Archivi tag: I luoghi della storia

I Luoghi della Storia: il Giardino Giusti

Durante il mio soggiorno a Verona avvenuto durante le vacanze pasquali del 2019 (leggete qui il primo giorno del Diario di viaggio), ho potuto visitare luoghi favolosi ricchi di storia e di bellezza. Uno di questi è il Giardino Giusti, facente parte del Palazzo Giusti, nel quartiere della Veronina. Questo giardino è forse una meta poco conosciuta per chi visita Verona per la prima volta, tuttavia è secondo me una tappa davvero da non trascurare.

Giardino Giusti

Il Giardino, così come il Palazzo, prende il nome dalla famiglia Giusti, di origine Toscana stabilitasi a Verona per sviluppare l’industria della tintura della lana. Nel 1406 Provolo Giusti acquistò un’area situata vicino all’antica via Postumia e qui la famiglia, nel corso degli anni, utilizzò gli spazi dell’attuale giardino per far bollire i calderoni in cui la lana veniva trattata. Nel corso del XVI secolo l’area produttiva venne convertita in palazzo di rappresentanza e il giardino venne realizzato piantando cipressi, bossi, piccole fontane e grotte. Il principale artefice del giardino fu il conte Agostino Giusti, mecenate e appassionato di arte e musica, fiduciaro dei Veneziani. Il conte volle realizzare un giardino con stile vicino a quelli medicei, punto di riferimento estetico dei nobili giardini dell’epoca: la parte più antica del giardino è impostata geometricamente ed è chiusa da una fila di cipressi tra i quali spunta il famoso Cipresso di Goethe, vecchio di oltre seicento anni, ammirato e descritto proprio dal poesta nel “Viaggio in Italia” del 1817:

Stamane poi per tempo, mi ha stupito che mentre tutti venivano dal mercato portando in mano un ricordo di quello, o fiori, o legumi, od aglio, tutti volgessero lo sguardo ad un ramoscello di cipresso, che portavo in mano, dal quale pendevano i frutti a foggia di quelli del pino. Inoltre, avevo alcune pianticelle di capperi in fiore. Tutti mi guardavano, uomini donne, ragazzi, e parevano trovare la cosa strana.

Avevo tolto quei rami nel giardino Giusti, il quale giace in un’amena posizione, e dove sorgono cipressi giganteschi, a grande altezza, a forma di piramide. È probabile che nei tassi tagliati artificialmente in punta dei giardini del settentrione, si sia voluto imitare quest’albero stupendo, i cui rami tutti, giovani e vecchi, dalla base al vertice si drizzarno tutti verso il cielo. Desso vive non meno di tre secoli e si può pertanto dire meritevole di venerazione; giudicandoli dal tempo in cui fu piantato il giardino Giusti, questi avrebbero di già raggiunta quell’età rispettabile.

Albero_Goethe.jpg
Il Cipresso di Goethe

Il viale di cipressi termina naturalmente in una grotta sormontata da un mascherone da cui dovevano uscire lingue di fuoco e fumo, per stupire i visitatori.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Con il diffondersi della moda del Grand Tour, il Giardino Giusti divenne una tappa molto nota per i viaggiatori che amavano sostare qui a Verona per scoprire le sue bellezze. E’ così che molti poeti, letterati e membri delle casate reali più importanti visitarono il giardino: tra questi bisogna sicuramente annotare Mozart, Goethe, l’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, il Re Carlo Felice di Savoia e lo Zar Alessandro I di Russia.

Ancora oggi il giardino mostra tutti gli elementi tipici del Cinquecento: gli alberi esotici, le statue mitologiche degli dei greci come Diana, Afrodite, Apollo, i vasi con gli agrumi e le fontane. Nella parte bassa del giardino, oltre al viale di cipressi, si trova un piccolo labirinto alla destra del viale alberato, considerato tra i più antichi d’Europa, mentre a sinistra si trova il parterre all’italiana, con il giardinetto ad agrumi e la vaseria. Verso la fine del viale di cipressi si trova una parte boscosa rigogliosa, pensata per stupire il visitatore e per creare un grande senso di meraviglia. Da qui, una piccola scala conduce alla parte alta del giardino dove si trova un bellissimo belvedere: la vista sul giardino è molto d’impatto e notevole è anche il panorama di Verona, visto da una prospettiva unica.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Giardino Giusti è dunque un esempio meraviglioso di giardino all’italiana ancora intatto e mantenuto con rigore e dedizione. Spesso questo luogo non è contemplato all’interno degli itinerari di chi visita Verona, quando invece dovrebbe essere una tappa fissa del viaggiatore, a mio parere. Oltre al giardino, si può visitare una parte di Palazzo Giusti: il palazzo fu costruito nel XVI secolo e ha un impianto classico ad U. Qui vi ebbe sede per lungo tempo l’Accademia Filarmonica che poi costruì il Teatro Filarmonico.

Consiglio vivamente di visitare il Giardino Giusti e di ammirare le bellezze di questo luogo autentico e dall’indubbia importanza storica.

I Luoghi della storia: Le Aule Storiche dell’Università di Pavia

A luglio del 2019 mi è stato concesso il permesso di realizzare qualcosa di unico: un servizio fotografico in solitaria all’interno delle Aule Storiche dell’Università di Pavia. Purtroppo le Aule Storiche non sono visitabili normalmente quindi la loro apertura è piuttosto eccezionale, se non in occasione di manifestazioni, convegni e sedute di laurea. Le Aule Storiche che ho visitato sono state le seguenti: Aula Magna, Aula Scarpa, Aula Foscolo, Aula Volta.

Aule storiche

Ci tengo a ringraziare per la disponibilità la Signora Lucia Pomidoro per avermi dato questa possibilità, il Signor Massimo Lafortezza per avermi accompagnato nella visita delle Aule e il personale universitario che ha reso possibile questo servizio fotografico e la realizzazione del seguente articolo.

Le Aule Storiche dell’Università di Pavia si trovano nell’edificio centrale, in Strada Nuova, a Pavia. Queste sono state restaurate e oggi possono ospitare sedute di laurea, convegni, conferenze e altri eventi divulgativi. Assieme alla Biblioteca Universitaria di Pavia (leggete qui il mio articolo), conferiscono lustro e magnificenza all’ateneo pavese.

Cominciamo dalla prima, nonchè la più grande, aula che ho visitato: l’Aula Magna.

