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I luoghi della storia: il Tempio della Fraternità

L’Oltrepò Pavese offre luoghi dove riflettere e dove raccogliersi in una preghiera: sia per credenti che non, ci sono davvero posti che meritano per forza una visita. Un luogo assolutamente particolare e forse poco conosciuto è il Tempio della Fratermità di Cella di Varzi, situato nella frazione Cella, del Comune di Varzi. Certo, se non siete della zona o se non avete mai visitato Varzi, è difficile scovarlo, a causa anche della sua posizione remota e delle indicazioni che si trovano solo a Varzi e lnei dintorni, ma una volta arrivati capirete che una visita DOVEVA essere fatta per forza.

Tempio della Fraternità

Ma che cos’è questo Tempio della Fratellanza? Un luogo di culto? Un luogo di preghiera e di raccogliemento? Un luogo di memoria storica? Ebbene, il Tempio è tutto questo.

La sua costruzione si deve a Don Adamo Accosa, cappellano militare reduce della Seconda Guerra Mondiale: sapete la mia passione circa questo evento e la sua storia, quindi potevo esimermi a scrivere un articolo che verte su questa? Ovviamente no. Ma torniamo a Don Adamo Accosa: Don Adamo doveva costruire una chiesa a Cella, una frazione davvero “tra i monti e i boschi” e, pensando agli orrori che aveva visto e vissuto durante il servizio, si chiese cosa poteva fare per conservare la memoria di tanti soldati che non sono mai tornati a casa. Così, decise di raccogliere dei residuati bellici: dai berretti ai fucili, dalle munizioni alle fotografie dei soldati e con essi costruì la Chiesa e dunque il Tempio della Fraternità, con l’auspicio che l’idea della fratellanza potesse rimanere indelebile in questo luogo e nei cuori dei visitatori. E così molte bombe e molti ordigni sono stati trasformati in oggetti di uso liturgico e in “addobbi” della Chiesa: pensate che l’Urna dell’Altare è proprio una bomba riconvertita e che la vasca battesimale è costituita dall’otturatore di un cannone 305 della corazzata Andrea Doria! Insomma, Don Adamo era davvero creativo oltre che un uomo devoto!

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Don Adamo ebbe anche la fortuna di incontrare casualmente a Parigi l’allora Nunzio Apostolico Monsignor Angelo Roncalli, che diverrà Papa Giovanni XXIII: il futuro pontefice prese a cuore l’iniziativa e la incoraggiò inviando la prima pietra, ricavata dall’altare frantumato della Chiesa di Coutances, distrutta durante lo sbarco in Normandia. Altre pietre vennero inviate per la costruzione, da molte città bombardate o vittime della guerra: Berlino, Dresda, Londra, Varsavia, Montecassino, El Alamein, Hiroshima e Nagasaki.

All’interno della Chiesa vengono conservati numerosi oggetti di vario genere provenienti dai luoghi del conflitto o donati dalle famiglie dei defunti o dei soldati in genere: molte sono le fotografie che testimoniano quanto la guerra troppo presto si portò via dei giovani pieni di vita e speranze. Targhe, fucili, porta-razioni, ma ancora lapidi commemorative, lettere, addirittura una targa che ricorda gli internati italiani, i cosiddetti IMI, come mio nonno paterno.

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Insomma, Don Adamo ha pensato di ricordare tutti, perchè in fondo anche in guerra si potevano stringere rapporti di fratellanza e questo rapporto merita di essere ricordato, come meritano di essere ricordati tutti i ragazzi e le persone che mai sono tornati o che ancora sono tornati e hanno contribuito ad arricchire questo luogo. Anche all’esterno abbiamo “i segni del ricordo”: targhe e monumenti in ricordo di Carabinieri, Carristi, Marinai e tanti altri ancora.

Se scendiamo verso il giardino inferiore possiamo trovare anche uno spazio dedicato all’aviazione con un aereo F-104 Starfigther e altre componenti, tutte ornate di cartellino di riconoscimento: devo ammettere che il buono stato di conservazioni mi ha fatto sorridere, perchè vuol dire che anche una piccola comunità come quella di Cella riesce, nel suo piccolo, a mantenere in buono stato i reperti.

