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Un’escursione in giornata: Casargo

Durante l’ultima estate, ho avuto modo di poter conoscere la Valsassina. Dopo Lecco, era assolutamente un obbligo “quasi morale” dover conoscere la sua valle, ricca di storia e bellezze naturali. Non potevo che iniziare da uno dei borghi più caratteristici e famosi della valle, Casargo.

 

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Il carattestico paese di Casargo

 

Il caratteristico paese si trova disteso su di un fondovalle, con alle spalle il maestoso Monte Legnone, a 800 metri di quota s.l.m. Le sue frazioni si trovano sparse in due valli diverse, la Val Casargo e la Val Muggiasca. Il territorio di Casargo comprende anche due stazioni sciistiche abbastanza famose, l’Alpe Giumello e l’Alpe di Paglio. Dall’Alpe Giumello si può godere di una fantastica vista del bacino lariano e della sponda comasca, dopo una breve passeggiata di circa 20 minuti a passo leggero, su un sentiero quotidianamente battuto. Dall’Alpe di Paglio, partono invece numerosi trekking e scampagnate, verso il famoso Pian delle Betulle e verso le Alpi Orobie.

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Giunti a Casargo, si possono degustare prelibatezze locali come i famosi formaggi della Valsassina e la polenta. Il piccolo paese si snoda in vicoletti caratteristici e prati verdi dove ancora possiamo incontrare numerose galline e capre, tra cui le famose Capre Orobiche, di cui Casargo è bandiera: ogni anno infatti, si tiene una famosa mostra su questa razza autoctona che mira a preservare e tutelare questo animale, simbolo della montagna e della vita pastorizia.

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Casargo può non essere famosa come Cortina d’Ampezzo o Curmayeur, in quanto non è meta di turismo di massa e di lusso, ma è entrata a pieno titolo nei miei luoghi del cuore, grazie alle persone che me l’hanno fatta scorpire. E’ per me dunque un rifugio sicuro, un luogo di pace, dove posso dedicarmi a me stessa e dove posso riincontrare una natura rigogliosa e sempre ricca di sorprese. A Pian delle Betulle, infatti, ho trascorso un intero pomeriggio presso un piccolo laghetto, dove ho incontrato numerose specie di Odonati, le libellule, che, come il mio lettore sa, sono i miei insetti preferiti: numerose sono le specie che qui volano, e che si lasciano anche avvicinare senza troppa paura, come l’Aeshna juncea, di cui ho scattato bellissime fotografie.

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Come dimenticare poi le piacevoli passeggiate nei dintorni, come all’Alpe Giumello, dove si gode di una vista davvero mozzafiato sul lago. Vicino a Casargo, inoltre, si trovano numerosi alberi pluricentenari e ben 19 monumentali censiti dalla Guardia Forestale: la prossima estate sarà l’occasione per vederli!

La pace in questi luoghi si può palpare con mano, ed è per questo che ben presto ritornerò, per godere ancora dello spettacolo che solo la Natura può offrire.

 

 

 

 

 

Un’escursione in giornata: Sirmione

Nelle giornate settembrine mi piace fare qualche gita fuori porta: non fa più tanto caldo, si può camminare tranquillamente con meno ressa di turisti, ed è più facile godersi gli ultimi giorni di ferie prima dell’inizio del lavoro. E’ così che, proprio per una toccata e fuga, ho deciso di tornare a Sirmione, una città che mi ha portato fortuna per il mio esame di maturità: il giorno prima della prima prova scritta, il tema, ho visitato per la prima volta Sirmione, cercando di staccare la testa dall’ansia dell’esame e…Mi ha fatto bene, perchè nel tema ho preso 14/15 su un’analisi di una poesia che non avevo mai visto né sentito! Va beh, a parte questo aneddoto, parliamo seriamente di Sirmione.

 

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L’entrata di Sirmione

 

Sirmione è un comune di circa 8000 abitanti che si trova in proincia di Brescia, affacciato sul Lago di Garda. Per secoli, la città fu di controllo veronese (lo dimostra anche l’imponente Castello Scaligero) ma poi passò di mano grazie a Napoleone, che lo ha spostato in territorio bresciano.

Sirmione si trova su una eccezionale penisola che si protende verso il Lago di Garda per circa 4 chilometri. L’entroterra si rivolge verso le colline moreniche che cingono la parte meridionale del lago e comprende una parte della zona di produzione del Lugana, un vino DOC della zona di Brescia e Verona.

Le origine di Sirmione sono assai antiche: i primi insediamenti sono risalenti al neolitico. Durante il periodo romano, vi sorse  la Sirmione Mansio, menzionatanell’Itinerarium Antonini come centro culturale e città importante, poichè situata sulla via Gallica.

Ancora oggi Sirmione conserva resti romani, la famosa Villa di Catullo, anche se l’attribuzione non è ancora stata verificata. Ciò che è certo, è che il poeta Gaio Valerio Catullo menzionò Sirmio fra i luoghi in cui soggiornò (Carme XXXI, Ritorno a Sirmione).