Magna_11
L’Aula Magna

L’Aula Magna fu opera dell’architetto brianzolo Giuseppe Marchesi: fu lui anche il restauratore dell’Aula Scarpa e dell’Aula Volta. Il progetto di questa grande aula fu esaminato nel 1837 ma i lavori iniziarono solo nel 1845, terminando naturalmente 5 anni dopo. All’interno dell’aula si può ben percepire il gusto classico: assolutamente visibili sono infatti il pronao con colonne corinzie e il timpano adornato da delle sculture. All’interno dell’ampia aula si distinguono numerose colonne con capitelli sempre corinzi, che vanno ad adornare le tre navate e che reggono la cornice su cui si innesta la volta centrale a botte con casse a stucco.

Magna_4
L’Aula Magna dall’alto

Nell’abside campeggia il ritratto di Vittorio Emanuele II a cavallo. L’aria che si respira è di austerità e di sacralità: si percepisce l’importanza delle cerimonie che qui sono avvenute e che continuano ad avvenire. Ciò che mi ha colpito di più di questa Aula è l’imponenza del soffitto e delle sue decorazioni: non sono un’esperta d’arte ma devo proprio ammettere che questo soffitto sarà difficile da dimenticare!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Proseguo con la mia gentile guida e mi dirigo all’Aula Volta, cioè l’ex Teatro di Fisica.

Volta_3
L’Aula Volta

Quest’Aula si trova al primo piano, in corrispondenza del cortile delle statue. I lavori di costruzione furono affidati a Leopoldo Pollack (che la iniziò nel 1785 e concluse nel 1787), su ordine dell’Imperatore asburgico Giuseppe II, e l’aula venne poi restaurata da Giuseppe Marchesi. Quest’aula venne intitolata ad Alessandro Volta, che qui svolse i suoi insegnamenti e le ricerche che portarono alla scoperta della famosa “Pila di Volta”. Volta fu anche Magnifico Rettore dell’Università. L’Aula Volta, di minor dimensioni rispetto all’Aula Magna, è stata realizzata ad emiciclo e con soffitto piano (solo in seguito verrà sostituito con quello che possiamo osservare oggi, con una volta a conchiglia). All’interno sono presenti dei trompe-l’oeil che continuano la serie di finestroni sugli scranni a gradinata di fronte alla cattedra. Le colonne che ornano la sala sono in rosso di Francia e alle due estremità dell’Aula si trovano due statue, una di Galileo Galilei e l’altra di Bonaventura Cavalieri. Non poteva poi mancare qualcosa che riconducesse al Volta, ovvero un busto in marmo e un’iscrizione che illustra l’importanza dello scienziato e dei studi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Mentre realizzo il mio servizio scambio quattro chiacchiere con il mio accompagnatore, che queste aule le conosce molto bene, e mi racconta degli ospiti illustri che hanno calcato questi pavimenti. Sembra davvero di tornare indietro nel tempo!

Proseguiamo il nostro tour e ci dirigiamo verso l’aula a mio avviso più bella: l’Aula Foscolo.

Foscolo_3
L’Aula Foscolo

Sono particolarmente legata a questo luogo in quanto proprio qui ho discusso la mia tesi della Laurea Triennale in Scienze e Tecnologie per la Natura e proprio qui ho potuto assistere ad una conferenza di Paolo Mieli, storico che ammiro moltissimo.

L’Aula Foscolo fu progettata dall’illustre architetto Giuseppe Piermarini nel 1770, questa volta su volere dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, grande mecenate che fece rimodernare tutta l’Università di Pavia, oltre che costruire l’Orto Botanico e la Biblioteca Universitaria di Pavia. L’Imperatrice desiderava che venisse costruita una sala espressamente destinata alla cerimonia delle lauree e così venne costruita questa illustre aula che ancora oggi spesso viene adibita allo scopo originario. Nel 1927 venne restaurata in occasione del centenario della morte del sommo Foscolo, ma perchè è dedicata a lui? Perchè nel 22 gennaio 1809 il poeta qui tenne la famosa prolusione “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. L’Aula ha una pianta rettangolare ed è illuminata da finestre di grandi dimensioni che danno sul primo piano, su cui è situata. Le pareti sono state dipinte dal pittore pavese Paolo Mescoli nel 1782: sulla volta si riconosce Minerva in compagnia di Nettuno. Nelle porzioni di parete, nelle finestre, furono realizzate specchiature in cui “le Facoltà, che vengono insegnate nella detta Università” sono dipinte “in modo di cariatidi intrecciate fra grotteschi con loro simboli rispettivi”. I due grandi ritratti a olio dei sovrani Maria Teresa e Giuseppe II, dipinti a Vienna da Hubert Maurer nel 1779, furono pensati come parte integrante della decorazione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Che dire, la più maestosa e decorata delle Aule storiche non può che impressionare per la sua bellezza e per la sua magnificenza. Tanti sono i ricordi che riaffiorano mentre scatto e forse c’è un po’ di commozione davanti a tutta questa meravigliosa beltà.

L’ultima aula, ma non meno bella, è l’Aula Scarpa, intitolata così in onore dell’anatomo-chirurgo Antonio Scarpa, che venne chiamato dalla corta Asburgica per prestare i suoi servigi all’Università di Pavia dal 1783.

Scarpa_2
L’Aula Scarpa

Due anni dopo il Pollack, con accordi presi con lo stesso scienziato, progettò e realizzò l’Aula Scarpa come Teatro Anatomico dell’Università. All’epoca, questo fu il più importante di tutta la Penisola. L’aula ha forma semicircolare e si ispira ai modelli dei teatri antichi. La sala è illuminata da tre finestrone tutto sesto che si aprono su Corso Carlo Alberto e da altre due che si trovano all’innesto del lato curvo. Tra una finestra e l’altra si trovano dipinte le urne cinerarie dedicate a illustri medici del passato (Bartolomeo Eustachio, Gabriele Falloppio, Giovan Battista Morgagni e Bartolomeo Eustachio). Questo però non è l’unico tributo ai grandi della medicina del passato: si possono ben vedere infatti i busti di Luigi Porta, Johann Peter Frank, Antonio Pensa, Luigi Zoja, Bartolomeo Panizza (successore di Scarpa), lo stesso Antonio Scarpa e Giovanni Alessandro Brambilla (chirurgo pavese dell’Imperatore Giuseppe II). L’Aula venne restaurata da Marchesi che inserì la volta ad ombrello al posto del soffitto con decoro a cassettoni. La forma permette l’inserzione delle gradinate utilizzate dagli studenti per assistere alle lezioni di anatomia basate sulla dissezione dei cadaveri. Sulla vela centrale proprio sopra alla cattedra si riconoscono le figure di due uomini che rappresentano la medicina e la chirurgia, in stretto di mano, in segno di riconoscenza: Antonio Scarpa fu uno dei primi pensatori che sostese il collegamento stretto tra medicina e chirurgia (a quell’epoca la chirurgia veniva vista come una scienza inferiore, da affidare a persone di rango più basso). La stretta di mano vuole proprio suggellare questa unione così imprescindibile delle due scienze. Sulle altre vele si alternano delle grottesche a delle figure alate che hanno in mano i ferri del mestiere del chirurgo.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dopo aver scattato qualche foto il mio giro si doveva concludere qui ma, grazie alla gentilezza del mio accompagnatore, sono riuscita a visitare anche altre aule: l’Aula del ‘400, l’Aula di Disegno e la Sala delle Lauree della facoltà di lettere. Purtroppo di queste aule non ho trovato informazioni esaustive da potervi scrivervi qui, quindi mi limito a mostrarvi gli scatti che ho realizzato.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Poter scattare all’interno di queste aule è per me un sogno che davvero si è avverato. Il silenzio, la maestosità e la bellezza si fondevano in un tutt’uno e davano vita ad un’atmosfera incredibilmente suggestiva.

