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Il Museo di dicembre: il Centro per la storia della resistenza e della deportazione di Lione

Lione è stata per molto tempo una roccaforte per la Resistenza in Francia: moltissimi partigiani si nascondevano delle strette vie della Vecchia Lione e nei numerosi passaggi segreti dei palazzi a nord della città. Il 26 maggio del 1944 la Gestapo decise di stabilire proprio in questa città una base molto articolata e importante ed è proprio qui, in Avenue Berthelot 14 che oggi sorge il Centro per la storia della resistenza e della deportazione.

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Oggetti di alcuni cittadini deportati

Al contrario di molte città (anche italiane, purtroppo), Lione si è dimostrata sensibile nel non demolire il tremendo passato, ma anzi ha deciso di riconvertire i tristi luoghi simboli del nazionalsocialismo in veri e propri musei, come anche in molti casi la Germania ha fatto.

Il Museo, come molti altri del suo genere, è in realtà un centro di studi e di documentazione, che conserva molto materiale cartaceo che testimonia la vita dei lionesi durante l’occupazione nazista. La scure si è abbattuta con forza in questa città e molte testimonianze di deportati sono raccolte in lettere e documenti conservati nell’eposizione permanente, che si articola in tre sezioni fondamentali: “l’impegno”, “la propaganda”, “lo spazio e il tempo”.

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Documenti necessari per spostarsi in città e altri

Il Centro nasce proprio allo scopo di preservare la memoria storica e di insegnare ai giovani a guardare al passato per non ripetere gli errori compiuti. Oltre allo spazio espositivo permanente, il Museo è impreziosito da ricostruzioni a grandezza naturale di case durante l’occupazione o di “basi segrete” con documenti riprodotte e armi. E’ forse questa la parte più originale del Centro, perchè ci proietta proprio in un’altra epoca, che sembra così distante ma che in realtà non lo è.

Il pubblico ha inoltre a sua disposizione diversi documenti audiovisivi e iconografici, un centro di documentazione, uno spazio per i giovani, un auditorium e delle esposizioni temporanee.

Oltre al Centro di Documentazione sul Nazionalsocialismo visitato a Monaco di Baviera (leggete qui il mio articolo), questo museo entra di diritto tra i musei più belli finora visitati sulla Seconda Guerra Mondiale in generale. Grazie alla Lyon Card, ancora una volta siamo riusciti ad entrare gratis e a goderci a pieno l’esperienza immersiva all’interno di questa particolare realtà. L’unico peccato è quello di non aver visto molta affluenza di pubblico, perchè spesso questi musei sono poco conosciuti e segnalati anche nelle guide, quando in realtà sono tra i più interessanti dal punto di vista storico e antropologico.

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Una sensazione di tragicità ma anche di ardente speranza ci ha pervaso alla fine della visita, perchè siamo stati contenti di vedere come Lione abbia voluto ricordare i suoi martiri e la sua gente, ma anche il periodo storico difficile e delicato che ha avvolto tutta l’Europa. Cosa che di certo l’Italia fa ancora fatica a fare, nonostante di occasioni e buoni propositi ce ne siano.

Centro per la storia della resistenza e della deportazione
14, avenue Berthelot 69007 Lyon Guillotière (7° arrondissement).
04-78-72-23-11.
Dal mercoledì alla domenica, dalle 9:00 alle 17:30.
Prezzo: 3,80 euro, gratis con la Lyon Card.

Per altre informazioni, consultate il sito ufficiale.

Un’escursione in giornata: Marostica

Nel corso di questo 2018 sono riuscita a viaggiare in lungo e in largo per l’Italia, visitando mete poco conosciute e cittadine pittoresche. In occasione dell’evento “Opera on Ice”, sono giunta a Marostica, ridente cittadina medievale in provincia di Vicenza. La città degli scacchi, conosciuta anche per la sua bellissima cinta muraria, è sede di importanti festival folkoristici ed eventi molto interessanti. Scopriamo insieme la storia di questa ridente città del vicentino.

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La cinta muraria di Marostica

I primi insediamenti prendono vita in epoca preistorica grazie alla presenza di pendii soleggiati e la stretta vicinanza con la fertile pianura. Tracce più o meno tarde sono infatti riferibili ai Paleoveneti.

Con la caduta dell’Impero Romano, il centro abitato fu protagonista di un susseguirsi di governi e cadute, fino ad arrivare alla dominazione del ducato di Vicenza.

Dopo l’invasione dei Longobardi, fu la volta dei Franchi, nonchè degli Ungari.

Durante il Basso Medioevo queste terre divennero feudo degli Ezzellini, che, dopo una grossa espansione, entrarono in conflitto con il Comune di Vicenza, faida che causò un saccheggio di Marostica nel 1197. Solo nel 1218 la città venne ceduta a Vicenza dietro il pagamento di quarantamila lire veronesi.

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L’indipendenza di Vicenza cessò nel 1266, quando la città entrò sotto l’orbita di Padova. Cangrande della Scala fece costruire il famoso castello di Marostica, articolato ancora oggi in un castello inferiore ed uno superiore, mentre la cinta muraria, ancora oggi presente, fu costruita da Cansignorio della Scala nel 1372. Nel 1404 Marostica passò ancora di mano, questa volta sotto la Repubblica di Venezia. Sotto il governo della Serenissima, ci fu un rimodernamento urbano notevole.

Dopo la caduta di Venezia nel 1797, Marostica segui le vicende e le sorti del Veneto, passando sotto la Francia di Napoleone Bonaparte

Nel 1866, al termine della terza guerra d’indipendenza, il Veneto entrò a far parte del Regno d’Italia.

Gli anni successivi si caratterizzarono per lo sviluppo dell’industria della paglia, che portò la città a divenire uno dei più importanti centri del settore sino alla prima guerra mondiale.

Il primo conflitto, combattuto sul monte Grappa e sull’altopiano di Asiago, coinvolse anche Marostica che divenne centro di acquartieramento delle truppe. Si cita fra tutti il “Comando-tappa” di Vallonara, dove sostò anche la celebre Brigata Sassari.