 

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Nei secoli successivi Sirmione man mano perse d’importanza. Nel 1197 il podestà sirmionese giurò fedeltà al comune di Verona. Nel XIII secolo sia l’Imperatore Fedetico II che Corradino di Svevia confermarono ed estesero i numerosi privilegi fiscali e le concessioni rilasciate al Comune. Negli anni, Sirmione passò sotto il controllo degli Scaligeri, che divennero i Signori di Verona e qui costruirono, sotto Cangrande I, il Castello Scaligero. Dopo essere stata conquistata da Gian Galeazzo Visconti e da Francesco Novello da Carrara, a quel tempo signore di Verona, passò nel 1405 sotto il controllo della repubblica di Venezia.

Sotto Venezia, Sirmione rimase legata al distretto veronese.

Con l’arrivo di Napoleone, le truppe francesi occuparono la città nel 1797 e, in seguito alla caduta di Venezia, la città passò sotto il controllo formale della Municipalità provvisoria veneta. Dopo varie riorganizzazioni, Sirmione si inserì all’interno del Napoleonico regno d’Italia, nel distretto I di Brescia.

Facendo un salto temporale, Sirmione entra nel Regno di Sardegna dopo la Seconda Guerra d’Indipendenza e passerà automaticamente sotto il Regno d’Italia.

Arrivati a Sirmione, non si può fare a meno che rimanere incantati dalla bellezza del Castello Scaligero e dalla cittadella medioevale. La città brulica di vita grazie alla sua attrattiva turistica: i negozi sono tantissimi, e vendono le più svariate cose,dalle scacchiere in alabastro ai pennini d’epoca.

 

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Se volete mangiare a Sirmione, avete l’imbarazzo della scelta: in ogni angolo potete trovare ristoranti, pizzerie, trattorie, chioschi e soprattutto…Negozi di gelati XXL! Già, perchè a Sirmione la specialità è proprio il gelato, di tutti i gusti e colori: io mi faccio incantare da una coppa gigante con vaniglia nera, stracciatella e cioccolato fondente, un mix davvero particolare!

 

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Il Castello Scaligero è bagnato su tutti i lati dalle acque del Lago e accoglieva la flotta scaligera nella sua darsena, costruita poco dopo la costruzione del castello stesso. Come per tutte le fortificazioni scaligere (leggi qui il mio articolo del Castello di Soave), le torri maggiori sono caratterizzate da merlature a coda di rondine. In questo castello le torri maggiori sono tre e dentro queste si erge l’imponente mastio alto 47 metri sotto al quale si trovavano le celle dei pigionieri. L’entrata al castello è situata all’interno del borgo medioevale ed una volta entrati si può passeggiare sui camminamenti di ronda (vi aspettano però 146 gradini prima). La costruzione della rocca ebbe inizio intorno alla metà del XIII secolo e la sua realizzazione venne ordinato dal podestà di Verona Leonardino della Scala, meglio conosviuto con il nome Mastino della Scala. La funzione, come molti castelli, era quella difensivae di controllo del porto. Nel 1405, quando Sirmione passò sotto Venezia, venne costruita la darsena già menzionata. All’interno del portico è stato allestito un lapidario romano e una piccola mostra in cui sono riportate le informazioni più importanti della rocca. Come molti castelli, anche questo possiede una leggenda che lo caratterizza:

Si narra che tanto tempo fa nel castello vivesse un ragazzo di nome Ebengardo con la sua innamorata Arice: i due giovani trascorrevano una vita serena, fino a quando il loro amore venne interrotto da un tragico episodio. Durante una notte tempestosa chiese riparo nel castello Elalberto, un cavaliere Veneto proveniente dal territorio feltrino. La coppia ospitò il cavaliere che però, rimasto sbalordito dalla bellezza della fanciulla, durante la notte la raggiunse nella sua camera. Arice iniziò a gridare spaventata e Elalberto la pugnalò. Nel frattempo Ebengardo corse nella stanza dove trovò Arice senza vita, fu così che, accecato dalla rabbia, si impadronì del pugnale e uccise Elalberto.

(Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

La leggenda vuole che ancora oggi, nelle notti di tempesta, si possa vedere l’anima di Ebengardo vagare per il castello alla ricerca di Arice.

Una visita alle Grotte di Catullo è assolutamente da fare: per “Grotte di Catullo” si intende una villa romana edificata tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. attribuite (ma mai confermate) al poeta Catullo. Nel XVI secolo la villa fu meta di alcuni celebri viaggiatori fra cui la marchesa di Mantova Isabella d’Este Gonzaga (1514 e 1535) e Andrea Palladio, che compì la visita per studiare i resti sotto il profilo delle tecniche di costruzione. Il complesso archeologico, ancora oggi non completamente venuto alla luce, copre un’area di circa due ettari. La villa è a pianta rettangolare ha un piano nobile corrispondete all’abitazione del proprietario che è anche quello più danneggiato dato che per anni è stato utilizzato come cava di materiali. Lungo il lato occidentale oggi è visitabile il criptoportico. Fra le rovine, si possono trovare l’Aula a tre pilastri, il Lungo corridoio, la Trifora del Paradiso, il Grande Pilone, la Grotta del Cavallo, il Grande Oliveto prima citato e l’Aula dei Giganti.

