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Diario di viaggio: Romagna, San Marino, Marche

Questo è un Diario di Viaggio un po’ particolare, il primo che riguarda un viaggio del 2020. Questo viaggio, scelto un po’ per caso e un po’ per curiosità, è capitato forse in un momento davvero particolare e un po’ sfortunato perchè si è svolto all’inizio dell’emergenza per il famoso COVID – 19, o Coronavirus. Voglio però dare una rassicurazione: quando abbiamo effettuato questo viaggio io e Gabriele non provenivamo dalla zona rossa, i casi erano ancora circoscritti e non si erano adottate misure restrittive se non la chiusura dei musei e la sospensione delle attività fieristiche. Nessuno di certo si poteva immaginare che il tutto degenerasse così velocemente.

Spero comunque che questo Diario di Viaggio riesca a tenervi compagnia e vi faccia distrarre da questo antipatico periodo.

Dopo questa triste premessa partiamo con il racconto di questo intrigante viaggio che ha toccato lo Stato di San Marino e due regioni ricchissime di storia e di paesaggi mozzafiato: l’Emilia Romagna e le Marche. Siamo partiti il 27 febbraio in una limpida giornata di metà inverno, pieni di speranze su quello che avremmo visto: c’erano i tanti castelli, Rimini, San Marino e la sua leggendaria storia, e chissà quanto potevamo visitare!

Diario di viaggio Romagna - San Marino - Marche

La prima tappa di questo tour ha toccato la Romagna, una terra che “non fu mai senza guerra ne’ cor de’ suoi tiranni (Inferno, Canto XXVII)”, dominata da numerose dinastie tra cui quella dei Malatesta, dei Montefeltro, degli Ordelaffi, degli Sforza e infine resa docile dal Valentino che qui ha violentemente picchiato la sua scure decidendo la fine di rivalità e contese. Una terra arrabbiata ma tremendamente orgogliosa, ricca di uomini litigiosi e fieri e oggi incredibilmente accogliente. La Romagna in realtà la conosco bene per quanto riguarda le sue coste e le sue spiagge: per più di 12 anni sono stata sua ospite ed essa mi ha cullato e viziato. La Romagna, ubriaca di vita e affamata di gloria. Semplicemente una terra da vivere.

Dopo circa tre ore di auto siamo giunti presso la nostra struttura ricettiva, il Guest House la Fattoria: Clemente, il cordiale proprietario, ci ha assicurato il nostro appartamento nonostante l’inizio delle problematiche legate all’epidemia e ci ha accolto presso il nostro alloggio con un pensiero più che gradito! Per tutta la durata del soggiorno si è assicurato che tutto procedesse per il meglio: un vero padrone di casa insomma, che non ci ha mai fatto sentire soli nonostante il periodo davvero particolare.

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Un pensiero più che gradito!

L’appartamento, grande il giusto e dotato di tutto il necessario, è immerso nelle verdi campagne di Santarcangelo di Romagna ed è vicino sia alla città di Santarcangelo che al centro commerciale Romagna Shopping Valley (per ogni necessità). Sistemata la valigia ci siamo subito diretti verso Santarcangelo, curiosi di scoprire questa cittadella medioevale di cui tanto ho sentito parlare durante la mia infanzia e adolescenza: da piccola infatti andavo al mare tutti gli anni a Bellaria e la radio della spiaggia trasmetteva sempre la pubblicità di questo borgo. In quel periodo non ci fu mai occasione vera per andarci ma finalmente ora potevo vederlo con i miei occhi. Avevo preso precedenti accordi con lo IAT di Santarcangelo ma, vista l’emergenza, tutte le attività concordate con il gentile staff sono saltate: vediamo il lato positivo, questo è un motivo in più per tornare in questi straordinari luoghi!

Santarcangelo di Romagna è una città di modeste dimensioni che fa parte della Provincia di Rimini, bagnata dai fiumi Uso e Marecchia e situata sul colle Giove, alto circa 90 metri s.l.m.

Durante l’epoca romana da Santarcangelo passava la via Emilia, che collegava Ariminum (Rimini) con Placentia (Piacenza) per poi continuare, grazie a un prolungamento successivo, fino a Milano (Mediolanum). Il paese fu dominato dal XIII secolo dai conti Ballacchi che vennero poi spodestati dai Malatesta di Rimini, nel XV secolo. I Malatesta presero anche possesso del Castello (rinominato tuttora Rocca Malatestiana), risalente alla fine del IX secolo. Dopo molte battaglie il castello e Santarcangelo finirono sotto il dominio della famiglia Da Montefeltro provenienti dalle Marche (leggete qui il mio articolo su Urbino) nel 1462 per poi passare nuovamente sotto i Malatesta. Abbandonata dalla famiglia riminese, la Rocca passò ai Veneziani che la cedettero alla Santa Sede nel 1505. Nel 1903 fu acquistata dai Conti Rasponi dai quali, per eredità, è giunta ai conti Spalletti e quindi ai Colonna di Paliano che ne sono tuttora proprietari. La sua attuale destinazione a sede dell’Associazione Sigismondo Malatesta che si occpua della sua valorizzazione.

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Un luogo legato dunque alle vicende del suo castello e alle numerose guerre e faide tra le famiglie nobiliari del Centro Italia.

Arrivati a Santarcangelo visitiamo subito la centralissima Piazza Ganganelli in cui spiccano immediatamente l’arco dedicato a Lorenzo Ganganelli (divenuto Papa Clemente XIV) del 1777 e il monumento ai caduti di Bernardino Boifava del 1925. In questa piazza ha sede il Municipio e la sua caratteristica principale è la presenza di ampi portici che mi ricordano un po’ quelli di Bologna. La piazza è il luogo nevralgico della vita degli abitanti di Santarcangelo: bambini in festa, famiglie e dolci amanti passeggiano lungo il suo perimetro e ammirano il maestoso arco: questo è conosciuto come “Arco dei cornuti” in quanto una tradizione vuole che il giorno di San Martino, l’11 di novembre, si fissino in occasione di questa festa delle corna sotto l’arco e se passando sotto ad esse queste si muovono vuol dire che “iddu è curnutu” (per dirla alla siciliana). Una simpatica tradizione direi!

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Dopo aver scattato qualche foto alla splendida piazza il nostro stomaco comincia a farsi sentire: in effetti è quasi l’una e prima di visitare il borgo una bella mangiata ci vuole! Volendo pranzare in centro l’occhio ci cadde su un luogo assai particolare: il Ristorante Ferramenta. Intrigati dal menu siamo subito entrati e davanti agli occhi ci si è aperto un mondo: un negozio di ferramenta trasformato in splendida trattoria, con ancora gli attrezzi del mestiere ma inseriti nel contesto con gusto e maestria. Un luogo così non si trova di certo tutti i giorni!

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Entusiasti e galvanizzati ordiniamo subito del buon cibo: io mi lancio su un primo e precisamente su di un piatto di strozzapreti al ragù rosa mentre Gabriele si butta su una pizza in teglia crudo e burrata: presentazione ottima, cibo delizioso, atmosfera da favola! Per ultimo non poteva mancare il dolce: una deliziosa coppa con crema di mascarpone di loro produzione e scaglie di cioccolato.

Rotolanti e con un chilo in più acquisito solo grazie alla crema al mascarpone, ci apprestiamo ad uscire da questo paradiso culinario per visitare la bella Santarcangelo.

Tra le viuzze si respira un’aria fresca con il profumo di storia, sembra che il tempo qui si sia fermato: i colori tenui e le architetture in mattoni la fanno da padrone. Ma Santarcangelo non è affatto assopita nel passato, anzi! Numerosi sono i cantieri per la ristrutturazione delle case, segno di una comunità viva e in fermento. Salendo lungo le vie arriviamo alla Rocca Malatestiana che non possiamo visitare a causa della chiusura precauzionale (così come tutti i musei e le rocche che incontreremo in questo viaggio): ci accontentiamo di scattare qualche foto e poi ci dirigiamo verso il cosiddetto Campanone, la torre simbolo di Santarcangelo.

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Il Campanone fu costruito nel 1893, alto 25 metri, in stile neogotico con merlatura in alto ed è coronato dall’immagine di San Michele Arcangelo in ferro battuto a mano indicante la direzione del vento. Ancor oggi indica l’ora esatta agli abitanti della città con i suoi tipici rintocchi di campana.

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In questa parte della città i vicoli sono silenziosi e solo un gatto solitario ci accompagna in questo tour verso una cittadina che tanto ha da offrire.

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Dopo aver scattato le ultime fotografie decidiamo di prendere l’auto e di spostarci verso San Leo per scoprire il suo borgo medioevale.

Dirigendoci in auto verso questa meta non possiamo fare a meno di osservare i numerosi castelli e le rocche che si affacciano sugli aspri colli romagnoli: Verucchio, Torriana e in lontananza San Marino, sono ben visibili e ci attirano come una calamita. Non ci stupisce che siano così in gran numero e che ogni paese quasi ne possieda uno, dato il susseguirsi di pasaggi di mano nella storia di questo territorio, date le faide e le numerose lotte che qui si sono concretizzate. Oggi, di quel passato sanguinoso ci rimane la straordinaria bellezza di questi fortilizi: Donna Vagabonda secondo voi poteva rimanere impassibile davanti a cotanta bellezza? OVVIAMENTE NO!

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Dunque stiamo raggiungendo San Leo e il cielo limpido si tramuta in minaccioso e cupo, quasi a non volere il nostro arrivo. Le temperature si abbassano brusamente e da 13 gradi passiamo a 4, un vento sferzante lambisce il nostro mezzo e da dietro le colline fa capolino la neve: tutto un altro ambiente, un altro mondo! Eppure siamo sempre in Romagna e ancora una volta questa regione ci lascia stupefatti per le sue numerose e variegate sfaccettature. Giunti a San Leo notiamo come in giro non ci sia anima viva se non un’altra coppia di viaggiatori che come noi ha voluto venire qui (un pensiero ci salta in mente e ci dice “perchè questa idea?! Tornate a Santarcangelo!“). Eppure la voglia di scoprire e di vedere è più forte anche del vento ululante (che me la farà pagare regalandomi ben 5 herpes labbiali nei giorni successivi) e così ci dirigiamo verso l’incantevole centro storico, bandiera arancione per il Touring Club e facente parte del circuito dei “Borghi più belli”.