Cella_4
F-104 Starfigther

Durante la visita il luogo era davvero deserto: io e Gabriele eravamo immersi nel silenzio e nella pace di questo particolare sito e ci siamo goduti una visita approfondita e attenta, scovando anche reperti particolari, non solo italiani. Ciò che ci ha colpito di più sono proprio i reperti raccolti all’interno della Chiesa e la decisione di trasformane alcuni in opere d’arte o in oggetti utili alla liturgia: una nuova vita per un oggetto destinato alla distruzione e a seminare odio, un messaggio forte a chi vuole ed osanna la guerra.

A proposito del Tempio, Gabriele vuole esprimere una personale opinione:

virgoletteSenza dubbio una piccola perla nascosta, un luogo unico nel suo genere e ricco di storia in cui è possibile rimanere affascinati sia dalla singolarità dell’archiettura del luogo di culto che dai veicoli presenti all’esterno. Da visitare sicuramente

~ Gabriele

Se siete nella zona di Varzi o comunque in Oltrepò, fate una deviazione e venite ad ammirare questo luogo, così singolare: un monumento che ci voleva, un monumento che doveva essere realizzato e che ancora oggi si arricchisce di testimonianze e ricordi.

consigli

Il Tempio della Fraternità sorge a Cella di Varzi, frazione del Comune di Varzi, in Provincia di Pavia, a circa 700 metri di altitudine. Potete raggiungere il Tempio seguendo due opzioni: la prima parte da Varzi (Via Pietro Mazza) e prosegue imboccando la Strada Provinciale 166. Arrivati al bivio di San Michele di Nivione si può procedere in entrambe le direzioni: se si svolta a destra si arriva a Cella di Varzi salendo e passando alcuni tornanti, mentre se si svolta a sinistra (seconda opzione) si raggiunge il Tempio passando per Fabbrica Curone (strada più lunga). Potete lasciare l’auto sul retro della Chiesa, nel piccolo parcheggio gratuito. Presso il Tempio ci sono anche dei bagni puliti e funzionanti; vi consiglio di portare con voi una macchina fotografica e di farlo visitare anche ai bambini, che di sicuro apprezzeranno il luogo per la sua singolarità. Attenzione però: sul Carro Armato non si può salire!

Il Tempio è aperto tutti i giorni dalle ore 09.00 alle 18.00.
Per prenotazioni comitive ed ulteriori informazioni rivolgersi a:
Don Luigi Bernini, Rettore del Tempio: Tel.  +39 0143/323621 Cell. +39 338/9261500

Le mostre più belle: la mostra fotografica di Narrando Oltrepò

Da quando ho fondato questo blog mi sono accorta di alcuni eventi vicini ai luoghi che frequento per le mie fotografie. Instagram ha poi aiutato ad allargare il cerchio delle amicizie e delle conoscenze. E’ proprio tramite questo social che ho potuto conoscere la realtà del blog Narrando Oltrepò (cliccate qui per visitarlo), blog che si occupa di far conoscere il territorio dell’Oltrepò Pavese attraverso il racconto di questo territorio, grazie agli articoli della sua fondatrice, Roberta Tavernati, e alla collaborazione di altri utenti. Ebbene, tramite Instagram sono venuta a conoscenza che Narrando Oltrepò aveva organizzato una mostra di fotografie inerenti a questo splendido territorio e che questa mostra si sarebbe tenuta a Casteggio. Potevo forse mancare?

MostrafotograficaNarrandooltrepò

Conoscete la risposta.

Dunque, insieme a mio padre, ho deciso di visitare la mostra per ammirare gli scatti raccolti da Roberta: la piccola esposizione, che si è tenuta in Piazza Dante, mostrava degli scatti suggestivi delle nostre colline, di alcuni scorci ben conosciuti (pensiamo a Varzi o a Cigognola) ma anche alcune fotografie del tutto originali e ben eseguite. Tutte comunque mostravano la passione del fotografo per questo territorio e la voglia di farlo conoscere attraverso i propri scatti.

Questa mostra era una manifestazione in Oltrepò e per l’Oltrepò, un’esposizione che si vuole imporre come capofila per dimostrare quanto il territorio a sud di Pavia sia importante e, ovviamente, spettacolare.

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Durante la serata ho potuto conoscere Roberta che è era entusiasta per la mia presenza (forse fin troppo!): fin da subito abbiamo capito che potevamo collaborare per promuovere la realtà dell’Oltrepò e subito ci siamo scambiate idee e progetti. Narrando Oltrepò è dunque nato non per essere un nuovo portale di mera promozione, ma per raccontare la storia di questo territorio attraverso chi lo vive, chi lo apprezza, chi lo fotografa: un “blog aperto” che desidera veicolare un messaggio di bellezza. Con Roberta ho dunque scambiato alcune idee e abbiamo deciso di incontrarci al di fuori di questa manifestazione.