Ringrazio ancora la Signora Lucia Pomidoro per avermi seguito nella richiesta di utilizzo delle Aule Storiche, il Signor Massimo Lafortezza per avermi accompagnato nel mio tour aprendomi le porte di un mondo meraviglioso e tutto il personale dell’Università di Pavia per aver reso tutto questo possibile.

GRAZIE!!

I Luoghi della Storia: il Castello di Oramala

Se siete miei assidui lettori saprete che l’Oltrepò Pavese ha un posto speciale nel mio cuore: un po’ perchè ci sono nata e un po’ perchè con il blog vorrei farlo conoscerlo al pubblico e valorizzarlo. Durante l’estate (e non solo), mi piace fare dei giretti e delle escursioni in giornata in questo territorio. In questo articolo vorrei parlarvi di un luogo particolare: il Castello di Oramala. Ormai sapete che mi piace esplorare i castelli dell’Oltrepò e scoprirne la storia, le leggende, le tradizioni. Sul blog ho già trattato i castelli di Pietra de’ Giorgi (leggete qui il mio articolo), quello di Montebello della Battaglia (leggete qui il mio articolo), quello di Nazzano (leggete qui il mio articolo), quello di Montesegale (leggete qui il mio articolo), ora è il momento di quello di Oramala.

Oramala

Volevo visitarlo già da qualche tempo e mi chiedevo quando fosse stato possibile dato che si tratta di una residenza privata: la fortuna ha voluto che trovassi il proprietario, l’Ex Senatore Luigi Panigazzi. Nonostante se ne stesse per andare, ha deciso comunque di aprirci le porte del suo meraviglioso maniero.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Castello di Oramala è situato su un promontorio roccioso, affacciato sulla Valle Staffora, presso il centro abitato di Oramala, che ha fatto parte del circuito “I Borghi più belli d’Italia“, e fu costruito dalla Famiglia Malaspina (ormai conoscerete bene questo nome, dato che i Malaspina sono stati spesso protagonisti delle vicende storiche dell’Oltrepò Pavese) nel X secolo. La famiglia fortificò la rocca nel 1474 per esigenze difensive e fece erigere la torre per controllare le eventuali incursioni provenienti dalla valle. Il fortilizio rimase alla famiglia Malaspina sino alla fine del XVIII secolo, quando i marchesi di Oramala, trasferendosi a valle, ne hanno decretato il declino; abbandonato, cominciò ad andare in rovina.

Oramala_1
Il Castello visto da Oramala

Oggi il Castello è proprietà della famiglia Panigazzi, in particolare di Luigi, che assieme al fratello Sergio ha restaurato il fortilizio e lo ha reso alla comunità grazie all’apertura di esso ogni domenica pomeriggio da giugno a ottobre. Della visita si occupa l’Associazione Culturale Spino Fiorito.

Il Castello ha ospitato Federico Barbarossa e, pare, anche il Sommo Poeta Dante Alighieri.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Approdata all’interno del Castello mi sembra di tornare indietro nel tempo: il restauro è stato imponente ma l’atmosfera è ancora medioevale e gli arredi sono stati scelti con cura per far rivivere al visitatore quella determinata epoca. Si vede però che il Castello non è sempre aperto ai visitatori e sicuramente bisognerà fare ancora molto per renderlo più fruibile. Nonostante ciò, rincuora sapere che nel mio territorio ci sono queste bellezze, a volte un po’ nascoste, ma sempre da riscoprire.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Vorrei congratularmi dunque con il Signor Luigi che, nonostante la sua età, crede ancora nel suo progetto ed è stato gentile a consentirci di entrare e di fotografare anche la vecchia torre. Speriamo che tanti proprietari di castelli e immobili d’epoca prendano spunto da lui!

Consiglio a tutti di visitare questo maniero, per respirare un’aria antica e deliziosa!

 

 

I luoghi della storia: il Castello di Pietra de’ Giorgi

Durante il mese di giugno ho potuto girovagare un po’ nell’Oltrepò pavese in cerca di scatti che descrivessero la bellezza di questo vasto e poco conosciuto territorio. E’ così che ho potuto visitare il Castello Beccaria di Montebello della Battaglia (leggete qui il mio articolo) e il Tempio della Fraternità a Cella di Varzi (leggete qui il mio articolo).

Attraversando le vallate e sconfinando in diverse pertinenze comunali, ho potuto visitare (almeno dall’esterno) alcuni dei più pittoreschi castelli del mio territorio natio, come nel caso del Castello di Nazzano (leggete qui il mio articolo). Oggi vi porto alla scoperta di un altro Castello, quello di Pietra de’ Giorgi.