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Il Borgo e la Rocca di San Leo

San Leo sorge sul colle del Montefeltro e il suo antico nome è proprio Mons Feretrius, tradizionalmente legato ad un importante insediamento romano, sorto intorno ad un tempio consacrato a Giove Feretrio. Il colle era comunque già abitato in epoca preromanica.

A partire dal IX-X secolo l’abitato acquisisce il nome dall’eremita Leo (diventato poi santo), che qui giunse dalla Dalmazia assieme a Marino e portò qui il cristianesimo che si propagò veolcemente. Leone è considerato, per tradizione, il primo Vescovo di Montefeltro e dal suo arrivo in poi San Leo diventa la capitale della zona del Montefeltro.

San Leo è stata capitale del Regno Italico di Berengario II, il quale fu sconfitto a Pavia nel 961.

Il centro fu dominio dei conti di Montecopiolo, dei Da Montefeltro (dall’antico nome di San Leo), dei Malatesta, dei Medici, conteso con i Della Rovere, fino al passaggio sotto lo stato pontificio nel 1631. Fu luogo di passaggio di San Francesco nel 1213, di Dante nel 1306, prigione di Felice Orsini e dell’alchimista Cagliostro. San Leo è appartenuta alla regione Marche fino al 15 agosto del 2009 quando ne è stato distaccato congiuntamente ad altri sei comuni dell’Alta Valmarecchia in attuazione dell’esito di un referendum svolto il 17 e 18 dicembre 2006.

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Il centro del borgo conserva con straordinaria cura gli edifici romanici, la Pieve, la Cattedrale e la Torre Camapanaria mentre i palazzi sono stati rimaneggiati durante l’epica rinascimentale. Spicca su tutto la fortezza di San Leo, posta in posizione dominante rispetto all’abitato: il forte che vediamo oggi è stato edificato dall’ingegnere senese Francesco di Giorgio Martini sui resti di un forte già esistente dall’epoca romana.

Nel 1502 Cesare Borgia, con il sostegno di papa Alessandro VI, si impadronì della fortezza. Alla morte del pontefice, nel 1503, Guidobaldo da Montefeltro riprese il possesso dei suoi domini. Nel 1516 le truppe fiorentine, sostenute questa volta da Leone X e guidate da Antonio Ricasoli penetrarono nella città e requisirono il forte.

Sino alla devoluzione allo Stato Pontificio del ducato di Urbino, nel 1631, San Leo appartenne dal 1527 ai Della Rovere. Con il nuovo possesso la destinazione dell’edificio passò da rocca a carcere, le cui celle erano ricavate negli alloggi dei militari. Fra i reclusi che vi furono imprigionati spiccano i nomi di Felice Orsini e dell’avventuriero palermitano Cagliostro. Nel 1906 la fortezza cessò di essere un carcere e per otto anni, fino al 1914, ospitò una “compagnia di disciplina”. Attualmente gli ambienti della fortezza ospitano un museo d’armi e una pinacoteca.

Purtroppo a causa delle disposizioni regionali in merito al Covid non siamo riusciti a visitare la rocca o altri edifici della città ma il borgo, nonostante tutto, ci ha impressionato per la sua bellezza e la sua atmosfera. Sarà stato anche il maltempo ma qui abbiamo respirato davvero un’aria antica e la visita, seppur breve, ci ha conquistato. Dopo aver scattato qualche fotografia siamo dovuti scendere per tornare alla nostra base, a causa di una pioggia che ci stava più che minacciando e per via delle temperature infelici. Nonostante ciò abbiamo commentato la nostra breve permanenza durante il viaggio di ritorno.

Stanchi ma soddisfatti siamo rientrati al nostro accogliente appartamento e ci siamo goduti una cenetta fatta in casa: le membra erano stanche e, in previsione della giornata seguente, avevamo bisogno di riposare.

Il primo giorno così si è concluso, con me sempre più innamorata della Romagna e con Gabriele sempre più curioso di scoprire luoghi nuovi.

Se vi è piaciuto il primo giorno, scoprite la pianificazione di questo viaggio clicccando qui.

consigli

Cosa vedere e fotografare: l’entroterra riminese è ricco di castelli, rocche e fortilizi che si possono visitare e/o fotografare dall’esterno. Fissate una base e partite per un bel viaggio on the road alla scoperta di questi luoghi così suggestivi!

Contatti utili: se vi interessa approfondire la storia di questi luoghi recatevi o scrivete allo IAT di Santarcangelo di Romagna e allo IAT di San Leo.

Guide Vagabonde: Se volete conoscere la storia o siete incuriositi dalle leggende che qui si sono ambientate vi consiglio di leggere tre libri:

  • Rocce e Castelli dell’Emilia Romagna di Marcello Cigognani
  • Castelli, dimore storiche e rocche dell’Emilia Romagna di Daniela Piccinini e Fabio Raffaelli
  • Castelli e fortificazioni del riminese Ediz. illustrata di Elisa Tosi Brandi

Diario di viaggio: Varsavia – Arrivo e Giorno 1

Varsavia, capitale della Polonia.

Quando decisi di andarci, un po’ per caso e un po’ perchè effettivamente non ero mai stata in Polonia, in molti mi dissero:”ma cosa c’è a Varsavia? Sicuramente meglio Cracovia!” – nonostante questa sostanziale diffidenza verso la città più grande dello Stato da parte di molti, ho deciso di organizzare il viaggio e di partire, questa volta con la mia mamma Irene, compagna di molte avventure nelle capitali europee.

Diario di viaggio Varsavia

Dunque, organizzato il viaggio (leggete qui la pianifcazione), ci apprestiamo a partire dall’Aeroporto di Bergamo Orio al Serio: già quando siamo arrivate abbiamo notato subito che il nostro volo era in ritardo (20 minuti, poca cosa) e allora ce la siamo presa un po’ più comoda, accomodandoci e cenando con un panino. Il ritardo, però, continuava ad aumentare e, alla fine, invece di partire alle 19:30 siamo decollati alle 22:00. Eh beh, inziamo subito bene!

Arrivate all’aeroporto avevamo in previsione di prendere un bus di linea che ci portasse dall’Aeroporto di Modlin fino in città ma, con ben oltre due ore e mezza di ritardo, siamo atterrate e gli autobus avevano terminato ormai il servizio. Così, decisi di installare l’applicazione di UBER per vedere se si trovassero taxi disponibili: sia dato il caso che a Varsavia UBER sia molto attiva e che potevo scegliere tra molti taxi disponibili per giungere all’hotel. Ancora prima di uscire dall’aeroporto, avevo prenotato un taxi che in cinque minuti si fece trovare al punto stabilito per il rendezvous: l’autista, un giovane ragazzo di nome Serhii, ci ha accolto, aiutato con le valigie e ci ha portato a destinazione nel giro di 25 minuti circa. Tramite questa applicazione, infatti, si può scegliere l’autista in base al costo della corsa, che viene già impostata dall’user con lo smartphone. Comoda e pratica direi!

A circa mezzanotte siamo finalmente arrivate al nostro hotel, il Metropol Hotel, moderna struttura situata nel cuore del centro nuovo di Varsavia, proprio di fronte al Palazzo della Cultura e della Scienza di Varsavia. Stanche e assonnate non facciamo molto caso alla stanza e ci infiliamo subito a letto, finalmente nella tanto agognata Polonia.

Il primo giorno inizia verso le 9: dovevamo ricaricare le batterie e una buona dormita ci ha aiutato in questo. Finalmente con occhi lucidi possiamo renderci conto di dove siamo: la stanza è ben disposta, con un bagno grande dove ci si può stare comodamente in due e una doccia spaziosa. Rinfrescateci, scendiamo per la colazione: la sala della colazione è in realtà un vero e proprio ristorante che serve specialità della cucina polacca. La scelta è ricaduta su questo hotel anche per questo dato che alla sera desideravamo avere la certezza di avere un punto fisso per poter, eventualmente, cenare: i viaggi con mia mamma sono tutti un po’ più soft ma di questo non mi lamento, anzi!

Dunque, scelto il tavolo ci troviamo davanti ad un bel fornito buffet e subito decidiamo di assaggiare qualche dolcetto tipico della Polonia: non so ben dirvi che cosa abbiamo mangiato, erano simili alle nostre paste, l’importante è che erano buone!

Dopo una lauta colazione ci prepariamo a visitare il primo monumento: il Palazzo della Cultura e della Scienza di Varsavia, proprio a pochissima distanza dal nostro hotel. Prima però di salire sulla sua terrazza, siamo andate alla ricerca dell’Ufficio del Turismo per acquistare le Warsaw Pass: con queste avremmo avuto la possibilità di viaggiare quante avremmo voluto sui mezzi pubblici gratuitamente e di visitare musei convenzionati senza pagare ulteriormente altri biglietti.

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Il distretto nuovo di Varsavia

L’addetto dell’Ufficio del Turismo, che parlava un italiano molto fluente, ci consigliò di vedere anche il Museo della Casa delle Bambole, che si trova proprio a pochi passi dall’ufficio: detto, fatto! Un museo del genere proprio non ci aspettavamo di vederlo, eppure nei viaggi non si deve dar mai nulla per scontato! Infatti, il museo non solo ci è piaciuto molto ma ci ha anche stupito: una collezione di case delle bambole non si vede di certo tutti i giorni, specie in un museo! Se vi va di approfondire il tutto, vi invito a leggere il mio articolo a riguardo cliccando qui.

Dopo aver visitato il museo ci dirigiamo al Palazzo della Cultura e della Scienza, per poter salire sulla sua mitica terrazza e godere di un panorama eccezionale.

Il Palazzo della Cultura e della Scienza (Pałac Kultury i Nauki in polacco, abbreviato in PKiN) è alto 237 metri e ha ben 42 piani. Per diversi decenni è stato il secondo edificio più alto d’Europa e al suo interno ospita musei, sale congressi, teatri, cinematografi e uffici. Il palazzo fu donato alla Polonia dall’Unione Sovietica e venne progettato da Lev Vladimirovič Rudnev come replica dell’edificio principale dell’Università Lomonossov. La sua costruzione iniziò nel 1952 e venne terminata nel 1955; fu realizzata da circa 3500 lavoratori provenienti in gran parte dall’Unione Sovietica, 16 dei quali morirono durante i lavori. È anche detto Palazzo di Stalin: fu costruito infatti per suo volere come regalo alla città di Varsavia.