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Oltre a Roberta, ho potuto fare conoscenza con un’altra ragazza che stima e apprezza l’Oltrepò, in particolare l’Alto Oltrepò, e che ha deciso di farlo conoscere attraverso un modo davvero singolare: raccontandone le favole. Valentina Balma (@valijbv su Instagram) è un’illustratrice originaria di Cegni, frazione di Santa Margherita Staffora, che ha deciso, insieme a suo marito, di raccontare attraverso le sue illustrazioni, le favole che le venivano raccontate da sua nonna quando era piccola. Un’impresa tutt’altro che semplice dato che queste favole non erano mai state trascritte da nessuno e perchè spesso erano completamente, o quasi, raccontate in dialetto. Valentina però ha preso a cuore questo progetto e ha già trascritto due favole, dal titolo “Il Cagnolino di San Giacomo” e “La Pussa del Boiba Mucetto”.

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Penso che questo modo di raccontare le tradizioni, con le illustrazioni su carta, sia davvero un grande servizio che Valentina dà al suo territorio, ma anche a tutti noi che, attraverso i suoi racconti e ai suoi disegni, riscopriamo un mondo fatto di simpatici animaletti e dalle loro storie, con un legame forte verso la terra e le tradizioni.

Una serata ricca di incontri, di emozioni, di possibilità e di sorrisi: questa è stata la mia esperienza alla mostra di fotografie di Narrando Oltrepò.

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Io e Roberta di Narrando Oltrepò

Alla prossima di sicuro non mancheranno le mie foto!

Unica pecca? Che sia durata troppo poco!

Per conoscere Narrando Oltrepò, visitate il sito.

Per conoscere Valentina Balma, inviatele una mail a balmavale@tiscali.it o cercatela su Instagram e Facebook!

I luoghi della Storia: il Castello e il borgo di Nazzano

Si sa, l’Oltrepò Pavese sa regalare davvero tante emozioni: chi non conosce la splendida cittadina di Varzi, o Fortunago? (leggi qui il mio articolo) E ancora Broni, con le sua cantine vinicole e Voghera, dalla sua storia antica. Ma l’Oltrepò è anche conosciuto per i suoi bellissimi castelli e per i suoi borghi nascosti, come quello di Zavattarello (leggi qui il mio articolo) o quello di Montesegale (leggi qui il mio articolo). C’è poi un piccolissimo borghetto, quasi sconosciuto, che fa parte del comune di Rivanazzano Terme, sulle prime alture: si tratta di Nazzano, minuscolo centro abitato che ospita un castello molto interessante. Scopritelo con me, leggendo la sua storia in questo articolo.

Nazzano

Il Castello di Nazzano è di sicuro molto suggestivo, sia per le sue dubbie origini che per l’imponenza: non si sa per certo quando fu costruito, probabilmente nel XI secolo dalla famiglia Malaspina, anche se molti storici sono concordi sul fatto che ci fosse già una fortificazione precedente risalente prima dell’anno Mille (caratteristica comune di molti castelli e forti).

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Ciò che è certo, è che il Castello fu eretto per dominare la vallata. Nel corso dei secoli è passato di mano molte volte, subendo rimaneggiamenti come per mano dei conti pavesi Mezzabarba, che nel 1613 lo convertirono da fortezza a maniero gentilizio. Nel 1712 il Castello cambiò di nuovo proprietari, passano ai marchesi Rovereto che lo rimodernarono e lo resero simile a come lo possiamo ammirare oggi. Nel 1905, sempre i Rovereto ristrutturarono di nuovo il forte donandogli l’aspetto che vediamo oggi e adibendolo ad abitazione privata.

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Il Castello è completamente costruito in pietro e ospita una cappella e ben 40 stanze,

Il ricetto fortificato era la sede di una delle principali scuole di guerra di tutta l’Europa, fondata da Jacopo Dal Verme.

Oggi il Castello sovrasta ancora quelle magnifiche colline che i Malaspina, i Mezzabarba e i Rovereto ammiravano da queste alture. Oltre al Castello, degno di nota è di sicuro il borghetto, ancora quasi interamente in pietra e dal sapore antico. Tra queste casette si trova anche la Villa San Pietro, di proprietà privata della famiglia Gambaro, che ospita un meraviglioso giardino all’italiana.