Della seconda guerra mondiale va ricordata la Resistenza, con il sacrificio di quattro giovani partigiani fucilati nel cortile del castello Inferiore (gennaio 1944)

Sicuramente una menzione d’onore meritano gli scacchi, dato che Marostica si è guadagnata la sua fama mondiale proprio grazie a questo gioco. Negli anni pari, il secondo fine settimana di settembre, viene disputata la Partita a Scacchi Viventi che si ispira ad una vicenda ambientata nel 1454, benchè ancora oggi si discuta sulle fondamenta storiche di questo avvenimento. La sfida è tra due nobili della città, Rinaldo d’Angarano e Vieri da Vallonara. Secondo la celebre trama, entrambi si innamorarono della bella dama Lionora ma il padre di lei vietò ai due un duello, per evitare spargimenti di sangue. Così, si decise che la mano della giovinetta si dovesse vincere con una partita a scacchi. L’esito non voglio raccontarvelo, vi consiglio di vederlo dal vivo, in questa interessante città!

Oltre ai due sfidanti, la partita è incorniciata da oltre 600 figuranti tra cavalli, armati, sbandieratori, sputafuoco, guitti, gentiluomini e dame. Un tuffo nel Medioevo in grande stile!

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La mia visita a Marostica si è tenuta durante Opera On Ice, manifestazione di pattinaggio artistico che si tiene da due anni nella celebre Piazza degli Scacchi. Se ho potuto godere di uno spettacolo davvero memorabile, con le stelle del pattinaggio di figura sia italiane che internazionale che si sono esibite in performance straordinarie, dall’altra parte questo meraviglioso spettacolo ha però inficiato sulle mie fotografie, a causa del fatto che la Piazza, stella della città, è stata completamente murata e chiusa al pubblico per l’allestimento degli spalti. Ahimè, questo mi ha impedito di scattare delle belle fotografie. Ma non mi sono abbattuta, anzi! Una buona occasione per ritornare a Marostica, e sicuramente non mancherà il divertimento, grazie ai numeori eventi che vengono organizzati durante tutto l’anno!

Marostica dunque mi ha sorpreso piacevolmente, grazie ai suoi stretti e caratteristici portici, alle sue viuzze e alla sua imponente cinta muraria. Un piccolo gioiello vicentino, in un territorio che non si può non visitare.

 

Un’escursione in giornata: Sirmione

Nelle giornate settembrine mi piace fare qualche gita fuori porta: non fa più tanto caldo, si può camminare tranquillamente con meno ressa di turisti, ed è più facile godersi gli ultimi giorni di ferie prima dell’inizio del lavoro. E’ così che, proprio per una toccata e fuga, ho deciso di tornare a Sirmione, una città che mi ha portato fortuna per il mio esame di maturità: il giorno prima della prima prova scritta, il tema, ho visitato per la prima volta Sirmione, cercando di staccare la testa dall’ansia dell’esame e…Mi ha fatto bene, perchè nel tema ho preso 14/15 su un’analisi di una poesia che non avevo mai visto né sentito! Va beh, a parte questo aneddoto, parliamo seriamente di Sirmione.

 

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L’entrata di Sirmione

 

Sirmione è un comune di circa 8000 abitanti che si trova in proincia di Brescia, affacciato sul Lago di Garda. Per secoli, la città fu di controllo veronese (lo dimostra anche l’imponente Castello Scaligero) ma poi passò di mano grazie a Napoleone, che lo ha spostato in territorio bresciano.

Sirmione si trova su una eccezionale penisola che si protende verso il Lago di Garda per circa 4 chilometri. L’entroterra si rivolge verso le colline moreniche che cingono la parte meridionale del lago e comprende una parte della zona di produzione del Lugana, un vino DOC della zona di Brescia e Verona.

Le origine di Sirmione sono assai antiche: i primi insediamenti sono risalenti al neolitico. Durante il periodo romano, vi sorse  la Sirmione Mansio, menzionatanell’Itinerarium Antonini come centro culturale e città importante, poichè situata sulla via Gallica.

Ancora oggi Sirmione conserva resti romani, la famosa Villa di Catullo, anche se l’attribuzione non è ancora stata verificata. Ciò che è certo, è che il poeta Gaio Valerio Catullo menzionò Sirmio fra i luoghi in cui soggiornò (Carme XXXI, Ritorno a Sirmione).

 

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Nei secoli successivi Sirmione man mano perse d’importanza. Nel 1197 il podestà sirmionese giurò fedeltà al comune di Verona. Nel XIII secolo sia l’Imperatore Fedetico II che Corradino di Svevia confermarono ed estesero i numerosi privilegi fiscali e le concessioni rilasciate al Comune. Negli anni, Sirmione passò sotto il controllo degli Scaligeri, che divennero i Signori di Verona e qui costruirono, sotto Cangrande I, il Castello Scaligero. Dopo essere stata conquistata da Gian Galeazzo Visconti e da Francesco Novello da Carrara, a quel tempo signore di Verona, passò nel 1405 sotto il controllo della repubblica di Venezia.

Sotto Venezia, Sirmione rimase legata al distretto veronese.

Con l’arrivo di Napoleone, le truppe francesi occuparono la città nel 1797 e, in seguito alla caduta di Venezia, la città passò sotto il controllo formale della Municipalità provvisoria veneta. Dopo varie riorganizzazioni, Sirmione si inserì all’interno del Napoleonico regno d’Italia, nel distretto I di Brescia.

Facendo un salto temporale, Sirmione entra nel Regno di Sardegna dopo la Seconda Guerra d’Indipendenza e passerà automaticamente sotto il Regno d’Italia.

Arrivati a Sirmione, non si può fare a meno che rimanere incantati dalla bellezza del Castello Scaligero e dalla cittadella medioevale. La città brulica di vita grazie alla sua attrattiva turistica: i negozi sono tantissimi, e vendono le più svariate cose,dalle scacchiere in alabastro ai pennini d’epoca.

 

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Se volete mangiare a Sirmione, avete l’imbarazzo della scelta: in ogni angolo potete trovare ristoranti, pizzerie, trattorie, chioschi e soprattutto…Negozi di gelati XXL! Già, perchè a Sirmione la specialità è proprio il gelato, di tutti i gusti e colori: io mi faccio incantare da una coppa gigante con vaniglia nera, stracciatella e cioccolato fondente, un mix davvero particolare!