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Il Palazzo della Cultura e della Scienza

Dopo la caduta del comunismo nel 1989 c’è stato un dibattito per valutare la demolizione dell’edificio ma la giunta comunale ha deciso di salvare il palazzo. Dal febbraio del 2007, l’edificio fa parte del registro dei beni tutelati, ponendo di fatto fine al dibattito sulla sua demolizione. È ancora oggi l’edificio più alto di tutta la Polonia, ma è previsto che perderà tale titolo nel 2020 al termine della costruzione del grattacielo Varso, che sarà l’edificio più alto dell’Unione europea.

Arrivate all’ingresso notiamo un’immensa fila per poter salire ma noi, grazie alle Warsaw Pass fresche fresche saltiamo la fila e saliamo in men che non si dica tramite l’ascensore. Arrivate godiamo di una vista di Varsavia spettacolare!

Ciò che colpisce di più è il mutamento di questa città: innumerevoli sono i cantieri aperti e il suo volto sta cambiando profondamente. Varsavia, da città comunista a città europea, che vuole scrollarsi di dosso un passato oscuro, fatto di sangue e di rivolte e che oggi vuole vivere e mostrarsi come una città accogliente e all’avanguardia. Numerosi, proprio in questa zona della città, sono i grattacieli che si stanno costruendo o che sono già sorti, segno di una metropoli che vuole proiettarsi nel futuro, anche grazie all’edilizia.

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Sulla terrazza panoramica ci si può sedere, gustare un gelato, acquistare dei souvenir: tutto è predisposto affinchè la visita sia piacevole.

Ancora un po’ intontite dal viaggio ammiriamo abbracciate questa immensa città, felici di essere in Polonia.

Dopo aver goduto di una vista straordinaria decidiamo di scendere e di esplorare i dintorni: notiamo un indefinito numero di auto d’epoca, soprattutto FIAT 126 e 128. Queste auto sono disponibili per un tour in solo per la città: non poteva non scapparci la risata ma non perchè fossero ridicole ma per l’idea geniale. Delle auto dismesse probabilmente provenienti dalla stessa nostra Italia qui hanno riacquistato vita e sono diventate un mezzo divertente ed inusuale per poter scoprire la città. Per questa volta decidiamo di non azzardarci, non conoscendo bene la città, ma se tornerò a Varsavia di sicuro un giro lo farò!

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Auto d’epoca colorate e simpatiche!

Scattate alcune foto, decidiamo di avvicinarci al centro storico, il cosiddetto Stare Miasto: prendiamo uno dei numerosi tram di linea che ci lasciano proprio al di sotto del centro. Salite le scale vediamo davanti a noi uno spettacolo incredibile: la piazza del Castello Reale.

Questa piazza è il fulcro del centro, colorato e vistoso, ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale su immagine del vecchio centro storico e dichiarato nel 1980 Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

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Piazza del Castello Reale

La piazza fu progettata da Jakob Kubicki e sistemata tra il 1818 e il 1821 in corrispondenza dell’antico bastione esterno del Castello Reale. Per l’apertura della piazza fu demolito un isolato di case che si aprivano sul lato sud della scomparsa via Bernardyńska.

Il castello occupava il lato orientale della piazza, mentre sugli altri lati la piazza è circondata da case antiche, distrutte durante la seconda guerra mondiale e ricostruite nel dopoguerra, e dalle mura cittadine, con la scomparsa “porta di Cracovia” (Krakowska), principale accesso al centro storico dal lato meridionale. Dalla piazza partiva inoltre la “Strada Reale”, che conduceva alla residenza reale estiva del palazzo di Wilanów (che abbiamo visitato durante il terzo giorno, di cui vi racconterò a breve).

Davanti la facciata del Castello Reale si trova la “Colonna di Sigismondo” (Kolumna Zygmunta), eretta al centro della piazza in onore del re Sigismondo III Vasa nel 1644. Il monumento, alto 22 m, fu disegnato dagli architetti italiani Agostino Locci il Vecchio e Costante Tencalla e reca in cima una statua di bronzo del re, opera di Clemente Molli. La colonna venne sostituita più volte, in seguito ai danneggiamenti bellici, mentre la statua è ancora quella originale.

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La Colonna di Sigismondo

La piazza è festosa, allegra, brulicante di persone provenienti da ogni dove, di bambini, di artisti di strada, di suonatori di violino. Questo fascino indiscutibile mi riporta alla mente l’immagine che avevo della Polonia e dei polacchi: uno Stato accogliente, festoso, legato a tradizioni millenarie, alla musica e alla bellezza, con persone gentili e dedite al bello. Devo dire che questo viaggio ha confermato e ampliato questa mia immagine.

Siamo ad agosto ed il caldo comincia a farsi sentire: a tal proposito notiamo che proprio ai margini della piazza si trovano due carretti che fanno limonata e mojito sul posto. Beh, non potevamo esimerci e così abbiamo ordinato (ad un prezzo davvero irrisorio, circa 2 euro a limonata) due buone limonate: Varsavia ci stupisce anche in questo, chi si immaginava di trovare dei carretti simili?

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Il venditore di limonate

Dopo un pranzo a base di panini ci dirigiamo verso la scoperta del Castello Reale.

Il Castello Reale di Varsavia è il palazzo reale e residenza ufficiale dei monarchi polacchi: risale al XIV secolo e fu edificato dai duchi di Masovia.

Nel 1596 il re Sigismondo III Wasa lo scelse come residenza quando la città di Varsavia venne scelta come capitale del regno.

Parzialmente distrutto dalle bombe tedesche durante l’invasione della Polonia del settembre 1939: durante l’assedio di Varsavia molte delle opere d’arte del castello furono trasferite o nascoste alle autorità naziste, per essere poi riesposte dopo la guerra. Il Castello fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti tedeschi durante la rivolta di Varsavia. Le rovine vennero fatte esplodere da ingegneri tedeschi nel settembre 1944 e non furono rimosse fino al 1971. La ricostruzione iniziò all’inizio degli anni settanta e nel luglio 1974 tornò in servizio l’orologio della torre, all’ora esatta a cui si era fermato al momento del bombardamento della Luftwaffe. In seguito la ricostruzione venne completata nel 1988.

Il castello si articola intorno ad una grande corte interna, un pentagono con tre lati ad angolo retto, due dei quali danno sulla piazza del Castello. Su uno di essi si apre l’ingresso principale, sormontato dalla torre di Sigismondo, munita di orologio a partire dal 1622, mentre l’altro si collega al primo tratto del settore orientale, verso la Vistola, in questo punto originaria dell’epoca dei duchi di Masovia: in corrispondenza dell’angolo sporge verso l’esterno la torre Grodzka, risalente al XIV secolo, mentre la facciata sul cortile interno conserva tracce delle originarie strutture gotiche.

Sulla facciata interna la torre di Ladislao, costruita nel 1571 e rimaneggiata nel 1637-1643, separa la parte più antica dall'”Ala sassone”, dove si trova la galleria Kubicki, terrazza panoramica porticata affacciata sul fiume. Oltre l’originario pentagono, l’Ala sassone prosegue con l’ala Bacciarelli, del XVIII secolo e in origine destinata a sede della scuola d’arte di Maurizio Bacciarelli, e oggi adibita ad uffici.

Tutti gli ambienti interni vennero ricostruiti con le loro decorazioni originarie e ospitano le opere d’arte e gli arredi nascosti alle autorità naziste e salvati dalla distruzione.

Dopo aver acquistato i biglietti (che sono fuori dal circuito del Warsaw Pass), ci dirigiamo a visitare questo meraviglioso castello: i suoi interni sono regali ma sicuramente meno sontuosi rispetto agli interni di Schönbrunn o di altri castelli ma questo non ci dispiace. Gli ampi saloni danno un senso di spazio quasi sconfinato e le opere d’arte illuminano naturalmente il percorso di ogni visitatore. Per nostra fortuna possiamo scattare delle foto, che ho il piacere di mostrarvi.

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La sala che mi colpisce di più è quella detta “del Canaletto” che ospita diverse pitture mostranti alcuni panorami di Varsavia. Solo uno però è stato dipinto dal celebre maestro Canaletto, mentre gli altri sono stati realizzati dal nipote Bernardo Bellotto. Mi ha fatto davvero piacere vedere le opere di due tra gli artisti che ammiro di più qui, proprio a Varsavia. Ma l’Italia non è solo rappresentata da loro, ma anche da Marcello Bacciarelli che fu pittore di corte dal 1756 e grande stimato non solo dal Re Augusto III (che lo introdusse a corte) ma anche e soprattutto da Stanisław Poniatowski, il futuro Re Stanislao II di Polonia.

La visita ci occupa con piacere metà del pomeriggio e si corona con una buonissima fetta di torta che gustiamo proprio nel bar che fa parte del castello, con una meravigliosa vista sui giardini.

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Dolci squisiti in quel di Varsavia!

Il nostro tour prosegue, sempre più felici e stupite dalla bellezza di Varsavia: raggiungiamo quindi Rynek Starego Miasta, una delle piazze più belle e importanti di Varsavia, attorniata da case appartenute alle ricche famiglie mercanti della città. Fino alla fine del XVIII secolo questa piazza fu il fulcro della vita cittadina: qui si tenevano fiere periodiche e cerimonie municipali. Le case vennero pesantemente danneggiate, se non distrutte, dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale ma, come per gran parte delle strutture del centro storico, furono ricostruite secondo le strutture dell’epoca.

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La Rynek Starego Miasta

Sul lato corto della piazza situato a nord-ovest comprende otto case tutte collegate tra loro: vi chiederete, come mai? Perchè qui sorge il Museo storico di Varsavia (Muzeum Historyczne m. st. Warszawy), proprio costruito all’interno delle case che danno sulla piazza: una caratteristica davvero unica che ho trovato solo in questa città! Di questo museo ve ne parlerò presto dato che l’ho visitato durante l’ultimo giorno a Varsavia.