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Da brava Vagabonda, non ho potuto fare a meno di visitare questo luogo così ricco di storia, ma che purtroppo, devo sottolineare, non è così ben valorizzato: iniziando dalla cartellonistica, si trova solo un indicazione che dalla strada statale di Rivanazzano indica la presenza del Castello: relativamente poco per una località che merita di sicuro una visita. Il borgo, tuttavia, è abbastanza solitario e anche un pochino desolato in quanto le abitazioni che vi si trovano sono quasi tutte seconde case e i due complessi più interessanti, il Castello e la Villa San Pietro, sono chiusi al pubblico a meno di eventi particolari (più unici che rari). Questo mi sconforta molto perchè si perde una bella occasione per far conoscere la storia e le bellezze di questo territorio, ma purtroppo questa problematica è nota per quasi tutti i Castelli del pavese. Chissà che un giorno, qualche proprietario lungimirante non decida di aprire al pubblico per far conoscere questi tesori, finalmente estratti dal loro forziere.

I luoghi della Storia: l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio

Con questa primavera arrivata in netto anticipo, posso finalmente tornare ad esplorare le zone del mio caro e amato Oltrepò Pavese. Molti sono i luoghi da visitare e altrettanti sono gli articoli da scrivere. Cominciamo dunque un nuovo viaggio e un nuovo anno alla scoperta di questo interessante e peculiare territorio, partendo da un luogo molto conosciuto e apprezzato: l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio.

Sant'Alberto

L’Eremo di Sant’Alberto di Butrio si trova in provincia di Pavia, in frazione Abbadia Sant’Alberto, facente parte del comune di Ponte Nizza, a 687 s.l.m.

L’Eremo porta il nome del suo costruttore, Sant’Alberto, che nel 1030 decise di lasciare la vita civile per isolarsi e andare ad abitare nella vicina valletta del Borrione. Dopo aver guarito miracolosamente un figlio muto del marchese Casasco, questi, come segno di riconoscenza, gli edificò una chiesa romanica e a Sant’Alberto si unirono altri seguaci, costituendo una comunità di eremiti che costruirono il monastero, di cui oggi rimane solamente una piccola ala: il chiostrino ed il pozzo. Negli anni seguenti, l’Eremo assunse notevole importanza per i fedeli e Sant’Alberto rimane qui come abate fino alla sua morte, avvenuta nel 1073. L’importanza di questo luogo continuò a crescere, tanto da divenire un centro spirituale di una vastissima zona, nonchè rifugio del re d’Inghilterra Edoardo II Plantageneto: un documento del 1877 attesta che il re qui morì e fu sepolto inizialmente proprio in questo Eremo. Si ritiene, inoltre, che qui vi abbiano soggiornato anche Federico Barbarossa e Dante Alighieri.

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L’accesso all’Eremo di Sant’Alberto di Butrio

Verso la metà del XV secolo, l’eremo incominciò il periodo di decadenza.

Nel 1543 gli ultimi monaci lasciarono l’eremo per trasferirsi nell’Abbazia di San Pietro di Breme. Vi rimase solo un sacerdote addetto alla cura delle anime. Seguirono tre secoli di quasi abbandono totale, durante i quali il monastero e parte della torre furono distrutti.

Solo nel 1900, anno in cui avvenne la riesumazione dei resti di Sant’Alberto, il monastero riprese vita, sotto la direzione di don Orione.
Nel 1921 gli Eremiti della Divina Provvidenza ripopolarono l’Eremo e tra di essi ce ne fu uno che ancora oggi viene ricordato con molta devozione, grazie alla sua vita riconosciuta per santità, penitenza e preghiera: frate Ave Maria. Durante la visita, potrete anche vedere la stanza e gli effetti personali di questa particolare personalità, considerato un pilastro di questo luogo sacro.
L’Eremo oggi è aperto al pubblico e organizza numerose attività per i fedeli ed i pellegrini.

