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Il Museo del mese di Luglio: il Centro di documentazione sul Nazionalsocialismo di Colonia

Ogni volta che visito una città tedesca cerco sempre di esplorare i musei, in particolare quelli sulla storia di questo Paese. Al contrario dell’Italia, la Germania ha deciso di aprire dei Centri di Documentazione riguardanti gli anni bui della dittatura nazista, in modo che questo periodo storico non fosse dimenticato e soprattutto per imparare a non cadere di nuovo nella trappola del razzismo e del fanatismo: dalla storia si può solo che imparare e la Germania ha ben imparato a non cancellare le tracce di questo orrendo passato, ma anzi di mostrarle a tutti per far comprendere gli orrori che la specie umana può contemplare. In una chiave di conoscenza e di coscienza di ciò che è accaduto, il Paese ha deciso di aprire i Centri di Documentazione sul Nazionalsocialismo, luoghi dove si possono consultare documenti inerenti, visionare filmati e fotografie, osservare oggetti di uso quotidiano e non della dittatura e conoscere attraverso testimonianze che cosa voleva dire vivere sotto il regime ed essere un perseguitato. Colonia è tra le città che ospitano un NS-Dokumentationszentrum assieme a Monaco di Baviera (leggete qui il mio articolo) e questo centro è tra i più completi e ricchi.

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Il Centro di documentazione sul Nazionalsocialismo di Colonia venne creato a seguito di una risoluzione del consiglio comunale del 13 dicembre 1979 ed è il più grande museo regionale della memoria per le vittime del Nazismo di tutta la Germania. Tuttavia, soltanto nel 1987 nacque il Centro come lo intendiamo oggi, cioè visibitabile (prima era solo un luogo di ricerca accademica). Come spesso accade in questi casi, il Centro o il Museo è stato ricavato all’interno della ex sede della Gestapo, cioè la polizia segreta nazista. Oltre a ciò, il Centro si ricopre di una forte carica emotiva dato che nel cortile  interno di questo palazzo ospitante centinaia di persone, sul fine della guerra, vennero ammassate e assassinate.

 

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All’interno del centro si trova un percorso espositivo permanente e un memoriale sulle vittime della Gestapo.

Il Partito Nazionalsocialista ebbe un’influenza molto forte sulla città di Colonia e anche qui si instaurò un clima di odio e di soppressione: il Centro di Documentazione ci mostra, attraverso fotografie e documenti esposti, come tutta la vita dei cittadini fosse controllata e incanalata all’interno delle logiche perverse della dittatura. Il Centro si costituisce così testimonianza diretta attraverso gli oggetti della vita omologante e scandita di quell’epoca. Non mancano anche alcune onoreficenze naziste, come la Croce delle Madri Tedesche, che veniva conferita alle madri di famiglie numerose, sempre nell’ottica dell’esaltazione della razza ariana.

 

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Ciò che però forse lascia più stupiti e sgomenti, sono i documenti e le fotografie dei migliaia di perseguitati che a Colonia vennero spediti letteralmente presso i campi di concentramento e di sterminio. Possiamo qui osservare i documenti di identità di queste vittime, le fotografie, i loro volti: davanti a queste testimonianze non si può che chiedersi come fosse stato possibile questo odio e questo abominio.

 

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Lasciata l’esposizione permanente, io e Gabriele ci siamo diretti verso la parte più buia di questo luogo: le prigioni. All’interno di queste si possono riconoscere ancora i segni della prigionia, come scritte e disegni lasciati dai condannati. Era proprio qui che la Gestapo torturava le vittime per estorcere informazioni. Spesso da queste prigioni le vittime non uscivano vive.