Pietra de' giorgi

Situato nel centro del Paese di Pietra de Giorgi, il Castello è uno dei più antichi del territorio poichè risale al 1012 e fu voluto dalla famiglia dei Sannazaro. Prima della costruzione di questa rocca esisteva un precedente castello a Predalino, località che oggi è conosciuta come “Castellone”, ma non rimane più nulla di questa costruzione. Nel 1277 la fazione ghibellina pavese assediò il castello (guelfo a quell’epoca) ma la rocca resistette e non venne espugnata. Stessa sorte toccò all’assedio del gennaio del 1290 ad opera del Marchese del Monferrato, eroicamente respinto. Nel 1402 il castello venne conquistato dalla famiglia Beccaria (ramo di Messer Fiorello I), anch’essa ghibellina e nemica storica della famiglia Sannazzaro che venne dichiarata “ribelle”: ciò che rimase del castello venne donato nel 1406 a Galvagno e Antonio Beccaria, consiglieri del giovane Filippo Maria Visconti. Durante la proprietà dei Beccaria il castello venne restaurato e riportato agli antichi fasti tanto che anche il Paese cambiò il nome il “Pietra Beccaria”. Grazie al matrimonio tra l’ultima erede dei Beccaria, Franceschina, e il nobile Antonio Giorgi, il castello passò sotto la proprietà della famiglia dello sposo. Alla morte di Antonio Giorgi la rocca passò a don Pio Beccaria Giorgi mentre il palazzo adiacente, che oggi ospita il Municipio, passò ai nobili Giorgi di Vistarino. I Vistarino mantennero la proprietà fino a che questa non venne venduta alla Signora Giuseppina Meardi nel 1864 che a sua volta la vendette al comune di Pietra de’ Giorgi nel 1877. La rocca, per passaggi di eredità, passò di proprietà dai Beccaria-Giorgi, agli Eotwos, ai Dal Pozzo: questi ultimi la vendettero agli attuali proprietari, i signori Dosi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Attualmente, essendo la rocca un bene privato, questa non si può visitare anche se si può ammirare dall’esterno. L’attuale castello ha una pianta quadrangolare irregolare con cortile interno ed è costruito in pietra locale e mattoni. Ancora oggi si possono notare i fregi di mattoni disposti a dente di sega nella parte alta delle facciate. Delle quattro torri originali oggi è possibile vederne soltanto una, sopravvissuta alle lunghe e perigliose vicende della storia del castello, che, ricordiamolo, era nato a scopo difensivo. Ad oggi, il castello ha una superficie di circa 770 metri quadrati ai quali si aggiungono 590 metri quadrati di cantine e fienili e 100 metri quadrati di abitazione per il custode, al piano terra. Il cortile interno è di circa 160 metri quadrati mentre il terreno di proprietà, suddiviso in giardino e zona boschiva, è di circa 14mila metri quadrati.

Questo slideshow richiede JavaScript.

In cuor mio spero sempre che questi beni dall’alto valore storico siano messi a disposizione della comunità affinchè si possano visitare e studiare: mi auguro dunque che il Castello possa risplendere ancora di luce propria, magari ospitando eventi o un museo sulla sua storia.

consigli

Per arrivare a Pietra de’ Giorgi prendete la sp 46 lasciandovi Broni alle vostre spalle, venendo da Stradella e procedendo verso Montebello della Battaglia: da qui prima giungerete all’abitato di Cigognola, anch’esso ospitante un meraviglioso castello e poi arriverete a Pietra de’ Giorgi. Da qua potete proseguire sempre sulla sp 46 per giungere a Mornico e vedere, sempre dall’esterno, il Castello Lorini. La strada è immersa nelle meravigliose colline a vigneto dell’Oltrepò e vi offre numerosi punti panoramici da cui ammirare la bellezza di questo territorio.

I luoghi della storia: il Castello Beccaria di Montebello della Battaglia

Incontri e gioia.

Inizio così questo articolo, in modo un po’ insolito.

In questo periodo di tranquillità lavorativa ho potuto dedicare molto più tempo al Blog e alla partecipazione a varie manifestazioni, come quella sulla presentazione del Portale di VisitPavia (leggete qui l’articolo) o la mostra fotografica di Narrando Oltrepò (leggete qui l’articolo). Grazie proprio a quest’ultima manifestazione ho potuto conoscere Deborah Ceriani, la proprietaria del Castello Beccaria di Montebello della Battaglia, in Provincia di Pavia. Chiacchierando mi ha invitato a visitare la sua dimora e subito ho colto l’occasione. Due giorni dopo mi sono incontrata proprio con Debora, suo marito Davide Parisi e la piccola Ludovica al Castello Beccaria. L’articolo è dunque il frutto di uno splendido pomeriggio passato insieme: non ci resta dunque che scoprire insieme la storia di questo luogo e la sua rinascita.

Castellomontebello

La costruzione del Castello risale al 1472 ed è ad opera della famiglia Beccaria, che i Visconti hanno infeudato dopo aver sconfitto la famiglia Delconte. La proprietà venne condivisa con la famiglia Bellocchio fino al 1851, quando il conte Giuseppe Bellocchio vendette la parte superiore del palazzo (compresa la torre e una parte del giardino) all’avvocato Ernesto Ghislanzoni. La parte inferiore invece venne venduta al Comune di Montebello della Battaglia che la destinò a Municipio e scuole. Tra il 1923 e il 1924 la famiglia Ghislanzoni acquistò anche la parte ceduta al Comune, riunificando di fatto la proprietà del complesso. La figlia di Ernesto, Eugenia, ereditò il Castello alla morte del padre e questo passò tra gli averi della famiglia Premoli, la famiglia del marito di Eugenia. Il Castello venne successivamente dimenticato e trascurato, fino a che non venne messo in vendita dal Conte Ludovico Premoli, erede di questo edificio. L’occasione fu colta dagli attuali proprietari, Davide e Deborah, che ora hanno deciso di restaurare il Castello riportandolo agli antichi fasti.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ci piacerebbe riportare il Castello alla gloria di un tempo, rimanendo sempre fedeli alla struttura originaria con i lavori di restauro, per conservarne e tramandarne la storia” –

queste sono le parole di Davide quando gli ho chiesto che progetti avesse per il Castello.

“Vorremmo utilizzare il Castello come location per valorizzare i prodotti tipici del nostro territorio, con particolare attenzione al vino. La storia del Castello è fortemente intrecciata alla viticoltura e noi vorremmo riallaciare queste radici con l’oro rosso delle nostre colline”-

prosegue Davide, raccontandomi il suo progetto ambizioso.

Questo slideshow richiede JavaScript.

“Cercavamo una casa vacanze e alla fine abbiamo acquistato il Castello. Siamo stati forse un po’ folli ma non ci pentiamo della nostra scelta. Siamo fieri di contribuire alla rinascita di questo luogo, e per noi preservare questo monumento storico è diventato un dovere, sia per noi, che per le nostre figlie, che per tutte le persone che potranno apprezzarlo o che già lo apprezzano” –

continua Deborah, con il sorriso di una persona determinata.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Deborah e Davide: una coppia risoluta in grado di farti subito sentire a proprio agio con la loro spontaneità. Sembra quasi di conoscerli da sempre e raramente ho incontrato persone così disponibili. Si pwecepisce che dedicano la loro intera vita a questo luogo e per nulla al mondo rinunceranno al loro sogno di vedere il Castello in tutta la magnificenza di un tempo. Con una superficie di circa 2500 metri quadrati e circa 50 stanze, il lavoro sarà intenso, ma i proprietari hanno le idee chiare:

“Ci vorrà molto tempo ma noi non ci scoraggiamo. Pian piano riusciremo a sistemarlo tutto e allora sarà ancora più bello” –

conclude Deborah.

