietto (non così tanti però rispetto a quelli che si riversano nel cortile) è scattare una foto dal balcone di Giulietta: anche noi ci stringiamo su questo simbolico manufatto e ci guardiamo languidi negli occhi. Eh va beh! Sono melensa ogni tanto anche io, e poi scusatemi ma siamo nella città dell’Amore!

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Stanchi, affamati e con tanta voglia di riposare, decidiamo di risparmiare le ultime forze e di dirgerci presso un ristorante che ci aveva colpito durante la prima sera, quando abbiamo passeggiato per qualche minuto in Piazza Erbe: si tratta de Tèta de Giulieta, trattoria tipica veronese che propone piatti della tradizione e pizze dal cornicione alto. In molti non si fermano presso questo bel ristorante per paura che offra un menù troppo turistico ma non è così! La simpatia del proprietario e la gentilezza dei camerieri ci hanno fatto subito sentire a casa e non è stato per niente difficile godersi una bella cena a base di pesce e pizza: ultima chicca di una giornata davvero meravigliosa.

Per leggere l’articolo sulla pianificazione del viaggio, clicca qui.

Per leggere l’articolo sull arrivo ed il primo giorno a Verona, clicca qui.

Riferimenti: #visitverona, #visitveneto, #veronatouristoffice, #IatVerona, #Verona e @veronatouristoffice.

Il Museo di Maggio: il Museo della Città di Bobbio

Durante le mie escursioni in giornata ho potuto visitare la piccola e deliziosa città di Bobbio (leggi qui il mio articolo). Non era la prima volta che la visitavo, anzi si può dire che ormai la conosco bene, ma non l’ho mai vista con “l’occhio della viaggiatrice”. E’ vero, è passato qualche anno dall’ultima volta che la vidi ma Bobbio ha un fascino davvero unico e mi sembra sia rimasta immutata.

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In molti mi avevano parlato del Museo di Minerali di Bobbio e da appassionata ero curiosa di visitarlo: al mio arrivo scopro che la collezione mineralogica fa parte del Museo della Città e quindi perchè non visitare tutto il complesso museale?

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Il Museo della Città si trova nei locali dell’ex refettorio e lavamani del Monastero di San Colombano e mira a traghettare il visitatore in una realtà passata, ricca di storia e di cultura. Lo spazio espositivo si articola in due sezioni: la prima mostra, attraverso manufatti, libri e oggetti, la vita umile dei monaci e di San Colombano, storico fondatore dell’abbazia che ancora oggi sorge accanto al convento; la seconda invece si compone di alcune vetrine che raccolgono una collezione di minerali del piacentino e del bobbiese e uno spazio con alcuni pannelli che mostrano la storia di Bobbio attraverso gli scatti di Gino Macellari, fotoreporter “della Valtrebbia”. La gentile curatrice del museo ci ha fatto da guida in questo piccolo e curioso percorso, che è iniziato con la proiezione di un video che mostrava  le origini e la storia di Bobbio.

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Pannello espositivo interattivo

Il Museo della Città è una realtà giovane ma comunque ricca: grazie al percorso interattivo, si scopre uno spaccato di storia che comprende anche l’attività dello Scriptorium, che ha reso Bobbio famosa in tutta l’Europa durante il Medioevo.

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Se vi trovate a Bobbio o nei dintorni, vi consiglio di visitare almeno una volta questo giovane ed interessante Museo, che offre uno sguardo chiaro e immediato sulla storia di Bobbio e del suo territorio.

Informazioni utili

Orario di apertura:
dal 1 Aprile al 31 Ottobre:
sabato, domenica e festivi : 10.00 – 12.30 e 15.30 – 18.30
Dal 1 Novembre al 31 Marzo :
sabato 15.00 – 18.00
domenica e festivi 10.00 – 12.30 e 15.00 – 18.00

inoltre mesi di Luglio e Agosto:
da mercoledì a sabato: 10.00 -12.30 e 15.30 -18.30

Biglietti
Biglietto d’ingresso € 3,00
Ridotto € 2,00 ( ragazzi dai 7 ai 14 anni, ultra sesantenni, gruppi di almeno 10 persone)
Gratuità per bambini fino ai 6 anni, accompagnatori gruppi e studenti delle scuole d’infanzia, primarie e secondarie di 1° e 2° grado del Comune di Bobbio.
Per informazioni e prenotazioni tel 0523/962813 -962815

Per ulteriori informazioni, visitate il Sito del Comune.

 

I luoghi della storia: Crespi d’Adda

Oltre che a Verona (leggete qui il mio primo articolo del Diario di viaggio), durante le vacanze di Pasqua ho potuto visitare un luogo storico e molto suggestivo: Crespi d’Adda.

Sapete quanto mi piace scoprire luoghi storici e raccontarvi di questi e Crespi d’Adda di sicuro si presta molto bene per un articolo.