Qui sotto, nelle prigioni, l’aria si fa pesante, mesta di ricordi, quasi soffocante: tutti noi visitatori osserviamo in religioso silenzio questi luoghi di aberrazione, passando una per una le celle fino ad arrivare al cortile: questo non è visitabile, ma si può facilmente vedere attraverso una vetrata. Nella nostra mente si concretizzano immagini di morte e la tristezza ci assale. In fondo, però, è giusto che noi giovani possiamo visitare questi luoghi e renderci conto di quanta sofferenza, quanto odio e quanta malvagità l’uomo può provare e far provare.

 

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Dopo circa due ore di visita lasciamo il NS-Dokumentationszentrum ricchi di una nuova esperienza vissuta e contenti di aver visto come, anche a Colonia, la memoria sia ben conservata e accessibile a tutti, senza censure né vergogna ma, invece, con grande consapevolezza.

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Foto e testimonianze

Orari e Tariffe

Il NS-Dokumentationszentrum di Colonia si trova in Appellhofplatz 23-25 ed è raggiungibile con la metro omonima “Appellhofplatz” o a 10 minuti a piedi dalla stazione centrale.

Il NS-Dokumentationszentrum di Colonia è aperto dal Martedì al Venerdì dalle 10.00 alle 18.00, il Sabato e la Domenica dalle 1.00 alle 18.00.

Ogni primo giovedì del mese l’apertura sarà dalle 10.00 alle 22.00.

Il Centro è chiuso il lunedì e durante la festività del Carnevale.

Il prezzo di entrata è di 4,50 euro per gli adulti e di 2,00 euro per il ridotto.

L’ingresso è gratuito per i minori di 6 anni e per i residenti fino a 18 anni.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 2

Continua il nostro viaggio nella perla bavarese, siamo già al secondo giorno.

Questo giorno è dedicato alla memoria, infatti è prevista una visita guidata al Campo di Concentramento di Dachau e una visita al NS-Dokumentationszentrum.

Monaco di Baviera

Ho prenotato una visita guidata tramite “GetYourGuide”, il sistema di prenotazioni di escursioni e tour guidati affiliato a Booking. La visita guidata, in inglese, partiva da Marienplatz per giungere a Dachau tramite i trasporti pubblici.

La temperatura è gelida, siamo a -19 gradi garantendoci un’atmosfera che ci riporta proprio a quei tempi.

Arrivata a Dachau, scopro di essere l’unica italiana in un gruppo molto eterogeneo: poco male, ho l’occasione di sentire tanti accenti inglesi diversi. Dachau è una cittadina dove il tempo sembra si sia fermato: le persone sono gentili e ci guardano sapendo già perchè siamo lì. Rimane ancora molto del Nazionalsocialismo, in primis le ex caserme utilizzate come accademie delle SS, ora riconvertite come deposito per i mezzi della polizia.

L’autobus mi ha portato proprio davanti all’entrata del campo, oggi tutto innevato. Insieme alla guida Lucia, ragazza estremamente cordiale e molto molto preparata, faccio i biglietti ed inizio ufficialmente il giro.

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L’insegna del Campo di Dachau

Dopo un’introduzione sul cosa sono i campi di concentramento e il perché venissero costruiti, varchiamo la famosa cancellata che riporta la scritta “Arbeit macht frei” – Il lavoro rende liberi.

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“Il lavoro rende liberi”

Sì, perché come molti altri campi di concentramento, questo era un campo di lavoro, non di sterminio, anche se forse ricorderete la famosa scritta sulla cancellata di Auschwitz, che pure era un campo di sterminio. La scritta era di monito sia ai prigionieri, che ai cittadini.

Al contrario della maggior parte dei lager, Dachau venne costruito con il più grande clamore possibile, la cittadinanza doveva vedere che c’era un nuovo campo di prigionia, dove i detenuti lavoravano per il Reich. Che cosa accadesse poi veramente dentro, era solo affare dei prigionieri e dei carcerieri.

Varco il cancello, che apprendo essere una replica della replica, in quanto l’originale e la prima replica sono stati trafugati.