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L’entrata della piazza

L’ultima tappa della nostra giornata l’ha meritata il barbacane, che fa da spartiacque tra la città nuova e quella vecchia. Il barbacane (che nome insolito, vero?) venne eretto nel 1548 su progetto, pensate un po’, di un altro italiano, Giovanni Battista il Veneziano, attivo nel ducato di Masovia nel XVI secolo e incaricato del rifacimento delle precedenti mura del XIV secolo. La sua funzione doveva essere difensiva ma servì a tale scopo solo durante l’invasione svedese. Durante la Seconda Guerra Mondiale i resti di quello che erano il barbacane (smantellato quasi interamente nel corso dei secoli) vennero distrutti e il barbacane venne ricostruito tra il 1952 e il 1954. Oggi si può passare al di sotto della sua porta e passeggiare lungo il camminamento. Sulla strada che attraversa il barbacane si trovano alcune bancarelle di artigiani locali che vendono quadri, dipinti e opere d’arte. Inutile dirvi che mi sono sbizzarrita con le fotografie, questa città davvero si offre per gli amanti della fotografia!

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La stanchezza iniziava a farsi sentire, del resto non ci eravamo ancora fermate, e così siamo tornate in hotel per una bella doccia calda: durante il viaggio di ritorno ci siamo raccontate quanto sia stata interessante la visita il Castello Reale, quanto suggestiva la vista della piazza del Castello Reale, quanto peculiare quella della Rynek Starego Miasta. Tutto, tutto di Varsavia ci aveva colpito ed entusiasmato.

Dopo la doccia calda decidiamo di cenare presso il ristorante dell’hotel, il Metro Jazz Bar & Bistro, per provare qualche specialità della cucina polacca, a noi completamente sconosciuta.

Il menu, ricco e variegato per ogni palato, ci ha intrigato subito: come antipasto io ho scelto i Pikantne krewetki (gamberi piccanti in un brodo di chili con pane), mentre mia mamma ha provato i famosissimi Pierogi z kaczką, cioè i pierogi, dei gustosi ravioli con zucca, anatra e cardamomo. Come secondo piatto io ho ordinato una Kotlet schabowy z kostką, cioè una bistecca di maiale con panatura, mentre mia mamma si è mantenuta leggera e ha ordinato una Caesar Salad.

Una sola parola: SQUISITO!

Non potevamo scegliere di meglio: i piatti erano belli, puliti e con porzioni generose. Il gusto, beh, indescrivibilmente unico! Non potete immaginare quanto abbiamo gustato con piacere questa cena!

Per coronare una giornata perfetta siamo uscite a passeggiare nei dintorni, per goderci lo spettacolo del Palazzo della Cultura e della Scienza con i meravigliosi colori notturni.

Torniamo in hotel stanche, ma davvero, davvero soddisfatte.

Se volete leggere altri articoli su Varsavia, cliccate qui in basso:

Pianificazione di viaggio

7 Cose da non perdere a Varsavia

Il Museo del mese di Febbraio: il Museo regionale di Maribor

Per il Museo del mese di Febbraio questa volta ho dovuto scegliere io il contenuto da proporre perchè sul sondaggio del gruppo di Facebook si è creata una sostanziale parità tra il museo che qui vi propongo e un altro e alla fine, da buon arbitro, ho deciso di farvi conoscere un museo davvero poco conosciuto ma che merita di sicuro una visita se siete in zona: si tratta del Museo regionale di Maribor (Pokrajinski muzej).

Museo di Maribor

Il Museo regionale di Maribor si trova nell’omonima cittadina slovena, all’interno del Castello di Maribor e conserva collezioni di oggetti davvero incredibili: si spazia dai quadri alle uniformi, dai soldatini in metallo ai reperti archeologici, tutti pezzi ritrovati nella città di Maribor o nella regione della Stiria slovena.

Il museo, che può essere visitato solo accompagnati da una delle guide, mi ha offerto la possibilità esclusiva di poter scattare delle sue foto all’interno per la realizzazione di questo articolo. Per questo ci tengo a ringraziare personalmente la Signora Mirjana Brus per l’autorizzazione (e per la bella chiacchierata) e il Signor Afrodin Beriša per avermi fatto da guida con tanta gioia e con tanta professionalità.

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Il museo si apre al visitatore con una degna sezione archeologica, con reperti rinvenuti a Maribor e nei dintorni, che testimonia come questa area geografica sia stata colonizzata fin dall’antichità. Ciò che poi colpisce è però la disposizione di questo museo: difatti, l’esposizione si snoda attraverso le sale del Castello di Maribor in una modalità davvero non convenzionale. E’ così che si attraversano cortili, stretti passaggi, sale sontuose e scalinate massicce: un museo nel museo dunque, ricco di scorci suggestivi e favolosi oggetti esposti. Grazie a questa esposizione si possono vedere le ricostruzioni degli ambienti di vita medioevali, una ragguardevole collezione di uniformi e stendardi (non solo sloveni), una sezione adibita alla moda con l’esposizione di abiti che percorrono diversi periodi storici, una pregevole pinacoteca e molte altre sezioni ancora.

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Il museo regionale di Maribor è dunque un museo a tutto tondo, che mostra quanto di bello questa città ha saputo offrire e offre tutt’ora.

Terminata la piacevole visita, la mia guida mi conduce verso un’ultima parte del museo, che si trova al di fuori del castello ma proprio di fronte: è qui, al posto di un cinema ormai in disuso, che i curatori hanno voluto mostrare al visitatore una pregevole collezione di arredi da cucina e strumenti antichi. Fornelli, lavabo ma anche ceste, pentole, coltelli e arnesi del calzolaio donati dalla figlia di un ciabattino. Dulcis in fundo, la sala di proiezione è stata trasfomata in sala espositiva per mobili d’antiquariato.

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E’ proprio vero, certe meraviglie accadono solo in Slovenia!

Vi consiglio dunque di visitare questo magnifico museo, uno dei più belli che io abbia mai visto fino ad ora, che non ha nulla da invidiare a musei più famosi e con nomi ben più noti, unico e particolare.

Ringrazio ancora di cuore la Signora Mirjana Brus e il Signor Afrodin Beriša per la loro disponibilità e gentilezza.

Informazioni utili

Il Museo Regionale di Maribor si trova all’interno del Castello di Maribor presso Grajska ulica 2, Maribor.

Il Museo, così come è il Castello, è aperto dal Martedì alla Sabato dalle 10:00 alle 18:00 e la Domenica dalle 10:00 alle 14:00.

I biglietti hanno il seguente costo:

  • Adulti 5,00 euro
  • Studenti 3,50 euro
  • Pensionati 3,50 euro
  • Bambini 1, 50 euro
  • Gratuito per la stampa

Diario di Viaggio: Vienna – Giorno 3

Ed eccoci arrivati al terzo giorno a Vienna, alla metà del viaggio. Oggi è una giornata molto molto speciale perchè si tratta del mio compleanno: il 7 agosto infatti la vostra Donna Vagabonda ha compiuto 27 anni! Quale miglior modo di trascorrere il proprio compleanno se non in viaggio? Ormai è una tradizione che si ripete!

Diario di viaggio Vienna

Per questo giorno speciale io e Gabriele abbiamo deciso di visitare i favolosi musei di Storia Naturale e di Storia dell’Arte, ma prima una tappa la merita il Parlamento. In questo momento il Parlamento, normalmente ben visibile, è in ristrutturazione, dunque ciò che si può visitare gratuitamente è il cantiere, o meglio, il container che mostra il cantiere: questo è arricchito da informazioni riguardo all’edificio e all’intervento di restauro. La visita, seppur breve, è comunque interessante ed è un modo di valorizzare un bene che altrimenti sarebbe chiuso al pubblico.

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Una foto dal Cantiere del Parlamento

Dopo qualche minuto giungiamo in Piazza Maria Teresa, dove troneggiano due musei: il Museo di Storia Naturale di Vienna e il Museo di Storia dell’Arte di Vienna. Al centro della piazza si trova la celebre Statua di Maria Teresa, voluta dall’Imperatore Francesco Giuseppe per commemorare la sovrana illuminata, simbolo di saggezza e di sicurezza del potere. Per l’esecuzione del monumento a Maria Teresa, venne richiesto dal 1874 l’intervento di tre scultori: Johannes Benk, Carl Kundmann e Caspar Zumbusch che realizzarono un progetto comune, dividendosi poi i compiti nella realizzazione delle diverse statue bronzee che compongono il monumento. Al monumento occorsero 13 anni per essere completato, con un peso totale di 44 tonnellate. Sulla cima più alta risiede la figura dell’imperatrice che da sola raggiunge i 6 metri di altezza. La sovrana si trova seduta sul suo trono, in cima alla composizione, mentre impugna nella mano sinistra uno scettro e la prammatica sanzione, mentre con la mano destra saluta il suo popolo. Seduti intorno al trono sul cornicione stanno delle personificazioni allegoriche delle virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.

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Il Monumento di Maria Teresa

Ad ognuno dei quattro lati si trova un timpano con un rilievo ed una statua indipendente, ispirata a personaggi chiave che guidarono il governo di Maria Teresa:

Il monumeto riempie davvero la piazza e ci fa sentire molto piccoli al cospetto dell’austera Imperatrice che, dall’alto, protegge e guida ancora tutti gli austriaci e chi fa visita ai due musei. Di certo questo monumento è uno dei più iconici di Vienna e uno dei più famosi. Una piccola copia in miniatura si può osservare al Museo del Belvedere (leggete qui per saperne di più sul museo) e l’avevamo vista solamente il giorno prima.

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Il Museo di Storia Naturale con il Monumento di Maria Teresa

Dopo aver scattato qualche foto ci dirgiamo all’interno del primo museo, quello di Storia Naturale: in realtà io questi musei li avevo già visitati durante il mio primo viaggio a Vienna, ma avevo anche un’età diversa e molte cose le ho viste un po’ frettolsamente. Oggi finalmente posso rigodere di uno spettacolo senza pari. Il Museo di Storia Naturale di Vienna è uno dei più grandi di questo genere al mondo, nonchè il più grande di tutta l’Austria. Venne pensato per custodire l’enorme collezione naturalistica degli Asburgo e infatti risiede nel complesso della Hofburg. Fu aperto nel 1889 assieme al Kunsthistorisches Museum (il Museo di Storia dell’Arte, proprio di fronte).

