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Nagoshi no Harae: la Grande Purificazione

Se c’è qualcosa di davvero indimenticabile che mi ha lasciato il mio viaggio di nozze in Giappone è la partecipazione alle funzioni religiose, in particolare a Nagoshi no Harae, la Grande Purificazione di mezzo anno, avvenuta il 30 di Giugno a Hiroshima.

Giugno è infatti un mese focale per lo Shintoismo, una delle due religioni più professate dell’intero Paese del Sol Levante. Vediamo dunque di cosa si tratta e come partecipare a questo importante rituale.


Dove: Gokoku Jinja 21-2 Motomachi, Naka Ward, Hiroshima, 730-0011, Giappone

Harae: la purificazione

Harae o harai (in giapponese 祓はらい) è il termine utilizzato nella religione shintoista per indicare i riti di purificazione rivolti a rimuovere o ad allontanare le impurità morali (tsumi) o fisiche (kegare), ovvero tutto ciò che di negativo impedisce la comunione con le divinità, i cosiddetti kami.

I rituali vengono eseguiti all’inizio delle cerimonie religiose e prima di varcare la soglia di un luogo sacro come il tempio: vengono utilizzati l’acqua, il sale e una bacchetta chiamata ōnusa con striscioline di carta attaccate a essa che un sacerdote scuote con movimenti rituali.

Nagoshi no Harae al Gokoku Jinja di Hiroshima

Nagoshi no Harae al Gokoku Jinja di Hiroshima

Le sue origini affondano le radici nel VII secolo, quando il termine Harae aveva un doppio significato, ovvero quello di risarcimento/espiazione per un danno commesso e quello di esorcismo al fine di espellere il maligno e il demoniaco. Nel corso del periodo Heian il termine venne utilizzato per indicare la rimozione meccanica dell’impurità o della colpa, a prescindere dal fatto che sia una colpa morale o fisica.

Il rituale può essere praticato in molti modi e qui vi riporto qualche esempio:

  • Lavaggio delle mani e del viso (temizu) all’ingresso di un luogo sacro come un tempio
  • Scuotimento del bastone cerimoniale ōnusa da parte di un sacerdote shintoista
  • Cerimonia di purificazione o di allontanamento di possibili sventure
  • Evitare parole o azioni particolari (imi, ovvero il tabù o astinenza durante il periodo impuro)
Il Gokoku Jinja: ingresso al tempio

Il Gokoku Jinja: ingresso al tempio

Ōharae: la Grande Purificazione

I riti shintoisti denominati ōharae (大祓) vengono menzionati per la prima volta nel Nihon-shoki, ovvero nel secondo libro in ordine cronologico della storia giapponese classica, durante l’epoca dell’Imperatore Tenmu. Divennero poi una cerimonia di corte che si doveva ripetere l’ultimo giorno di Giugno e di Dicembre, rendendo il rito semestrale e dandogli la connotazione della Grande Purificazione e specificando come dovevano essere svolti.

Scomparsi durante il XV secolo vennero ripristinati formalmente nel 1691 per poi essere resi tra i principali riti shintoisti dall’Imperatore Meiji fino al secondo dopoguerra. Oggi sono tra le cerimonie più importanti per i fedeli di questa religione.

Il fulcro della Grande Purificazione prevede la preghiera di un sacerdote davanti ai partecipanti mentre si agita l’ōnusa secondo uno schema preciso, per lavare via ogni impurità non solo dal singolo ma anche da tutto il Paese inteso come unità. Inoltre i partecipanti strofinano un pezzo di carta ritagliato come una figura umana sul proprio corpo, per rimuovere ogni segno di malignità. Successivamente la carta verrà bruciata o comunque distrutta rimuovendo le impurità.