Già, perchè gli anni di abbandono li mostra tutti il Castello, anche se già adesso, dopo soli otto anni, non posso che fare i miei più grandi complimenti per i lavori portati avanti dai due coniugi. Dalle loro parole si può immaginare in che stato fosse il Castello al momento dell’acquisto, ma Davide e Deborah ci hanno creduto fin dall’inizio ed i frutti del loro duro lavoro si vedono eccome!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Manca ancora molto tempo ma quando sarà ultimato io spero proprio di essere lì, a stringere la mano a Davide e a Deborah, perchè non solo si meriteranno la mia gratitudine, ma quella di tutti perchè avranno restituito ai cittadini di Montebello e non solo un bene di inestimabile lavoro.

Ringrazio dunque di cuore Debora e Davide,specie perchè questo articolo non basterà di sicuro a sdebitarmi della loro infinita gentilezza!

Vi consiglio di visitare già da ora il Castello, accompagnati dalla bellissima famiglia (e dal fantasma Charlie perchè si sà, in ogni castello che si rispetti c’è almeno un fantasma)!

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

Panoramacastello_1
Veduta del Castello in lontananza

 

 

I Luoghi della Storia: Il Ponte delle Barche di Bereguardo

Ogni volta che gironzolo per la Provincia di Pavia trovo qualcosa su cui scrivere, qualcosa da fotografare, qualcosa che mi fa stupire della bellezza di questa Provincia che può essere poco conosciuta, ma non meno ricca di sorprese e luoghi di interesse. Tante, tantissime volte ho osservato e ho oltrepassato questo luogo, forse poco turistico ma molto suggestivo: sto parlando del Ponte delle Barche di Bereguardo.

Bereguardoponte

Il Ponte delle Barche di Bereguardo è uno degli ultimi esempi di Ponte su chiatte rimasti in Italia. Le sue origini risiedono nel passato, dato che il primo ponte fu posizionato dai Visconti nel 1374 per collegare le due sponde del Ticino. All’epoca, il territorio pavese era luogo preferito per le battute di caccia dei Signori di Pavia e questi dovevano essere ben collegati alla città da più vie, anche per una questione tattico-militare: i ponti sono sempre stati luoghi di conquista ambiti e conquistarli significava acquisire un vantaggio sugli avversari. Nel 1374 troviamo le prime menzioni del ponte di barche Bereguardo – Zerbolò nei documenti ufficiali. Nel 1378 venne poi fortificato e nel 1449 gli Sforza lo fecero sostituire da un ponte di chiatte più stabile, mantenendo sempre però la struttura del Ponte di Barche.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Perchè un Ponte di Barche? Generalmente questa tipologia è solo temporanea, come quelli costruiti durante le guerre, ma alcuni invece sono rimasti quasi del tutto intatti e funzionanti, a causa, per la maggiorparte dei casi, della sconvenienza economica di costruirne uno “classico”. Questi ponti hanno il vantaggio di essere rimovibili per il passaggio di imbarcazioni o comunque facilmente spostabili. La loro particolarità sta però nel meccanismo sotteso che sta nella costruzione: le barche consentono al ponte di essere mobile e di alzarsi o abbassarsi a seconda della variazione del livello delle acque.

I primi ad aver utilizzato questa tipologia di costruzione furono i cinesi e successivamente greci e persiani che costruirono un ponte di barche sull’Ellesponto e gli antichi romani, che costruirono un ponte di barche addirittura sullo stretto di Messina, come raccontato da Plinio il Vecchio. I ponti di barche vennero utilizzati nelle guerre del ‘500, del ‘700, dell’800 e nei due conflitti mondiali. Ancora oggi esiste una specialità dell’Esercito italiano che si chiama “Genio pontieri”, adibito anche alla costruzione di ponti di barche.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ancora oggi vengono costruiti questi ponti, segno che la tecnologia che risiede alla base è tutt’altro che obsoleta.

Il Ponte di Barche di Bereguardo è formato da barche unite tra loro su cui è appoggiata una passerella formata da assi di legno che permette il transito. Nel corso dei secoli fu ripristinato più volte, l’ultima nel 1913 quando furono posizionate le chiatte in cemento.

Il Ponte di Barche ha goduto di tanta fama negli anni grazie alle numerose pellicole qui girate come ad esempio Mani di Velluto, il Bisbetico Domato diretti da Castellano e Pipolo o ancora I girasoli di Vittorio De Sica.

Il Ponte si trova lungo la Strada Provinciale 185, tra Bereguardo e Zerbolò, da e verso la località Boscaccio.

Nei dintorni di Bereguardo e del suo Ponte di Barche ci sono numerosi luoghi di interesse: il paese stesso di Bereguardo con il suo castello, la cascina della Zelata, il parco del Ticino, Pavia non molto distante.

Come spesso capita in Italia, questo manufatto storico oggi è a rischio: a causa dei depositi di sabbia e ghiaia le chiatte non poggiano più tutte sul fondo del fiume e quindi la struttura è del tutto instabile e non risponde più completamente alle fluttuazioni del livello del Ticino. Purtroppo, nonostante le numerose amministrazioni si siano succedute, queste sono state incapaci di trovare una soluzione all’annoso problema e oggi il Ponte sembra abbandonato un po’ a sè stesso.

Ponte Barche_5
Le chiatte ormai sommerse

L’augurio più grande è che grazie alla sua conoscenza, magari anche con questo piccolo articolo, il Ponte ed il suo restauro ritornino tra le priorità delle amministrazioni e che un giorno questo luogo possa risplendere di nuovo di luce propria.

I luoghi della storia: Crespi d’Adda

Oltre che a Verona (leggete qui il mio primo articolo del Diario di viaggio), durante le vacanze di Pasqua ho potuto visitare un luogo storico e molto suggestivo: Crespi d’Adda.

Sapete quanto mi piace scoprire luoghi storici e raccontarvi di questi e Crespi d’Adda di sicuro si presta molto bene per un articolo.

Crespi

Crespi d’Adda è una frazione del comune di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo. Il paese consiste in un villaggio operaio costruito per le maestranze operanti nel settore tessile cotoniero sorto grazie a Cristoforo Benigno Crespi, a partire dal 1875, e passato poi nelle mani del figlio, Silvio Crespi. Grazie al suo eccezionale stato di conservazione fu, nel 1995, annoverato tra i patrimoni dell’umanità dall’UNESCO.

