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I luoghi della storia: Giardini Botanici Hanbury

La Liguria è una di quelle regioni che spesso vengono considerate solo per le località marittime e, ingenuamente, si pensa che oltre a queste ci sia poco da poter vedere. Niente di più falso se pensiamo alla storia e alla conformazione fisica di questa regione! Un luogo che da tanto volevo visitare e che finalmente posso dire di aver visto è un luogo davvero speciale, dove l’amore per la botanica e la voglia di sperimentare si sono fuse per dare origine ai meravigliosi Giardini Botanici Hanbury, in Provincia di Imperia, a pochi minuti di auto da Ventimiglia e dal confine franco-italiano.

La Riserva Naturale Regionale della Foce dell'Isonzo(5)

 

Prima di raccontarvi di questo luogo vorrei ringraziare la Dottoressa Daniela Guglielmi per la sua gentilezza e l’opportunità che mi ha riservato di poter scattare e pubblicare le mie fotografie proprio sui questi meravigliosi Giardini.

Detto ciò ho deciso di visitare questi meravigliosi giardini i primi di marzo per vedere la fioritura di alcune delle piante che qui hanno dimora e ho deciso di farlo con la mia mamma, per passare una splendida giornata insieme e all’aria aperta.

Siamo giunte presso i Giardini Botanici Hanbury nel primissimo pomeriggio e a parte noi non c’era quasi nessuno: questo ha fatto sì che potessimo goderci ogni angolo dei giardini in totale calma e relax.

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L’ingresso ai Giardini Hanbury

I Giardini Botanici Hanbury sorgono sul promontorio della Mortola in località omonima: il terreno su cui sono costruiti è digradante verso il mare e questo permette la crescita di numerose specie, sia arboree che non.

Ma come sono nati i Giardini? L’idea di realizzarli è stata di sir Thomas Hanbury, viaggiatore inglese. Dalla sua passione per i viaggi nasce l’idea di creare un giardino per coltivare e far crescere piante esotiche raccolte e collezionate durante i suoi numerosi spostamenti. Per sviluppare questa idea si affida al fratello Daniel, a diversi botanici (fra cui, in particolare, i tedeschi Ludwig Winter e Alwin Berger, e l’ingegnere idrologo belga Paul-Vincent Levieux) e ad una manovalanza di giardinieri stabilitisi nelle vicinanze. Il giardino divenne ben presto rinomato in tutto il mondo e già nei primi anni le collezioni delle piante esotiche attirarono molta attenzione del mondo della scienza a livello internazionale: in particolare gli scienziati erano interessati a studiare queste essenze botaniche anche sotto il profilo farmacologico e volevano approfondire il loro ambientamento ex-situ (al di fuori dell’ambiente originale).

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I Giardini Hanbury da Palazzo Orengo

La passione per la botanica fu portata avanti all’interno della famiglia Hanbury anche dopo la morte di sir Thomas grazie alla perseveranza del figlio Cecil e di sua moglie Lady Dorothy che con grandi sforzi continuò a progettare nuove aree e a prendersi cura del giardino anche dopo che i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale hanno danneggiato questo magico luogo: Lady Dorothy si occupò del giardino fino al 1960 qundo decise di venderlo allo Stato Italiano che affidò la sua gestione nel 1987 all’Università degli Studi di Genova.

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Un giardino pensato da un viaggiatore e amante della botanica non potevo non visitarlo, non credete?

Grazie alla piccola mappa che ci è stata consegnata all’ingresso abbiamo potuto seguire il percorso rosso (quello consigliato per la visita procendendo dall’alto verso il basso) e ammirare numerose essenze davvero ragguardevoli:

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Il percorso si snoda tra fiori profumati e variopinti e piante dalle dimensioni davvero impressionanti come le agavi che sembrano crescere fino all’infinito. Ovviamente con la macchina fotografia mi sbizzarrisco e cerco di cogliere ogni dettaglio, cercando di immortalare la bellezza di questo luogo unico che è candidato come Patrimonio dell’Umanità all’UNESCO dal 2006.

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Palazzo Orengo dalla parte bassa dei Giardini

Il percorso presenta numerose salite e discese anche con gradinate e una volta giunti nel punto più basso potrebbe risultare difficile da ripercorrere in senso opposto ma si è pensato anche a questo: il sentiero blu vi riporterà alla biglietteria utilizzando un percorso più facile e mostrandovi altri punti particolare dei Giardini.

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E’ impossibile poter fotografare le quasi 6000 specie presenti ma vi posso assicurare che la meraviglia qui è percepibile non solo con gli occhi. All’interno dei Giardini non mancano le fontane come quella del Drago chiamata così per la presenza di una statua bronzea che Thomas Hanbury acquistò a Kyoto e qui portò. Come architetture degne di nota ci sono Palazzo Orengo del Cinquecento, visitabile grazie alle numerose iniziative come le visite guidate, e il Mausoleo Moresco che ospita le ceneri di Sir Hanbury e di sua moglie.

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All’interno dei Giardini ci sono poi un piccolo bookshop e un punto di ristoro con bar e tavolini all’aperto. Non mancano i servizi igienici per i visitatori, sparsi anche lungo i percorsi.

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Un panorama eccezionale e la vostra Vagabonda immortalata dalla Mamma Irene

Insomma, vi ho convinti a visitare questi meravigliosi Giardini che sono stati inseriti nella lista dei 10 giardini più belli d’Italia nel 2007 e nel 2011? Dire che io me ne sono innamorata è riduttivo!

Per saperne di più visitate il loro sito ufficiale: www.giardinihanbury.com

Ringrazio ancora di cuore la Dottoressa Daniela Guglielmi per la sua disponibilità, la Cooperativa Omnia con cui ho preso contatti per avere informazioni sulla visita e tutti i professionisti che si dedicano alla cura di questi meravigliosi Giardini!

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Cosa vedere e fotografare: i Giardini Botanici Hanbury sono aperti tutto l’anno e in ogni periodo sono presenti fioriture particolari. Sul sito ufficiale potete consultare le fioriture e programmare la vostra visita anche secondo la presenza delle fioriture. Tenete conto che, grazie alle caratteristiche climatiche del luogo in cui sorgono i Giardni, la primavera è piuttosto precoce (a inizio marzo trovate già parecchie fioriture, soprattutto degli alberi da frutto) e che l’autunno è notevolmente tardivo.

A poca distanza da La Mortola sorge la città di Ventimiglia che vi accoglierà con un bel lungomare e con tanti ristoranti con cucina tipica ligure: non perdete l’occasione di scattare qualche foto anche qui! E se vi va, Mentone è solo a pochi chilometri dai Giardini!

I luoghi della storia: Torricella Verzate

Come sapete ci tengo molto a valorizzare tramite articoli e fotografie il territorio pavese e l’Oltrepò. E’ così che, quando il tempo lo permette, decido di prendere l’auto e di salire sulle bellissime colline pavesi, alla ricerca di scorci e borghi di altri tempi. Con questo articolo vi voglio far scoprire la piccola cittadina di Torricella Verzate.

Torricella Verzate

Perchè Torricella Verzate? Un giorno di inverno io e Gabriele abbiamo deciso di visitare il Paese e Gabriele ne è rimasto veramente colpito, sia perchè questo luogo è davvero particolare per la presenza di un Santuario così ben visibile e distinguibile, sia perchè nonostante la sua bellezza è davvero poco conosciuto: quel giorno, infatti, non c’era nessuno per le strade e nemmeno nei paraggi del suo Santuario.