Crespi

Crespi d’Adda è una frazione del comune di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo. Il paese consiste in un villaggio operaio costruito per le maestranze operanti nel settore tessile cotoniero sorto grazie a Cristoforo Benigno Crespi, a partire dal 1875, e passato poi nelle mani del figlio, Silvio Crespi. Grazie al suo eccezionale stato di conservazione fu, nel 1995, annoverato tra i patrimoni dell’umanità dall’UNESCO.

Il villaggio è oggi abitato per lo più dai discendenti degli operai della fabbrica tessile e si può interamente visitare, assieme alla centrale idroelettrica, al cimitero e ad altri luoghi. Si tratta del villaggio operaio meglio conservato dell’Europa meridionale, ma non l’unico dato che nell’Europa centro settentrionale ne sorgono altri.

Come per l’Inghilterra della rivoluzione industriale, che aveva scelto di erigere interi villaggi operai nelle vicinanze delle grandi fabbriche, così Crespi decise di progettare la sua piccola realtà, con occhio lungimirante e volto al benessere dei suoi lavoratori: oltre alle casette per le famiglie operaie, che ospitavano un orto ed un giardino, e alle ville per i dirigenti, il villaggio aveva una scuola, un ospedale, una chiesa e un cimitero. Non mancava poi lo svago grazie al campo sportivo, al teatro e ad altre strutture comunitarie. Il lavoratore doveva essere un lavoratore felice, dedito al suo lavoro ma anche alla vita sociale: tutti i bambini dovevano quindi frequentare le scuole, prima di essere “assorbiti” dalla realtà lavorativa.

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Il villaggio rimase di proprietà dei Crespi fino agli anni ’70, quando diversi edifici, soprattutto residenziali, vennero venduti ad altri privati. In questo periodo si registrò un calo dell’attività industriale dovuto, tra le altre cose, allo spopolamento del villaggio operaio.

Visitare questi luoghi è senza dubbio un’esperienza molto suggestiva, che riporta indietro nel tempo, in un’ambientazione molto “industriale” e ottocentesca: subito mi tornano alla mente le immagini evocate dai romanzi di Charles Dickens e le sue descrizioni di quei quartieri operai. Al contrario però della situazione di degrado sociale che possiamo constatare in quei romanzi, i lavoratori di Crespi erano lavoratori che possedevano un certo benessere, nonostante i turni siano stati comunque di 8 ore (e non erano certamente i turni odierni).

Arrivati a Crespi d’Adda, decidiamo di non entrare con l’automobile fino al centro a causa delle misure di limitazione della circolazione, quindi parcheggiamo prima di entrare nel centro vero e proprio. Giunti poi al cuore di Crespi, ci dirigiamo verso l’ex asilo, oggi sede della biglietteria e di un piccolo spazio espositivo e polifunzionale. Ancora una volta posso constatare che non ci sono riduzioni o convenzioni (anche per visite guidate) per i travelblogger, ma non mi scoraggio di certo di fronte a ciò e quindi decido di acquistare un biglietto per assistere ad una visita guidata della centrale meccanoelettrica. Per il giro del villaggio, la mia amica Aurelia mi farà da bravissima e preparatissima Cicerone.

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Passeggiando tra i vicoli della piccola cittadina, mi rendo conto di come la vita dei suoi abitanti fosse scandita da ritmi incredibili, suddivisi tra lavoro e momenti di socialità. Molto suggestiva è la storia della Casa del Medico e quella del Parrocco: entrambe, una accanto all’altra, sono poste sopra ad una piccola collina che sovrasta il villaggio, a ricordare quanto siano state importanti queste due figure. Il primo doveva vegliare sul corpo dei lavoratori mentre il secondo sulle loro anime. Una scelta saggia dunque quella di costruirle affiancate e sovrastanti il paese, così da essere sempre ben visibili ed ergersi come luoghi di protezione.

Dalla passegiata verso la panoramica si può raggiungere il punto più alto di Crespi e ammirare tutto il complesso: non si può non notare la simmetria e l’accuratezza con cui sono state costruite le casette!

Tornata tra le vie, ho potuto visitare l’esterno dell’opificio e i suoi famosi “cancelli rossi” da cui però non entravano i lavoratori, dato che l’ingresso a loro riservato era posto sul retro del complesso.
La fabbrica si compone di quattro corpi principali, corrispondenti alle diverse fasi produttive che si compivano all’interno dell’azienda: filatura, reparti complementari, tessitura e tintoria.

Di sicuro, una menzione la merita il famoso “Castello” cioè la casa padronale della famiglia Crespi, oggi bene privato non visitabile. Questa enorme villa padronale, chiamata il Castello per la presenza di una torre, era la residenza estiva della famiglia Crespi ma venne poco sfruttata. Nel corso della sua storia è passata più volte di mano ed è diventata addirittura la sede delle scuole medie di Capriate San Gervasio. Oggi è di proprietari privati ed è in disuso, purtroppo.