 

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Il Castello Scaligero è bagnato su tutti i lati dalle acque del Lago e accoglieva la flotta scaligera nella sua darsena, costruita poco dopo la costruzione del castello stesso. Come per tutte le fortificazioni scaligere (leggi qui il mio articolo del Castello di Soave), le torri maggiori sono caratterizzate da merlature a coda di rondine. In questo castello le torri maggiori sono tre e dentro queste si erge l’imponente mastio alto 47 metri sotto al quale si trovavano le celle dei pigionieri. L’entrata al castello è situata all’interno del borgo medioevale ed una volta entrati si può passeggiare sui camminamenti di ronda (vi aspettano però 146 gradini prima). La costruzione della rocca ebbe inizio intorno alla metà del XIII secolo e la sua realizzazione venne ordinato dal podestà di Verona Leonardino della Scala, meglio conosviuto con il nome Mastino della Scala. La funzione, come molti castelli, era quella difensivae di controllo del porto. Nel 1405, quando Sirmione passò sotto Venezia, venne costruita la darsena già menzionata. All’interno del portico è stato allestito un lapidario romano e una piccola mostra in cui sono riportate le informazioni più importanti della rocca. Come molti castelli, anche questo possiede una leggenda che lo caratterizza:

Si narra che tanto tempo fa nel castello vivesse un ragazzo di nome Ebengardo con la sua innamorata Arice: i due giovani trascorrevano una vita serena, fino a quando il loro amore venne interrotto da un tragico episodio. Durante una notte tempestosa chiese riparo nel castello Elalberto, un cavaliere Veneto proveniente dal territorio feltrino. La coppia ospitò il cavaliere che però, rimasto sbalordito dalla bellezza della fanciulla, durante la notte la raggiunse nella sua camera. Arice iniziò a gridare spaventata e Elalberto la pugnalò. Nel frattempo Ebengardo corse nella stanza dove trovò Arice senza vita, fu così che, accecato dalla rabbia, si impadronì del pugnale e uccise Elalberto.

(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

La leggenda vuole che ancora oggi, nelle notti di tempesta, si possa vedere l’anima di Ebengardo vagare per il castello alla ricerca di Arice.

Una visita alle Grotte di Catullo è assolutamente da fare: per “Grotte di Catullo” si intende una villa romana edificata tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. attribuite (ma mai confermate) al poeta Catullo. Nel XVI secolo la villa fu meta di alcuni celebri viaggiatori fra cui la marchesa di Mantova Isabella d’Este Gonzaga (1514 e 1535) e Andrea Palladio, che compì la visita per studiare i resti sotto il profilo delle tecniche di costruzione. Il complesso archeologico, ancora oggi non completamente venuto alla luce, copre un’area di circa due ettari. La villa è a pianta rettangolare ha un piano nobile corrispondete all’abitazione del proprietario che è anche quello più danneggiato dato che per anni è stato utilizzato come cava di materiali. Lungo il lato occidentale oggi è visitabile il criptoportico. Fra le rovine, si possono trovare l’Aula a tre pilastri, il Lungo corridoio, la Trifora del Paradiso, il Grande Pilone, la Grotta del Cavallo, il Grande Oliveto prima citato e l’Aula dei Giganti.

Sirmione è anche una nota località termale grazie alle acque sulfuree che qui sgorgano naturalmente. Migliaia di visitatori sono attirati qui dalle maestose calde terme e dai loro innegabili benefici, soprattutto per l’apparato respiratorio, tanto che qui viene prodotta anche l'”Acqua di Sirmione” contro la sinusite e altri problemi rinali.

 

 

I luoghi della storia: il Monte Santo di Lussari

Durante il mio brevissimo viaggio tra Tarvisio e la Slovenia, che probabilmente ripeterò l’anno prossimo alla scoperta di nuovi luoghi, ho visitato uno dei simboli del tarvisiano e di tutto il territorio di confine: il Monte Santo di Lussari.

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Il Monte Lussari

Il Monte Santo di Lussari, detto anche detto anche Svete Višarje, “Le sante alture”, in sloveno, Mont Sante di Lussari in friulano e Luschariberg in tedesco è una montagna che fa parte delle Alpi Giulie. Si trova nel comune di Tarvisio, a sud della frazione di Camporosso, da cui è raggiungibile sia a piedi (tramite il sentiero del Pellegrino) che con la telecabina.

Con un’altezza di 1789 metri s.l.m. gode di una certa notorietà grazie al suo piccolo santuario, posto proprio sulla vetta del monte, costruito nel XVI secolo.

Dalla sommità del monte si gode di un grande e mozzafiato panorama: si può ammirare la conca del tarvisiano e le sue montagne circostanti, come il gruppo del Mangart e quello del Jôf di Montasio. Ancora, da qui partono numerosi sentieri escursionistici, tra cui quello che porta alla  Cima del cacciatore a 2.071 m s.l.m.

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Arrivata con la telecabina, dopo circa 15 minuti di salita, partendo da 805 metri, assisto subito al meraviglioso spettacolo che il Lussari offre: il santuario la fa da protagonista, seppur così piccolo, intorno alle imponenti vette che lo circondano. La giornata è bella e la luce offre la possibilità di scattare bellissime fotografie, soprattutto in questo momento, al tramonto.

Secondo la leggenda, il Santuario venne costruito proprio qui dopo che nel 1360 si sono verificati degli eventi “miracolosi”: un pastore trova le pecore del proprio gregge inginocchiate attorno ad un cespuglio e con grande stupore si accorge che al centro del cespuglio si trova una statuetta di una Madonna col Bambino. Attonito da questo fatto, il pastore decide di consegnare la statuetta al parroco di Camporosso ma il giorno seguente la statua viene trovata di nuovo nel cespuglio e l’episodio si ripete fino ad una terza volta. A questo punto, il patriarca di Aquileia, impone la costruzione di una cappelletta, di cui oggi non ci sono più tracce. L’edificio di oggi, come ho già detto, ha origini nel XVI secolo e nel corso dei secoli ha subito alcuni danneggiamenti: nel 1807 viene colpita da un fulmine e nel 1915 venne bombardata, ma venne sempre ricostruita.

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Oltre al piccolo santuario e alla relativa croce, sono sorti numerosi piccoli esercizi commerciali e ristoranti con camere annesse, dove potrete gustare specialità regionali e piatti tipici delle montagne di questi luoghi. Se volete portare a casa un ricordo poi, avete l’imbarazzo della scelta.

Il Monte Lussari viene chiamato anche il monte delle amicizie perchè da sempre è stato meta di pellegrinaggio di tre popoli: quello italiano, quello sloveno e quello tedesco, essendo proprio in corrispondenza dei confini deografici di questi paesi (almeno i confini storici, mutati nel corso del tempo).

Lussari è anche un luogo per gli amanti dello scii, grazie alla sua stazione sciistica che porta ogni anno moltissimi sportivi a cimentarsi sulle svariete piste, spesso protagoniste di campionati mondiali o Coppa Europa.