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Torricella Verzate da Oliva Gessi, in lontananza Milano

Così, decisa ad approfondire la storia di questo luogo, ho deciso di scrivere al Sindaco di Torricella Verzate, Marco Sensale, il quale mi ha, con grande felicità, riservato una visita guidata presso il Santuario.

Dunque sono tornata a Torricella Verzate, curiosa di scoprire la storia del suo Santuario, accompagnata non solo dal gentile e assai disponibile Marco, ma anche da Don Luciano, storico parroco del Santuario, al quale tutto il Paese (e non solo) deve molto.

Prima di raccontarvi il tour guidato, vi faccio conoscere un po’ di storia, come in ogni mio articolo di questa rubrica.

Torricella Verzate è un piccolo comune di circa 800 abitanti che si trova nell’Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Verzate. I primi cenni di questa cittadina risalgono al 972 d.C., all’epoca di Ottone I di Sassonia, che donò i beni fondiari al Papa, facenti parte del Monastero della Croce, fra cui Oliva, Montalto, Mairano e appunto Torricella. Il toponimo di Turricella appare per la prima volta nel XIII ma non è chiaro se si può ricondurre alla località Isella nota dal medioevo.

Nella frazione di Verzate sorgeva una casa dei Templari che, con altri beni del Tempio, fu assegnata agli Ospitalieri di San Giovanni, cui rimase fino all’epoca napoleonica. Tra gli storici e gli studiosi vi è chi ipotizza che i Templari stessi abbiano avuto un ruolo nello sviluppo di Torricella.

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Il nome Torricella deriva dalla presenza di una torre Saracena che si trova a ridosso della Chiesa parrocchiale e del Santuario: già, perchè questa piccola località è famosa per la presenza del Santuario di Santa Maria della Passione. E’ proprio questo il luogo su cui vorrei soffermarmi: il Santuario fu edificato sulla nuda roccia, tra il 1764 e il 1770. La sua posizione sopraelevata e le fondamenta sulla viva pietra ancora ben visibile lo rendono davvero unico e protagonista di tutta la vallata. Il Santuario, oltre che della chiesa, consta di 14 cappellette (ultimate nel 1781) sempre edificate su pietra viva che ripercorrono la Via Crucis: all’interno di esse si trovano 52 statue in terracotta policroma e figure in bassorilievo dell’artista Pietro Ferroni. Tra le cappellette sorge anche la Cappella dedicata ai caduti sul lavoro, sorta su un precedente cimitero di epoca Napoleonica: ancora oggi si possono notare alcuni affreschi ancora più antichi, risalenti al 1600. Questa cappella viene utilizzata per celebrare le messe in ricordo delle vittime sopracitate.

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Il Sindaco è stato ben felice di accogliermi e di accompagnarmi in questo breve tour e mi ha raccontato tutte le vicende del Santuario insieme all’instancabile da Don Luciano: Don Luciano, cinquant’anni architetto e venticinque Sacerdote, ci ha mostrato il luogo nella sua interezza, raccontandoci di come, ad esempio, le Cappellette siano state danneggiate da un vandalo durante gli anni ’70 o di come ha scoperto un antico forno del 1600 ancora funzionante, situato nella Canonica. Un personaggio davvero eclettico Don Luciano, che ha dedicato gli ultimi anni alla scoperta e alla rivalorizzazione del Santuario, mettendolo a disposizione della comunità tutta. E’ a lui e alla generosità degli abitanti di Torricella Verzate che si devono gli importanti lavori di ristrutturazione del Santuario e la costruzione di un percorso adatto alle persone diversamente abili e con carrozzina. Negli occhi del Sindaco Marco (e non solo nei suoi) traspare l’ammirazione per un uomo che con tanta fede ha promosso la conoscenza di Torricella Verzate e del suo Santuario.

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Grazie alla disponibilità del Sindaco e del Parroco, sono dunque entrata nel Santuario per scoprire la bellezza di questo luogo: all’interno ci sono vari affreschi del 1700 e un organo del Lingiardi 1800. Di notevole importanza è anche la Cappella dedicata alle Reliquie della Santa Croce, riammodernata dallo stesso Don Luciano. Oltre a questa cappelletta, ne esiste un’altra, più piccola, posta in posizione rialzata e normalmente non visitabile.

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Il Santuario nasconde molto di più di quello che l’occhio non vede: proprio accanto alla Chiesa sorge la Scala Santa, dedicata alle vittime di incidenti stradali: i gradoni, secondo la tradizione, dovevano essere saliti a ginocchioni, in modo tale da ottenere l’indulgenza da tutti i peccati. Oggi numerose foto adornano le pareti della scalinata e una volta all’anno i parenti delle vittime si ritrovano qui per celebrare una solenne Messa in loro ricordo. La Scala Santa è stata costruita ispirandosi alla celebre Scala Santa della Basilica di San Giovanni in Laterano. Oltre alla presenza della Scala, il Sindaco e il Parroco mi mostrano la meravigliosa grotta sottostante la chiesa, che racchiude le fondamenta non solo della chiesa stessa, ma anche dell’antico castelletto appartenuto alla famiglia Belcredi, che qui sorgeva: di questo antico avamposto si riconosce ancora molto bene un’antica feritoria. Dalla grotta si può ben notare come il Santuario fu costruito sulla pietra viva e come questo luogo sia indissolubilmente legato a queste rocce.

Per ultima, ma non meno importante, visito la Canonica, con soffitto originale settecentesco e vedo il mitico forno con cui, ancora oggi, si preparano gustose pizze: dal 1600 ad oggi, questo forno ha resistito al tempo e agli innumerevoli eventi che hanno caratterizzato questo territorio.

Dopo una interessante ed istruttiva visita di circa un’ora, mi congedo dai miei due accompagnatori, preziosi costruttori di sapere e amanti del loro territorio.

Prima però di lasciare Torricella, parlo con il Sindaco rispetto alla valorizzazione del territorio: entrambi siamo concordi che ciò che manca a questo splendido territorio è la presenza di una rete efficace che valorizzi e promuova l’Oltrepò Pavese: “purtroppo è difficile imboccare una strada comune e i mezzi che si hanno a disposizione sono sempre meno” – mi dice Marco. Comprendo assolutamente ciò che vuol dire Marco e spero vivamente che lo Stato italiano riconosca la bellezza di questo territorio (ma non solo, tutta la Provincia di Pavia) e che incentivi il suo sviluppo. Io, nel mio piccolo, spero che questo articolo attragga persone verso un territorio meraviglioso e che le porti alla scoperta di Torricella Verzate, luogo ricco di storia e di meravigliosa natura.

Ringrazio vivamente il Sindaco Marco Sensale, per avermi fatto da guida e per la sua disponibiltà e il gentile Don Luciano per avermi permesso di scoprire i segreti del Santuario. Grazie di cuore!

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Informazioni tecniche per la visita: il Santuario è normalmente chiuso al pubblico ma si può visitare previo contatto telefonico con il custode. Questo luogo è ben segnalato in tutto il paese e non è difficile arrivarci, sia a piedi che in automobile: un parcheggio proprio al di sotto permette il facile accesso tramite delle scalinate o tramite un percorso per carrozzine.

