I Luoghi della Storia: la Biblioteca Universitaria di Pavia

Per caso. Già, quasi per caso spesso si viene a conoscenza di luoghi unici e ricchi di storia e curiosità. E’ proprio per caso che ho scoperto la protagonista di questo nuovo articolo tinto di storia: la Biblioteca Universitaria di Pavia.

Biblioteca universitaria di Pavia

Avevo pubblicato sul mio profilo Instagram (cliccate qui per visitarlo, e non dimenticate il follow!) una fotografia sulla sede centrale dell’Università di Pavia e uno dei commenti fu scritto dal profilo social della Biblioteca Universitaria di Pavia: curiosa, andai a vedere di che cosa si trattasse e ho scoperto un mondo di bellezza e di antichità. Subito mi venne un’idea: dovevo scrivere un articolo su questo luogo. Sapete che quando mi metto in testa una cosa poi è difficile che mi esca dalla mente e immediatamente mi adoperai per organizzare il sopralluogo fotografico.

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Detto, fatto! Ho preso contatti con la Signora Antonella Campagna, Responsabile delle attività culturali e didattiche della Biblioteca Universitaria e insieme abbiamo stabilito un giorno adatto per realizzare il servizio fotografico. E così, il 6 giugno 2019, mi sono incontrata con la Signora Elettra De Lorenzo che gentilmente e con grande professionalità mi ha fatto da Cicerone all’interno di questo luogo.

Una sola parola: WOW!

Wow perchè mai mi sarei aspettata di trovare un luogo così suggestivo all’interno dell’Università di Pavia e soprattutto un luogo aperto a tutti! Ma, come in ogni mio articolo, vorrei descrivervi la storia di questa Biblioteca prima di raccontarvi le mie impressioni.

Maria Teresa d’Austria fu un’importante figura di riferimento per la città di Pavia e questo lo si può appurare grazie ai numerosi documenti storici che testimoniano la sua attenzione verso la città della futura Lombardia. All’interno della sua visione illuminata (fu comunque uno dei massimi esponenti di quello che gli storici chiamano “Dispotismo illuminato“) decise di riformare il sistema dell’istruzione pubblica e universitaria e questo permise, nel 1754, l’istituzione della biblioteca ausiliare dell’Università di Pavia. La realizzazione vera e propria risale però al 1763 quando Gregorio Fontana, il primo direttore, decise di raccogliere i libri conservati presso il Collegio Ghislieri. Nel 1778 i lavori sui locali che dovevano ospitare la nuova Biblioteca furono ultimati e si inaugurò ufficialmente la “Imperial Regia Biblioteca Ticinese”. Oggi si può ancora visitare la prima sede cioè il Salone Teresiano, protagonista delle fotografie di questo articolo.

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Con gli anni e con le continue donazioni di testi e manoscritti, la Biblioteca si ingrandì e divenne un punto di incontro tra dotti letterati, studenti e accademici. Non passò molto tempo che la Biblioteca arrivò ad ospitare ben cinquantamila volumi, cifra che dipendeva anche dalla generosa donazione che fece il fisico e medico Joseph Frank. Oggi la Biblioteca Universitaria si articola su più sale e conta anche alcuni spazi per lo studio oltre che per la consultazione. Il nucleo originale con i testi storici e più antichi si trova nel Salone Teresiano che prende proprio il suo nome da quello di Maria Teresa d’Austria.