Monte Lussari è dunque un bellissima tappa per una gita fuori porta, se visitate il tarvisiano, oppure se volete godere di una dolce giornata ammaliati dalle vette più belle delle Giulie.

 

Un’escursione in giornata: Tarvisio

Durante i miei viaggi estivi di quest’anno, ho deciso di partire quattro giorni verso il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia: chi mi segue sa che ogni anno mi dirigo verso est per esplorare questa magnifica regione ed il suo Paese confinante, così simili eppure diversi. Quest’anno ho deciso di fissare la mia base a Tarvisio, piccola e caratteristica cittadina montana dal sapore retrò.

 

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Chiesa dei Santi Pietro e Paolo e Piazza Unità

 

Tarvisio ha origini romane, e come per molti insediamenti, fu edificata su un piccolo agglomerato abitato in passato da una popolazione celtica, i Taurisci. Dopo il periodo romano, nel Medioevo divenne possesso del Capitolo di Bamberga (leggi il mio articolo su Bamberga, cliccando qui) e a partire dal XII secolo assunse un ruolo commerciale molto importante e dal 1456 il vescovo di Bamberga ottenne il privilegio di tenere una fiera annuale, che si tiene tutt’ora.

Dal XV secolo Tarvisio divenne ancora più importante grazie alla fioritura dell’industria del ferro. La città venne poi coinvolta nella Guerra di Gradisca (1615-18). Dopo alcuni spostamenti del confine, Tarvisio tornò austriaca e in epoca napoleonica fu teatro di battaglie tra austriaci e francesi.

Nel 1919 la città entrò a far parte del Regno d’Italia.

 

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Monumento ai caduti

 

Tarvisio divenne assai importante durante la Seconda Guerra Mondiale in quanto la Resistenza italiana ebbe inizio proprio qui, in questa città, nella notte tra l’8 ed il 9 settemnre 1943, proprio dopo la firma dell’Armistizio: nella cittadina vi era un presidio di 300 uomini della Guardia di Frontiera (GaF); essendo un confine alleato, quello autriaco, la presenza della GaF era del tutto simbolica. Dal 25 luglio, a Ugovizza, era presente un reggimento di Waffen SS e nella piana di Arnoldstein, appena aldilà del confine, erano acquartierate intere divisioni tedesce in assetto di guerra. Una volta saputo dell’Armistizio e dopo l’intimazione alla resa da parte dei tedeschi, il colonnello capo delle GaF Giovanni Jon preparò la caserma alla resistenza e si asserragliò con le guardie. La resistenza durò ben poco in quanto i tedeschi erano in superiorità numerica e meglio equipaggiati: con un colpo di anticarro distrussero il centralino. Dopo una battaglia di 6 ore, il colonnello Jon ordinò il cessate il fuoco: il bilancio era di 180 morti e 25 feriti della GaF, mentre i tedeschi registravano 80 caduti. I superstiti della GaF, in tutto 95, furono poi imprigionati ed internati nei lager tedeschi.

In questa battagglia venne anche ferita la prima donna che fu insignita della Medaglia d’Argento alla Resistenza, Luigia Picech, sopravvissuta fino al 1981. Nonostante il fuoco nemico, riuscì a tener aperto il centralino, fino a che non venne raso al suolo.

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Tarvisio è dunque una cittadina ricca di storia e non si può non visitare. Oltre alla bellezza della città, ricca di negozi, ristoranti tipici, e strutture sciistiche, i dintorni di Tarvisio offrono molte attività interessanti, tra cui la possibilità di accedere in funivia al santuario di Monte Lussari, oppure visitare il museo della Miniera di Raibl e il suo Parco Geo-Minerario, o ancora il Museo della guerra di Predil, i Laghi di Fusine ed il Lago del Predil.

 

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Il panorama da Tarvisio

 

Io ho alloggiato presso la Foresteria Militare di Tarvisio insieme al mio papà (dato che è militare) e poi ho gironzolato la città in lungo e in largo, fermandomi alla Chiesetta dei Santi Pietro e Paolo, o a mangiare un buon gelato presso le numerose gelaterie. Da non dimenticare il grande Mercato Coperto, che vi potrà offrire vestiario per tutti i gusti! Troverete anche negozi per gli sportivi e per gli amanti del buon cibo, con le specialità friulane e del tarvisiano.

Scoprendo Pavia: la Chiesa di Santa Maria del Carmine

Da grande affezionata della mia città, voglio aprire una nuova rubrica che racconti i segreti di Pavia, sempre in ottica “vagabonda”, con il mio stile.

Iniziamo con un piccolo spaccato di storia, scoprendo le radici di Ticinum Papia.

Il primo insediamento in area pavese si deve ad antiche popolazioni della Gallia, probabilmente Levi, Marici o Insubri. La città vera e propria venne però fondata dai Romani, e questo è ben evidente dalla pianta rimasta intatta, a castrum (accampamento militare). Con il declino dell’Impero Romano, la città venne saccheggiata ripetutamente fino alla conquista dei Longobardi, che nel 572 ne fecero la capitale del loro regno in ascesa: da questo momento la città assunse il nome di Papia, perdendo il toponimo di Ticinum affibiatole dai Romani.

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Facendo un piccolo balzo, arriviamo all’epoca di Federico Barbarossa: Pavia fu fedele all’imperatore durante le guerre con la Lega Lombarda. Successivamente venne annessa al Ducato di Milano, sotto il dominio della famiglia Visconti. E’ il 1360.

Pavia torna protagonista sulla scena europea grazie alla famosa Battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 tra i Francesi e gli Imperiali spagnoli: questi ultimi furono i vincitori perché il capitano di ventura Cesare Hercolani, ferendo il cavallo del re Francesco I di Francia, ne permise la cattura, meritandosi il soprannome di vincitore di Pavia e la gratitudine dell’imperatore spagnolo Carlo V d’Asburgo.

Successivamente, la città vide molte dominazioni dal XVIII al XIX secolo: spagnoli, francesi ed austriaci se la contesero insieme ad altre grandi città lombarde, fino al 1859 quando divenne parte del Regno di Sardegna, il futuro Regno d’Italia.