Parcheggiata l’auto proprio ai piedi del Santuario si gode di una meravigliosa vista sulle colline e sulle Alpi: questo è un luogo di pace e di raccoglimento ma anche ottimo per scattare delle belle fotografie!

Cosa vedere e fotografare: Se volete vedere Torricella Verzate da una prospettiva più ampia e volete scattare delle belle panoramiche vi consiglio di recarvi ad Oliva Gessi, magari a giugno quando ci sono i campi di grano imbionditi, e di scendere sulla strada SP46 in direzione di Corvino San Quirico per godere di una vista su Torricella Verzate e sulle colline davvero unica ed inimitabile! Se siete nei dintorni visitate anche Cigognola, Mornico Losana e Pietra de’ Giorgi! Non ve ne pentirete!

I luoghi della storia: il Castello di Argine

Durante le Giornate FAI d’Autunno 2019 ho approfittato di questa iniziativa per visitare un luogo davvero sconosciuto dell’Oltrepò Pavese. Come già saprete tengo molto alla mia terra natia (dato che sono nata a Broni) e con il blog di Donna Vagabonda vorrei valorizzarla il più possibile. E’ così che, sfruttando la possibilità offerta dal FAI, mi sono diretta verso un castello che normalmente è chiuso e che ha aperto le sue porte per la prima volta proprio in occasione di questo evento: si tratta del Castello di Argine.

Argine

Il Castello di Argine si trova nella frazione omonima di Bressana Bottarone, in via Roma. La sua costruzione risale al XIV – XV secolo (più probabilmente alla fine del 1300) ed è stato costruito a scopo difensivo. Il castello presenta tutte le caratteristiche dei castelli pavesi con pianta quadrata e torri quadrate agli angoli, anche se oggi rimangono solo due delle quattro torri originali: una, la principale, è completa di merlature ed è situata sulla destra rispetto all’ingresso principale, mentre l’altra, la minore, è situata nell’angolo sud-est. Una delle caratteristiche che spicca subito all’occhio è la presenza dei mattoni a vista, ancora ben conservati.

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L’ingresso avviene da ovest tramite un portale a forma di arco che immette in un cortile interno a pianta quadrata con facciate ancora parzialmente intonacate. Tuttavia, durante la Giornata del FAI, io sono entrata nel castello tramite quello che era il ponte levatoio che insisteva sul fossato, oggi trasformato in ponticello in muratura fisso. Il fossato, tuttavia, è ancora riempibile.

In origine il castello apparteneva alla famiglia Simonetta, in particolare ad Angelo Simonetta, feudatario di Argine dal 1466. Successivamente il castello passò ai Visconti di Modrone. Terminata la sua destinazione difensiva, il castello viene adibito ad abitazione privata e oggi è di proprietà dei Marchesi Fassati Busca e in particolare del Marchese Ariberto Fassati.

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All’interno della pertinenza del castello si trova anche la piccola Chiesa di Santa Maria Nascente in Argine, in stile “barocchetto” lombardo, risalente ai XVIII secolo.

Devo dire che questa apertura straordinaria ha attirato molti visitatori, sia di Pavia che non (ho incontrato una famiglia proveniente da Lecco durante la visita guidata) e ha permesso alla comunità di conoscere un bene che ancora oggi è pressochè sconosciuto, sia ai pavesi che ai turisti interessati all’Oltrepò. Il fatto che sia abitazione privata purtroppo impedisce ai più la sua scoperta ma spero che un giorno almeno un’ala del castello venga aperta ai visitatori.

La visita guidata, piacevole ed istruttiva, mi ha fatto scoprire la bellezza di questo luogo, una bellezza non sontuosa ma rustica, ben incastonata in un territorio fortemente legato alla campagna e ai suoi frutti. Attraverso la visita ho potuto visitare il salone padronale, due stanze con salottino, la cucina con camino “abitabile”, il giardino, il cortile e la chiesetta. Di sicuro vi avrà incuriosito il termine “abitabile” associato al camino: questa struttura è davvero unica dato che si tratta di un camino abitabile ancora intatto ed originale, dove i commensali o il cuoco potevano sedersi al suo interno e preparare direttamente qui pietanze e piatti saporiti. E’ la prima volta che vedo una struttura del genere, nonostante i tanti camini che ho potuto osservare durante le mie visite ai numerosi e curiosi castelli italiani.

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Una piccola gemma incastonata tra il Po e le colline, il Castello di Argine si può ammirare da fuori e si aggiunge alla lista dei tanti castelli pavesi che ho avuto il piacere di visitare e di conoscere.

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La torre merlata del castello

Per conoscere gli altri castelli pavesi, vi invito a cliccare qui.

I luoghi della Storia: il Giardino Giusti

Durante il mio soggiorno a Verona avvenuto durante le vacanze pasquali del 2019 (leggete qui il primo giorno del Diario di viaggio), ho potuto visitare luoghi favolosi ricchi di storia e di bellezza. Uno di questi è il Giardino Giusti, facente parte del Palazzo Giusti, nel quartiere della Veronina. Questo giardino è forse una meta poco conosciuta per chi visita Verona per la prima volta, tuttavia è secondo me una tappa davvero da non trascurare.

Giardino Giusti

Il Giardino, così come il Palazzo, prende il nome dalla famiglia Giusti, di origine Toscana stabilitasi a Verona per sviluppare l’industria della tintura della lana. Nel 1406 Provolo Giusti acquistò un’area situata vicino all’antica via Postumia e qui la famiglia, nel corso degli anni, utilizzò gli spazi dell’attuale giardino per far bollire i calderoni in cui la lana veniva trattata. Nel corso del XVI secolo l’area produttiva venne convertita in palazzo di rappresentanza e il giardino venne realizzato piantando cipressi, bossi, piccole fontane e grotte. Il principale artefice del giardino fu il conte Agostino Giusti, mecenate e appassionato di arte e musica, fiduciaro dei Veneziani. Il conte volle realizzare un giardino con stile vicino a quelli medicei, punto di riferimento estetico dei nobili giardini dell’epoca: la parte più antica del giardino è impostata geometricamente ed è chiusa da una fila di cipressi tra i quali spunta il famoso Cipresso di Goethe, vecchio di oltre seicento anni, ammirato e descritto proprio dal poesta nel “Viaggio in Italia” del 1817:

Stamane poi per tempo, mi ha stupito che mentre tutti venivano dal mercato portando in mano un ricordo di quello, o fiori, o legumi, od aglio, tutti volgessero lo sguardo ad un ramoscello di cipresso, che portavo in mano, dal quale pendevano i frutti a foggia di quelli del pino. Inoltre, avevo alcune pianticelle di capperi in fiore. Tutti mi guardavano, uomini donne, ragazzi, e parevano trovare la cosa strana.

Avevo tolto quei rami nel giardino Giusti, il quale giace in un’amena posizione, e dove sorgono cipressi giganteschi, a grande altezza, a forma di piramide. È probabile che nei tassi tagliati artificialmente in punta dei giardini del settentrione, si sia voluto imitare quest’albero stupendo, i cui rami tutti, giovani e vecchi, dalla base al vertice si drizzarno tutti verso il cielo. Desso vive non meno di tre secoli e si può pertanto dire meritevole di venerazione; giudicandoli dal tempo in cui fu piantato il giardino Giusti, questi avrebbero di già raggiunta quell’età rispettabile.

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Il Cipresso di Goethe

Il viale di cipressi termina naturalmente in una grotta sormontata da un mascherone da cui dovevano uscire lingue di fuoco e fumo, per stupire i visitatori.