 

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L’Eremo è uno dei luoghi più amati dell’Oltrepò Pavese e forse uno dei più conosciuto vista la sua fama che, certe volte, proprio lo precede. Lasciata l’auto proprio davanti all’edificio, ci si trova davanti ad un luogo mistico e sacro, silenzioso e accogliente. L’interno della piccola chiesa parrocchiale di Santa Maria ricorda quelle antiche pievi di campagna che ricorrono in romanzi e racconti. Io non sono credente, ma non disdegno la visita a questi luoghi per apprendere la loro storia e ammirare le loro bellezze artistiche e architettoniche.
Questo luogo sacro può essere visitato per intero e ancora oggi si può osservare l’antico edificio costituito dal chiostrino e dal pozzo: penso che proprio queste parti siano le più suggestive e belle. Affianco al pozzo si trovano alcune panchine dove poter riposare e godersi una meravigliosa vista sulla vallata circostante, meditando o pensando.
L’Eremo di Sant’Alberto è proprio un luogo di pace, di tranquillità e di solitudine, non vista come una pena ma come un’occasione per ritrovare, nel silenzio, il contatto con la propria spiritualità.

 

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Personalmente trovo che questo luogo sia uno dei più apprezzabili del nostro territorio e vale la pena una visita, soprattutto d’inverno, quando il flusso turistico non è ancora al suo apice, ma anzi si può visitare senza calca e con tranquillità. Non ho avuto occasione di poter visitare le Grotte di Sant’Alberto, non molto distanti dall’Eremo, ma questa sarà una buona occasione per tornarvi per ammirare le bellezze di questo favoloso luogo!
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Veduta dell’Eremo

Scoprendo Pavia: Fortunago

L’Oltrepò è un territorio ricco di storia e di fascino: tra vigneti, colline e prodotti tipici, davvero non si può non apprezzare ed amare questo territorio dalle mille e più sfaccettature. In primavera mi piace tornare sulle colline per visitare luoghi nuovi e poco conosciuti, ancora lontani da quel circuito del turismo di massa che riempie le piazze e gli alberghi, ma non meno interessanti.

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Tra le vie di Fortunago

Dopo aver visitato Zavattarello ed il suo famoso castello, questa volta vi porto a Fortunago.

Fortunago è un comune della provincia di Pavia di 370 abitanti situato sulle colline che dividono le valli della Coppa e dell’Ardivestra. Grazie alla sua architettura, è stato inserito nel circuito de i borghi più belli d’Italia.

Fortunago è noto fin dal X secolo, quando aveva signori locali vassalli del vescovo di Tortona. Nel 1164 il paese entrò a far parte del territorio soggetto alla città di Pavia. Nel XIV divenne feudo della famiglia Giorgi. Nel XV secolo il feudo passo ai Dal Verme (proprietari anche del castello di Zavattarello che porta ancora oggi il loro nome), poi a  Girolamo Riario, signore di Forlì ed Imola, e infine ai Botta che, acquisendo anche i feudi di Gravanago, Montepicco (comprendente Sant’Eusebio), Rocca Susella e Stefanago dal vescovo di Tortona (anch’egli un Botta), crearono un vasto feudo, elevato ben presto a Marchesato. Nel 1546 esso fu acquistato dai Malaspina di Oramala, già marchesi di Godiasco. Dopo altre vicende, tra cui il passaggio sotto la potente Provincia di Bobbio, nel 1859 Fortunago entrò a far parte della provincia di Pavia.

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Fortunago è un piccolo comune, che si può girare in circa due ore con calma, con piccole vie e case in pietra che ricordano i tempi passati. Arrivati all’ingresso del paese si incontra subito la piccola chiesa di Sant’Antonio, costruita nel 1500. Proseguendo, si sale verso il Municipio e verso la più grande chiesa del paese, quella di San Giorgio: purtroppo quando arrivo è chiusa e quindi non posso visitarla, peccato. Il sentiero della Rocca costeggia tutta la collina che fa da promontorio alla Chiesa e al Comune: si tratta di una passeggiata di corca 10 minuti ad anello, che riporta alla Piazza del Municipio e all’interno del paese a seconda della direzione scelta.

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Fortunago non è solo famoso per la bellezza delle sue viuzze, ma anche perchè è stato la location del film Il Capitale Umano di Paolo Virzì.

Piccola curiosità: a Fortunago è stato battuto il record di preparazione e cottura dell’agnolotto più pesante del mondo con la produzione di un agnolotto di ben 148 chilogrammi!

I luoghi della storia: il borgo di Zavattarello

L’Oltrepò è un luogo magico e ricco di storia, con castelli e borghetti tutti da scoprire. Da buona Vagabonda mi piace girare tra i paesini e scoprire la storia di ognuno di noi. Uno dei borgi più belli da visitare è senza dubbio Zavattarello, piccolo comune di 991 abitanti situato nell’alta val Tidone, nel cuore dell’Oltrepò.