Sirmione è anche una nota località termale grazie alle acque sulfuree che qui sgorgano naturalmente. Migliaia di visitatori sono attirati qui dalle maestose calde terme e dai loro innegabili benefici, soprattutto per l’apparato respiratorio, tanto che qui viene prodotta anche l'”Acqua di Sirmione” contro la sinusite e altri problemi rinali.

 

 

Un’escursione in giornata: Tarvisio

Durante i miei viaggi estivi di quest’anno, ho deciso di partire quattro giorni verso il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia: chi mi segue sa che ogni anno mi dirigo verso est per esplorare questa magnifica regione ed il suo Paese confinante, così simili eppure diversi. Quest’anno ho deciso di fissare la mia base a Tarvisio, piccola e caratteristica cittadina montana dal sapore retrò.

 

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Chiesa dei Santi Pietro e Paolo e Piazza Unità

 

Tarvisio ha origini romane, e come per molti insediamenti, fu edificata su un piccolo agglomerato abitato in passato da una popolazione celtica, i Taurisci. Dopo il periodo romano, nel Medioevo divenne possesso del Capitolo di Bamberga (leggi il mio articolo su Bamberga, cliccando qui) e a partire dal XII secolo assunse un ruolo commerciale molto importante e dal 1456 il vescovo di Bamberga ottenne il privilegio di tenere una fiera annuale, che si tiene tutt’ora.

Dal XV secolo Tarvisio divenne ancora più importante grazie alla fioritura dell’industria del ferro. La città venne poi coinvolta nella Guerra di Gradisca (1615-18). Dopo alcuni spostamenti del confine, Tarvisio tornò austriaca e in epoca napoleonica fu teatro di battaglie tra austriaci e francesi.

Nel 1919 la città entrò a far parte del Regno d’Italia.

 

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Monumento ai caduti

 

Tarvisio divenne assai importante durante la Seconda Guerra Mondiale in quanto la Resistenza italiana ebbe inizio proprio qui, in questa città, nella notte tra l’8 ed il 9 settemnre 1943, proprio dopo la firma dell’Armistizio: nella cittadina vi era un presidio di 300 uomini della Guardia di Frontiera (GaF); essendo un confine alleato, quello autriaco, la presenza della GaF era del tutto simbolica. Dal 25 luglio, a Ugovizza, era presente un reggimento di Waffen SS e nella piana di Arnoldstein, appena aldilà del confine, erano acquartierate intere divisioni tedesce in assetto di guerra. Una volta saputo dell’Armistizio e dopo l’intimazione alla resa da parte dei tedeschi, il colonnello capo delle GaF Giovanni Jon preparò la caserma alla resistenza e si asserragliò con le guardie. La resistenza durò ben poco in quanto i tedeschi erano in superiorità numerica e meglio equipaggiati: con un colpo di anticarro distrussero il centralino. Dopo una battaglia di 6 ore, il colonnello Jon ordinò il cessate il fuoco: il bilancio era di 180 morti e 25 feriti della GaF, mentre i tedeschi registravano 80 caduti. I superstiti della GaF, in tutto 95, furono poi imprigionati ed internati nei lager tedeschi.

In questa battagglia venne anche ferita la prima donna che fu insignita della Medaglia d’Argento alla Resistenza, Luigia Picech, sopravvissuta fino al 1981. Nonostante il fuoco nemico, riuscì a tener aperto il centralino, fino a che non venne raso al suolo.

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Tarvisio è dunque una cittadina ricca di storia e non si può non visitare. Oltre alla bellezza della città, ricca di negozi, ristoranti tipici, e strutture sciistiche, i dintorni di Tarvisio offrono molte attività interessanti, tra cui la possibilità di accedere in funivia al santuario di Monte Lussari, oppure visitare il museo della Miniera di Raibl e il suo Parco Geo-Minerario, o ancora il Museo della guerra di Predil, i Laghi di Fusine ed il Lago del Predil.

 

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Il panorama da Tarvisio

 

Io ho alloggiato presso la Foresteria Militare di Tarvisio insieme al mio papà (dato che è militare) e poi ho gironzolato la città in lungo e in largo, fermandomi alla Chiesetta dei Santi Pietro e Paolo, o a mangiare un buon gelato presso le numerose gelaterie. Da non dimenticare il grande Mercato Coperto, che vi potrà offrire vestiario per tutti i gusti! Troverete anche negozi per gli sportivi e per gli amanti del buon cibo, con le specialità friulane e del tarvisiano.

Un’escursione in giornata: Fabriano

Durante il mio soggiorno a Marotta per due settimane, ho avuto occasione di viaggiare e di muovermi all’interno della regione e quindi di visitare l’entroterra marchigiano. In una calda e afosa giorna di luglio, mi sono dunque diretta a Fabriano, per una brevissima visita al suo suggestivo centro storico. Purtroppo a causa del caldo infernale e del poco tempo a disposizione, ho visitato soltanto i monumenti principali, tralasciando, ahimè, i musei.

 

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Piazza del Comune dal Loggiato di San Francesco

 

Fabriano si trova a cavallo dell’Appennino umbro-marchigiano e la sua posizione favorevole ha permesso l’insediamento fin dalla Preistoria di comunità stabili. Nell’età del ferro si diffusero la civilità picena e quella umbra, mentre nel corso del IV secolo a.C. qui si stabilirono i Galli senoni. Dopo la conquista romana si svilupparono l’odierna città di Attigio e Albacina.