Pavia è dunque una città ricca di storia e di fascino, che conserva molto bene gli antichi splendori del passato. Molti illustri personaggi sono passati da qui, tra cui Napoleone Bonaparte, Ugo Foscolo, Ada Negri, Camillo Golgi, Lazzaro Spallanzani, Maria Teresa d’Austria, e molti altri ancora. Tutti, a loro modo, hanno contribuito alla grandezza di questa città, oggi ancora molto visitatada turisti attirati dalle sue bellezze architettoniche e dai suoi monumenti.

Con questa rubrica vorrei farvi conoscere più nel dettaglio i suoi luoghi, i suoi scorci, la sua storia.

Dopo il Castello Visconteo, Piazza della Vittoria e la Basilica di San Michele, il Ponte Coperto, e le Torri medioevali, ora è la volta della Chiesa di Santa Maria del Carmine.

La Chiesa di Santa Maria del Carmine è uno dei più importanti luoghi di culto di pavia ed uno dei più importanti esempi dello stile architettonico gotico lombardo.La costruzione iniziò nel 1374 ma proseguì molto a rilento dato che i Visconti erano impegnati nella costruzione della Certosa di Pavia (leggi qui il mio articolo) e venne ultimata solo nel 1461. La costruzione avvenne per opera dei carmelitani dove era già edificata la chiesa romanica dei Santi Faustino e Giovita.

Di sicuro, ciò che colpisce instantaneamente è l’imponente facciata che domina l’omonima piazza: l’ispirazione è romanica ma le deorazioni sono senza dubbio gotico-lombarde. I portali sono 6 e dividono la facciata in cinque campi verticali. La parte centrale è occupata da un grande rosone estremamente elaborato realizzato in cotto: nella parte più esterna sono raffigurate delle teste di angeli mentreai lati del rosone, nelle due nicchie si trovano le statue dell’arcangelo Gabriele e della Vergine Annunziata. Al di sopra del rosone vi è una nicchia che accoglie un bassorilievo raffigurate il Padre Eterno.

La Chiesa ha una pianta a croce latina a tre navate: la navata centrale, di altezza doppia rispetto alle minori, è suddivisa in quattro campate quadrate che, nelle navate laterali, sono suddivise a loro volta in due campatelle quadrate aperte su due cappelle sempre di pianta quadrata. Nel presbitero è collocato l’altare di marmo che ha subito un pesante intervento di restauro nel 1832 (molte parti della facciata, compresa la facciata, hanno subito dei restauri nel 1800). L’altare è sovrastato da un tempietto circolare con il Cristo trionfante. Nella parete absidale, sopra l’altare si apre una vetrata policroma raffigurante al centro la Madonna in trono con il Bambino.

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Lungo le due navate si sviluppano otto cappelle per ognuno dei due lati: per il lato destro si annoverano la Cappella del Crocifisso, la seconda Cappella, la Cappella di San Pio X, la Cappella dell’Angelo Custode, la Cappella dell’Assunta, la Cappella di Sant’Anna, l’Ex Cappella di San Giulio, la Cappella dell’Immacolata, mentre nella parte sinistra si hanno la Cappella del Battistero, la seconda Cappella, la Cappella del Beato Contardo Ferrini, la quarta Cappella, la Cappella di bernardino da Feltre, la Cappella di San Giuseppe, la Cappella di San Giovanni Bosco, la Cappella del Sacro Cuore.

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Il Campanile è risalente il 1450 ed è caratterizzato da una trifora adorna di colonne di marmo. Riccamente decorato, è uno dei simboli della città e svetta maestoso sul centro di Pavia.

Nella piazza del Carmine, proprio davanti alla facciata, si trovava la Chiesa della Santissima Trinità, oggi trasformata in appartamenti residenziali, mentre difronte alla Chiesa si trova Palazzo Langosco-Orlandi, palazzo residenziale di epoca rinascimentale.

 

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Palazzo Langosco-Orlandi.

 

 

Curiosità su Santa Maria del Carmine

  • Nel chiostro ha sede il Liceo Scientifico Taramelli.
  • La torre campanaria è la più alta di tutta la città.

 

Per visitare Pavia, puoi alloggiare presso (tutti rigorosamente provati da Donna Vagabonda!) …

Per visitare Piazza della Vittoria, puoi parcheggiare in…

  • Parcheggio Area Cattaneo (Viale Nazario Sauro)
  • Parcheggio Viale Indipendenza (Viale Indipendenza)
  • Piazza Petrarca
  • Piazza Botta
  • Piazza Ghislieri

 

I weekend a Bologna: la Chiesa di Santo Stefano

Dopo la Piazza del Nettuno e della sua Fontana, è ora di parlarvi di un altro grande simbolo del capoluogo emiliano: la Basilica di Santo Stefano.

 

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Piazza Santo Stefano e le sue Chiese

 

Chiamato anche il “Complesso delle 7 Chiese”, questo insieme di strutture architettoniche dà il nome anche alla Piazza su cui si affaccia e a tutto il quartiere, uno dei più rinomati e conosciuti di Bologna.

 

 

 

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Struttura del Complesso. Opera tratta da Wikipedia, License M.Violante. La struttura è così divisa: 1-3. Chiesa del Crocifisso 2. Cripta 4. Basilica del Sepolcro 5. Basilica dei SS. Vitale e Agricola 6. Cortile di Pilato 7. Chiesa della Trinità o del Martyrium con il Presepio più antico 8. Il Chiostro 9-10-11-12. Chiesa della Benda e Museo

 

Secondo la tradizione, fu San Petronio, patrono di Bologna, l’ideatore della basilica, nata per imitare il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Le origini sono comunque assai antiche: la chiesa del Crocifisso risale al VIII secolo, mentre quella del Santo Sepolcro al V secolo.

Dalla Piazza Santo Stefano si possono vedere le tre facciate delle chiese del Crocifisso, del sepolcro e dei Santi Vitale e Agricola. Nonostante i vari rifacimenti e le ricostruzioni, il complesso si può inquadrare sotto lo stile romanico.

Ogni Chiesa ha caratteristiche e storia a sè stanti, scopriamole insieme.

Basilica del protomartiri San Vitale e Sant’Agricola

E’ la più antica di tutto il complesso e fin dalla sua costruzione accoglieva le reliquie dei due santi a cui è stata intitolata. All’inizio del XV secolo fu rinvenuto un sepolcro molto antico, di età paleocristiana, che riportava la scritta “Symon” e si era sparsa la voce, priva di fondamento storico, che fosse di San Pietro. Molti pellegrini, così, invece che recarsi a Roma, si recarono a Bologna per venerare il Santo, tanto che Papa Eugenio IV non prese molto bene questo “cambio di rotta” e fece scoperchiare la chiesa per riempirla di terra e lasciarla abbandonata in quello stato per circa 70 anni. Solo con l’interecessione dell’arcivescovo Giuliano Della Rovere la chiesa viene restaurata. L’evento è ricordato da una scritta sulla porta laterale: “JUL. CARD. S. P. AD VINC. RESTITUIT”.