 

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L’ingresso del borgo

 

Zavattarello fa parte del circuito dei borghi più belli d’Italia ed è considerato uno dei comuni più pittoreschi e maggiormente caratteristici.

Zavattarello deve il suo nome all’attività che fu prevalente in questo borgo per secoli interi: quella dei ciabattini. Il volgare “savattarellum” indica proprio il luogo dove si confezionano le ciabatte (savatte).

 

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Tra le vie di Zavattarello

 

La sua storia è molto antica, in quanto il paese era feudo dell’Abbazzia di San Colombano di Bobbio e nel 1390 il vescovo di Bobbio cede a Jacopo Dal Verme il castello (denominato ancora oggi Castello dal Verme) e tutto il feudo. Dal 1926 fa parte della provincia di pavia, dopo alcuni anni in cui dal pavese passò sotto il piacentino.

 

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Castel Dal Verme

 

Il borgo è conosciuto, oltre per il suo fascino e gusto delle abitazioni in pietra ed in stile “medievale” per il suo castello, il Castello dal Verme: costruito interamente in pietra, con uno spessore murario di 4 metri, il castello sovrasta il paese e domina la vista dalla sua posizione collinare. Di grandi dimensioni, con più di 40 stanze, è attorniato da un Parco Locale di Interesse Sovracomunale. La sua posizione sopraelevata è chiaramente a scopo difensivo grazie alla vista degli altri castelli della zona (Valverde, Trebecco, Torre degli Alberi, Pietragavina e Trebecco). Oggi il Castello è aperto ai visitatori secondo un orario prestabilito e soltanto alcuni giorni della settimana.

 

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Zavattarello tra salite…E discese!

 

Passeggiare tra queste viuzze rievoca pensieri lontani, e godere di una vista così incredibile non può che mettere di buon’umore. Consiglio tuttavia di visitare Zavattarello d’estate e quando il castello è aperto, dato che, per quanto mi riguarda, non è stato possibile visitarlo in quanto chiuso.

 

 

 

 

I luoghi della storia: il Castello di Montesegale

Durante le giornate del FAI di Primavera si riscoprono luoghi forse un po’ dimenticati, ma che attirano sempre molti appassionati di viaggi e di storia. E’ il caso del Castello di Montesegale, famoso in tutto l’Oltrepo e non solo.

Montesegale era, dal XI secolo, sotto la signoria del Vescovo di Tortona e fu sottoposto al dominio pavese nel 1219 da Federico II di Svevia. Succesivamente, il comune fu infeudato dai conti palatini di Lomello, del ramo di Gambarana, e la loro signoria durò, salvo qualche breve interruzione, fino alla fine del feudalesimo (1797).

Nel 1801 il territorio è annesso alla Francia napoleonica fino al 1814. Nel 1859 alla provincia di Pavia.

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Il Castello di Montesegale deve il suo aspetto alla Signoria dei Gambarana, che lo resero un punto strategico militare. Questa dimora fu teatro di numerose dispute e battaglie, che videro, quasi sempre, i Gambarana trionfare.

L’edificio, attorniato dal giardino, si trova a destra del Comune di Montesegale (Piazza ai caduti di Nassiriya). Entrati tramite il portone, si apre il cortile rustico che mette in risalto gli edifici in mattone e pietra a vista dell’ala più antica: questi edifici sono prospicenti ad una salita che conduce alla spianata superiore. All’interno del complesso si può ritrovare un piccolissimo borghetto, con un pozzo e scantinati con archinvolti.

La parte più antica è quella posta verso il mezzogiorno e la fortezza è situata sulla sinistra orografica del torrente Ardivestra.

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All’interno del castello, è ospitato un piccolo museo di arte contemporanea che organizza numerosi eventi, soprattutto per far conoscere nuovi artisti emergenti.

Oggi il Castello è proprietà della famiglia Jannuzzelli e non è visitabile se non in occasione di eventi specifici, come le Giornate di Primavera del FAI.

Purtroppo non sono consentite fotografie all’interno del Castello quindi vi propongo soltanto quelle dell’esterno.

Un luogo poco conosciuto tra le nostre colline, ma sicuramente da visitare quando è possibile, purtroppo soltanto alcuni giorni l’anno, data la sua natura di abitazione privata.