Il primo nucleo di Fabriano sorse però tra il V ed il IX secolo d.C dopo che gli Attidiati, secondo la tradizione, si rifugiarono in parte a sud-est verso il futuro castello di Collamato e, per la maggior parte, nella futura valle di Fabriano.

Fabriano, dunque, entrò a far parte del Ducato di Spoleto dal 571, fino alla sconfitta dei Longobardi ad opera di Carlo Magno nel 773.

Dall’VIII secolo Fabriano è sottoposta ad un governo feudale e nel 1234 Fabriano divenne libero comune. Dopo l’asra contesa tra Guelfi e Ghibellini, che vide Fabriano schierata con i Ghibellini, la città venne annessa allo Stato Pontificio.

Nel 1515 la città venne saccheggiata dagli Spagnoli per dissensi tra i fabrianesi e papa Leone X.

La città rimarrà sotto il controllo papale, dopo molte peripezie, fino al 1789, quando fu proclamata la Repubblica romana dal generale Berthier e la città di Fabriano svincolatosi dalla dipendenza papale, ne fece parte, ma per un breve periodo dato che nel 1800, ritornerà sotto il governo restaurato della Chiesa.

Dopo la parentesi napoleonica, la città passò sotto il controllo provvisorio di Napoli e poi, nel 1814 sotto il dominio austriaco. Nel 1860 la città entro a far parte del Regno d’Italia.

Facendo un salto temporale si arriva alla Seconda Guerra Mondiale ed il 1944 fu un anno tragico per Fabriano, che subì 55 bombardamenti che causarono centinaia di morti. Nella notte tra il 12 ed il 13 luglio, i tedeschi abbandonarono la città e alle 10:30 del 13 le strade sono già attraversate da autoblinde anglo-americane.

Il 26 settembre del 1997 ci fu un violento terremoto che causò una vittima a Fabriano: dal 2007 si può riammirare la città senza alcun danno, ormai riportata al suo antico splendore.

Arrivata a Fabriano, lascio l’auto non lontana dal Centro Storico ed inizio il mio vagabondare all’interno di vie strette e stradine fiorite: l’anima medioevale pulsa ancora molto e le architetture risplendono di una luce antica.

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Mi dirigo verso il fulcro della città, cioè Piazza del Comune, da cui ci si può letteralmente affacciare tramite il Loggiato di San Francesco: il loggiato fu edificato da Bernardo Rossellino e voleva collegare la chiesa di San Francesco (edificata nel 1292 e demolita nel 1864) alla scenografica Piazza del Comune. Da qui la vista è meravigliosa e decido di scattare, come sempre, qualche foto ricordo e qualche foto più suggestiva, da condividere con voi sul mio profilo Instagram.  Da qui si scende e ci si ritrova direttamente sulla Piazza, famosa per la fontana Sturinalto. All’interno della Piazza sorge il famoso Palazzo del Podestà, con la peculiarità nella sua tipologia a ponte in ricordo della colmata dell’antico fiume cittadino che scorreva sotto di esso, e dell’unificazione dei quattro quartieri cittadini. Eretto nel 1255, interamente in pietra bianca di Vallemontagnana, fu modificato più volte e sulla sua facciata vi è posto uno stemma della nobile famiglia dei Bonarelli d’Ancona, scolpito in arenaria, in memoria del conte Pietro Bonarelli, che fu podestà di Fabriano nel 1514-15. Al di sotto dell’arcone restano interessanti affreschi (XIII-XIV secolo) che rappresentano scene di guerrieri in battaglia e un’enigmatica ruota della fortuna mossa da una figura femminile.

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Forse però l’elemento più scenografico è la Fontano Sturinalto: commissionata nel 1285 a Jacopo di Grondolo, la fontana ricorda la Fontana Maggiore di Perugia e non ha nulla da invidiare con questa. E’ l’elemento più apprezzato della piazza, luogo di ritrovo dei fabrianesi, che qui si incontrano per godersi una bella giornata.

Naturalmente non può mancare il Palazzo del Comune, che dà il nome alla Piazza stessa.

 

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Il Duomo e la sua piazza

 

Dopo aver scattato qualche foto, mi dirigo verso il Duomo, appena sopra la Piazza e scatto le ultime fotografie: purtroppo il caldo ha il sopravvento sulla vostra Vagabonda e dato che la base è a circa un’ora di auto, è meglio rientrare, con la promessa di tornarci e di goderla ancora di più, magari non d’estate e non a fine luglio!

Un’escursione in giornata: Urbino

Durante il mio soggiorno a Marotta, nelle Marche, ho approfittato del mio tempo a dispozione per visitare l’entroterra marchigiano, ricco di storia e di cultura. Dopo che in molti mi avevano raccontato di quanto fosse bella ed interessante Urbino, ho deciso di visitarla e ne sono rimasta a dir poco innamorata. Urbino, con i suoi palazzi rinascimentali, le sue viottole, il color ocra dei suoi mattoni, è una città viva, pulsante, ricca di scorci interessanti ed intrisa di storia e tradizioni. Scopriamo insieme dunque la sua storia ed il suoi segreti con questo articolo.