Il Museo si articola su più piani ed è particolarmente imponente, nonchè estremamente ricco di oggetti e manufatti esposti. Le sezioni spaziano dalla mineralogia alla paleontologia, dall’entomologia alla zoologia, dalla geologia all’antropologia. Insomma, tutte le scienze naturali sono ben rappresentate e possono contare su un’esposizione coinvolgente e assai accattivante: accanto alla presentazione in stile “classico- museale” (con tutti i pezzi esposti e denominati da un cartellino), numerosi sono i pannelli didattici ed interattivi, anche per bambini. Insomma, cosa posso desiderare di più per il mio compleanno? E infatti la prima sezione che decido di visitare è quella dei miei amati minerali: intere sale con pezzi da collezione ed estetici perfettamente conservati, catalogati ed esposti. I miei occhi sono assolutamente a cuoricino e Gabriele deve trascinarmi fuori a forza, altrimenti ero ancora nella prima sala! Il mio fare da cicerone coinvolge totalmete il mio compagno che, alla fine e nonostante tutto, sorride sempre alle mie spiegazioni astruse sulla formazione e sulla composizione di queste meraviglie della natura. Notevole è anche la sezione dedicata alla gemmologia, con gemme di caratura eccezionale, veramente da urlo!

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Dopo più di un’ora e mezza passata tra queste sale, decidiamo di procedere verso la parte paleontologica e antropologica: qui sono conservati degli scheletri praticamente completi di dinosauri oltre che degli animatroni in dimensioni naturali di alcuni grandi dinosauri del passato, come l’allosauro. Di notevole interesse è la presenza nel museo della famosissima Venere di Willendorf, ospitata in una sala praticamente esclusiva.

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Dopo aver visitato tutto il primo piano, ci accingiamo a visitare anche il secondo, tutto o quasi dedicato alla zoologia e alle sue branche: di notevole interesse è di sicuro la collezione entomologica che risale al 1793 e venne poi ampliata negli anni. Non poteva poi mancare una ricchissima collezione di avifauna, con uccelli tassidermizzati provenienti da ogni continente. Per me è veramente la manna.

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La Venere di Willendorf

Dopo ben 4 ore passate all’interno del museo sentiamo che la fame inizia a farsi sentire: decidiamo di mangiare qualcosa di veloce ed optiamo per un panino con il currywurst, acquistato a pochi metri dai musei. La giornata è nuvolosa ma la pioggia non è una minaccia quindi ci sediamo su una delle panchine della piazza e ci gustiamo il nostro mega panino riempito di salse e di paprika. Gabriele ha scelto di provare una variante piccante e le sue papille hanno davvero urlato! Insomma, Vienna non solo è bella ma ci offre anche momenti di puro divertimento. Le risate non mancano mai!

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Sazi e contenti decidiamo di dirigerci verso il secondo museo, quello di Storia dell’Arte. Anche questo museo è diviso in vari piani e ospita capolavori dell’arte antica, greca, romana, medioevale, rinascimentale, fino al ‘600. Tra sculture, pitture, oggetti e opere d’arte varie, il museo ospita mezzo milione di pezzi. La collezione originaria appartiene, ancora una volta, agli Asburgo e il museo espone opere di Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Tiziano Vecellio, Correggio, Giorgione, Lorenzo Lotto, Jan Brueghel il Vecchio, Jan Brueghel il Giovane, Giuseppe Arcimboldo, Albrecht Dürer, Parmigianino, Raffaello Sanzio, Pieter Paul Rubens e di molti altri artisti. Oltre ai dipinti sono presenti anche altre collezioni: la collezione egizia orientale (Ägyptisch- Orientalische Sammlung), la collezione delle antichità romane e greche (Antikensammlung), quella della scultura e delle arti decorative (Kunstkammer), il gabinetto numismatico (Münzkabinett), la biblioteca (Museumsbibliothek).

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Un museo del genere, come quello di Storia Naturale, bisognerebbe visitarlo a più riprese, data la mole e la diversità dei reperti esposti. Le sezioni che più ci colpiscono sono quella dell’arte greca e, naturalmente, della pittura. Ricordo ancora quando ho visitato la prima volta il museo con mia zia Gianfranca: il suo entusiasmo era alle stelle e mi descriveva minuziosamente le tecniche di realizzazione o la storia dell’artista. Di sicuro, la mia passione per l’arte proviene da questi suoi racconti. Ricordo ancora molto bene quanto rimasi colpita dai ritratti di Velázquez o dalla maestosità della neve dipinta da Bruegel, ma anche dalle curiose composizioni dell’Arcimboldo. In questa occasione ho potuto apprezzare ancora di più l’esposizione, avendo acquisito una maggiore conoscenza della storia dell’arte. A mio parere questo museo completa chiaramente la collezione del Belvedere (leggete qui il mio articolo a riguardo) e riesce ad emozionare come pochi altri.

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Come per l’altro museo, la visita è durata circa 4 ore, intense e molto emozionanti. Un bellissimo ricordo mi ha lasciato la presenza di una signora che stava dipingendo un quandro di Bruegel il Vecchio presente al suo interno: si tratta de “Cacciatori nella neve”. La Signora stava dipingendo questa bellissima opera con estrema calma e concentrazione: ogni sua pennellata faceva trasparire la bellezza sia della sua nuova opera che di quella da cui derivava. La presenza di questa pittrice ha sicuramente donato un tocco in più, poetico e romantico, alla nostra esperienza. Io, naturalmente, non potevo non fotografarla!

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Dopo otto ore (forse qualcosa in più) intense ed emozionanti, dediciamo di lasciare i musei per dirigerci verso il centro e precisamente verso l’Hotel Sacher. Naturalmente il nome di questo luogo avrà risvegliato in voi una certa voglia di torta al cioccolato…Ed è proprio per quello che ci siamo andati! Non è un vero compleanno senza una buona torta e qui forse si può assaggiare la migliore di tutte: l’Hotel Sacher è uno dei pochissimi luoghi dove appunto si può gustare la celebre Torta Sacher ideata da Franz Sacher.

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Arrivati notiamo subito la lunga fila per entrare ma questo non ci scoraggia: a tutti i costi siamo determinati a gustare la torta. Dopo un’attesa di circa un’ora, finalmente ci fanno salire al primo piano e ci fanno accomodare ad un tavolino per due con vista sulla via. La sala da tè è ordinata e lussuosa, i camerieri sono tutti ben vestiti e indossano guanti bianchi. Sembra proprio di essere in un ambiente esclusivo! Arrivati i menù, decidiamo di ordinare: per me una fetta della classica Torta Sacher con panna montata e cioccolata mentre Gabri sceglie lo strudel, sempre con cioccolata. Le papille gustative cantavano una melodia gioiosa e il nostro palato sprizzava gioia da tutti i pori. CHE BONTA’!

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I dolci più buoni dell’intero universo!

Questo dolce ci vale come cena e quindi decidiamo di rientrare, stanchi dalla giornata così ricca di eventi e soddisfatti per aver visto così tante meraviglie. Il mio compleanno non poteva essere più elettrizzante e divertente. Grazie Vienna per avermi regalato tutte queste emozioni!

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Il Museo del mese di Dicembre: La Scottish National Gallery

Come Museo del mese di Dicembre voi lettori avete votato nel sondaggio del gruppo Facebook la Scottish National Gallery di Edimburgo. Ho visitato questo museo in occasione del mio viaggio in Scozia dell’estate del 2019: sapevo che sarebbe stato un museo estremamente interessante e così, per la mia ultima mattina in Scozia, mi sono diretta proprio qui.

Scottish National Gallery

La Scottish National Gallery (in italiano Galleria Nazionale di Scozia) è una galleria d’arte di Edimburgo, la capitale della Scozia. La costruzione che ospita la galleria è un edificio in stile neoclassico del 1859, anno in cui fu inaugurato il museo, e fu progettata da William Henry Playfair.

La National Gallery ospita un volume imponente di opere di grande prestigio e questo fa sì che questa galleria sia una delle più importanti della Gran Bretagna, nonchè dell’Europa tutta.

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Le sale della Galleria

Il museo si fondò inizialmente sulle opere della Royal Institution attiva dagli inizi dell’Ottocento e poi si è andato arricchendo progressivamente fino ad assumere le caratteristiche di una delle più belle ‘piccole collezioni’ del mondo.

Nel 1946 ha ricevuto in prestito permanente da duchi di Sutherland le opere della famosa collezione Bridgewater, già a Londra, che comprende tre opere di Raffaello, cinque di Tiziano, un autoritratto di Rembrandt, e otto dipinti di Poussin, tra cui la famosa seconda serie dei Sette Sacramenti. Il presito venne riconfermato nel 2009 per altri 21 anni.

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Nel 1961 la pinacoteca ha avuto in dono la collezione Maitland di impressionisti francesi. Negli ultimi 25 anni, infine, sotto la direzione specialmente di Thymothy Clifford, direttore fino al 2005, la Galleria si è arricchita di capolavori tra gli altri di Botticelli, Guercino, Guido Reni, Gian Lorenzo Bernini e specialmente della seconda versione delle Tre Grazie di Antonio Canova, già del Duca di Bedford, acquistata insieme al Victoria and Albert Museum di Londra nel 1994.

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La collezione più consistente è quella riguardante la pittura scozzese: la Scottish National Gallery è la galleria che detiene il patrimonio maggiore.

Sono inoltre di proprietà della galleria opere di Vitale da Bologna, Tintoretto, Veronese, Rubens, Van Dyck, Velazquez, e di molti altri autori. Non possono mancare gli esponenti dell’Impressionismo e del Post Impressionismo come Vincent van Gogh, Claude Monet, Paul Gauguin.

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Un così importante museo d’arte non poteva essere tralasciato durante la mia visita nella capitale scozzese e in effetti merita assolutamente l’attenzione del viaggiatore. L’ingresso gratuito invoglia ancora di più chi non è appassionato (e non solo) a visitare questo luogo: la lungimiranza del museo nell’applicare questa politica è senza pari. L’arte, infatti, deve essere fruibile e apprezzata da tutti, senza vincoli o costrizioni. Un approccio che condivido assolutamente. Capisco però anche i musei che fanno pagare il biglietto d’ingresso, date le scarse (o a volte nulle) convenzioni che ricevono.

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Le sale del museo sono ampie e luminose e permettono al visitatore di scattare delle belle foto alle opere d’arte, ben illuminate. Consiglio vivamente di visitare questo piccolo gioiello di Edimburgo, città storica di famosa bellezza.