Chiesa del Crociffiso

L’origine della struttura è longobarda e questa è costituita da una sola navata con volta a capriata e presbitero sopraelevato sulla cripta. La cripta è suddivisa in cinque navate con colonne di diverso materiale. Secondo una leggenda, una delle colonne riproduce esattamente l’altezza di Gesù (circa 1 metro e 70). In fondo alla cripta sono conservate le reliquie dei Santi Vitale e Agricola.

 

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L’interno della Chiesa del Crocifisso

 

Chiesa del Santo Sepolcro

La chiesa, dopo essere stata danneggiata pesantemente dalle invasioni degli ungari, è stata ricostruita dai monaci benedettini all’inizio del XI secolo. La base è ottagonale e la cupola è dodecagonale, all’interno ci sono 12 colonne di marmo e laterizio. La porticina del Sepolcro viene aperta soltanto una volta l’anno, in occasione della Pasqua. Prima era possibile sgusciare all’interno per venerare i resti di San Petronio. Un fatto particolare ci dice che le prostitute di Bologna vi si recavano la mattina di Pasqua per pregare segretamente. Oggi le spoglie del Santo sono custodite all’interno dell’omonima Basilica.

Chiesa della Trinità

In origine questa Chiesa doveva essere costruita con 5 navate e un abside antistante il cortile di Pilato, ma Petronio probabilmente finì i fondi e non riuscì a portare a termine l’edificio. Con l’avvento dei Longobardi diventò un Battistero. Con le invasioni ungariche, l’edificio venne pesantemente danneggiato e ancora una volta furono i benedettini a restaurarlo. L’aspetto che vediamo adesso è frutto di ulteriori restauri avvenuti nell’ottocento: attualmente si presenta con 5 navate e la facciata antistante il cortile, con abside rivolta ad est. Lo stile è neoromanico. Da ricordare è il grande gruppo ligneo dell’Adorazione dei Magi, il più antico presepio conosciuto al mondo con statue a tutto tondo, sistemato permanentemente all’interno dell’ultima cappelletta.

La struttura delle 7 Chiese termina con altre piccole cappellette (3 per l’esattezza).

All’interno del complesso si possono ben distinguere il Cortile di Pilato, chiamato così per ricordare il luogo dove Gesù fu condannato a morte, e il chiostro medioevale, di dimensioni maggiori rispetto al Cortile e divisio in due piani: quello inferiore è impostato su aperture ad arco preromaniche, mentre quello superiore è un grandioso colonnato in stile romanico. Sotto i portici del chiostro sono appese molte lapidi che ricordano i nomi di quasi tutti i bolognesi caduti durante la Prima Guerra Mondiale e di alcuni caduti durante la Seconda. Dal portico si accede anche al piccolo Museo di Santo Stefano che raccoglie alcuni oggetti di varia natura come reliquiari, abiti talari e un bastone pastorale in avorio, oltre che vari dipinti.

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La Piazza Santo Stefano  è un’interessante luogo d’incontro che ospita numerosi bar e negozi sotto i suoi porticati: la struttura è triangolare e rappresenta in realtà uno slargo della via Santo Stefano. La Piazza non è riportata sullo stradario cittadino, ma è formarlmente riconosciuta dai bolognesi. Una volta al mese è presente il mercatino dell’usato e delle pulci, con la possibilità di acquistare chicche di vario genere, dai mobili alle locandine originali di molti film proiettati a Bologna in anni passati.

 

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Piazza Santo Stefano e le case mercantili

 

Piazza Santo Stefano e le sue Chiese sono un simbolo di Bologna, uno dei luoghi più famosi e riconosciuti di tutta la città, meta turistica ma anche di svago e di cultura, raggiungibile da Via Rizzoli appena a destra delle 2 Torri. L’area è pedonale durante i weekend ed è spesso affollata dai turisti ma anche dai bolognesi.

 

 

 

 

 

 

Un’escursione in giornata: Fabriano

Durante il mio soggiorno a Marotta per due settimane, ho avuto occasione di viaggiare e di muovermi all’interno della regione e quindi di visitare l’entroterra marchigiano. In una calda e afosa giorna di luglio, mi sono dunque diretta a Fabriano, per una brevissima visita al suo suggestivo centro storico. Purtroppo a causa del caldo infernale e del poco tempo a disposizione, ho visitato soltanto i monumenti principali, tralasciando, ahimè, i musei.

 

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Piazza del Comune dal Loggiato di San Francesco

 

Fabriano si trova a cavallo dell’Appennino umbro-marchigiano e la sua posizione favorevole ha permesso l’insediamento fin dalla Preistoria di comunità stabili. Nell’età del ferro si diffusero la civilità picena e quella umbra, mentre nel corso del IV secolo a.C. qui si stabilirono i Galli senoni. Dopo la conquista romana si svilupparono l’odierna città di Attigio e Albacina.

Il primo nucleo di Fabriano sorse però tra il V ed il IX secolo d.C dopo che gli Attidiati, secondo la tradizione, si rifugiarono in parte a sud-est verso il futuro castello di Collamato e, per la maggior parte, nella futura valle di Fabriano.

Fabriano, dunque, entrò a far parte del Ducato di Spoleto dal 571, fino alla sconfitta dei Longobardi ad opera di Carlo Magno nel 773.

Dall’VIII secolo Fabriano è sottoposta ad un governo feudale e nel 1234 Fabriano divenne libero comune. Dopo l’asra contesa tra Guelfi e Ghibellini, che vide Fabriano schierata con i Ghibellini, la città venne annessa allo Stato Pontificio.

Nel 1515 la città venne saccheggiata dagli Spagnoli per dissensi tra i fabrianesi e papa Leone X.

La città rimarrà sotto il controllo papale, dopo molte peripezie, fino al 1789, quando fu proclamata la Repubblica romana dal generale Berthier e la città di Fabriano svincolatosi dalla dipendenza papale, ne fece parte, ma per un breve periodo dato che nel 1800, ritornerà sotto il governo restaurato della Chiesa.