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Veduta di Urbino dal Palazzo Ducale

Urbino divenne un centro importante durante le Guerre gotiche nel VI secolo. Durante il Medioevo, Urbino fu protagonista della faida tra Guelfi e Ghibellini patteggiando per questi ultimi. E’ però nel Rinascimento che la città raggiunse il suo massimo splendore grazie al signore di Urbino Federico dei Montefeltro che tra il 1444 ed il 1482 elevò la città ad una sorta di centro moderno e all’avanguardia, oltre che razionale e bello. Alla sua corte abbiamo pittori del calibro di Piero della Francesca che scrisse sulla scienza della prospettiva, o ancora Giovanni Santi, il padre di Raffaello.

Purtroppo, però, le sorti di Urbino non furono così rosee quando Cesare Borgia spodestò Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino e figlio di Federico, con la complicità del padre Papa Alessandro VI. Urbino venne così incorporata nello Stato Pontificio. Con l’elezione di Gianfrancesci Albani a Pontefice nel 1701 (urbinate) si aprì per la città un nuovo periodo di splendore.

Nel 1789 ci fu una violenta scossa di terremoto che colpì la cittò che che provocò molto danni, tra cui il crollo della cupola del Duomo. Questo evento portò alla costruzione della nuova Cattedrale, come la vediamo oggi.

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Il Duomo di Urbino

Facendo un salto temporale, Urbino venne annesa al Regno d’Italia nel 1860.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la città non subì alcun bombardamento grazie ad un segnale convenzionale dipinto sul tetto del Palazzo Ducale e al tacito accordo tra i tedeschi e gli alleati. Durante il conflitto è da ricordare lo straordinario coraggio di Pasquale Rotondi, Soprintendente alle Gallerie e alle Opere d’Arte delle Marche a Urbino, che riuscì a mettere in salvo dai bombardamenti e dal furto di opere d’arte, circa 10.000 opere (tra cui quelle di Giorgione, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Tiziano, Mantegna, Raffaello e tanti altri, da tutti i più grandi musei d’Italia). Queste opere furono inizialmente nascoste all’interno del Palazzo dei Principi di Carpegna per poi essere spostate nella Rocca di Sassocorvaro.

La fama e la bellezza di Urbino ancora oggi attirano migliaia di turisti da tutto il mondo.

Dopo un viaggio di circa un’ora, parcheggio l’automobile e inizio la mia salita verso la famosa Piazza della Repubblica dove si gode di una bella vista dei vicoli. Di forma trapezoidale, la piazza ospita anche la fontana progettata da Diomede Catalucci.

 

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Piazza della Repubblica

 

Da qui si può svoltare verso la Casa di Raffaello oppure verso il famoso Palazzo Ducale. Opto per la seconda meta e mi dirigo verso Piazza del Rinascimento dove ha sede anche il Duomo, purtroppo chiuso. Dopo aver scattato qualche fotografia alla bella Piazza, decido di fare visita al Palazzo Ducale e alla sua raccolta di opere d’arte. Il palazzo è uno dei più interessanti esempi architettonici ed artici dell’intero Rinascimento italiano ed è sede della Galleria Nazionale delle Marche. Il biglietto d’ingresso comprende la visita a tutto il complesso del Palazzo, non solo alla Galleria. Il palazzo fu l’opera più ambiziosa costruita e terminata durante il periodo di Federico.

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La visita dura circa 1 ora e mezza e si passa per varie parti del palazzo, visitando anche lo studiolo del Duca di Montefeltro. All’interno del palazzo ci sono numerose opere pittoriche anche di Raffaello e di Piero della Francesca.

Dopo aver visitato il Palazzo, mi dirigo verso la Casa di Raffaello ma decido di non visitarla per questa volta. Così mi accingo verso l’Orto Botanico ma scopro che quel giorno è chiuso, per mia sfortuna. Un po’ sconfortata, decido di tirarmi su con un gelato e con l’acquisto di qualche souvenir per i miei genitori.

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Il tempo che mi rimane per la visita non è così tanto e quindi scatto ancora quale fotografia da Porta Lucia: da qui si gode di una bellissima vista sull’entroterra!

 

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La spettacolare vista

 

Forse la bellezza di Urbino non sta tanto nei suoi, seppur meravigliosi, monumenti, ma proprio nel suo essere una città ancora fortificata da mura e per i suoi stretti vicoli che tanto mi ricordano Montepulciano. Sembra di essere in un’altra epoca e che da un momento all’atro sbuchi qualche cortigiano o qualche signorotto vestito di tutto punto: si è immersi completamente della storia ed è difficile concentrare lo sguardo soltanto su di un luogo solo.

 

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Urbino in tutto il suo splendore

 

 

E sono 100! Grazie a tutti voi!

Il centesimo articolo è di ringraziamento a tutti voi, fan affezionati o semplici visitatori, che almeno una volta vi siete fermati a leggere uno dei miei articoli.

I numeri che conto oggi sono davvero straordinari, basti pensare che questo progetto è nato così, guardando un programma televisivo riguardante i viaggi, in un freddo pomeriggio di gennaio: la mia voglia di fare e il wanderlust ci hanno messo del loro ed infine è nato il blog di Donna Vagabonda.Collage_1

Nel tempo si è arricchito, con nuove rubriche e nuove esperienze, tutte rigorosamente vissute nel mio stile e con quella passione che ho cercato di trasmettere fin dal primo articolo.