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Il salone è opera dell’architetto Giuseppe Piermarini, grande luminare dell’archiettura che progettò anche la Villa Reale di Monza e Palazzo Belgioioso a Milano, oltre che il Teatro alla Scala. Da un genio così illustre non poteva non nascere un’opera d’arte, quale è il Teresiano. Negli ultimi anni il Salone è stato adibito come spazio per eventi e manifestazioni. Ad oggi sono esposti al pubblico alcuni volumi contenenti canti gregoriani ed antichi spartiti, ma ciò che forse colpisce di più di tutto il materiale esposto è un foglio in pergamena manoscritta ritrovato per caso al’interno di un libro di Giovanni De Deis, In Ecclesia Mediolanensi (Milano, Melchiorre Malatesta, 1628). Dopo la consultazione con un esperto, si è stabilito che il foglio derivi da un antifonario, cioè un libro che riportava le parti cantate della liturgia: all’interno del documento infatti si possono ritrovare delle note musicali trascritte e un testo proprio al di sopra di esse. Il documento è stato datato intorno al 1100, quindi è molto più antico del libro in cui fu ritrovato. Evidentemente il rilegatore del libro decise di utilizzare questo testo come “rinforzo” alla struttura del libro: il fatto di per sè non è così raro, ma di solito non si utilizzano materiale così antichi rispetto al volume da rilegare. Oltre allo spartito si può notare una miniatura che raffigura un animale mitologico simile ad un cane o forse ad un serpente, con zampe colorate e corpo allungato, adornante il prezioso documento di rara bellezza ed importanza.

All’interno del Salone sono degni di nota il Mappamondo Settecentesco opera di Vincenzo Rosa, scritto e disegnato a mano, ed il busto marmoreo di Joseph Frank.

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Oggi la Biblioteca non dipende dall’Università ma dal MiBAC cioè il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Avere l’opportunità di fotografare e di scrivere questo articolo è stata per me davvero emozionante: all’interno del Salone si respira davvero la storia e la mole di testimonianze e di volumi ospitata è davvero sorprendente. Quanti studiosi e quanti dotti personaggi hanno avuto il privilegio, come me, di poter vedere questo tempio della conoscenza e quanti hanno lasciato una loro testimonianza anche solo consultando uno dei manoscritti o dei libri qui depositati! Mentre scattavo, ho realizzato che non mi ero mai trovata ad immortalare un luogo simile, a riconferma che la bellezza non è solo quella della Natura.

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Mi sono sentita responsabile di esaltare un luogo già di per sè unico ed il compito non è stato assolutamente facile: ho cercato di raccontare attraverso questo articolo e, soprattutto, attraverso le mie fotografie quanta storia e quanta cultura si respirasse al suo interno. Spero di avervi trasmesso questa grandiosità che il Salone Teresiano e tutta la Biblioteca offrono: se davvero l’ho fatto, adesso chiudete il pc o mettete in standby lo smartphone e correte a visitare questo gioiello unico incastonato nella corona delle bellezze della città di Pavia che attende solo di essere scoperto da voi, come un autentico diamante grezzo.

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Un doveroso ringraziamento va infine alla Signora Antonella Campagna, alla Signora Elettra De Lorenzo e a tutto lo staff della Biblioteca che è stato davvero gentile e professionale.

Per altre informazioni e per sostenere i progetti della Biblioteca, visitate il sito ufficiale cliccando qui.

Il Museo di Giugno: il Museo di Castelvecchio

Dal sondaggio svolto all’interno del Gruppo di Facebook, voi lettori avete scelto a maggioranza il Museo del mese di Giugno tra quelli proposti: si tratta del Museo di Castelvecchio.

Durante la mia visita a Verona ho potuto visitare numerosi ed importanti musei: io e Gabriele amiamo i musei e cerchiamo sempre di visitarne il più possibile all’interno di una città. Che siano musei d’arte, musei di scienze o di altro genere, ci piace molto imparare la storia e scoprire i segreti di ciò che è custodito in questi “templi della cultura”. Eccoci dunque al Museo di Castelvecchio, il primo Museo di Verona a cui dedico un articolo.

Museo di Castelvecchio

Il Museo di Castelvecchio si trova nella fortezza scaligera di Castelvecchio (leggete qui il mio articolo a riguardo) ed è uno dei musei più importanti di Verona, dedicato soprattutto all’arte italiana ed europea. Il museo venne restaurato e allestito secondo i criteri moderni di esposizione tra il 1958 e il 1974 da Carlo Scarpa.