Il villaggio è oggi abitato per lo più dai discendenti degli operai della fabbrica tessile e si può interamente visitare, assieme alla centrale idroelettrica, al cimitero e ad altri luoghi. Si tratta del villaggio operaio meglio conservato dell’Europa meridionale, ma non l’unico dato che nell’Europa centro settentrionale ne sorgono altri.

Come per l’Inghilterra della rivoluzione industriale, che aveva scelto di erigere interi villaggi operai nelle vicinanze delle grandi fabbriche, così Crespi decise di progettare la sua piccola realtà, con occhio lungimirante e volto al benessere dei suoi lavoratori: oltre alle casette per le famiglie operaie, che ospitavano un orto ed un giardino, e alle ville per i dirigenti, il villaggio aveva una scuola, un ospedale, una chiesa e un cimitero. Non mancava poi lo svago grazie al campo sportivo, al teatro e ad altre strutture comunitarie. Il lavoratore doveva essere un lavoratore felice, dedito al suo lavoro ma anche alla vita sociale: tutti i bambini dovevano quindi frequentare le scuole, prima di essere “assorbiti” dalla realtà lavorativa.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il villaggio rimase di proprietà dei Crespi fino agli anni ’70, quando diversi edifici, soprattutto residenziali, vennero venduti ad altri privati. In questo periodo si registrò un calo dell’attività industriale dovuto, tra le altre cose, allo spopolamento del villaggio operaio.

Visitare questi luoghi è senza dubbio un’esperienza molto suggestiva, che riporta indietro nel tempo, in un’ambientazione molto “industriale” e ottocentesca: subito mi tornano alla mente le immagini evocate dai romanzi di Charles Dickens e le sue descrizioni di quei quartieri operai. Al contrario però della situazione di degrado sociale che possiamo constatare in quei romanzi, i lavoratori di Crespi erano lavoratori che possedevano un certo benessere, nonostante i turni siano stati comunque di 8 ore (e non erano certamente i turni odierni).

Arrivati a Crespi d’Adda, decidiamo di non entrare con l’automobile fino al centro a causa delle misure di limitazione della circolazione, quindi parcheggiamo prima di entrare nel centro vero e proprio. Giunti poi al cuore di Crespi, ci dirigiamo verso l’ex asilo, oggi sede della biglietteria e di un piccolo spazio espositivo e polifunzionale. Ancora una volta posso constatare che non ci sono riduzioni o convenzioni (anche per visite guidate) per i travelblogger, ma non mi scoraggio di certo di fronte a ciò e quindi decido di acquistare un biglietto per assistere ad una visita guidata della centrale meccanoelettrica. Per il giro del villaggio, la mia amica Aurelia mi farà da bravissima e preparatissima Cicerone.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Passeggiando tra i vicoli della piccola cittadina, mi rendo conto di come la vita dei suoi abitanti fosse scandita da ritmi incredibili, suddivisi tra lavoro e momenti di socialità. Molto suggestiva è la storia della Casa del Medico e quella del Parrocco: entrambe, una accanto all’altra, sono poste sopra ad una piccola collina che sovrasta il villaggio, a ricordare quanto siano state importanti queste due figure. Il primo doveva vegliare sul corpo dei lavoratori mentre il secondo sulle loro anime. Una scelta saggia dunque quella di costruirle affiancate e sovrastanti il paese, così da essere sempre ben visibili ed ergersi come luoghi di protezione.

Dalla passegiata verso la panoramica si può raggiungere il punto più alto di Crespi e ammirare tutto il complesso: non si può non notare la simmetria e l’accuratezza con cui sono state costruite le casette!

Tornata tra le vie, ho potuto visitare l’esterno dell’opificio e i suoi famosi “cancelli rossi” da cui però non entravano i lavoratori, dato che l’ingresso a loro riservato era posto sul retro del complesso.
La fabbrica si compone di quattro corpi principali, corrispondenti alle diverse fasi produttive che si compivano all’interno dell’azienda: filatura, reparti complementari, tessitura e tintoria.

Di sicuro, una menzione la merita il famoso “Castello” cioè la casa padronale della famiglia Crespi, oggi bene privato non visitabile. Questa enorme villa padronale, chiamata il Castello per la presenza di una torre, era la residenza estiva della famiglia Crespi ma venne poco sfruttata. Nel corso della sua storia è passata più volte di mano ed è diventata addirittura la sede delle scuole medie di Capriate San Gervasio. Oggi è di proprietari privati ed è in disuso, purtroppo.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Se visitate Crespi non potete perdervi il Cimitero: lo so, sembra un po’ strano, ma la sua architettura particolare richiede di sicuro una sosta. Si trova a sud del villaggio, al termine della via principale e ha un impianto quadrato. Sul fondo si trova il mausoleo Crespi, realizzato in ceppo rustico e cemento decorativo, in stile eclettico e di gusto esotico.

Ciò che colpisce di più sono le tombe degli operai e dei famigliari, caratterizzate da una piccola e semplice croce in pietra: alcune di queste non riportano nemmeno più il nome del defunto, segno che il tempo ha divorato l’antica memoria.

Dopo aver pranzato a base di panini e focaccine presso il Parco Cittadino e la sua pineta, mi dirigo verso la Centrale idroelettrica: è infatti possibile visitarla ma solo con una visita guidata ed il biglietto si può acquistare sia presso la biglietteria che presso la centrale stessa.

La centrale idroelettrica è nata con lo scopo di assicurare energia ai macchinari dell’opificio e infatti si trova proprio sul retro di quest’ultimo. Con la diffusione dell’energia elettrica impiegata per i macchinari e per l’illuminazione, si intuisce immediatamente come questa energia possa diventare importante per lo sviluppo industriale e così il buon Cristoforo Crespi decise di costruire ben due centrali: una situata a Trezzo d’Adda e poi intitolata ad Alessandro Taccani e l’altra proprio qui a Crespi. Dopo aver cessato la produzione nel 2011, la società Iniziative Bresciane ha acquisito la proprietà della centrale e l’ha rimessa in funzione grazie ad un pregevole restauro: il tetto, gli affreschi ornamentali in stile liberty (unici in una centrale), il pavimento a parquet e gli impianti sono stati rimessi rimessi a lustro e riportati a nuova vita.