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Con il diffondersi della moda del Grand Tour, il Giardino Giusti divenne una tappa molto nota per i viaggiatori che amavano sostare qui a Verona per scoprire le sue bellezze. E’ così che molti poeti, letterati e membri delle casate reali più importanti visitarono il giardino: tra questi bisogna sicuramente annotare Mozart, Goethe, l’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, il Re Carlo Felice di Savoia e lo Zar Alessandro I di Russia.

Ancora oggi il giardino mostra tutti gli elementi tipici del Cinquecento: gli alberi esotici, le statue mitologiche degli dei greci come Diana, Afrodite, Apollo, i vasi con gli agrumi e le fontane. Nella parte bassa del giardino, oltre al viale di cipressi, si trova un piccolo labirinto alla destra del viale alberato, considerato tra i più antichi d’Europa, mentre a sinistra si trova il parterre all’italiana, con il giardinetto ad agrumi e la vaseria. Verso la fine del viale di cipressi si trova una parte boscosa rigogliosa, pensata per stupire il visitatore e per creare un grande senso di meraviglia. Da qui, una piccola scala conduce alla parte alta del giardino dove si trova un bellissimo belvedere: la vista sul giardino è molto d’impatto e notevole è anche il panorama di Verona, visto da una prospettiva unica.

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Il Giardino Giusti è dunque un esempio meraviglioso di giardino all’italiana ancora intatto e mantenuto con rigore e dedizione. Spesso questo luogo non è contemplato all’interno degli itinerari di chi visita Verona, quando invece dovrebbe essere una tappa fissa del viaggiatore, a mio parere. Oltre al giardino, si può visitare una parte di Palazzo Giusti: il palazzo fu costruito nel XVI secolo e ha un impianto classico ad U. Qui vi ebbe sede per lungo tempo l’Accademia Filarmonica che poi costruì il Teatro Filarmonico.

Consiglio vivamente di visitare il Giardino Giusti e di ammirare le bellezze di questo luogo autentico e dall’indubbia importanza storica.

Ringrazio lo IAT Verona – Ufficio del Turismo per avermi offerto la possibilità di visitare questo museo con il Pass per Blogger.

I luoghi della storia: Le Aule Storiche dell’Università di Pavia

A luglio del 2019 mi è stato concesso il permesso di realizzare qualcosa di unico: un servizio fotografico in solitaria all’interno delle Aule Storiche dell’Università di Pavia. Purtroppo le Aule Storiche non sono visitabili normalmente quindi la loro apertura è piuttosto eccezionale, se non in occasione di manifestazioni, convegni e sedute di laurea. Le Aule Storiche che ho visitato sono state le seguenti: Aula Magna, Aula Scarpa, Aula Foscolo, Aula Volta.

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Ci tengo a ringraziare per la disponibilità la Signora Lucia Pomidoro per avermi dato questa possibilità, il Signor Massimo Lafortezza per avermi accompagnato nella visita delle Aule e il personale universitario che ha reso possibile questo servizio fotografico e la realizzazione del seguente articolo.

Le Aule Storiche dell’Università di Pavia si trovano nell’edificio centrale, in Strada Nuova, a Pavia. Queste sono state restaurate e oggi possono ospitare sedute di laurea, convegni, conferenze e altri eventi divulgativi. Assieme alla Biblioteca Universitaria di Pavia (leggete qui il mio articolo), conferiscono lustro e magnificenza all’ateneo pavese.

Cominciamo dalla prima, nonchè la più grande, aula che ho visitato: l’Aula Magna.

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L’Aula Magna

L’Aula Magna fu opera dell’architetto brianzolo Giuseppe Marchesi: fu lui anche il restauratore dell’Aula Scarpa e dell’Aula Volta. Il progetto di questa grande aula fu esaminato nel 1837 ma i lavori iniziarono solo nel 1845, terminando naturalmente 5 anni dopo. All’interno dell’aula si può ben percepire il gusto classico: assolutamente visibili sono infatti il pronao con colonne corinzie e il timpano adornato da delle sculture. All’interno dell’ampia aula si distinguono numerose colonne con capitelli sempre corinzi, che vanno ad adornare le tre navate e che reggono la cornice su cui si innesta la volta centrale a botte con casse a stucco.

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L’Aula Magna dall’alto

Nell’abside campeggia il ritratto di Vittorio Emanuele II a cavallo. L’aria che si respira è di austerità e di sacralità: si percepisce l’importanza delle cerimonie che qui sono avvenute e che continuano ad avvenire. Ciò che mi ha colpito di più di questa Aula è l’imponenza del soffitto e delle sue decorazioni: non sono un’esperta d’arte ma devo proprio ammettere che questo soffitto sarà difficile da dimenticare!

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Proseguo con la mia gentile guida e mi dirigo all’Aula Volta, cioè l’ex Teatro di Fisica.

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L’Aula Volta

Quest’Aula si trova al primo piano, in corrispondenza del cortile delle statue. I lavori di costruzione furono affidati a Leopoldo Pollack (che la iniziò nel 1785 e concluse nel 1787), su ordine dell’Imperatore asburgico Giuseppe II, e l’aula venne poi restaurata da Giuseppe Marchesi. Quest’aula venne intitolata ad Alessandro Volta, che qui svolse i suoi insegnamenti e le ricerche che portarono alla scoperta della famosa “Pila di Volta”. Volta fu anche Magnifico Rettore dell’Università. L’Aula Volta, di minor dimensioni rispetto all’Aula Magna, è stata realizzata ad emiciclo e con soffitto piano (solo in seguito verrà sostituito con quello che possiamo osservare oggi, con una volta a conchiglia). All’interno sono presenti dei trompe-l’oeil che continuano la serie di finestroni sugli scranni a gradinata di fronte alla cattedra. Le colonne che ornano la sala sono in rosso di Francia e alle due estremità dell’Aula si trovano due statue, una di Galileo Galilei e l’altra di Bonaventura Cavalieri. Non poteva poi mancare qualcosa che riconducesse al Volta, ovvero un busto in marmo e un’iscrizione che illustra l’importanza dello scienziato e dei studi.

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Mentre realizzo il mio servizio scambio quattro chiacchiere con il mio accompagnatore, che queste aule le conosce molto bene, e mi racconta degli ospiti illustri che hanno calcato questi pavimenti. Sembra davvero di tornare indietro nel tempo!

Proseguiamo il nostro tour e ci dirigiamo verso l’aula a mio avviso più bella: l’Aula Foscolo.

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L’Aula Foscolo

Sono particolarmente legata a questo luogo in quanto proprio qui ho discusso la mia tesi della Laurea Triennale in Scienze e Tecnologie per la Natura e proprio qui ho potuto assistere ad una conferenza di Paolo Mieli, storico che ammiro moltissimo.