I settori in cui il museo è diviso sono i seguenti: scultura, pittura italiana e straniera, armi antiche, ceramiche, oreficerie, miniature e quello delle antiche campane cittadine.
Il museo è tutto sommato recente dato che solo dal 1924 il Castello è stato adibito ad ospitare le collezioni civiche di arte veronese, opere che andavano dall’alto medioevo al Settecento. Durante la Seconda Guerra Mondiale la città fu pesante bombardata e Castelvecchio venne danneggiato seriamente: i tedeschi in fuga fecero saltare tutti i ponti sull’Adige, compreso il Ponte di Castelvecchio. Fu Carlo Scarpa il risponsabile designato dei restauri, che donò nuova linfa al museo e al castello tutto. Scarpa non fece distinzioni tra il restauro del Castello e quello del museo, trattando il complesso come un tutt’uno.

Museo_targa
La targa dìentrata del Museo

Il restauro e l’allestimento furono opera in realtà del lavoro congiunto di un team guidato da Scarpa e che comprendeva il progettista, i collaboratori, lo staff del museo, l’architetto Arrigo Rudi, l’ingegnere Carlo Maschietto, il geometra Angelo Rudella, il falegname Fulvio Don, gli amministratori, l’ufficio tecnico del comune e tanti altri.

Il Museo si apre con la collezione di scultura romanica. Tra le opere più significative possiamo ammirare:

  • Crocifisso e dolenti, opera del Trecento in tufo (originariamente dipinto) del Maestro di Sant’Anastasia, proveniente dalla chiesa di San Giacomo di Tomba;
  • Sarcofago dei santi Sergio e Bacco, bassorilievo del 1179;
  • Santa Cecilia e santa Caterina, sculture del XIV secolo del Maestro di Sant’Anastasia;
  • Statua equestre di Cangrande della Scala, proveniente dal complesso gotico delle Arche scaligere;
  • Statua equestre di Mastino II della Scala anch’essa proveniente dalle Arche Scaligere.

 

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Passata la sezione delle sculture, inizia la collezione più consistente, cioè quella di pittura, divisa in più sale e su più livelli. Si inizia con la pittura veronese e veneta: notevoli sono i quadri di Pisanello (qui presente con la celebre Madonna della Quaglia), Altichiero, Michelino da Besozzo (con la Madonna del roseto). Si giunge poi alla sezione delle opere veronesi a cavallo del Rinascimento con Jacopo Bellini, Domenico e Francesco Morone, padre e figlio, e Liberale da Verona. Non mancano i capolavori di grandi maestri come una Madonna col Bambino in piedi su un parapetto di Giovanni Bellini, il Cristo in pietà di Filippo Lippi e la Sacra Famiglia e una Santa di Andrea Mantegna. Si passa poi al Cinquecento e al Seicento con alcune opere di Paolo Caliari detto il Veronese (come la Pala Bevilacqua-Lazise e il Compianto sul Cristo morto), Jacopo Tintoretto, Paolo Farinati e Alessandro Turchi detto l’Orbetto.

Del Settecento è presente uno dei protagonisti, il Tiepolo, con un quadro quale Eliodoro saccheggia il tempio.

 

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Oltre ai dipinti si possono ammirare alcuni disegni del progetto di Carlo Scarpa e alcune armi riunite in una collezione molto interessante che comprende anche armature medievali e rinascimentali. In questa raccolta possiamo ammirare la spada di Cangrande della Scala.

Nel novembre 2015 il Museo fu colpito da una disgrazia: 3 rapinatori entrarono e rubarono ben 17 opere. La lista delle opere trafugate è la seguente:

  • Antonio Pisano detto Pisanello, Madonna col bambino, detta Madonna della quaglia, tempera su tavola, cm 54×32;
  • Jacopo Bellini, San Girolamo penitente, tempera su tavola, cm 95×65;
  • Giovanni Benini, Ritratto di Girolamo Pompei, olio su tela, cm 85×63;
  • Andrea Mantegna, Sacra Famiglia con una santa, tempera su tela, cm 76×55,5;
  • Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di giovane con disegno infantile, olio su tavola, cm 37×29;
  • Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di giovane monaco benedettino, olio su tela, cm 43×33;
  • Jacopo Tintoretto, Madonna allattante, olio su tela, cm 89×76;
  • Jacopo Tintoretto, Trasporto dell’arca dell’alleanza, olio su tavola, cm 28×80;
  • Jacopo Tintoretto, Banchetto di Baltassar, olio su tavola, cm 26,5×79;
  • Jacopo Tintoretto, Sansone, olio su tavola, cm 26,5×79;
  • Jacopo Tintoretto, Giudizio di Salomone, olio su tavola, cm 26,5×79,5;
  • Cerchia di Jacopo Tintoretto, Ritratto maschile, olio su tela, cm 54×44;
  • Domenico Tintoretto, Ritratto di Marco Pasqualigo, olio su tela, cm 48×40;
  • Bottega di Domenico Tintoretto, Ritratto di ammiraglio veneziano, olio su tela, cm 110×89;
  • Peter Paul Rubens, Dama delle licnidi, olio su tela, cm 76×60;
  • Hans de Jode, Paesaggio noto anche come Paesaggio con cascata, olio su tela, cm 70×99;
  • Hans de Jode, Porto di mare, olio su tela, cm 70×99.

 

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Dopo alcuni mesi di indagini dei Carabinieri per la Tutela del patrimonio Culturale si è giunti all’arresto di ben 12 persone dislocate tra la Moldavia e Verona. Tutti i dipinti sono stati ritrovati intatti il 6 maggio del 2016 in Ucraina, pronti per la spedizione in Moldavia. Dalla fine del 2016 possiamo di nuovo ammirare queste splendide opere d’arte di nuovo nel museo, fruibili a tutti per essere contemplate con ritrovata gioia. Il furto delle opere d’arte è purtroppo molto frequente nei Musei e non sempre le opere vengono ritrovate. A queste tele è andata proprio bene!

 

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Per visitare il Museo con attenzione occorrono almeno 3 ore data la mole imponente di reperti di vario genere: la peculiarità di questo Museo è anche quella di poterlo ammirare su più livelli, percorrendo camminamenti e percorsi che si snodano attraverso le varie sale del Castello e le torri. Il percorso è dunque pensato non solo per ammirare le collezioni, ma per apprezzare tutto Castelvecchio e la città di Verona dall’alto. Il Museo dunque dona al visitatore un’esperienza a tutto tondo, che permette la sua immersione nel mondo dell’arte ma anche nella storia di Verona e dei suoi Signori. Di certo, ci troviamo davanti ad un museo non convenzionale, che supera l’idea della staticità delle collezioni e che permette al visitatore di apprezzare a pieno ogni sfaccettatura di una città che sempre si mostra al passo coi tempi con le sfide che il turismo propone.

Informazioni utili

Il Museo di Castelvecchio si trova in Corso Castelvecchio 2, a Verona, proprio nel centro della città, a pochi minuti a piedi dall’Arena e da Piazza delle Erbe.

Il Museo di Castelvecchio è aperto al pubblico nei seguenti orari:

  • il lunedì dalle 13.30 alle 19.30
  • dal martedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30

L’ultimo ingresso è alle 18.45

Il Museo è chiuso il lunedì mattina, la mattina del 1° gennaio e il 25 dicembre.

Di seguito, il prezzo dei biglietti:

  • biglietto intero € 6,00
  • biglietto ridotto gruppi (sup. 15 unità), agevolazioni, anziani sup. 60: € 4,50
  • biglietto ridotto scuole (dalle primarie alle secondarie di secondo grado) e ragazzi (8-14 anni, solo accompagnati): € 1,00
  • biglietto cumulativo musei Castelvecchio/Maffeiano intero: € 7,00
  • biglietto cumulativo musei Castelvecchio/Maffeiano ridotto: € 5,00
  • ingresso gratuito:
    • anziani con età superiore a 65 anni residenti nel Comune di Verona
    • persone con disabilità e loro accompagnatori
    • con VeronaCard

Da ottobre a maggio, prima domenica del mese tariffa unica: € 1,00

 

 

I Luoghi della Storia: Il Ponte delle Barche di Bereguardo

Ogni volta che gironzolo per la Provincia di Pavia trovo qualcosa su cui scrivere, qualcosa da fotografare, qualcosa che mi fa stupire della bellezza di questa Provincia che può essere poco conosciuta, ma non meno ricca di sorprese e luoghi di interesse. Tante, tantissime volte ho osservato e ho oltrepassato questo luogo, forse poco turistico ma molto suggestivo: sto parlando del Ponte delle Barche di Bereguardo.