Colori, emozioni, esperienze. Tutto questo è Donna Vagabonda.

Vi lascio un piccolo ringraziamento, sperando di vedervi sempre più numerosi ed entusiati.

Ricordatevi di seguirmi sulla mia pagina Facebook Donna Vagabonda!

Un’escursione in giornata: Sestri Levante

La Liguria è una regione a me molto cara e soprattutto d’esate mi piace fare delle piccole gite per visitare i paesini più caratteristici. Un’escursione deve essere assolutamente fatta a Sestri Levante, la “città dei due mari”, piccola ma molto famosa.

 

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La famosa Baia del Silenzio

 

Località di mare meno rinomata delle vicine Portofino e Rapallo, ma non per questo meno interessante, la cittadina si tova tra due baie, quella del Silenzio e della Delle Favole (è da qui che deriva il suo famoso epiteto). Situata nel Levante ligure, fa parte della provincia di Genova e si affaccia ad oriente sul golfo del Tigullio.

Sorge sulla piana alluvionale del torrente Gromolo a ridosso di un promontorio roccioso proteso verso il mare ed unito alla terraferma da un istmo che divide la Baia delle Favole (chiamata in questo modo perchè lo scrittore Hans Christian Andersen soggiornò a Sestri Levante) da quella del Silenzio.

 

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La Baia delle Favole

 

Le sue origini risalgono al periodo dell’antico popolo dei Liguri: Sestri Levante era costruita da un isolotto consistente nel promontorio attuale. In epoca romana la cittadina era chiamata Segesta Tigulliorum ed era un importante centro commerciale, soprattutto per gli scambi marittimi. Durante l’epoca medievale il comune si espanse ed entrò all’interno dell’orbita di Genova, che in quegli anni era rivale dell’altra Repubblica Marinara, quella di Pisa. La piccola cittadina fu poi protagonista di tentativi di assalto e di saccheggi, fino all’epoca Napoleonica, dove nel 1797 rientrò nel Dipartimento dell’Entella, all’interno della Repubblica Ligure. Nel 1815 Sestri Levante venne inglobata all’interno del Regno di Sardegna e successivamente nel Regno d’Italia con l’unificazione italiana.

Arrivata a Sestri Levante, un giro nel piccolo centro storico è assolutamente d’obbligo: come molti borghetti liguri, il centro si snoda attraverso piccoli caruggi variopinti, con diverse case che presentano pitture a Trompe-l’oeil sulle loro facciate. La via principale del centro porta alla famosa Baia del Silenzio, in inverno deserta ma gremita a partire dalla bella stagione. E’ solo aprile ma le alte temperature hanno incoraggiato i turisti che qui si sono accampati con gli ombrelloni per fare il primo bagno della stagione. Anche io, come tanti, decido di pucciare almeno i piedi, anche perchè l’acqua è ancora molto fredda!

 

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E’ quasi l’una del pomeriggio e le vie si fanno più praticabili, molti turisti sono a pranzo o a godersi la siesta, quindi è venuto il momento di godersi un bel pranzetto presso la Sciamadda dei Vinaccieri Ballerini, una trattoria tipica di Sestri che serve piatti gustosi e succulenti. Assolutamente da provare!

Dopo un lauto pranzo, faccio ancora un piccolo giretto tra le vie, infilando il naso in qualche negozio. Torno poi verso il mare, per salutarlo e godermi la dolce brezza che nel frattempo si è alzata.

 

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La Baia del Silenzio gremita dai turisti

 

Purtroppo è ora di rimettersi in viaggio, sia per evitare di trovare il massiccio traffico del ritorno, sia perchè per tornare a casa ci vogliono almeno due ore. Saluto dunque Sestri Levante, che è sempre bella da visitare.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: aprile
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 1/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

 

 

 

Un’escursione in giornata: Consonno

Durante le mie frequenti visite a Lecco, città meravigliosa e ricca di storia, mi sposto spesso anche nella sua provincia, cercando qualche luogo suggestivo e affascinante. E’ questo il caso di Consonno, una frazione del comune di Olginate. Insieme al mio inseparabile compagno e alla nostra amica comune Francesca, decidiamo di metterci in auto e di fare rotta verso il famoso “paese fantasma”, di nome e di fatto dato che questa frazione è una città fantasma dal 1976 a seguito all’abuso edilizio avvenuto negli anni ’60 di una frana avvenuta proprio nel 1976.

 

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Il Minareto ed il panorama da Consonno

 

Lasciata la macchina a circa un chilometro dal paese (la frana ha distrutto la strada che collegava direttamente Consonno agli altri centri) percorriamo un tratto a piedi fino a ritrovarci davanti a ciò che resta oggi di un grande progetto, la “Città dei Balocchi”. Ma Consonno ha origini piuttosto antiche: le prime notizie storiche risalgono ad una pergamena del 1085 dove veniva citato un piccolo paesino di nome “Cussono” che nel 1162 divenne proprietà del monastero benedettino di Civate. Nel 1412 nacque il comune di Consonno mediante un giuramento di fedeltà prestato a Filippo Maria Visconti per mezzo di alcuni procuratori.