L’Aula Foscolo fu progettata dall’illustre architetto Giuseppe Piermarini nel 1770, questa volta su volere dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, grande mecenate che fece rimodernare tutta l’Università di Pavia, oltre che costruire l’Orto Botanico e la Biblioteca Universitaria di Pavia. L’Imperatrice desiderava che venisse costruita una sala espressamente destinata alla cerimonia delle lauree e così venne costruita questa illustre aula che ancora oggi spesso viene adibita allo scopo originario. Nel 1927 venne restaurata in occasione del centenario della morte del sommo Foscolo, ma perchè è dedicata a lui? Perchè nel 22 gennaio 1809 il poeta qui tenne la famosa prolusione “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. L’Aula ha una pianta rettangolare ed è illuminata da finestre di grandi dimensioni che danno sul primo piano, su cui è situata. Le pareti sono state dipinte dal pittore pavese Paolo Mescoli nel 1782: sulla volta si riconosce Minerva in compagnia di Nettuno. Nelle porzioni di parete, nelle finestre, furono realizzate specchiature in cui “le Facoltà, che vengono insegnate nella detta Università” sono dipinte “in modo di cariatidi intrecciate fra grotteschi con loro simboli rispettivi”. I due grandi ritratti a olio dei sovrani Maria Teresa e Giuseppe II, dipinti a Vienna da Hubert Maurer nel 1779, furono pensati come parte integrante della decorazione.

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Che dire, la più maestosa e decorata delle Aule storiche non può che impressionare per la sua bellezza e per la sua magnificenza. Tanti sono i ricordi che riaffiorano mentre scatto e forse c’è un po’ di commozione davanti a tutta questa meravigliosa beltà.

L’ultima aula, ma non meno bella, è l’Aula Scarpa, intitolata così in onore dell’anatomo-chirurgo Antonio Scarpa, che venne chiamato dalla corta Asburgica per prestare i suoi servigi all’Università di Pavia dal 1783.

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L’Aula Scarpa

Due anni dopo il Pollack, con accordi presi con lo stesso scienziato, progettò e realizzò l’Aula Scarpa come Teatro Anatomico dell’Università. All’epoca, questo fu il più importante di tutta la Penisola. L’aula ha forma semicircolare e si ispira ai modelli dei teatri antichi. La sala è illuminata da tre finestrone tutto sesto che si aprono su Corso Carlo Alberto e da altre due che si trovano all’innesto del lato curvo. Tra una finestra e l’altra si trovano dipinte le urne cinerarie dedicate a illustri medici del passato (Bartolomeo Eustachio, Gabriele Falloppio, Giovan Battista Morgagni e Bartolomeo Eustachio). Questo però non è l’unico tributo ai grandi della medicina del passato: si possono ben vedere infatti i busti di Luigi Porta, Johann Peter Frank, Antonio Pensa, Luigi Zoja, Bartolomeo Panizza (successore di Scarpa), lo stesso Antonio Scarpa e Giovanni Alessandro Brambilla (chirurgo pavese dell’Imperatore Giuseppe II). L’Aula venne restaurata da Marchesi che inserì la volta ad ombrello al posto del soffitto con decoro a cassettoni. La forma permette l’inserzione delle gradinate utilizzate dagli studenti per assistere alle lezioni di anatomia basate sulla dissezione dei cadaveri. Sulla vela centrale proprio sopra alla cattedra si riconoscono le figure di due uomini che rappresentano la medicina e la chirurgia, in stretto di mano, in segno di riconoscenza: Antonio Scarpa fu uno dei primi pensatori che sostese il collegamento stretto tra medicina e chirurgia (a quell’epoca la chirurgia veniva vista come una scienza inferiore, da affidare a persone di rango più basso). La stretta di mano vuole proprio suggellare questa unione così imprescindibile delle due scienze. Sulle altre vele si alternano delle grottesche a delle figure alate che hanno in mano i ferri del mestiere del chirurgo.

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Dopo aver scattato qualche foto il mio giro si doveva concludere qui ma, grazie alla gentilezza del mio accompagnatore, sono riuscita a visitare anche altre aule: l’Aula del ‘400, l’Aula di Disegno e la Sala delle Lauree della facoltà di lettere. Purtroppo di queste aule non ho trovato informazioni esaustive da potervi scrivervi qui, quindi mi limito a mostrarvi gli scatti che ho realizzato.

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Poter scattare all’interno di queste aule è per me un sogno che davvero si è avverato. Il silenzio, la maestosità e la bellezza si fondevano in un tutt’uno e davano vita ad un’atmosfera incredibilmente suggestiva.

Ringrazio ancora la Signora Lucia Pomidoro per avermi seguito nella richiesta di utilizzo delle Aule Storiche, il Signor Massimo Lafortezza per avermi accompagnato nel mio tour aprendomi le porte di un mondo meraviglioso e tutto il personale dell’Università di Pavia per aver reso tutto questo possibile.

GRAZIE!!

I luoghi della Storia: il Castello di Oramala

Se siete miei assidui lettori saprete che l’Oltrepò Pavese ha un posto speciale nel mio cuore: un po’ perchè ci sono nata e un po’ perchè con il blog vorrei farlo conoscerlo al pubblico e valorizzarlo. Durante l’estate (e non solo), mi piace fare dei giretti e delle escursioni in giornata in questo territorio. In questo articolo vorrei parlarvi di un luogo particolare: il Castello di Oramala. Ormai sapete che mi piace esplorare i castelli dell’Oltrepò e scoprirne la storia, le leggende, le tradizioni. Sul blog ho già trattato i castelli di Pietra de’ Giorgi (leggete qui il mio articolo), quello di Montebello della Battaglia (leggete qui il mio articolo), quello di Nazzano (leggete qui il mio articolo), quello di Montesegale (leggete qui il mio articolo), ora è il momento di quello di Oramala.

Oramala

Volevo visitarlo già da qualche tempo e mi chiedevo quando fosse stato possibile dato che si tratta di una residenza privata: la fortuna ha voluto che trovassi il proprietario, l’Ex Senatore Luigi Panigazzi. Nonostante se ne stesse per andare, ha deciso comunque di aprirci le porte del suo meraviglioso maniero.

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Il Castello di Oramala è situato su un promontorio roccioso, affacciato sulla Valle Staffora, presso il centro abitato di Oramala, che ha fatto parte del circuito “I Borghi più belli d’Italia“, e fu costruito dalla Famiglia Malaspina (ormai conoscerete bene questo nome, dato che i Malaspina sono stati spesso protagonisti delle vicende storiche dell’Oltrepò Pavese) nel X secolo. La famiglia fortificò la rocca nel 1474 per esigenze difensive e fece erigere la torre per controllare le eventuali incursioni provenienti dalla valle. Il fortilizio rimase alla famiglia Malaspina sino alla fine del XVIII secolo, quando i marchesi di Oramala, trasferendosi a valle, ne hanno decretato il declino; abbandonato, cominciò ad andare in rovina.

Oramala_1
Il Castello visto da Oramala

Oggi il Castello è proprietà della famiglia Panigazzi, in particolare di Luigi, che assieme al fratello Sergio ha restaurato il fortilizio e lo ha reso alla comunità grazie all’apertura di esso ogni domenica pomeriggio da giugno a ottobre. Della visita si occupa l’Associazione Culturale Spino Fiorito.

Il Castello ha ospitato Federico Barbarossa e, pare, anche il Sommo Poeta Dante Alighieri.

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Approdata all’interno del Castello mi sembra di tornare indietro nel tempo: il restauro è stato imponente ma l’atmosfera è ancora medioevale e gli arredi sono stati scelti con cura per far rivivere al visitatore quella determinata epoca. Si vede però che il Castello non è sempre aperto ai visitatori e sicuramente bisognerà fare ancora molto per renderlo più fruibile. Nonostante ciò, rincuora sapere che nel mio territorio ci sono queste bellezze, a volte un po’ nascoste, ma sempre da riscoprire.

