Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 2

Continua il nostro viaggio nella perla bavarese, siamo già al secondo giorno.

Questo giorno è dedicato alla memoria, infatti è prevista una visita guidata al Campo di Concentramento di Dachau e una visita al NS-Dokumentationszentrum.

Ho prenotato una visita guidata tramite “GetYourGuide”, il sistema di prenotazioni di escursioni e tour guidati affiliato a Booking. La visita guidata, in inglese, partiva da Marienplatz per giungere a Dachau tramite i trasporti pubblici.

La temperatura è gelida, siamo a -19 gradi. Atmosfera che ci riporta proprio a quei tempi.

Arrivo a Dachau, sono l’unica italiana in un gruppo molto eterogeneo, poco male, ho l’occasione di sentire tanti accenti inglesi diversi. Dachau è una cittadina dove il tempo sembra si sia fermato: le persone sono gentili e ci guardano sapendo già perchè siamo lì. Rimane ancora molto del Nazionalsocialismo, in primis le ex caserme utilizzate come accademie delle SS, ora riconvertite come deposito per i mezzi della polizia.

L’autobus mi porta proprio davanti all’entrata del campo, oggi tutto innevato. Insieme alla guida Lucia, ragazza estremamente cordiale e molto molto preparata, facciamo i biglietti ed iniziamo ufficialmente il giro.

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L’insegna del Campo di Dachau

Dopo un’introduzione sul cosa sono i campi di concentramento e il perché venissero costruiti, varchiamo la famosa cancellata che riporta la scritta “Arbeit macht frei” – Il lavoro rende liberi.

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“Il lavoro rende liberi”

Sì, perché come molti altri campi di concentramento, questo era un campo di lavoro, non di sterminio, anche se forse ricorderete la famosa scritta sulla cancellata di Auschwitz, che pure era un campo di sterminio. La scritta era di monito sia ai prigionieri, che ai cittadini.

Al contrario della maggior parte dei lager, Dachau venne costruito con il più grande clamore possibile, la cittadinanza doveva vedere che c’era un nuovo campo di prigionia, dove i detenuti lavoravano per il Reich. Che cosa accadesse poi veramente dentro, era solo affare dei prigionieri e dei carcerieri.

Varchiamo il cancello, che apprendiamo essere una replica della replica, in quanto l’originale e la prima replica sono stati trafugati.

Davanti a noi troviamo un piazzale innevato, sulla sinistra due baracche ricostruite e sulla destra gli edifici del comando, ancora originali.

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Il centro di comando delle SS

Nonostante il luogo esiga silenzio e rispetto, qualcuno sghignazza e si fa i selfie vicino al cancello…  Davanti a queste manifestazioni mi ripeto che studiare la storia è ancora più importante di quello che si pensi.

Entriamo al comando e un grande cartellone con tutti i campi di prigionia, di sterminio, di concentramento e altri ci accoglie: il Terzo Reich era disseminato di questi centri e comprendiamo ancora di più quanto fosse pericoloso all’epoca anche solo avere un’opinione diversa dalla massa: bastava questo per finire in uno dei tanti campi di prigionia.

Sui muri, ci sono ancora le scritte dell’epoca, mentre gli arredi sono solo un ricordo.

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Scritta rimasta sui muri

Le varie sale si snodano e ci accompagnano alla scoperta della storia del Reich tramite i pannelli fotografici. Da amante della storia, soprattutto della Seconda Guerra Mondiale, trovo assai interessante la possibilità di scoprire e approfondire molti aspetti di quel periodo.

All’interno di Dachau, non vi erano tanti ebrei come si possa pensare, ma c’erano molti oppositori politici, malati mentali, omosessuali, semplicemente diversi, apoliti, e così via. Ricordo che questo era un campo di lavoro, non di sterminio, ed era una cosa ben diversa, anche se oggi la differenza ci sembra davvero sottile: anche qui, vediamo i ritratti di scheletri con una casacca a righe, che dovevano essere mantenuti in salute, seppur minima, per lavorare e produrre vestiti e armamenti per la grande macchina bellica. La maggiorparte, però, moriva di stenti.

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Tabella per la distinzione dei prigionieri

Dopo le stanze del comando, assistiamo ad un documentario, in inglese, sulla storia del campo e sulla scoperta del campo da parte dei soldati americani: oltre ai migliaia di prigionieri affamati e a chi non ce l’ha fatta, gli alleati trovarono un treno diretto proprio lì pieno di cadaveri, proveniente da Auschwitz. Le immagini sono tremende, ma necessarie per comprendere: ciò che è successo non dovrebbe succedere mai più, ma purtroppo ancora accade, con i molti genocidi silenziosi del nuovo millennio.

Ora facciamo tappa alle prigioni dei “detenuti speciali”, cioè i prigionieri “importanti”, come oppositori politici, membri dell’intelligence straniera, aviatori inglesi, e anche il famoso Johann Georg Elser, uno dei protagonisti dei molti attentati a Hitler.

Elser progettò una bomba per uccidere il dittatore nella birreria Bürgerbräukeller di Monaco, ma questo scampò all’attentato per pochi minuti. Purtroppo, Georg Elser non vide mai la liberazione del campo, perchè venne “giustiziato”: il capo della Gestapo, SS-Gruppenführer Heinrich Müller trasmise l’ordine  al comandante del campo, Obersturmbannführer Eduard Weiter. Era il 9 aprile 1945. Da lì a poco sarebbe finita la Seconda Guerra Mondiale.