Nel 1853 Consonno, arrivato ormai a 230 abitanti, fu inserito nel distretto XI di Oggiono. Nel 1928 il comune di Consonno, che contava quasi 300 abitanti, venne aggregato al vicino comune di Olginate ma pochi anni dopo, in seguito alle due guerre mondiali, si spopolò fino ad arrivare ad avere circa 50 abitanti. Fino al 1960 la cittadina, anche se distante dal paese, viveva grazie alle attività artigianali e alla ricchezza dei campi da coltivare.

Ciò che in realtà vediamo oggi è il risultato degli ultimi anni di vista di Consonno: con l’arrivo del conte Mario Bagno si decise di cambiare radicalmente il volto del borgo, distruggendo le antiche case per far posto a nuovi palazzi. Non appena i lavori iniziarono, era chiaro che il conte avrebbe voluto costruire una “Las Vegas” in Brianza. Gli unici edifici risparmiati furono la Chiesa, la Canonica ed il cimitero.

 

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La Chiesa di Consonno

 

A causa degli interventi massicci, si venne ad intaccare l’equilibrio idrogeologico del territorio che ben presto fece sentire “la sua voce”: una prima frana venne innescata nel 1967 ma i lavori continuarono. L’anno dopo iniziarono ad essere costruiti alberghi e ristoranti con richiami a diverse culture, come una pagoda cinese ed il celebre minareto, che ci accoglie all’entrata del paese. La fama del piccolo centro crebbe ed attirò personaggi famosi della musica e dello spettacolo. La fama ebbe vita breve perchè nel 1976 una nuova grossa frana distrusse la via che da Olginate conduceva a Consonno e tutti i sogni del conte vennero spazzati via, nonostante un ultimo tentativo di rilancio nel 1981. Il conte morì nel 1995 e per anni Consonno fu tristemente conosciuta a causa dei suoi spazi malsani e malfamati, ritrovo di tossicidipendenti e piccole gag che razziavano quel poco che rimaneva. Nel 2007 i partecipanti di un rave party danneggiarono ulteriormente le strutture fatiscenti rimaste.

 

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Ciò che rimane delle finestre…

 

Arrivati al paesello l’atmosfera è spettrale: vetri infranti, graffiti, le rovine di fasti ormai lontani danno l’impressione di un passato glorioso ma di un futuro inesistente. Il silenzio è tombale ed è interrotto soltanto da altri “visitatori” come noi, che sono venuti incuriositi per osservare ciò che rimane di Consonno. Decidiamo di addentrarci nei vecchi appartamenti sotto il Minareto, stando attenti ai vetri e ai cocci rotti per terra: ormai tutto è abbandonato e i graffiti testimoniano le razzie di molti approfittatori.

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Provo un senso di inquietudine e anche un po’ di tristezza a vedere tutto questo degrado. Sì, l’atmosfera è davvero suggestiva, ma ormai tutto è senza vita e sembra un perfetto luogo per girare un film dell’orrore. Tra l’altro Consonno è stata anche il set per il film “I figli di Annibale” e di uno spot pubblicitario dei jeans della Levi’s.

 

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Il vecchio furgone abbandonato

 

Quali prospettive per questa frazione? Gli eredi del conte stanno cercando di vendere ciò che rimane online per avviare un progetto di riqualificazione. Nel 2007 fu fondata l’associazione “Amici di Consonno” che ha ottenuto in comodato la proprietà e la ex tavola calda che è stato ristrutturato e rinominato “Bar la Spinada”, aperto dal lunedì di Pasqua ad ottobre. L’associazione si occupa inoltre di organizzare numerosi eventi per rilanciare questo luogo. La speranza è quella di rivedere la rinascita di Consonno, che non venga costruita tutta da capo ma che venga valorizzata per quello che è.

 

 

 

Un’escursione in giornata: Vigevano

Per chi abita a Pavia, o nei dintorni, sicuramente è famigliare la città di Vigevano. Situata in Lomellina, nel cuore delle campagne pavesi, a pochi chilometri sia da Pavia che da Milano, Vigevano è una delle città industriali più importanti della regione grazie alla fama guadagnata per l’industria calzaturiera. La produzione di scarpe ha infatti segnato profondamente il volto e la storia di questa antica città. Il comune è compreso nel Parco naturale lombardo della Valle del Ticino ed è il capoluogo del Vigevanasco.

 

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Piazza Ducale e la Torre del Bramante

 

Vigevano è una città che personalmente amo molto: sono intimamente legata a questo comune per via delle mie vicende sentimentali ed inoltre è una città che frequento fin da piccola. Sia d’estate che d’inverno, Vigevano conserva il suo fascino storico, immmortalato dai monumenti simbolo di questa cittadina.

L’origine di Vigevano è sicuramente molto antica, probabilmente romana. Protagonista di vicende belliche tra Pavia e Milano, con l’avvento delle signorie Vigevano divenne feudo prima dei Della Torre, poi dei Visconti e infine, tra il 1450 e 1535, degli Sforza.