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Vorrei congratularmi dunque con il Signor Luigi che, nonostante la sua età, crede ancora nel suo progetto ed è stato gentile a consentirci di entrare e di fotografare anche la vecchia torre. Speriamo che tanti proprietari di castelli e immobili d’epoca prendano spunto da lui!

Consiglio a tutti di visitare questo maniero, per respirare un’aria antica e deliziosa!

 

 

I luoghi della storia: il Castello di Pietra de’ Giorgi

Durante il mese di giugno ho potuto girovagare un po’ nell’Oltrepò pavese in cerca di scatti che descrivessero la bellezza di questo vasto e poco conosciuto territorio. E’ così che ho potuto visitare il Castello Beccaria di Montebello della Battaglia (leggete qui il mio articolo) e il Tempio della Fraternità a Cella di Varzi (leggete qui il mio articolo).

Attraversando le vallate e sconfinando in diverse pertinenze comunali, ho potuto visitare (almeno dall’esterno) alcuni dei più pittoreschi castelli del mio territorio natio, come nel caso del Castello di Nazzano (leggete qui il mio articolo). Oggi vi porto alla scoperta di un altro Castello, quello di Pietra de’ Giorgi.

Pietra de' giorgi

Situato nel centro del Paese di Pietra de Giorgi, il Castello è uno dei più antichi del territorio poichè risale al 1012 e fu voluto dalla famiglia dei Sannazaro. Prima della costruzione di questa rocca esisteva un precedente castello a Predalino, località che oggi è conosciuta come “Castellone”, ma non rimane più nulla di questa costruzione. Nel 1277 la fazione ghibellina pavese assediò il castello (guelfo a quell’epoca) ma la rocca resistette e non venne espugnata. Stessa sorte toccò all’assedio del gennaio del 1290 ad opera del Marchese del Monferrato, eroicamente respinto. Nel 1402 il castello venne conquistato dalla famiglia Beccaria (ramo di Messer Fiorello I), anch’essa ghibellina e nemica storica della famiglia Sannazzaro che venne dichiarata “ribelle”: ciò che rimase del castello venne donato nel 1406 a Galvagno e Antonio Beccaria, consiglieri del giovane Filippo Maria Visconti. Durante la proprietà dei Beccaria il castello venne restaurato e riportato agli antichi fasti tanto che anche il Paese cambiò il nome il “Pietra Beccaria”. Grazie al matrimonio tra l’ultima erede dei Beccaria, Franceschina, e il nobile Antonio Giorgi, il castello passò sotto la proprietà della famiglia dello sposo. Alla morte di Antonio Giorgi la rocca passò a don Pio Beccaria Giorgi mentre il palazzo adiacente, che oggi ospita il Municipio, passò ai nobili Giorgi di Vistarino. I Vistarino mantennero la proprietà fino a che questa non venne venduta alla Signora Giuseppina Meardi nel 1864 che a sua volta la vendette al comune di Pietra de’ Giorgi nel 1877. La rocca, per passaggi di eredità, passò di proprietà dai Beccaria-Giorgi, agli Eotwos, ai Dal Pozzo: questi ultimi la vendettero agli attuali proprietari, i signori Dosi.

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Attualmente, essendo la rocca un bene privato, questa non si può visitare anche se si può ammirare dall’esterno. L’attuale castello ha una pianta quadrangolare irregolare con cortile interno ed è costruito in pietra locale e mattoni. Ancora oggi si possono notare i fregi di mattoni disposti a dente di sega nella parte alta delle facciate. Delle quattro torri originali oggi è possibile vederne soltanto una, sopravvissuta alle lunghe e perigliose vicende della storia del castello, che, ricordiamolo, era nato a scopo difensivo. Ad oggi, il castello ha una superficie di circa 770 metri quadrati ai quali si aggiungono 590 metri quadrati di cantine e fienili e 100 metri quadrati di abitazione per il custode, al piano terra. Il cortile interno è di circa 160 metri quadrati mentre il terreno di proprietà, suddiviso in giardino e zona boschiva, è di circa 14mila metri quadrati.

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In cuor mio spero sempre che questi beni dall’alto valore storico siano messi a disposizione della comunità affinchè si possano visitare e studiare: mi auguro dunque che il Castello possa risplendere ancora di luce propria, magari ospitando eventi o un museo sulla sua storia.

consigli

Per arrivare a Pietra de’ Giorgi prendete la sp 46 lasciandovi Broni alle vostre spalle, venendo da Stradella e procedendo verso Montebello della Battaglia: da qui prima giungerete all’abitato di Cigognola, anch’esso ospitante un meraviglioso castello e poi arriverete a Pietra de’ Giorgi. Da qua potete proseguire sempre sulla sp 46 per giungere a Mornico e vedere, sempre dall’esterno, il Castello Lorini. La strada è immersa nelle meravigliose colline a vigneto dell’Oltrepò e vi offre numerosi punti panoramici da cui ammirare la bellezza di questo territorio.

I luoghi della storia: il Castello Beccaria di Montebello della Battaglia

Incontri e gioia.

Inizio così questo articolo, in modo un po’ insolito.

In questo periodo di tranquillità lavorativa ho potuto dedicare molto più tempo al Blog e alla partecipazione a varie manifestazioni, come quella sulla presentazione del Portale di VisitPavia (leggete qui l’articolo) o la mostra fotografica di Narrando Oltrepò (leggete qui l’articolo). Grazie proprio a quest’ultima manifestazione ho potuto conoscere Deborah Ceriani, la proprietaria del Castello Beccaria di Montebello della Battaglia, in Provincia di Pavia. Chiacchierando mi ha invitato a visitare la sua dimora e subito ho colto l’occasione. Due giorni dopo mi sono incontrata proprio con Debora, suo marito Davide Parisi e la piccola Ludovica al Castello Beccaria. L’articolo è dunque il frutto di uno splendido pomeriggio passato insieme: non ci resta dunque che scoprire insieme la storia di questo luogo e la sua rinascita.

Castellomontebello

La costruzione del Castello risale al 1472 ed è ad opera della famiglia Beccaria, che i Visconti hanno infeudato dopo aver sconfitto la famiglia Delconte. La proprietà venne condivisa con la famiglia Bellocchio fino al 1851, quando il conte Giuseppe Bellocchio vendette la parte superiore del palazzo (compresa la torre e una parte del giardino) all’avvocato Ernesto Ghislanzoni. La parte inferiore invece venne venduta al Comune di Montebello della Battaglia che la destinò a Municipio e scuole. Tra il 1923 e il 1924 la famiglia Ghislanzoni acquistò anche la parte ceduta al Comune, riunificando di fatto la proprietà del complesso. La figlia di Ernesto, Eugenia, ereditò il Castello alla morte del padre e questo passò tra gli averi della famiglia Premoli, la famiglia del marito di Eugenia. Il Castello venne successivamente dimenticato e trascurato, fino a che non venne messo in vendita dal Conte Ludovico Premoli, erede di questo edificio. L’occasione fu colta dagli attuali proprietari, Davide e Deborah, che ora hanno deciso di restaurare il Castello riportandolo agli antichi fasti.

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Ci piacerebbe riportare il Castello alla gloria di un tempo, rimanendo sempre fedeli alla struttura originaria con i lavori di restauro, per conservarne e tramandarne la storia” –

queste sono le parole di Davide quando gli ho chiesto che progetti avesse per il Castello.