Informazioni Utili

La National Gallery of Scotland si trova ad Edimburgo, presso il The Mound, in pieno centro storico.

La galleria è facilmente raggiungibile a piedi e con i mezzi pubblici.

L’ingresso alla Galleria è completamente gratuito.

La Galleria è aperta ogni giorno, dalle 10 del mattino fino alle 17.

Il giovedì la chiusura è alle ore 19.

Per saperne di più, visitate il sito ufficiale.

Diario di viaggio: Vienna – Giorno 2

Ed eccoci al secondo giorno a Vienna, entusiasti e galvanizzati per una nuova giornata ricca di storia ed emozioni. Il cielo sopra di noi non è molto invitante e la pioggia è pronta a sorprenderci in ogni momento ma questo non ci scoraggia. Decidiamo, sfruttando il maltempo, di visitare il bellissimo Complesso Reale della Hofburg. La storia di questo simbolo di Vienna è davvero secolare e ricca di nomi e personalità influenti. Non ci resta dunque che prendere la metro e dirigerci verso il Palazzo Reale.

 

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Il nucleo centrale del Palazzo si trova nel distretto di Innere Stadt: una parte di essa è la residenza e il luogo di lavoro del Presidente dell’Austria mentre quasi tutto il complesso è stato adibito a funzione museale (non tutto il complesso si erge su di un unico palazzo). La Hofburg si estende per 240000 metri quadri ed è formata da ben 18 ali, 19 cortili, 2600 stanze. La costruzione risale al XIII secolo e grazie agli Asburgo venne ampliata e arricchita. Il complesso è costituito da una serie di residenze a palazzi tra loro apparentemente distaccati, la Cappella Imperiale (Hofkapelle o Burgkapelle), il Naturhistorisches Museum ed il Kunsthistorisches Museum, la Biblioteca Nazionale Austriaca (Hofbibliothek), il tesoro imperiale (Schatzkammer), il Burgtheater, la Scuola di cavalleria spagnola (Hofreitschule), le stalle imperiali (Stallburg e Hofstallungen), ed il centro congressi Hofburg. Con una storia così antica e con il desiderio di creare un’opera maestosa, il progetto non poteva che essere affidato a numerosi artisti tra cui l’architetto ed ingegnere italiano Filiberto Luchese (che curò il Leopoldinischer Trakt), Lodovico Burnacini, Martino Carlone e Domenico Carlone, gli architetti barocchi Johann Lucas von Hildebrandt e Joseph Emanuel Fischer von Erlach (l’ala della Cancelleria Imperiale e la scuola di cavalleria invernale), Johann Fischer von Erlach (la biblioteca), e gli architetti della grandiosa Neue Burg costruita tra il 1881 ed il 1913.

Arrivati di buon’ora notiamo che già la fila per entrare è ben nutrita: evidentemente in molti hanno pensato di dirigersi verso un luogo chiuso come noi a causa del cattivo tempo. Le file non ci scoraggiano e dunque ci apprestiamo ad entrare, pazientando.

Avevo visitato già la Hofburg quando giunsi a Vienna la prima volta, a 18 anni, e sapevo quali meraviglie mi attendevano ma l’emozione è stata come quella che ho provato molti anni orsono: incredibile. La visita si apre con il Museo delle Argenterie, uno dei più ricchi e interessanti del mondo. Piatti, stoviglie, posate e suppellettili ci colpiscono per la loro preziosità e per lo sfarzo che solo una famiglia imperiale poteva permettersi. La storia della Camera delle argenterie risale al 1400 e la collezione si è arricchita sempre di più. Il 1° aprile 1995 è stato inaugurato il Museo delle argenterie e ad oggi la superficie è di 1300 metri quadrati e sono esposti circa 7000 pezzi (in totale sono più di 150000): notevole, non è vero?

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Dettagli dorati

Lo sguardo è davvero travolto dal lusso di questa posateria e dalla vera arte che si trova palesata in questi oggetti: oro, argento, ceramica ed altri materiali preziosi ci hanno impressionati davvero molto e ci hanno riempito il cuore di bellezza e sofisticatezza.

 

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Dopo più di un’ora di visita ci dirigiamo verso gli appartamenti reali: qui le fotografie non sono permesse e quindi non posso mostrarvi le meravigliose stanze imperiali. Una cosa posso dirvi. Lo sfarzo che ho visto qui non l’ho visto più da nessuna parte, più in nessun palazzo reale, a parte Schönbrunn. Gli appartamenti visibili sono quelli dell’Imperatore Francesco Giuseppe e quelli di sua moglie, l’Imperatrice Elisabetta di Baviera, conosciuta come Sissi. Su Sissi si è scritto e detto davvero di ogni e di sicuro questo non è il luogo adatto per aggiungere altro su questa figura storica così amata e così discussa. Mi limito a dire che la sua permanenza in questa corte non doveva essere facile ma di sicuro nemmeno priva di gioie. I suoi appartamenti sono tra i più belli al mondo e la loro possanza si può palpare davvero. Oltre agli appartamenti, a Sissi è dedicato anche un museo, che ripercorre le tappe della sua vita, dall’infanzia alla tragica morte per mano dell’anarchico Luigi Lucheni. La visita a tutto il complesso è durata tutta la mattinata e ne siamo usciti davvero pieni di gioia e di stupore, soprattutto Gabriele.

Appena fuori ci rendiamo conto che il tempo stava cambiando e sembrava spuntare un timido sole…Non potevamo non cogliere l’occasione di stare un po’ all’aperto! Così abbiamo incrociato le dita e ci siamo diretti alla Chiesa degli Agostiniani: sempre incastonata nel complesso monumentale della Hofburg, la Chiesa è famosa per essere stata il luogo cardine per le nozze imperiali. Maria Teresa sposò proprio qui l’amato Francesco Stefano di Lorena nel 1736 e così fece l’Imperatore Francesco Giuseppe con la sua amata Sissi, che celebrò qui l’unione reale nel 1854. Dopo averla visitata ci siamo diretti verso il Graben per gustarci un altro panino con il leggendario wurst e subito dopo, continuando a sfruttare il meraviglioso sole che così gentilemente si è concesso a noi, ci siamo diretti al Palazzo del Belvedere.

 

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Ricordo che la prima volta che vidi Vienna fu il primo monumento che visitai e all’epoca mi lasciò un bel ricordo. Oggi, dopo questa visita, posso dire che per me questo è il più bel palazzo della città viennese, in assoluto. Sarà meno maestoso di Schönbrunn ma comunque la bellezza architettonica non ha rivali. Chi mi segue su Instagram sa quante volte ho dichiarato il mio amore per l’arte barocca e qui siamo proprio davanti ad uno dei capolavori più rinomati dell’architettura barocca austriaca. Il complesso venne costruito da Johann Lucas von Hildebrandt per il principe Eugenio di Savoia ed è formato da due palazzi contrapposti, il Belvedere superiore (Oberes Belvedere) e il Belvedere inferiore (Unteres Belvedere), separati da una grande prospettiva di giardini alla francese digradanti sulla collina e affacciati sulla città. Oltre ad essere uno del Palazzi principeschi più belli del mondo, il Belvedere ospita la Österreichische Galerie Belvedere che ospita le opere principali di Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, uno dei principali musei d’arte di Vienna. E sapete che quando c’è arte, c’è Donna Vagabonda.

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Belvedere inferiore e giardini alla francese

Arrivati dopo circa 20 minuti di tram, ci dirigiamo verso la biglietteria e acquistiamo il biglietto per visitare sia il Belvedere superiore che quello inferiore. A causa della grossa mole di visitatori non possiamo entrare immediatamente e così decidiamo di scattare qualche fotografia ai giardini che lasciano davvero stupiti: puliti, ordinati, ben curati e accoglienti.

 

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Noto che molti viennesi sfruttano il parco del Belvedere per rilassarsi e per fare jogging, infatti l’entrata ai giardini è gratuita: un ottimo modo per invogliare anche i cittadini a visitare questo luogo e di sicuro un approccio lungimirante nella gestione del bene pubblico. I giardini alla francese sono stati mantenuti sino ai nostri giorni con i numerosi jeux d’eau disegnati da Dominique Girard, che già aveva operato a Versailles come pupillo del celebre André Le Nôtre.

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Il Palazzo del Belvedere

Dopo una mezzoretta di attesa entriamo partendo dal Belvedere superiore e rimaniamo subito incantati dalla bellezza artistica sia del palazzo che delle opere che qui sono conservate: la visita inizia con il tema della storia del Belvedere e prosegue con l’esposizione di opere d’arte del Medioevo, del Barocco, del Classicismo e dell’epoca Biedermeier.

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Gabriele assorto…Chissà cosa starà pensando!

Degni di nota sono sicuramente i due ritratti reali eseguiti per conto dell’Imperatore Francesco Giuseppe e di sua moglie Sissi, realizzati da Georg Martin Ignaz Raab, pittore austriaco noto per aver ritratto alcuni membri della famiglia reale asburgica. Non si pùò non menzionare poi una delle più famose opere d’arte al mondo, “Napoleone valica il Gran San Bernardo” di Jaques-Louis David, forse il più celebre ritratto del condottiero francese, presente in moltissimi libri di storia. Al Modernismo viennese e all’arte intorno al 1900 è dedicato un ampio spazio al primo piano e qui si trovano tra le opere più importanti al mondo di questo periodo storico come il “Bacio” di Gustav Klimt e “La famiglia” di Egon Schiele. Infine, al secondo piano, si può ammirare l’arte del periodo fra le due guerre e del periodo postbellico. Un museo d’arte a tutto tondo, ricco di opere magnifiche e di quadri eccezionali. La visita, durata circa due ore, si è conclusa con tanta meraviglia e, non nego, con un po’ di stanchezza.

 

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Decidiamo dunque di visitare velocemente il Belvedere inferiore, forse meno suggestivo di quello superiore e assolutamente più piccolo.

 

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Finita la visita ci aspetta un bel giro tra i giardini: lo stile francese predomina sul paesaggio e l’armoniosa composizione mi porta alla mente periodi lontani e passati. Chissà quanti principi, condottiere, damigelle e statisti hanno calcato questi sentieri, hanno ammirato queste aiuole, hanno passeggiato con ombrellini per il sole e bastoni eleganti. Non c’è che dire, Vienna è principesca e sontuosa e difficilmente in un’altra città respirerete un’aria così maestosa e intrisa di storia!