Bereguardoponte

Il Ponte delle Barche di Bereguardo è uno degli ultimi esempi di Ponte su chiatte rimasti in Italia. Le sue origini risiedono nel passato, dato che il primo ponte fu posizionato dai Visconti nel 1374 per collegare le due sponde del Ticino. All’epoca, il territorio pavese era luogo preferito per le battute di caccia dei Signori di Pavia e questi dovevano essere ben collegati alla città da più vie, anche per una questione tattico-militare: i ponti sono sempre stati luoghi di conquista ambiti e conquistarli significava acquisire un vantaggio sugli avversari. Nel 1374 troviamo le prime menzioni del ponte di barche Bereguardo – Zerbolò nei documenti ufficiali. Nel 1378 venne poi fortificato e nel 1449 gli Sforza lo fecero sostituire da un ponte di chiatte più stabile, mantenendo sempre però la struttura del Ponte di Barche.

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Perchè un Ponte di Barche? Generalmente questa tipologia è solo temporanea, come quelli costruiti durante le guerre, ma alcuni invece sono rimasti quasi del tutto intatti e funzionanti, a causa, per la maggiorparte dei casi, della sconvenienza economica di costruirne uno “classico”. Questi ponti hanno il vantaggio di essere rimovibili per il passaggio di imbarcazioni o comunque facilmente spostabili. La loro particolarità sta però nel meccanismo sotteso che sta nella costruzione: le barche consentono al ponte di essere mobile e di alzarsi o abbassarsi a seconda della variazione del livello delle acque.

I primi ad aver utilizzato questa tipologia di costruzione furono i cinesi e successivamente greci e persiani che costruirono un ponte di barche sull’Ellesponto e gli antichi romani, che costruirono un ponte di barche addirittura sullo stretto di Messina, come raccontato da Plinio il Vecchio. I ponti di barche vennero utilizzati nelle guerre del ‘500, del ‘700, dell’800 e nei due conflitti mondiali. Ancora oggi esiste una specialità dell’Esercito italiano che si chiama “Genio pontieri”, adibito anche alla costruzione di ponti di barche.

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Ancora oggi vengono costruiti questi ponti, segno che la tecnologia che risiede alla base è tutt’altro che obsoleta.

Il Ponte di Barche di Bereguardo è formato da barche unite tra loro su cui è appoggiata una passerella formata da assi di legno che permette il transito. Nel corso dei secoli fu ripristinato più volte, l’ultima nel 1913 quando furono posizionate le chiatte in cemento.

Il Ponte di Barche ha goduto di tanta fama negli anni grazie alle numerose pellicole qui girate come ad esempio Mani di Velluto, il Bisbetico Domato diretti da Castellano e Pipolo o ancora I girasoli di Vittorio De Sica.

Il Ponte si trova lungo la Strada Provinciale 185, tra Bereguardo e Zerbolò, da e verso la località Boscaccio.

Nei dintorni di Bereguardo e del suo Ponte di Barche ci sono numerosi luoghi di interesse: il paese stesso di Bereguardo con il suo castello, la cascina della Zelata, il parco del Ticino, Pavia non molto distante.

Come spesso capita in Italia, questo manufatto storico oggi è a rischio: a causa dei depositi di sabbia e ghiaia le chiatte non poggiano più tutte sul fondo del fiume e quindi la struttura è del tutto instabile e non risponde più completamente alle fluttuazioni del livello del Ticino. Purtroppo, nonostante le numerose amministrazioni si siano succedute, queste sono state incapaci di trovare una soluzione all’annoso problema e oggi il Ponte sembra abbandonato un po’ a sè stesso.

Ponte Barche_5
Le chiatte ormai sommerse

L’augurio più grande è che grazie alla sua conoscenza, magari anche con questo piccolo articolo, il Ponte ed il suo restauro ritornino tra le priorità delle amministrazioni e che un giorno questo luogo possa risplendere di nuovo di luce propria.