“Vorremmo utilizzare il Castello come location per valorizzare i prodotti tipici del nostro territorio, con particolare attenzione al vino. La storia del Castello è fortemente intrecciata alla viticoltura e noi vorremmo riallaciare queste radici con l’oro rosso delle nostre colline”-

prosegue Davide, raccontandomi il suo progetto ambizioso.

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“Cercavamo una casa vacanze e alla fine abbiamo acquistato il Castello. Siamo stati forse un po’ folli ma non ci pentiamo della nostra scelta. Siamo fieri di contribuire alla rinascita di questo luogo, e per noi preservare questo monumento storico è diventato un dovere, sia per noi, che per le nostre figlie, che per tutte le persone che potranno apprezzarlo o che già lo apprezzano” –

continua Deborah, con il sorriso di una persona determinata.

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Deborah e Davide: una coppia risoluta in grado di farti subito sentire a proprio agio con la loro spontaneità. Sembra quasi di conoscerli da sempre e raramente ho incontrato persone così disponibili. Si pwecepisce che dedicano la loro intera vita a questo luogo e per nulla al mondo rinunceranno al loro sogno di vedere il Castello in tutta la magnificenza di un tempo. Con una superficie di circa 2500 metri quadrati e circa 50 stanze, il lavoro sarà intenso, ma i proprietari hanno le idee chiare:

“Ci vorrà molto tempo ma noi non ci scoraggiamo. Pian piano riusciremo a sistemarlo tutto e allora sarà ancora più bello” –

conclude Deborah.

Già, perchè gli anni di abbandono li mostra tutti il Castello, anche se già adesso, dopo soli otto anni, non posso che fare i miei più grandi complimenti per i lavori portati avanti dai due coniugi. Dalle loro parole si può immaginare in che stato fosse il Castello al momento dell’acquisto, ma Davide e Deborah ci hanno creduto fin dall’inizio ed i frutti del loro duro lavoro si vedono eccome!

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Manca ancora molto tempo ma quando sarà ultimato io spero proprio di essere lì, a stringere la mano a Davide e a Deborah, perchè non solo si meriteranno la mia gratitudine, ma quella di tutti perchè avranno restituito ai cittadini di Montebello e non solo un bene di inestimabile lavoro.

Ringrazio dunque di cuore Debora e Davide,specie perchè questo articolo non basterà di sicuro a sdebitarmi della loro infinita gentilezza!

Vi consiglio di visitare già da ora il Castello, accompagnati dalla bellissima famiglia (e dal fantasma Charlie perchè si sà, in ogni castello che si rispetti c’è almeno un fantasma)!

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

Panoramacastello_1
Veduta del Castello in lontananza

 

 

I luoghi della Storia: il Ponte delle Barche di Bereguardo

Ogni volta che gironzolo per la Provincia di Pavia trovo qualcosa su cui scrivere, qualcosa da fotografare, qualcosa che mi fa stupire della bellezza di questa Provincia che può essere poco conosciuta, ma non meno ricca di sorprese e luoghi di interesse. Tante, tantissime volte ho osservato e ho oltrepassato questo luogo, forse poco turistico ma molto suggestivo: sto parlando del Ponte delle Barche di Bereguardo.

Bereguardoponte

Il Ponte delle Barche di Bereguardo è uno degli ultimi esempi di Ponte su chiatte rimasti in Italia. Le sue origini risiedono nel passato, dato che il primo ponte fu posizionato dai Visconti nel 1374 per collegare le due sponde del Ticino. All’epoca, il territorio pavese era luogo preferito per le battute di caccia dei Signori di Pavia e questi dovevano essere ben collegati alla città da più vie, anche per una questione tattico-militare: i ponti sono sempre stati luoghi di conquista ambiti e conquistarli significava acquisire un vantaggio sugli avversari. Nel 1374 troviamo le prime menzioni del ponte di barche Bereguardo – Zerbolò nei documenti ufficiali. Nel 1378 venne poi fortificato e nel 1449 gli Sforza lo fecero sostituire da un ponte di chiatte più stabile, mantenendo sempre però la struttura del Ponte di Barche.

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Perchè un Ponte di Barche? Generalmente questa tipologia è solo temporanea, come quelli costruiti durante le guerre, ma alcuni invece sono rimasti quasi del tutto intatti e funzionanti, a causa, per la maggiorparte dei casi, della sconvenienza economica di costruirne uno “classico”. Questi ponti hanno il vantaggio di essere rimovibili per il passaggio di imbarcazioni o comunque facilmente spostabili. La loro particolarità sta però nel meccanismo sotteso che sta nella costruzione: le barche consentono al ponte di essere mobile e di alzarsi o abbassarsi a seconda della variazione del livello delle acque.

I primi ad aver utilizzato questa tipologia di costruzione furono i cinesi e successivamente greci e persiani che costruirono un ponte di barche sull’Ellesponto e gli antichi romani, che costruirono un ponte di barche addirittura sullo stretto di Messina, come raccontato da Plinio il Vecchio. I ponti di barche vennero utilizzati nelle guerre del ‘500, del ‘700, dell’800 e nei due conflitti mondiali. Ancora oggi esiste una specialità dell’Esercito italiano che si chiama “Genio pontieri”, adibito anche alla costruzione di ponti di barche.

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Ancora oggi vengono costruiti questi ponti, segno che la tecnologia che risiede alla base è tutt’altro che obsoleta.

Il Ponte di Barche di Bereguardo è formato da barche unite tra loro su cui è appoggiata una passerella formata da assi di legno che permette il transito. Nel corso dei secoli fu ripristinato più volte, l’ultima nel 1913 quando furono posizionate le chiatte in cemento.

Il Ponte di Barche ha goduto di tanta fama negli anni grazie alle numerose pellicole qui girate come ad esempio Mani di Velluto, il Bisbetico Domato diretti da Castellano e Pipolo o ancora I girasoli di Vittorio De Sica.

Il Ponte si trova lungo la Strada Provinciale 185, tra Bereguardo e Zerbolò, da e verso la località Boscaccio.

Nei dintorni di Bereguardo e del suo Ponte di Barche ci sono numerosi luoghi di interesse: il paese stesso di Bereguardo con il suo castello, la cascina della Zelata, il parco del Ticino, Pavia non molto distante.

Come spesso capita in Italia, questo manufatto storico oggi è a rischio: a causa dei depositi di sabbia e ghiaia le chiatte non poggiano più tutte sul fondo del fiume e quindi la struttura è del tutto instabile e non risponde più completamente alle fluttuazioni del livello del Ticino. Purtroppo, nonostante le numerose amministrazioni si siano succedute, queste sono state incapaci di trovare una soluzione all’annoso problema e oggi il Ponte sembra abbandonato un po’ a sè stesso.

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Le chiatte ormai sommerse

L’augurio più grande è che grazie alla sua conoscenza, magari anche con questo piccolo articolo, il Ponte ed il suo restauro ritornino tra le priorità delle amministrazioni e che un giorno questo luogo possa risplendere di nuovo di luce propria.

I luoghi della storia: Crespi d’Adda

Oltre che a Verona (leggete qui il mio primo articolo del Diario di viaggio), durante le vacanze di Pasqua ho potuto visitare un luogo storico e molto suggestivo: Crespi d’Adda.

Sapete quanto mi piace scoprire luoghi storici e raccontarvi di questi e Crespi d’Adda di sicuro si presta molto bene per un articolo.