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Se visitate Crespi non potete perdervi il Cimitero: lo so, sembra un po’ strano, ma la sua architettura particolare richiede di sicuro una sosta. Si trova a sud del villaggio, al termine della via principale e ha un impianto quadrato. Sul fondo si trova il mausoleo Crespi, realizzato in ceppo rustico e cemento decorativo, in stile eclettico e di gusto esotico.

Ciò che colpisce di più sono le tombe degli operai e dei famigliari, caratterizzate da una piccola e semplice croce in pietra: alcune di queste non riportano nemmeno più il nome del defunto, segno che il tempo ha divorato l’antica memoria.

Dopo aver pranzato a base di panini e focaccine presso il Parco Cittadino e la sua pineta, mi dirigo verso la Centrale idroelettrica: è infatti possibile visitarla ma solo con una visita guidata ed il biglietto si può acquistare sia presso la biglietteria che presso la centrale stessa.

La centrale idroelettrica è nata con lo scopo di assicurare energia ai macchinari dell’opificio e infatti si trova proprio sul retro di quest’ultimo. Con la diffusione dell’energia elettrica impiegata per i macchinari e per l’illuminazione, si intuisce immediatamente come questa energia possa diventare importante per lo sviluppo industriale e così il buon Cristoforo Crespi decise di costruire ben due centrali: una situata a Trezzo d’Adda e poi intitolata ad Alessandro Taccani e l’altra proprio qui a Crespi. Dopo aver cessato la produzione nel 2011, la società Iniziative Bresciane ha acquisito la proprietà della centrale e l’ha rimessa in funzione grazie ad un pregevole restauro: il tetto, gli affreschi ornamentali in stile liberty (unici in una centrale), il pavimento a parquet e gli impianti sono stati rimessi rimessi a lustro e riportati a nuova vita.

La guida con molta professionalità ci ha spiegato l’utilizzo delle turbine di tipo Kaplan e il procedimento di conversione dell’energia elettrica ricavata dall’azione delle acque. L’interno della centrale ci riporta ancora una volta al passato, e in particolari ad un mondo fatto di macchine e vapore: per noi appasionati Steamers è davvero la manna! E così, sognando un set fotografico in costume, ammiriamo la maestria e l’ingegnosità dell’uomo che qui potente si mostrano.

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Dopo questo interessante tour guidato, è ora di ritornare a casa, stanchi ma molto soddisfatti di questa visita.

Per ulteriori informazioni riguardanti Crespi d’Adda, visitate il sito ufficiale.

Diario di viaggio: Verona – Arrivo e prima sera

Cari Vagabondi, lettori di vecchia e nuova data, inizio con piacere un nuovo Diario di viaggio che ha come protagonista una delle città più belle che abbia mai visitato: si tratta di Verona.

Verona (2)

Dopo avervi anticipato la preparazione del viaggio (leggete qui il mio articolo a riguardo), ora partiamo subito a razzo nel raccontarvi tutte le vicende che io e Gabriele abbiamo vissuto in questo viaggio, che ci siamo goduti dal 17 al 20 aprile 2019.

Di seguito, trovate la mappa dei nostri itinerari creati con Google My Maps, per mostrarvi tutti i nostri spostamenti, i luoghi visitati e i ristoranti in cui abbiamo mangiato.

Se volete cambiare la visuale e/o vedere i tragitti singolarmente, 
cliccate sull'icona in alto a sinistra

Dopo aver viaggiato con un treno Intercity da Pavia a Milano Centrale e con un Frecciarossa da Milano Centrale a Verona Porta Nuova, ci siamo diretti alle banchine degli autobus per raggiungere il centro storico: tramite la linea 73 siamo giunti alla fermata San Fermo e da qui abbiamo raggiunto a piedi la nostra “base”: il Bed and Breakfast Casa più Piazza Erbe. L’accoglienza di Moreno, il proprietario, ci ha subito fatto assaporare l’ospitalità genuina veneta, che in tanti ci avevano solo raccontato. Grazie alle sue indicazioni, abbiamo segnato sul nostro palmares alcune locande tipiche della città e alcuni luoghi dove poterci fermare per un pranzo in velocità. Il B&B si trova nella centralissima Piazza Navona, proprio dietro a Piazze Erbe, al Palazzo della Ragione e al leggendario Balcone di Giulietta.

Dopo esserci rinfrescati decidiamo di iniziare ad esplorare la città senza però fermarci presso i luoghi turisitici per una visita, a causa dell’ora ormai non consona (erano circa le 17.30): la prima tappa è stata l’Ufficio del Turismo IAT Verona, in via degli Alpini numero 9. Per raggiungerlo abbiamo dato anche uno sguardo all’Arena e naturalmente non sono mancate le prime foto del viaggio.