Dopo la parentesi napoleonica, la città passò sotto il controllo provvisorio di Napoli e poi, nel 1814 sotto il dominio austriaco. Nel 1860 la città entro a far parte del Regno d’Italia.

Facendo un salto temporale si arriva alla Seconda Guerra Mondiale ed il 1944 fu un anno tragico per Fabriano, che subì 55 bombardamenti che causarono centinaia di morti. Nella notte tra il 12 ed il 13 luglio, i tedeschi abbandonarono la città e alle 10:30 del 13 le strade sono già attraversate da autoblinde anglo-americane.

Il 26 settembre del 1997 ci fu un violento terremoto che causò una vittima a Fabriano: dal 2007 si può riammirare la città senza alcun danno, ormai riportata al suo antico splendore.

Arrivata a Fabriano, lascio l’auto non lontana dal Centro Storico ed inizio il mio vagabondare all’interno di vie strette e stradine fiorite: l’anima medioevale pulsa ancora molto e le architetture risplendono di una luce antica.

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Mi dirigo verso il fulcro della città, cioè Piazza del Comune, da cui ci si può letteralmente affacciare tramite il Loggiato di San Francesco: il loggiato fu edificato da Bernardo Rossellino e voleva collegare la chiesa di San Francesco (edificata nel 1292 e demolita nel 1864) alla scenografica Piazza del Comune. Da qui la vista è meravigliosa e decido di scattare, come sempre, qualche foto ricordo e qualche foto più suggestiva, da condividere con voi sul mio profilo Instagram.  Da qui si scende e ci si ritrova direttamente sulla Piazza, famosa per la fontana Sturinalto. All’interno della Piazza sorge il famoso Palazzo del Podestà, con la peculiarità nella sua tipologia a ponte in ricordo della colmata dell’antico fiume cittadino che scorreva sotto di esso, e dell’unificazione dei quattro quartieri cittadini. Eretto nel 1255, interamente in pietra bianca di Vallemontagnana, fu modificato più volte e sulla sua facciata vi è posto uno stemma della nobile famiglia dei Bonarelli d’Ancona, scolpito in arenaria, in memoria del conte Pietro Bonarelli, che fu podestà di Fabriano nel 1514-15. Al di sotto dell’arcone restano interessanti affreschi (XIII-XIV secolo) che rappresentano scene di guerrieri in battaglia e un’enigmatica ruota della fortuna mossa da una figura femminile.

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Forse però l’elemento più scenografico è la Fontano Sturinalto: commissionata nel 1285 a Jacopo di Grondolo, la fontana ricorda la Fontana Maggiore di Perugia e non ha nulla da invidiare con questa. E’ l’elemento più apprezzato della piazza, luogo di ritrovo dei fabrianesi, che qui si incontrano per godersi una bella giornata.

Naturalmente non può mancare il Palazzo del Comune, che dà il nome alla Piazza stessa.

 

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Il Duomo e la sua piazza

 

Dopo aver scattato qualche foto, mi dirigo verso il Duomo, appena sopra la Piazza e scatto le ultime fotografie: purtroppo il caldo ha il sopravvento sulla vostra Vagabonda e dato che la base è a circa un’ora di auto, è meglio rientrare, con la promessa di tornarci e di goderla ancora di più, magari non d’estate e non a fine luglio!

Un’escursione in giornata: Urbino

Durante il mio soggiorno a Marotta, nelle Marche, ho approfittato del mio tempo a dispozione per visitare l’entroterra marchigiano, ricco di storia e di cultura. Dopo che in molti mi avevano raccontato di quanto fosse bella ed interessante Urbino, ho deciso di visitarla e ne sono rimasta a dir poco innamorata. Urbino, con i suoi palazzi rinascimentali, le sue viottole, il color ocra dei suoi mattoni, è una città viva, pulsante, ricca di scorci interessanti ed intrisa di storia e tradizioni. Scopriamo insieme dunque la sua storia ed il suoi segreti con questo articolo.

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Veduta di Urbino dal Palazzo Ducale

Urbino divenne un centro importante durante le Guerre gotiche nel VI secolo. Durante il Medioevo, Urbino fu protagonista della faida tra Guelfi e Ghibellini patteggiando per questi ultimi. E’ però nel Rinascimento che la città raggiunse il suo massimo splendore grazie al signore di Urbino Federico dei Montefeltro che tra il 1444 ed il 1482 elevò la città ad una sorta di centro moderno e all’avanguardia, oltre che razionale e bello. Alla sua corte abbiamo pittori del calibro di Piero della Francesca che scrisse sulla scienza della prospettiva, o ancora Giovanni Santi, il padre di Raffaello.

Purtroppo, però, le sorti di Urbino non furono così rosee quando Cesare Borgia spodestò Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino e figlio di Federico, con la complicità del padre Papa Alessandro VI. Urbino venne così incorporata nello Stato Pontificio. Con l’elezione di Gianfrancesci Albani a Pontefice nel 1701 (urbinate) si aprì per la città un nuovo periodo di splendore.

Nel 1789 ci fu una violenta scossa di terremoto che colpì la cittò che che provocò molto danni, tra cui il crollo della cupola del Duomo. Questo evento portò alla costruzione della nuova Cattedrale, come la vediamo oggi.

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Il Duomo di Urbino

Facendo un salto temporale, Urbino venne annesa al Regno d’Italia nel 1860.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la città non subì alcun bombardamento grazie ad un segnale convenzionale dipinto sul tetto del Palazzo Ducale e al tacito accordo tra i tedeschi e gli alleati. Durante il conflitto è da ricordare lo straordinario coraggio di Pasquale Rotondi, Soprintendente alle Gallerie e alle Opere d’Arte delle Marche a Urbino, che riuscì a mettere in salvo dai bombardamenti e dal furto di opere d’arte, circa 10.000 opere (tra cui quelle di Giorgione, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Tiziano, Mantegna, Raffaello e tanti altri, da tutti i più grandi musei d’Italia). Queste opere furono inizialmente nascoste all’interno del Palazzo dei Principi di Carpegna per poi essere spostate nella Rocca di Sassocorvaro.

La fama e la bellezza di Urbino ancora oggi attirano migliaia di turisti da tutto il mondo.

Dopo un viaggio di circa un’ora, parcheggio l’automobile e inizio la mia salita verso la famosa Piazza della Repubblica dove si gode di una bella vista dei vicoli. Di forma trapezoidale, la piazza ospita anche la fontana progettata da Diomede Catalucci.