La guida con molta professionalità ci ha spiegato l’utilizzo delle turbine di tipo Kaplan e il procedimento di conversione dell’energia elettrica ricavata dall’azione delle acque. L’interno della centrale ci riporta ancora una volta al passato, e in particolari ad un mondo fatto di macchine e vapore: per noi appasionati Steamers è davvero la manna! E così, sognando un set fotografico in costume, ammiriamo la maestria e l’ingegnosità dell’uomo che qui potente si mostrano.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dopo questo interessante tour guidato, è ora di ritornare a casa, stanchi ma molto soddisfatti di questa visita.

Per ulteriori informazioni riguardanti Crespi d’Adda, visitate il sito ufficiale.

I luoghi della storia: l’Abbazia di Morimondo

Ai confini delle Province di Pavia e Milano, in territorio milanese, sorge un piccolo borgo facente parte del circuito dei “Borghi più Belli”: si tratta di Morimondo.

Molti milanesi, e non solo, durante le giornate soleggiate di primavera decidono di far visita a questo luogo tranquillo e molto verde, silenzioso e accogliente. Il borgo di Morimondo non può essere però così famoso senza la sua Abbazia, conosciuta in tutta Italia e non solo.

Morimondo

La piccola cittadina, abitata da circa 1000 persone, dista solo 5 chilometri da Abbiategrasso ed è facilmente raggiungibile sia dalla Provincia di Pavia che dalla Provincia di Milano. Il comune si trova sulla riva sinistra del Ticino, con orografia dolcemente digradante verso il fiume. I primi insediamenti sono di origine romana, poi rimpiazzati da stanziamenti longobardi.

Come ho già detto, Morimondo non sarebbe quella che è oggi se non grazie alla sua Abbazia: la storia della città e quella della chiesa sono infatti intimamente legate. L’Abbazia fu fondata dai monaci dell’ordine dei Cistercensi che vi risiedettero. Questa relazione è testimoniata anche dallo stemma comunale, che rappresenta nella parte superiore una mitra, indicativa del potere religioso, il bastone pastorale, poiché l’abate priore aveva dignità vescovile, ed una spada, simbolo del potere civile-giudiziario.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La fondazione della prima chiesa risale al 1134, quando i primi religiosi vi arrivarono qui dall’abbazia di Morimond, vicino a Digione. Nel 1182 si iniziò la costruzione della chiesa odierna tutta in laterizio. I monaci giunsero e portarono spiritualità e sacrificio: un segno di questa notevole spiritualità è testimoniato dalla fiorentissima attività dello Scriptorium, finalizzata alla costituzione della biblioteca monastica. Anche dal punto di vista dell’attività agraria si ebbe una notevole espansione con un gran numero di grange insediate su un territorio di 36.000 pertiche milanesi (circa 24 km²).

Nel 1798, con l’avvento di Napoleone, il monastero fu soppresso e il patrimonio culturale andò disperso. Dal 1805 al 1950 la vita religiosa tornò in auge grazie alla presenza di sacerdoti ambrosiani. Nel 1991 il cardinale Carlo Maria Martini affidò alla Congregazione dei Servi del Cuore Immacolato di Maria la cura pastorale della parrocchia con un nuovo invito a rilanciare l’abbazia di Morimondo come centro di spiritualità e di iniziative pastorali. Con la costituzione della Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, nel 1993 si assiste a un rilancio di Morimondo con la valorizzazione del patrimonio spirituale e culturale dell’abbazia.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Oggigiorno, grazie al supporto della comunità locale, l’attività religiosa e culturale dell’abbazia è rifiorita, tanto da rendere famosa Morimondo e il suo borgo a tal punto di essere scelti come set per produzioni cinematografiche o televisive come ad esempio il film Papà dice messa del 1996, il film Cado dalle nubi del 2009 o la serie televisiva Benedetti dal Signore del 2004.

Nel dicembre 2007 la Regione Lombardia ha riconosciuto ufficialmente il complesso monastico come museo regionale, gestito dalla Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo.

La visita a Morimondo è una delicata e dolce esperienza, fatta di silenzio e di contatto con la natura, nonchè con la propria spiritualità. Un luogo così pacifico e immerso nel verde non può che attirare a sè molte persone, sia pellegrini che semplici curiosi. Durante le giornate soleggiate di primavera o d’estate è piacevole godersi un po’ di frescura con un bel gelato stando sdraiati sull’erba o venire qui per degustare le specialità tipiche della cucina milanese in uno dei tanti ristoranti che qui sorgono. Se non siete mai stati a Morimondo, vi consiglio di dedicarci almeno un paio d’ore, per scoprire la sua storia e la sua Abbazia.

Oltre alla visita della Chiesa, potete, pagando un piccolo biglietto presso l’entrata del Museo dell’Abbazia, visitare il chiostro, il refettorio e alcune sale oggi adibite ad attività culturali.

consigli

Visitate Morimondo e la sua Abbazia durante una giornata soleggiata di primavera. Lasciate l’automobile parcheggiata presso il parcheggio a pagamento all’ingresso del borgo e percorrete le vie a piedi o in bicicletta. Se siete interessati alla storia dell’Abbazia, prenotate una visita guidata di questa e del suo parco visitando il sito ufficiale. Se siete in zona, potete visitare il Parco Agricolo Sud Milano oppure avvicinarvi al pavese e visitare le campagne vicino a Bereguardo o alla Zelata.

 

I luoghi della Storia: il Castello e il borgo di Nazzano

Si sa, l’Oltrepò Pavese sa regalare davvero tante emozioni: chi non conosce la splendida cittadina di Varzi, o Fortunago? (leggi qui il mio articolo) E ancora Broni, con le sua cantine vinicole e Voghera, dalla sua storia antica. Ma l’Oltrepò è anche conosciuto per i suoi bellissimi castelli e per i suoi borghi nascosti, come quello di Zavattarello (leggi qui il mio articolo) o quello di Montesegale (leggi qui il mio articolo). C’è poi un piccolissimo borghetto, quasi sconosciuto, che fa parte del comune di Rivanazzano Terme, sulle prime alture: si tratta di Nazzano, minuscolo centro abitato che ospita un castello molto interessante. Scopritelo con me, leggendo la sua storia in questo articolo.

Nazzano

Il Castello di Nazzano è di sicuro molto suggestivo, sia per le sue dubbie origini che per l’imponenza: non si sa per certo quando fu costruito, probabilmente nel XI secolo dalla famiglia Malaspina, anche se molti storici sono concordi sul fatto che ci fosse già una fortificazione precedente risalente prima dell’anno Mille (caratteristica comune di molti castelli e forti).