Davanti a me trovo un piazzale innevato, sulla sinistra due baracche ricostruite e sulla destra gli edifici del comando, ancora originali.

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Il centro di comando delle SS

Nonostante il luogo esiga silenzio e rispetto, qualcuno sghignazza e si fa i selfie vicino al cancello…  Davanti a queste manifestazioni mi ripeto che studiare la storia è ancora più importante di quello che si pensi.

Entro al comando e un grande cartellone con tutti i campi di prigionia, di sterminio, di concentramento e altri mi accoglie: il Terzo Reich era disseminato di questi centri e comprendo ancora di più quanto fosse pericoloso all’epoca anche solo avere un’opinione diversa dalla massa: bastava questo per finire in uno dei tanti campi di prigionia.

Sui muri, ci sono ancora le scritte dell’epoca, mentre gli arredi sono solo un ricordo.

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Scritta rimasta sui muri: “vietato fumare”

Le varie sale si snodano e mi accompagnano alla scoperta della storia del Reich tramite i pannelli fotografici. Da amante della storia, soprattutto della Seconda Guerra Mondiale, trovo assai interessante la possibilità di scoprire e approfondire molti aspetti di quel periodo.

All’interno di Dachau, non vi erano tanti ebrei come si possa pensare, ma c’erano molti oppositori politici, malati mentali, omosessuali, semplicemente diversi, apoliti, e così via. Ricordo che questo era un campo di lavoro, non di sterminio, ed era una cosa ben diversa, anche se oggi la differenza ci sembra davvero sottile: anche qui, vediamo i ritratti di scheletri con una casacca a righe, che dovevano essere mantenuti in salute, seppur minima, per lavorare e produrre vestiti e armamenti per la grande macchina bellica. La maggiorparte, però, moriva di stenti.

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Tabella per la distinzione dei prigionieri

Dopo le stanze del comando, ho assistito ad un documentario, in inglese, sulla storia del campo e sulla scoperta del campo da parte dei soldati americani: oltre ai migliaia di prigionieri affamati e a chi non ce l’ha fatta, gli alleati trovarono un treno diretto proprio lì pieno di cadaveri, proveniente da Auschwitz. Le immagini sono tremende, ma necessarie per comprendere: ciò che è successo non dovrebbe succedere mai più, ma purtroppo ancora accade, con i molti genocidi silenziosi del nuovo millennio.

Dopo questo tour, si fa tappa alle prigioni dei “detenuti speciali“, cioè i prigionieri “importanti”, come oppositori politici, membri dell’intelligence straniera, aviatori inglesi, e anche il famoso Johann Georg Elser, uno dei protagonisti dei molti attentati a Hitler: Elser progettò una bomba per uccidere il dittatore nella birreria Bürgerbräukeller di Monaco, ma questo scampò all’attentato per pochi minuti. Purtroppo, Georg Elser non vide mai la liberazione del campo, perchè venne “giustiziato”: il capo della Gestapo, SS-Gruppenführer Heinrich Müller trasmise l’ordine  al comandante del campo, Obersturmbannführer Eduard Weiter. Era il 9 aprile 1945. Da lì a poco sarebbe finita la Seconda Guerra Mondiale.

Al campo transitarono, anche se per pochi giorni, alcuni famigliari degli attentatori dell’Operazione Valchiria, l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944.

Usciti dalle prigioni, percorriamo il cammino della memoria, il tragitto che porta dal comando ai forni crematori. Qui il tempo sembra davvero essersi fermato. Una lapide indica l’entrata a questa macabra sezione: i prigionieri che lavoravano in questa parte del campo non potevano avere alcun rapporto con gli altri, e quindi rimanevano isolati.