Crespi

Crespi d’Adda è una frazione del comune di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo. Il paese consiste in un villaggio operaio costruito per le maestranze operanti nel settore tessile cotoniero sorto grazie a Cristoforo Benigno Crespi, a partire dal 1875, e passato poi nelle mani del figlio, Silvio Crespi. Grazie al suo eccezionale stato di conservazione fu, nel 1995, annoverato tra i patrimoni dell’umanità dall’UNESCO.

Il villaggio è oggi abitato per lo più dai discendenti degli operai della fabbrica tessile e si può interamente visitare, assieme alla centrale idroelettrica, al cimitero e ad altri luoghi. Si tratta del villaggio operaio meglio conservato dell’Europa meridionale, ma non l’unico dato che nell’Europa centro settentrionale ne sorgono altri.

Come per l’Inghilterra della rivoluzione industriale, che aveva scelto di erigere interi villaggi operai nelle vicinanze delle grandi fabbriche, così Crespi decise di progettare la sua piccola realtà, con occhio lungimirante e volto al benessere dei suoi lavoratori: oltre alle casette per le famiglie operaie, che ospitavano un orto ed un giardino, e alle ville per i dirigenti, il villaggio aveva una scuola, un ospedale, una chiesa e un cimitero. Non mancava poi lo svago grazie al campo sportivo, al teatro e ad altre strutture comunitarie. Il lavoratore doveva essere un lavoratore felice, dedito al suo lavoro ma anche alla vita sociale: tutti i bambini dovevano quindi frequentare le scuole, prima di essere “assorbiti” dalla realtà lavorativa.

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Il villaggio rimase di proprietà dei Crespi fino agli anni ’70, quando diversi edifici, soprattutto residenziali, vennero venduti ad altri privati. In questo periodo si registrò un calo dell’attività industriale dovuto, tra le altre cose, allo spopolamento del villaggio operaio.

Visitare questi luoghi è senza dubbio un’esperienza molto suggestiva, che riporta indietro nel tempo, in un’ambientazione molto “industriale” e ottocentesca: subito mi tornano alla mente le immagini evocate dai romanzi di Charles Dickens e le sue descrizioni di quei quartieri operai. Al contrario però della situazione di degrado sociale che possiamo constatare in quei romanzi, i lavoratori di Crespi erano lavoratori che possedevano un certo benessere, nonostante i turni siano stati comunque di 8 ore (e non erano certamente i turni odierni).

Arrivati a Crespi d’Adda, decidiamo di non entrare con l’automobile fino al centro a causa delle misure di limitazione della circolazione, quindi parcheggiamo prima di entrare nel centro vero e proprio. Giunti poi al cuore di Crespi, ci dirigiamo verso l’ex asilo, oggi sede della biglietteria e di un piccolo spazio espositivo e polifunzionale. Ancora una volta posso constatare che non ci sono riduzioni o convenzioni (anche per visite guidate) per i travelblogger, ma non mi scoraggio di certo di fronte a ciò e quindi decido di acquistare un biglietto per assistere ad una visita guidata della centrale meccanoelettrica. Per il giro del villaggio, la mia amica Aurelia mi farà da bravissima e preparatissima Cicerone.

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Passeggiando tra i vicoli della piccola cittadina, mi rendo conto di come la vita dei suoi abitanti fosse scandita da ritmi incredibili, suddivisi tra lavoro e momenti di socialità. Molto suggestiva è la storia della Casa del Medico e quella del Parrocco: entrambe, una accanto all’altra, sono poste sopra ad una piccola collina che sovrasta il villaggio, a ricordare quanto siano state importanti queste due figure. Il primo doveva vegliare sul corpo dei lavoratori mentre il secondo sulle loro anime. Una scelta saggia dunque quella di costruirle affiancate e sovrastanti il paese, così da essere sempre ben visibili ed ergersi come luoghi di protezione.

Dalla passegiata verso la panoramica si può raggiungere il punto più alto di Crespi e ammirare tutto il complesso: non si può non notare la simmetria e l’accuratezza con cui sono state costruite le casette!

Tornata tra le vie, ho potuto visitare l’esterno dell’opificio e i suoi famosi “cancelli rossi” da cui però non entravano i lavoratori, dato che l’ingresso a loro riservato era posto sul retro del complesso.
La fabbrica si compone di quattro corpi principali, corrispondenti alle diverse fasi produttive che si compivano all’interno dell’azienda: filatura, reparti complementari, tessitura e tintoria.

Di sicuro, una menzione la merita il famoso “Castello” cioè la casa padronale della famiglia Crespi, oggi bene privato non visitabile. Questa enorme villa padronale, chiamata il Castello per la presenza di una torre, era la residenza estiva della famiglia Crespi ma venne poco sfruttata. Nel corso della sua storia è passata più volte di mano ed è diventata addirittura la sede delle scuole medie di Capriate San Gervasio. Oggi è di proprietari privati ed è in disuso, purtroppo.

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Se visitate Crespi non potete perdervi il Cimitero: lo so, sembra un po’ strano, ma la sua architettura particolare richiede di sicuro una sosta. Si trova a sud del villaggio, al termine della via principale e ha un impianto quadrato. Sul fondo si trova il mausoleo Crespi, realizzato in ceppo rustico e cemento decorativo, in stile eclettico e di gusto esotico.

Ciò che colpisce di più sono le tombe degli operai e dei famigliari, caratterizzate da una piccola e semplice croce in pietra: alcune di queste non riportano nemmeno più il nome del defunto, segno che il tempo ha divorato l’antica memoria.

Dopo aver pranzato a base di panini e focaccine presso il Parco Cittadino e la sua pineta, mi dirigo verso la Centrale idroelettrica: è infatti possibile visitarla ma solo con una visita guidata ed il biglietto si può acquistare sia presso la biglietteria che presso la centrale stessa.

La centrale idroelettrica è nata con lo scopo di assicurare energia ai macchinari dell’opificio e infatti si trova proprio sul retro di quest’ultimo. Con la diffusione dell’energia elettrica impiegata per i macchinari e per l’illuminazione, si intuisce immediatamente come questa energia possa diventare importante per lo sviluppo industriale e così il buon Cristoforo Crespi decise di costruire ben due centrali: una situata a Trezzo d’Adda e poi intitolata ad Alessandro Taccani e l’altra proprio qui a Crespi. Dopo aver cessato la produzione nel 2011, la società Iniziative Bresciane ha acquisito la proprietà della centrale e l’ha rimessa in funzione grazie ad un pregevole restauro: il tetto, gli affreschi ornamentali in stile liberty (unici in una centrale), il pavimento a parquet e gli impianti sono stati rimessi rimessi a lustro e riportati a nuova vita.

La guida con molta professionalità ci ha spiegato l’utilizzo delle turbine di tipo Kaplan e il procedimento di conversione dell’energia elettrica ricavata dall’azione delle acque. L’interno della centrale ci riporta ancora una volta al passato, e in particolari ad un mondo fatto di macchine e vapore: per noi appasionati Steamers è davvero la manna! E così, sognando un set fotografico in costume, ammiriamo la maestria e l’ingegnosità dell’uomo che qui potente si mostrano.

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Dopo questo interessante tour guidato, è ora di ritornare a casa, stanchi ma molto soddisfatti di questa visita.

Per ulteriori informazioni riguardanti Crespi d’Adda, visitate il sito ufficiale.