 

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Piazza della Repubblica

 

Da qui si può svoltare verso la Casa di Raffaello oppure verso il famoso Palazzo Ducale. Opto per la seconda meta e mi dirigo verso Piazza del Rinascimento dove ha sede anche il Duomo, purtroppo chiuso. Dopo aver scattato qualche fotografia alla bella Piazza, decido di fare visita al Palazzo Ducale e alla sua raccolta di opere d’arte. Il palazzo è uno dei più interessanti esempi architettonici ed artici dell’intero Rinascimento italiano ed è sede della Galleria Nazionale delle Marche. Il biglietto d’ingresso comprende la visita a tutto il complesso del Palazzo, non solo alla Galleria. Il palazzo fu l’opera più ambiziosa costruita e terminata durante il periodo di Federico.

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La visita dura circa 1 ora e mezza e si passa per varie parti del palazzo, visitando anche lo studiolo del Duca di Montefeltro. All’interno del palazzo ci sono numerose opere pittoriche anche di Raffaello e di Piero della Francesca.

Dopo aver visitato il Palazzo, mi dirigo verso la Casa di Raffaello ma decido di non visitarla per questa volta. Così mi accingo verso l’Orto Botanico ma scopro che quel giorno è chiuso, per mia sfortuna. Un po’ sconfortata, decido di tirarmi su con un gelato e con l’acquisto di qualche souvenir per i miei genitori.

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Il tempo che mi rimane per la visita non è così tanto e quindi scatto ancora quale fotografia da Porta Lucia: da qui si gode di una bellissima vista sull’entroterra!

 

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La spettacolare vista

 

Forse la bellezza di Urbino non sta tanto nei suoi, seppur meravigliosi, monumenti, ma proprio nel suo essere una città ancora fortificata da mura e per i suoi stretti vicoli che tanto mi ricordano Montepulciano. Sembra di essere in un’altra epoca e che da un momento all’atro sbuchi qualche cortigiano o qualche signorotto vestito di tutto punto: si è immersi completamente della storia ed è difficile concentrare lo sguardo soltanto su di un luogo solo.

 

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Urbino in tutto il suo splendore

 

 

Diario di viaggio: Lione – Giorno 3

Eccomi arrivata all’ultimo giorno a Lione, in questa fantastica città che ancora non ha smesso di emozionarmi. L’ultimo giorno è sempre il più difficile da scrivere, ma soprattutto da vivere, perchè è il giorno in cui cerchi di tirare le somme e di esplorare il più possibile ma sai benissimo che non riuscirai a vedere ogni cosa che ti sei prefissata.

La sveglia, come sempre, suona di buon’ora, e la prima tappa è il Centro per la storia della resistenza e della deportazione: non è una tappa proprio turistica, ma chi mi segue sa quanto ami la storia, in particolare quella della Seconda Guerra Mondiale e dato che Lione è stata una delle più importanti città per i movimenti di Resistenza all’Occupazione, non posso farmi scappare l’occasione di visitare questo interessante museo, che sorge proprio in Avenue Berthold, presso la ex-sede della Gestapo, la polizia segreta della Germania nazista.

 

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Ancora una volta, grazie alla mitca Lyon Card, entriamo gratis e possiamo fare un tuffo nella storia: il centro raccoglie reperti dell’epoca dell’Occupazione, dai documenti, ad alcune armi, alle bandiere con la croce uncinata che qui erano esposte. Il Centro nasce per ricordare un’epoca buia e per sensibilizzare i visitatori circa gli avvenimenti bui di quel periodo storico. Con uno spazio di 3.000 metri quadrati, ci si può immergere all’interno di alcuni diorami a grandezza naturale che rappresentano le case usate dalla Resistenza come base per sabotare le azioni naziste. L’atmosfera è molto particolare e si sente come i francesi ancora oggi non abbiano dimenticato un solo momento di quel tremendo periodo e vogliono fare di tutto per non dimenticarlo, affinchè le nuove generazioni possano non commettere più certi fatali errori.

Dopo un’intensa visita decidiamo di spostarci completamente per visitare forse il più famoso e completo museo di Lione: il Museo delle Confluenze.

 

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Chiamato così per la sua posizione (alla confluenza tra Rodano e Saona), è un museo che cerca di rispondere alle domande più arcaiche dell’uomo: chi siamo? Cosa facciamo? Da dove veniamo? Non si può dunque definire un museo “canonico”: grazie alla sua ottima esposizione permanente (un intero piano) si vuole ricostruire la storia della Terra, degli animali e dell’uomo stesso, cercando di mostrare la grande interconnessione che quest’ultimo ha con tutto il pianeta stesso. I reperti sono esposti in modo innovativo e interattivo, proprio per far sì che il visitatore si immerga completamente nell’esperienza di visita. Oltre all’esposizione permanente, che spazia dai dinosauri alle auto d’epoca, sono molto interessanti le esposizioni temporanee, variegate e assai godibili nell’allestimento, comprese nel biglietto d’entrata che noi (non) acquistiamo grazie alla sempre presente Lyon Card. Decidiamo di vederle tutte con sommo interesse e quindi ci spostiamo dal colorato mondo dei Tuareg alla fervida immaginazione di Hugo Pratt, dal magico mondo degli Yokai in Giappone al variegato universo mostrato nel Carnets de collections.

 

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La visita vale davvero la pena, il Museo è sicuramente adatto ai bimbi e soddisfa anche il visitatore più esigente.

Dopo questa full immertion all’interno della realtà museale lionese, decidiamo di tornare un attimo in albergo per riposarci e uscire al tramonto. L’ultima immagine che vogliamo avere di questa città è quella del quartiere vecchio al tramonto, tra i suoi colori e i suoi profumi, mentre degustiamo una squisita cena presso il Bouchon Les Ventres Jaunes che consiglio vivamente: cibo divino, servizio cordiale e veloce, atmosfera unica.

Lione è stata una meravigliosa città, ricca di storia, di fascino e di tradizioni. Ogni luogo visitato ha lasciato in noi un sapore speziato e intenso, un ricordo fulgido e vivo che rimarrà in noi per sempre.

Consiglio vivamente di visitare Lione, una città non lontana dall’Italia, che si può apprezzare a pieno in pochi giorni, a misura di uomo e di bambino, ma attenta anche alle esigenze più particolari, che saprà suscitare curiosità in tutti i viaggiatori.

Per leggere gli altri giorni, cliccate qui sotto:

Giorno 1

Giorno 2