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ciò che è certo, è che il Castello fu eretto per dominare la vallata. Nel corso dei secoli è passato di mano molte volte, subendo rimaneggiamenti come per mano dei conti pavesi Mezzabarba, che nel 1613 lo convertirono da fortezza a maniero gentilizio. Nel 1712 il Castello cambiò di nuovo proprietari, passano ai marchesi Rovereto che lo rimodernarono e lo resero simile a come lo possiamo ammirare oggi. Nel 1905, sempre i Rovereto ristrutturarono di nuovo il forte donandogli l’aspetto che vediamo oggi e adibendolo ad abitazione privata.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il Castello è completamente costruito in pietro e ospita una cappella e ben 40 stanze,

Il ricetto fortificato era la sede di una delle principali scuole di guerra di tutta l’Europa, fondata da Jacopo Dal Verme.

Oggi il Castello sovrasta ancora quelle magnifiche colline che i Malaspina, i Mezzabarba e i Rovereto ammiravano da queste alture. Oltre al Castello, degno di nota è di sicuro il borghetto, ancora quasi interamente in pietra e dal sapore antico. Tra queste casette si trova anche la Villa San Pietro, di proprietà privata della famiglia Gambaro, che ospita un meraviglioso giardino all’italiana.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Da brava Vagabonda, non ho potuto fare a meno di visitare questo luogo così ricco di storia, ma che purtroppo, devo sottolineare, non è così ben valorizzato: iniziando dalla cartellonistica, si trova solo un indicazione che dalla strada statale di Rivanazzano indica la presenza del Castello: relativamente poco per una località che merita di sicuro una visita. Il borgo, tuttavia, è abbastanza solitario e anche un pochino desolato in quanto le abitazioni che vi si trovano sono quasi tutte seconde case e i due complessi più interessanti, il Castello e la Villa San Pietro, sono chiusi al pubblico a meno di eventi particolari (più unici che rari). Questo mi sconforta molto perchè si perde una bella occasione per far conoscere la storia e le bellezze di questo territorio, ma purtroppo questa problematica è nota per quasi tutti i Castelli del pavese. Chissà che un giorno, qualche proprietario lungimirante non decida di aprire al pubblico per far conoscere questi tesori, finalmente estratti dal loro forziere.

I luoghi della Storia: l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio

Con questa primavera arrivata in netto anticipo, posso finalmente tornare ad esplorare le zone del mio caro e amato Oltrepò Pavese. Molti sono i luoghi da visitare e altrettanti sono gli articoli da scrivere. Cominciamo dunque un nuovo viaggio e un nuovo anno alla scoperta di questo interessante e peculiare territorio, partendo da un luogo molto conosciuto e apprezzato: l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio.

Sant'Alberto

L’Eremo di Sant’Alberto di Butrio si trova in provincia di Pavia, in frazione Abbadia Sant’Alberto, facente parte del comune di Ponte Nizza, a 687 s.l.m.

L’Eremo porta il nome del suo costruttore, Sant’Alberto, che nel 1030 decise di lasciare la vita civile per isolarsi e andare ad abitare nella vicina valletta del Borrione. Dopo aver guarito miracolosamente un figlio muto del marchese Casasco, questi, come segno di riconoscenza, gli edificò una chiesa romanica e a Sant’Alberto si unirono altri seguaci, costituendo una comunità di eremiti che costruirono il monastero, di cui oggi rimane solamente una piccola ala: il chiostrino ed il pozzo. Negli anni seguenti, l’Eremo assunse notevole importanza per i fedeli e Sant’Alberto rimane qui come abate fino alla sua morte, avvenuta nel 1073. L’importanza di questo luogo continuò a crescere, tanto da divenire un centro spirituale di una vastissima zona, nonchè rifugio del re d’Inghilterra Edoardo II Plantageneto: un documento del 1877 attesta che il re qui morì e fu sepolto inizialmente proprio in questo Eremo. Si ritiene, inoltre, che qui vi abbiano soggiornato anche Federico Barbarossa e Dante Alighieri.

Alberto_1
L’accesso all’Eremo di Sant’Alberto di Butrio

Verso la metà del XV secolo, l’eremo incominciò il periodo di decadenza.

Nel 1543 gli ultimi monaci lasciarono l’eremo per trasferirsi nell’Abbazia di San Pietro di Breme. Vi rimase solo un sacerdote addetto alla cura delle anime. Seguirono tre secoli di quasi abbandono totale, durante i quali il monastero e parte della torre furono distrutti.

Solo nel 1900, anno in cui avvenne la riesumazione dei resti di Sant’Alberto, il monastero riprese vita, sotto la direzione di don Orione.
Nel 1921 gli Eremiti della Divina Provvidenza ripopolarono l’Eremo e tra di essi ce ne fu uno che ancora oggi viene ricordato con molta devozione, grazie alla sua vita riconosciuta per santità, penitenza e preghiera: frate Ave Maria. Durante la visita, potrete anche vedere la stanza e gli effetti personali di questa particolare personalità, considerato un pilastro di questo luogo sacro.
L’Eremo oggi è aperto al pubblico e organizza numerose attività per i fedeli ed i pellegrini.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

L’Eremo è uno dei luoghi più amati dell’Oltrepò Pavese e forse uno dei più conosciuto vista la sua fama che, certe volte, proprio lo precede. Lasciata l’auto proprio davanti all’edificio, ci si trova davanti ad un luogo mistico e sacro, silenzioso e accogliente. L’interno della piccola chiesa parrocchiale di Santa Maria ricorda quelle antiche pievi di campagna che ricorrono in romanzi e racconti. Io non sono credente, ma non disdegno la visita a questi luoghi per apprendere la loro storia e ammirare le loro bellezze artistiche e architettoniche.
Questo luogo sacro può essere visitato per intero e ancora oggi si può osservare l’antico edificio costituito dal chiostrino e dal pozzo: penso che proprio queste parti siano le più suggestive e belle. Affianco al pozzo si trovano alcune panchine dove poter riposare e godersi una meravigliosa vista sulla vallata circostante, meditando o pensando.
L’Eremo di Sant’Alberto è proprio un luogo di pace, di tranquillità e di solitudine, non vista come una pena ma come un’occasione per ritrovare, nel silenzio, il contatto con la propria spiritualità.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Personalmente trovo che questo luogo sia uno dei più apprezzabili del nostro territorio e vale la pena una visita, soprattutto d’inverno, quando il flusso turistico non è ancora al suo apice, ma anzi si può visitare senza calca e con tranquillità. Non ho avuto occasione di poter visitare le Grotte di Sant’Alberto, non molto distanti dall’Eremo, ma questa sarà una buona occasione per tornarvi per ammirare le bellezze di questo favoloso luogo!
Alberto_6
Veduta dell’Eremo