Al campo transitarono, anche se per pochi giorni, alcuni famigliari degli attentatori dell’Operazione Valchiria, l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944.

Usciti dalle prigioni, percorriamo il cammino della memoria, il tragitto che porta dal comando ai forni crematori. Qui il tempo sembra davvero che si sia fermato. Una lapide indica l’entrata di questa macabra sezione: i prigionieri che lavoravano in questa parte del campo non potevano avere alcun rapporto con gli altri, e quindi rimanevano isolati.

I forni crematori sono stati in funzione soprattutto nell’ultimo arco temporale della vita del campo. Entriamo nello stabile e non possiamo non passare attraverso i tre step che attendevano i condannati:

  • La camera di disinfezione: dove i prigionieri si dovevano spogliare delle loro divise per passare attarverso le docce.
  • Le docce, che in realtà spruzzavano Zyklon B invece che acqua.
  • Il “deposito dei corpi morti”.
  • I forni crematori.
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L’ingresso delle docce. Il termine “Brausebad” oggi non viene più utilizzato nella lingua tedesca per indicare la doccia, proprio per non ricordare le terribili docce dei campi di concentramento.

Il percorso è silenzioso, e ti senti come in trappola in quegli spazi angusti. Apprendo dalla nostra guida che questa parte del campo era ad uso “sperimentale”: non eseguendo lo sterminio di massa, le docce servivano come banco di prova: all’interno di queste, i prigionieri designati venivano asfissiati e i carcerieri avevano il compito di osservare in quanto tempo avvenisse la morte e quanto gas servisse, per poi inviare i dati ai campi di sterminio. Questo dettaglio scosse ancora di più le nostre coscienze, mia e degli altri partecipanti, e ci domandiamo tutti come un essere umano potesse commettere un crimine del genere con tutta quella leggerezza, come se fosse un lavoro di routine. Eppure, era così.

Lasciata la parte più drammatica del campo, attraversiamo il filo spinato una volta elettrizzato e giungiamo alla “Chiesa della Memoria”, un luogo di raccoglimento per dedicare un pensiero a tutti i morti. Vicino alla chiesa, il Comune di Dachau ha fatto erigere una sala conferenze e tutte le settimane propone serate divulgative sul Campo e sulla storia del Nazionalsocialismo: penso che non potevano fare di meglio, oggi Dachau è il luogo della memoria ma anche il luogo della conoscenza.

Per ultimo, visitiamo le baracche ricostruite e osserviamo come i detenuti passavano i pochi momenti tranquilli. Lucia ci spiega anche che i detenuti, se si comportavano bene e lavoravano, potevano ricevere in cambio del denaro e con questo potevano acquistare le sigarette allo spaccio. Uno spicchio di umanità, forse.

Dopo 5 ore di tour, esco triste ma arricchita da Dachau: acquisto anche il libro, che si rivelerà assai interessante ed istruttivo.

Torno a Monaco e prendo un’altra metro per dirigermi al NS-Dokumentationzentrum, il Centro di Documentazione del Nazionalsocialismo.

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Scritta all’ingresso del Centro

L’atmosfera è accogliente e lo staff è come sempre gentilissimo, mi danno l’audioguida interattiva e inizio la mia visita: quattro piani di pannelli e di testimonianze video.

Se vi aspettate di vedere divise, armi e suppellettili, questo non è il posto giusto: come ci tengono a precisare, questo non è un museo, ma un centro di studio e di documentazione sul Nazionalsocialismo, un luogo dove approfondire e riflettere.

Dagli albori del movimento ai movimenti neo-nazisti odierni, il viaggio si snoda per circa 80 anni di storia.

Non manca una ricca sezione dedicata a chi ha voluto dire no a questo indottrinamento, tra cui i coraggiosi ragazzi della Rosa Bianca: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf.

L’esposizione è davvero immensa, e per apprezzarla tutta non bastano tre ore.

Finita la mia visita, mi accingo al book-shop e acquisto un libro su Claus Schenk von Stauffenberg, la mente dell’Operazione Valchiria e la guida alla mostra, dove ci sono tutti i pannelli con la loro spiegazione.

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Libri acquistati

Esco dal Centro e non posso far a meno di pensare che proprio lì sorgeva il Centro di Comando del Partito Nazionalsocialista e tutto il quartiere pullullava di uffici amministrativi e militari: il cuore dell’ideologia.

La mia giornata finisce qui, ormai è buio e nevica forte, all’insegna della memoria ma soprattutto della grande conoscenza acquisita. Vi lascio con una frase che mi ha colpito più di ogni altra.

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Ultimo pensiero della giornata

Se volete leggere il primo giorno del diario di Monaco, Cliccate Qui.

Mentre per il terzo giorno, Cliccate Qui.

6 pensieri riguardo “Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 2”

  1. Che bel racconto, difficile presumo. Sicuramente un’esperienza tristemente toccante che può spingere, anzi dve spingerci, a molte riflessioni. Una domanda la pongo io: siamo sicuri che quelle ideologie sono solo del passato?

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    1. Ci risponde il NS-dokumentationzentrum: purtroppo molti gruppi ancora si ispirano alla purezza della razza e alla pulizia etnica. Il nostro dovere è continuare a divulgare la storia per come è stata e far vedere le atrocità del passato. Molte idee, se innestate, sono difficili da estirpare, sia idee buone che idee cattive.

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