 

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Si è fatta quasi l’ora di cena dunque scattiamo le ultime fotografie e poi ci dirigiamo in albergo per rinfrescarci. Alla sera ci attende un’altra buonissima Schnitzel targata Centimeter! Un altro giorno a Vienna è passato, un altro giorno ricco di sorprese, bellezza, ricordi e tanta tanta felicità.

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Le Mostre più belle: Hokusai, Hiroshige, Utamaro – Capolavori dell’arte giapponese a Pavia

Pavia offre spesso al grande pubblico la possibilità di visitare mostre d’arte di particolare rilievo. Una delle ultime che ho visitato è stata quella monografica sul fotografo (nonchè mio ispiratore) Steve McCurry, Icons (clicca qui per leggere l’articolo). Quando ho saputo dalla mia cara zia che sarebbe stata inaugurata una mostra sull’arte giapponese proprio qui a Pavia non mi sono fatta sfuggire l’occasione di visitarla: nasce così questo articolo dedicato alla mostra “Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Capolavori dell’arte giapponese“.

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La mostra sulla tecnica dell’incisione a colori su legno vuole mettere a confronto più di 170 opere, proiettando il visitatore in un Giappone di altri tempi, e non solo. La rassegna infatti si propone di mostrare le stampe giapponesi contrapposte a quelle di grandi artisti occidentali come Edouard Manet, Henri Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Paul Gauguin, Camille Pissarro e altri.

 

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I grandi maestri dell’arte giapponese la fanno da padrone: spiccano fra tutte le opere di Katsushika Hokusai (1760-1849), Utagawa Hiroshige (1797-1858) e Kitagawa Utamaro (1753-1806). Il filo conduttore della mostra è senza dubbio l’Ukiyo-e, la corrente artistica che vide queste stampe come protagoniste. Ukiyo, che significa “mondo fluttuante”, si riferisce alla cultura giovane e impetuosa che fiorì nelle città di Edo (oggi Tokyo), Ōsaka e Kyōto. Questa tecnica artistica divenne molto popolare a Edo durante la seconda metà del XVII secolo a partire dalle opere monocromatiche di Hishikawa Moronobu (circa 1670). All’inizio, si utilizzava soltanto inchiostro cinese, in seguito alcune stampe vennero colorate a mano con dei pennelli, ma nel XVIII secolo Suzuki Harunobu sviluppò la tecnica della stampa policromatica per produrre nishiki-e, le stampe appunto esposte e oggetto di questa mostra.

 

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virgoletteLa mostra è articolata in sezioni ben delineate con l’esposizione di opere di altissimo valore. In modo particolare si pone l’accento su due artisti cardini dell’Ukiyo-e, Hiroshige e Utamaro. Mi ha colpito molto la parte dedicata alle stampe sul teatro Kabuki e l’esposizione degli attrezzi per la realizzazione di questa tecnica artistica.

Gianfranca, visitatrice della mostra.

Con opere provenienti per la maggiorparte dalla Johannesburg Art Gallery e, in piccola parte, dalla collezione dei Musei Civici di Pavia, la mostra vuole trasmettere la bellezza di queste stampe e porre l’accento anche sulla difficoltà di realizzazione dei capolavori grazie all’esposizione di alcuni oggetti utili alla fabbricazione. Al contrario dell’usanza occidentale, le stampe giapponesi non devono il loro valore alla loro tiratura: il valore di un’opera di questo genere è uguale per tutte le copie prodotte (in buono stato). Ad esempio, de “La grande onda di Kanagawa”, ne sono state stampate circa 5000 copie solo dai blocchi originali e il prezzo irrisorio ne facilitò l’estrema diffusione (all’epoca della sua realizzazione si poteva acquistare per 16 mon, l’equivalente di una doppia porzione di noodles).

 

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Ho trovato questa mostra assai interessante, completa e intrigante. L’arte giapponese delle stampe è ben rappresentata dalle opere esposte e non mancano le spiegazioni esaustive sia del periodo storico che dei soggetti trasposti. Consiglio vivamente di visitare questa mostra unica e così particolare.

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Katsushika Hokusai – La grande onda al largo di Kanagawa

La mostra sarà presente a Pavia Dal 12 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, alle Scuderie del Castello Visconteo.

L’ingresso è di 12 euro intero, il ridotto è di 10 euro.

Ulteriori informazioni le potete trovare sul sito ufficiale cliccando qui.

Il Museo del mese di Ottobre: Il Museo della Casa delle Bambole di Varsavia

Varsavia è una città molto ricca, sia a livello culturale che a livello storico: monumenti, palazzi antichi e storia millenaria si intrecciano per dare vita ad una città assolutamente eterogenea e peculiare. Molti sono i musei degni di una visita e che di cui avevo sentito parlare. Di certo, però, non immaginavo che potesse esistere un museo così particolare, forse unico nel suo genere: sto parlando del Museo della Casa delle Bambole.

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La mia espressione è stata di stupore e di incredulità quando ho scoperto della sua esistenza: mi trovavo all’ufficio del turismo, proprio alla base del Palazzo della Cultura e della Scienza e qui, dopo aver ritirato due Warsaw Pass, l’addetto dell’ufficio del turismo mi ha consigliato di visitare questo peculiare museo. All’inizio ero scettica perchè mi chiedevo che cosa potesse mostrare un museo del genere, ma poi mi sono davvero ricreduta.

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L’insegna del Museo

Giunta al museo, non lontano dall’ufficio del turismo, l’addetto museale mi accoglie con tanto entusiasmo e simpatia e mi fa accedere (in un modo del tutto particolare e fuori dal comune) all’interno del museo (per accordi presi con il museo non vi svelerò di più sull’entrata): qui mi sono trovata catapultata in un mondo fiabesco e fanciullesco. L’esposizione conta di più di 130 diverse case delle bambole, ognuna diversa dalle altre, sia per tecnica di costruzione sia per le proprie caratteristiche. Il museo sembra una sorta di finestra all’interno di un mondo in miniatura: dall’ospedale alla drogheria, dalla bancarella del mercato all’atelier degli abiti da sposa. Tutto il mondo reale è raffigurato mediante queste case delle bambole, ricche di dettagli e colori fantasiosi. Ogni oggetto è stato realizzato con estrema cura dei dettagli: le stoviglie, i mobili, persino le decorazioni delle case sembrano essere usciti dalle sapienti mani di artigiani e collezionisti.

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Il museo si propone dunque di farci riscoprire la nostra infanzia, attraverso un gioco davvero comune, sia in Europa che soprattutto in Polonia. Un’esposizione unica, un museo così peculiare da essere quasi unico al mondo. Di certo la visita è stata molto divertente e assai suggestiva: mi sono sentita catapultata nell’infanzia di una bimba proveniente da epoche diverse, dato che queste case sono state costruite in anni molto diversi tra loro.

Consiglio vivamente a tutti di visitare questo particolare e incredibile museo, uno spaccato sull’infanzia polacca e una forma d’arte assolutamente unica.

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Ringrazio sentitamente il museo per avermi concesso la possibilità di scattare queste fotografie al suo interno.

Informazioni utili

Il Museo della casa delle bambole di Varsavia si trova all’interno del cortile del Palazzo della Cultura e della Scienza, in Piazza Defilad numero 1.

Il Museo è aperto tutti i giorni, dalle 9:00 alle 19:00 tranne nei giorni:

 19, 20, 21, 22 Aprile

 1 Novembre

 23, 24, 25, 26, 31 Dicembre

 1 Gennaio

Entrata e costi

Biglietto normale: 20 zł (5 €)

​Biglietto ridotto (bambini, studenti fino a 26 anni e dottorandi, diversamente abili e accompagnatori, insegnanti):​ 15 zł (4 €)

Per altre informazioni visitate il sito ufficiale cliccando qui.

 

Il Museo del mese di Giugno: il Museo di Castelvecchio

Dal sondaggio svolto all’interno del Gruppo di Facebook, voi lettori avete scelto a maggioranza il Museo del mese di Giugno tra quelli proposti: si tratta del Museo di Castelvecchio.

Durante la mia visita a Verona ho potuto visitare numerosi ed importanti musei: io e Gabriele amiamo i musei e cerchiamo sempre di visitarne il più possibile all’interno di una città. Che siano musei d’arte, musei di scienze o di altro genere, ci piace molto imparare la storia e scoprire i segreti di ciò che è custodito in questi “templi della cultura”. Eccoci dunque al Museo di Castelvecchio, il primo Museo di Verona a cui dedico un articolo.

Museo di Castelvecchio

Il Museo di Castelvecchio si trova nella fortezza scaligera di Castelvecchio (leggete qui il mio articolo a riguardo) ed è uno dei musei più importanti di Verona, dedicato soprattutto all’arte italiana ed europea. Il museo venne restaurato e allestito secondo i criteri moderni di esposizione tra il 1958 e il 1974 da Carlo Scarpa.

I settori in cui il museo è diviso sono i seguenti: scultura, pittura italiana e straniera, armi antiche, ceramiche, oreficerie, miniature e quello delle antiche campane cittadine.
Il museo è tutto sommato recente dato che solo dal 1924 il Castello è stato adibito ad ospitare le collezioni civiche di arte veronese, opere che andavano dall’alto medioevo al Settecento. Durante la Seconda Guerra Mondiale la città fu pesante bombardata e Castelvecchio venne danneggiato seriamente: i tedeschi in fuga fecero saltare tutti i ponti sull’Adige, compreso il Ponte di Castelvecchio. Fu Carlo Scarpa il risponsabile designato dei restauri, che donò nuova linfa al museo e al castello tutto. Scarpa non fece distinzioni tra il restauro del Castello e quello del museo, trattando il complesso come un tutt’uno.

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La targa dìentrata del Museo

Il restauro e l’allestimento furono opera in realtà del lavoro congiunto di un team guidato da Scarpa e che comprendeva il progettista, i collaboratori, lo staff del museo, l’architetto Arrigo Rudi, l’ingegnere Carlo Maschietto, il geometra Angelo Rudella, il falegname Fulvio Don, gli amministratori, l’ufficio tecnico del comune e tanti altri.