I forni crematori sono stati in funzione soprattutto nell’ultimo arco temporale della vita del campo. Entriamo nello stabile e non possiamo non passare attraverso i tre step che attendevano i condannati:

  • La camera di disinfezione: dove i prigionieri si dovevano spogliare delle loro divise per passare attarverso le docce.
  • Le docce, che in realtà spruzzavano Zyklon B invece che acqua.
  • Il “deposito dei corpi morti”.
  • I forni crematori.
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L’ingresso delle docce. Il termine “Brausebad” oggi non viene più utilizzato nella lingua tedesca per indicare la doccia, proprio per non ricordare le terribili docce dei campi di concentramento.

Il percorso è silenzioso, e mi sono sentita come in trappola in quegli spazi angusti. Ho appreso dalla nostra guida che questa parte del campo era ad uso “sperimentale”: non eseguendo lo sterminio di massa, le docce servivano come banco di prova. All’interno di queste, i prigionieri designati venivano asfissiati e i carcerieri avevano il compito di osservare in quanto tempo avvenisse la morte e quanto gas servisse, per poi inviare i dati ai campi di sterminio. Questo dettaglio scosse ancora di più le nostre coscienze, mia e degli altri partecipanti, e ci domandammo tutti come un essere umano potesse commettere un crimine del genere con tutta quella leggerezza, come se fosse un lavoro di routine. Eppure, era così.

Lasciata la parte più drammatica del campo, attraversiamo il filo spinato una volta elettrizzato e giungiamo alla “Chiesa della Memoria”, un luogo di raccoglimento per dedicare un pensiero a tutti i morti. Vicino alla chiesa, il Comune di Dachau ha fatto erigere una sala conferenze e tutte le settimane propone serate divulgative sul Campo e sulla storia del Nazionalsocialismo: penso che non poteva fare di meglio, oggi Dachau è il luogo della memoria ma anche il luogo della conoscenza.

Per ultimo, visitiamo le baracche ricostruite e osserviamo come i detenuti passavano i pochi momenti tranquilli. Lucia ci spiega anche che i detenuti, se si comportavano bene e lavoravano, potevano ricevere in cambio del denaro e con questo potevano acquistare le sigarette allo spaccio. Uno spicchio di umanità, forse.

Dopo 5 ore di tour, sono uscita triste ma arricchita da Dachau: ho acquistato anche il libro, che si rivelerà assai interessante ed istruttivo.

Tornata a Monaco non mi sono fermata e subito ho preso un’altra metro per dirigermi al NS-Dokumentationzentrum, il Centro di Documentazione del Nazionalsocialismo.

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Scritta all’ingresso del Centro

L’atmosfera è accogliente e lo staff è come sempre gentilissimo, mi danno l’audioguida interattiva e inizio la mia visita: quattro piani di pannelli e di testimonianze video.

Se vi aspettate di vedere divise, armi e suppellettili, questo non è il posto giusto: come ci tengono a precisare, questo non è un museo, ma un centro di studio e di documentazione sul Nazionalsocialismo, un luogo dove approfondire e riflettere.

Dagli albori del movimento ai movimenti neo-nazisti odierni, il viaggio si snoda per circa 80 anni di storia.

Non manca una ricca sezione dedicata a chi ha voluto dire no a questo indottrinamento, tra cui i coraggiosi ragazzi della Rosa Bianca: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf.

L’esposizione è davvero immensa, e per apprezzarla tutta non bastano tre ore.

Finita la mia visita, mi accingo al book-shop e acquisto un libro su Claus Schenk von Stauffenberg, la mente dell’Operazione Valchiria e la guida alla mostra, dove ci sono tutti i pannelli con la loro spiegazione.

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Libri acquistati

Uscita dal Centro non posso far a meno di pensare che proprio lì sorgeva il Centro di Comando del Partito Nazionalsocialista e tutto il quartiere pullullava di uffici amministrativi e militari: il cuore dell’ideologia.

La mia giornata finisce qui, ormai è buio e nevica forte, all’insegna della memoria ma soprattutto della grande conoscenza acquisita. Vi lascio con una frase che mi ha colpito più di ogni altra.

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Ultimo pensiero della giornata

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