 

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Presso l’Ufficio del Turismo IAT Verona abbiamo ritirato la lettera-pass che mi era stata riservata dalle gentilissime Elena e Letizia, con cui avevo preso contatto prima della nostra partenza. Questo pass ci permetterà di visitare numerosi luoghi (musei, chiese, punti di interesse) gratuitamente e di goderci al meglio la nostra esperienza. Attenzione però! Il pass viene concesso soltanto ai travelblogger, quindi se non lo siete non potete farne richiesta. Per i visitatori e i turisti c’è la Verona Card, che vi consiglio assolutamente di fare, in quanto vi dà diritto all’ingresso gratuito nelle principali attrazioni della città, con una durata di 24 o 48 ore (leggete qui per ulteriori informazioni), oltre che all’uso illimitato dei mezzi pubblici.

La gentilezza degli addetti dell’ufficio e la cordialità con cui ci hanno accolto sono state davvero degne di nota! Consiglio a tutti i miei lettori di visitare almeno una volta l’Ufficio IAT per chiedere informazioni riguardo al proprio soggiorno di Verona: gli addetti ci hanno infatti consegnato delle cartine utili per pianificare al meglio la nostra gita e ci hanno mostrato le interessanti iniziative che vengono offerte anche ai bambini, non solo agli adulti.

Fieri e contenti di questa grande opportunità, ci dirigiamo verso l’Arena e ci sediamo per studiare al meglio tutte le tappe da percorrere nei giorni seguenti. Dopo aver scattato qualche fotografia, decidiamo di fermarci a cena presso “Le Cantine de l’Arena, luogo consigliatoci dal simpatico Moreno. Non so perchè, ma io e Gabriele abbiamo deciso di cenare per tutte le sere a base di pesce e pizza (io pesce ovviamente, e lui pizza, perchè proprio non ne riesce a fare meno!) e quindi decidiamo di iniziare la nostra “sfida culinaria a base di pesce e pizza” proprio qui. Grazie alla gradevole temperatura, decidiamo di accomodarci fuori, per godere di una splendida vista sull’Arena. Il ristorante non è il solito “turistico”, ma anzi offre piatti della cucina veronese e veneta molto gustosi, con portate giuste e con un buon impiattamento. La vera bellezza del ristorante risiede però nei locali interni: i prosciutti appesi, gli affreschi floreali e i tavoli di legno ci hanno trasmesso la vera essenza dell’osteria tipica, che tanto amiamo ricercare.

 

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Stanchi ma sazi, decidiamo di goderci la Verona serale, senza però rifugiarci in altri locali: la stanchezza del viaggio (e del lavoro mattuttino) iniziano a farsi ben sentire, quindi di buon’ora rientriamo alla base, non senza prima aver dato uno sguardo, molto indiscreto, al Balcone di Giulietta tramite la terrazza panoramica del negozio di souvenir “Romeo e Giulietta”.

 

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Questa calma e questo silenzio sono davvero unici, dato che tale luogo è il più visitato della città, perciò ce lo godiamo in silenzio, scattando qualche fotografia. E’ ora di rientrare, con la mente affollata già di nomi di luoghi, con la pancia piena di buon cibo e con il cuore scalpitante per le mille avventure che ci attendevano.

consigli

Verona è una città estremamente collegata con i mezzi e facile da raggiungere da ogni luogo di provenienza: da Milano partono numerosi treni per Verona, sia ad alta velocità che non.  Verona è famosa per alcuni eveni fieristici ricorrenti, come il Vinitaly e Fiera Cavalli Verona. Per godersi appieno la città vi consiglio un viaggio di almeno tre giorni. Se non siete amanti dei musei, avrete comunque modo di godervi le panoramiche e i luoghi d’interesse come le Chiese, il Balcone e la Tomba di Giulietta, la veduta da Castel San Pietro e Castelvecchio con il suo ponte. L’efficente rete di trasporti pubblici vi consente di poter scegliere alloggi anche al di fuori del Centro Storico, che è comunque quasi completamente ed esclusivamente pedonabile. Verona ha anche una rete di bike-sharing che potete sfruttare. Una volta arrivati, vi consiglio di far visita all’Uffico del Turismo IAT di Verona per ricevere informazioni utili circa la vostra visita. Verona è inoltre una città Dog-Friendly, infatti molti locali offrono l’accesso agli amici a quattro zampe.

Per leggere l’articolo sulla pianificazione del viaggio, clicca qui.

Per leggere l’articolo sul secondo giorno del diario di viaggio, clicca qui.

Riferimenti: #visitverona, #visitveneto, #veronatouristoffice, #IatVerona, #Verona e @veronatouristoffice.