Il Museo si apre con la collezione di scultura romanica. Tra le opere più significative possiamo ammirare:

  • Crocifisso e dolenti, opera del Trecento in tufo (originariamente dipinto) del Maestro di Sant’Anastasia, proveniente dalla chiesa di San Giacomo di Tomba;
  • Sarcofago dei santi Sergio e Bacco, bassorilievo del 1179;
  • Santa Cecilia e santa Caterina, sculture del XIV secolo del Maestro di Sant’Anastasia;
  • Statua equestre di Cangrande della Scala, proveniente dal complesso gotico delle Arche scaligere;
  • Statua equestre di Mastino II della Scala anch’essa proveniente dalle Arche Scaligere.

 

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Passata la sezione delle sculture, inizia la collezione più consistente, cioè quella di pittura, divisa in più sale e su più livelli. Si inizia con la pittura veronese e veneta: notevoli sono i quadri di Pisanello (qui presente con la celebre Madonna della Quaglia), Altichiero, Michelino da Besozzo (con la Madonna del roseto). Si giunge poi alla sezione delle opere veronesi a cavallo del Rinascimento con Jacopo Bellini, Domenico e Francesco Morone, padre e figlio, e Liberale da Verona. Non mancano i capolavori di grandi maestri come una Madonna col Bambino in piedi su un parapetto di Giovanni Bellini, il Cristo in pietà di Filippo Lippi e la Sacra Famiglia e una Santa di Andrea Mantegna. Si passa poi al Cinquecento e al Seicento con alcune opere di Paolo Caliari detto il Veronese (come la Pala Bevilacqua-Lazise e il Compianto sul Cristo morto), Jacopo Tintoretto, Paolo Farinati e Alessandro Turchi detto l’Orbetto.

Del Settecento è presente uno dei protagonisti, il Tiepolo, con un quadro quale Eliodoro saccheggia il tempio.

 

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Oltre ai dipinti si possono ammirare alcuni disegni del progetto di Carlo Scarpa e alcune armi riunite in una collezione molto interessante che comprende anche armature medievali e rinascimentali. In questa raccolta possiamo ammirare la spada di Cangrande della Scala.

Nel novembre 2015 il Museo fu colpito da una disgrazia: 3 rapinatori entrarono e rubarono ben 17 opere. La lista delle opere trafugate è la seguente:

  • Antonio Pisano detto Pisanello, Madonna col bambino, detta Madonna della quaglia, tempera su tavola, cm 54×32;
  • Jacopo Bellini, San Girolamo penitente, tempera su tavola, cm 95×65;
  • Giovanni Benini, Ritratto di Girolamo Pompei, olio su tela, cm 85×63;
  • Andrea Mantegna, Sacra Famiglia con una santa, tempera su tela, cm 76×55,5;
  • Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di giovane con disegno infantile, olio su tavola, cm 37×29;
  • Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di giovane monaco benedettino, olio su tela, cm 43×33;
  • Jacopo Tintoretto, Madonna allattante, olio su tela, cm 89×76;
  • Jacopo Tintoretto, Trasporto dell’arca dell’alleanza, olio su tavola, cm 28×80;
  • Jacopo Tintoretto, Banchetto di Baltassar, olio su tavola, cm 26,5×79;
  • Jacopo Tintoretto, Sansone, olio su tavola, cm 26,5×79;
  • Jacopo Tintoretto, Giudizio di Salomone, olio su tavola, cm 26,5×79,5;
  • Cerchia di Jacopo Tintoretto, Ritratto maschile, olio su tela, cm 54×44;
  • Domenico Tintoretto, Ritratto di Marco Pasqualigo, olio su tela, cm 48×40;
  • Bottega di Domenico Tintoretto, Ritratto di ammiraglio veneziano, olio su tela, cm 110×89;
  • Peter Paul Rubens, Dama delle licnidi, olio su tela, cm 76×60;
  • Hans de Jode, Paesaggio noto anche come Paesaggio con cascata, olio su tela, cm 70×99;
  • Hans de Jode, Porto di mare, olio su tela, cm 70×99.

 

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Dopo alcuni mesi di indagini dei Carabinieri per la Tutela del patrimonio Culturale si è giunti all’arresto di ben 12 persone dislocate tra la Moldavia e Verona. Tutti i dipinti sono stati ritrovati intatti il 6 maggio del 2016 in Ucraina, pronti per la spedizione in Moldavia. Dalla fine del 2016 possiamo di nuovo ammirare queste splendide opere d’arte di nuovo nel museo, fruibili a tutti per essere contemplate con ritrovata gioia. Il furto delle opere d’arte è purtroppo molto frequente nei Musei e non sempre le opere vengono ritrovate. A queste tele è andata proprio bene!

 

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Per visitare il Museo con attenzione occorrono almeno 3 ore data la mole imponente di reperti di vario genere: la peculiarità di questo Museo è anche quella di poterlo ammirare su più livelli, percorrendo camminamenti e percorsi che si snodano attraverso le varie sale del Castello e le torri. Il percorso è dunque pensato non solo per ammirare le collezioni, ma per apprezzare tutto Castelvecchio e la città di Verona dall’alto. Il Museo dunque dona al visitatore un’esperienza a tutto tondo, che permette la sua immersione nel mondo dell’arte ma anche nella storia di Verona e dei suoi Signori. Di certo, ci troviamo davanti ad un museo non convenzionale, che supera l’idea della staticità delle collezioni e che permette al visitatore di apprezzare a pieno ogni sfaccettatura di una città che sempre si mostra al passo coi tempi con le sfide che il turismo propone.

Ringrazio lo IAT Verona – Ufficio del Turismo per avermi offerto la possibilità di visitare questo museo con il Pass per Blogger.

Se volete saperne di più su Verona e i suoi monumenti, visitate il blog e leggete i seguenti articoli:

Verona – Pianificazione del Viaggio

Verona – Arrivo e prima sera

Verona – Giorno 2

Verona – Giorno 3

Informazioni utili

Il Museo di Castelvecchio si trova in Corso Castelvecchio 2, a Verona, proprio nel centro della città, a pochi minuti a piedi dall’Arena e da Piazza delle Erbe.

Il Museo di Castelvecchio è aperto al pubblico nei seguenti orari:

  • il lunedì dalle 13.30 alle 19.30
  • dal martedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30

L’ultimo ingresso è alle 18.45

Il Museo è chiuso il lunedì mattina, la mattina del 1° gennaio e il 25 dicembre.

Di seguito, il prezzo dei biglietti:

  • biglietto intero € 6,00
  • biglietto ridotto gruppi (sup. 15 unità), agevolazioni, anziani sup. 60: € 4,50
  • biglietto ridotto scuole (dalle primarie alle secondarie di secondo grado) e ragazzi (8-14 anni, solo accompagnati): € 1,00
  • biglietto cumulativo musei Castelvecchio/Maffeiano intero: € 7,00
  • biglietto cumulativo musei Castelvecchio/Maffeiano ridotto: € 5,00
  • ingresso gratuito:
    • anziani con età superiore a 65 anni residenti nel Comune di Verona
    • persone con disabilità e loro accompagnatori
    • con VeronaCard

Da ottobre a maggio, prima domenica del mese tariffa unica: € 1,00

 

 

Il Museo del mese di Maggio: il Museo della Città di Bobbio

Durante le mie escursioni in giornata ho potuto visitare la piccola e deliziosa città di Bobbio (leggi qui il mio articolo). Non era la prima volta che la visitavo, anzi si può dire che ormai la conosco bene, ma non l’ho mai vista con “l’occhio della viaggiatrice”. E’ vero, è passato qualche anno dall’ultima volta che la vidi ma Bobbio ha un fascino davvero unico e mi sembra sia rimasta immutata.

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In molti mi avevano parlato del Museo di Minerali di Bobbio e da appassionata ero curiosa di visitarlo: al mio arrivo scopro che la collezione mineralogica fa parte del Museo della Città e quindi perchè non visitare tutto il complesso museale?

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Il Museo della Città si trova nei locali dell’ex refettorio e lavamani del Monastero di San Colombano e mira a traghettare il visitatore in una realtà passata, ricca di storia e di cultura. Lo spazio espositivo si articola in due sezioni: la prima mostra, attraverso manufatti, libri e oggetti, la vita umile dei monaci e di San Colombano, storico fondatore dell’abbazia che ancora oggi sorge accanto al convento; la seconda invece si compone di alcune vetrine che raccolgono una collezione di minerali del piacentino e del bobbiese e uno spazio con alcuni pannelli che mostrano la storia di Bobbio attraverso gli scatti di Gino Macellari, fotoreporter “della Valtrebbia”. La gentile curatrice del museo ci ha fatto da guida in questo piccolo e curioso percorso, che è iniziato con la proiezione di un video che mostrava  le origini e la storia di Bobbio.

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Pannello espositivo interattivo

Il Museo della Città è una realtà giovane ma comunque ricca: grazie al percorso interattivo, si scopre uno spaccato di storia che comprende anche l’attività dello Scriptorium, che ha reso Bobbio famosa in tutta l’Europa durante il Medioevo.

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Se vi trovate a Bobbio o nei dintorni, vi consiglio di visitare almeno una volta questo giovane ed interessante Museo, che offre uno sguardo chiaro e immediato sulla storia di Bobbio e del suo territorio.

Informazioni utili

Orario di apertura:
dal 1 Aprile al 31 Ottobre:
sabato, domenica e festivi : 10.00 – 12.30 e 15.30 – 18.30
Dal 1 Novembre al 31 Marzo :
sabato 15.00 – 18.00
domenica e festivi 10.00 – 12.30 e 15.00 – 18.00

inoltre mesi di Luglio e Agosto:
da mercoledì a sabato: 10.00 -12.30 e 15.30 -18.30

Biglietti
Biglietto d’ingresso € 3,00
Ridotto € 2,00 ( ragazzi dai 7 ai 14 anni, ultra sesantenni, gruppi di almeno 10 persone)
Gratuità per bambini fino ai 6 anni, accompagnatori gruppi e studenti delle scuole d’infanzia, primarie e secondarie di 1° e 2° grado del Comune di Bobbio.
Per informazioni e prenotazioni tel 0523/962813 -962815

Per ulteriori informazioni, visitate il Sito del Comune.