Durante il periodo visconteo-sforzesco Vigevano raggiunse il suo periodo di massimo splendore, divenendo residenza ducale e centro commerciale di notevole importanza per la lavorazione dei panni di lana e di lino.

 

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Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Vigevano divenne una delle capitali italiane dell’industria calzaturiera, ma il boom durò poco ed il declino iniziò già dagli anni ’60-’70. Nonostante tutto, ancora oggi Vigevano rimane uno dei punti di riferimento per le calzature e la loro lavorazione.

Vigevano si raggiunge facilmente, sia da Milano che da Pavia ed è protagonista di molte manifestazioni culturali: famosi sono fra tutti il Palio di Vigevano, con la competizione delle contrade, che si tiene a maggio e a novembre, ed il Vigevano Medieval Comics, luogo di ritrovo di appasionati del Fantasy e dello Steampunk, ma anche di anime, manga e fumetti, che si tiene a settembre di ogni anno.

Il centro storico ruota intorno alla sua pizza più famosa, ovvero Piazza Ducale: è una delle più famose piazze d’Italia e venne costruita per volere di Ludovico il Moro in soli due anni, tra il 1492 e il 1494 come anticamera del castello che era ormai divenuto residenza ducale. La pianta della piazza è rettangolare di 138 metri per 46 ed è racchiusa da porticati per tre lati.

 

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Piazza Ducale

 

Quando si giunge in piazza si è davvero colpiti dalla sua magnificenza. Non si può che fare un giretto sotto i portici e raggiungere il castello attraverso  l’ingresso a scalinate: qui si accede al giardino (gratuito) e anche la Torre del Bramante (previo pagamento di un biglietto di ingresso). Il Castello Sforzesco si estende su una superficie di 70.000 metri quadrati per 5 piani ed è quasi totalmente visitabile. Suggestive sono le sue strade coperte e le scuderie, location perfette per fotografie e ambientazioni medievali.

 

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Le vie del centro

 

Con una bella giornata di sole, si può godere a pieno delle stradine pedonali del centro storico, dove si possono acquistare capi firmati e scarpe di gran moda, o bere una squisita cioccolata calda in uno dei numerosi bar nei dintorni della Piazza Ducale.

Vigevano mantiene dunque il suo fascino storico, in ogni mese dell’anno.

 

Un’escursione in giornata: Brusson e il Forte di Bard

A luglio mi è capitato di fare piccole escursioni in giornata, per visitare nuovi borghi o mete già conosciute: questo ultimo caso riguarda questa escursione in giornata.

Brusson è un piccolo paese di montagna, in Valle d’Aosta e precisamente nella media Val d’Ayas. Il piccolo paese conta circa 800 abitanti e ha origini antiche: nel medioevo il territorio di Brusson faceva parte del patrimonio dell’abbazia di Saint Maurice d’Agaune ma era affittato ai signori di Challant.

Durante il periodo fascista, il nome cambiò in Brussone, per poi ritornare al toponimo originale.

Arrivati al paese, famoso anche per la miniera d’oro di Chamosiraz, ora chiusa e trasformata in museo, si respira subito l’aria fresca di montagna. Il borgo è piacevolmente distribuito su un saliscendi adatto a tutti: corona il tutto uno splendido laghetto artificiale attorniato da un parco giochi e da verdi prati.

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Immergendoci verso il centro si trovano numerose fontane da cui sgorga acqua pura (ma anche gelida!)

Le viuzze sono strette e tortuose e ricordano un luogo d’altri tempi:il fascino della montagna è indiscutibile!

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Passeggiando nei dintorni, si possono scovare farfalle variopinte e fiori d’altura incantevoli, ma Brusson non è solo natura, ma anche cibo: la fontina ed il caratteristico Genepì incorniciano ogni piatto tipico di questa zona, per una cucina conviviale e gustosa.

Dopo il nostro giretto, ci dirigiamo verso il Forte di Bard, scendendo sempre più a sud.

Il Forte di Bard è una meta turistica molto famosa, e le sue origini risalgono al periodo ostrogoto, quando c’era un piccolo presidio all’epoca di Teodorico. Durante il Medioevo fu occupato dalla potente signoria feudale dei Bard fino alla metà del Duecento, quando Amedeo IV di Savoia volle avere personalmente il controllo del forte: da qui in poi il castello rimarrà dominio della famiglia Savoia fino al termine del loro regno. Durante il regno di Carlo Felice di Savoia, l’ingegnere militare Francesco Antonio Olivero ha ideato e costruito l’Opera Ferdinando e l’Opera Mortai; nella parte centrale, l’Opera Vittorio; più in alto, l’Opera Gola e l’Opera Carlo Alberto.

Caduto in disuso dalla fine del XIX secolo, il forte fu poi adibito a carcere militare e, successivamente fino al 1975 a polveriera dell’Esercito Italiano, dopodiché la proprietà passò alla Regione Autonoma Valle d’Aosta.

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Decidiamo di visitare la mostra del noto fotografo Steve McCurry, a cui è dedicata una personale molto interessante e ricca di spunti. Successivamente ci soffermiamo sul Museo del Ferdinando (ne parlo in questo articolo), che è il museo delle fortificazioni.

Dopo una giornata intensa, decido di tornare verso casa, soffisfatta e felice della bellissima esperienza.