Nagoshi no Harae: il sacerdote legge la preghiera di purificazione

Nagoshi no Harae: il sacerdote legge la preghiera di purificazione

Nagoshi no Harae: la purificazione di Giugno

Il Nagoshi no Harae (夏越の祓) è la purificazione che avviene il 30 di Giugno di ogni anno in tutti i santuari del Giappone.
I dettagli principali di questa pratica millenaria includono:

  • Il rito del Chinowa (茅の輪くぐり): presso i santuari viene eretto un grande anello intrecciato con erba Miscanthus chiamato Chinowa. I fedeli vi passano attraverso seguendo uno schema “a forma di otto” (in senso orario e antiorario) per allontanare gli spiriti maligni e le malattie.
  • Le origini: il rituale è legato alla leggenda della divinità Susanoo-no-Mikoto e del devoto Somin Shōrai, il quale offrì riparo al Dio durante un viaggio.
  • Katashiro (形代): oltre a passare attraverso l’anello di paglia, spesso i fedeli strofinano sul proprio corpo delle sagome di carta chiamate katashiro (o hitogata), sulle quali scrivono il proprio nome e la propria età. Queste sagome vengono poi affidate ai sacerdoti che le gettano in acqua o le bruciano per cancellare le impurità.
Il rituale di passaggio nel Chinowa: immagine realizzata appositamente da IA

Il rituale di passaggio nel Chinowa: immagine realizzata appositamente da IA

Ogni santuario ha le proprie regole per attraversare l’anello di erba intrecciata. In genere, mentre si recita un canto shintoista, si oltrepassa l’anello con il piede sinistro, lo si attraversa e si ritorna verso la parte anteriore girando a sinistra. Successivamente si attraversa l’anello partendo con il piede destro e si torna davanti, questa volta girando verso destra. Si ripete il primo passaggio: si attraversa l’anello con il piede sinistro e si torna davanti girando a sinistra. A questo punto si può attraversare nuovamente l’anello con il piede sinistro e procedere verso il santuario principale per pregare, completando così un rituale composto da otto movimenti (sinistra, destra, sinistra).

La processione durante Nagoshi no Harae

La processione durante Nagoshi no Harae

La mia Grande Purificazione

Il rituale trae origine da una delle leggende della divinità Susanoo-no-Mikoto: si narra che, durante i suoi viaggi, egli cercasse riparo e, dopo molti rifiuti, fosse stato accolto calorosamente da un povero contadino, Somin Shōrai. Come ricompensa la divinità permise alla famiglia dell’uomo di salvarsi da un’imminente pestilenza che uccise tutti coloro che avevano negato l’ospitalità. Per proteggerli Susanoo ordinò loro di legarsi alla vita una corda fatta di erba Miscanthus: da quel momento tale gesto divenne un talismano contro malattie e disgrazie.

La vampa di Giugno mi aveva raggiunto fino in Giappone: io che sono abituata alla canicola della Pianura Padana ero ben preparata a quella calura che ti si appiccica addosso e non ti fa respirare. Ebbene quella del Paese del Sol Levante supera anche quella della più piatta e verde piana lombarda e io l’ho scoperto durante la Luna di Miele, o meglio, durante il mio personale viaggio verso il sorgere della nostra stella.

Ogni giorno, in Giappone, è stato indimenticabile, ma forse il 30 giugno lo è stato ancor di più: dopo essermi commossa di fronte agli orrori del bombardamento atomico al Museo della Pace di Hiroshima e dopo aver visitato il castello cittadino da unica gaijin, era giunto il momento di riprendermi i miei spazi e di tentare di mettere ordine tra i miei pensieri.

Personalmente non sono una persona credente, anzi, ma da sempre sono stata affascinata dallo Shintoismo o, forse ancor di più, dal suo carattere così profondo che percepisce la connessione con la Natura come qualcosa di fondamentale. Infatti ho ricercato un contatto più che con il Divino con la Natura, per me scritta con la N maiuscola, come se fosse a tutti gli effetti un nome proprio di persona. Sapevo che questo viaggio non sarebbe stato solo il festeggiamento delle mie nozze, doveva essere qualcosa di più: un’esperienza fatta di silenzio e connessione.

Rituale di purificazione durante il Nagoshi no Harae

Rituale di purificazione durante il Nagoshi no Harae

Giunta insieme a Marito Moribondo al Gokoku Jinja, uno dei templi shintoisti più importanti della città, ho subito reso grazie accendendo un piccolo bastoncino di incenso e facendo una piccola offerta. Dopodiché mi sono diretta verso quell’imponente cerchio fatto di paglia, il Chinowa: il cerchio, la figura perfetta, senza spigoli né linee spezzate, sinuosa e armoniosa forma che rappresenta il Tutto.

Il momento più solenne doveva però ancora iniziare: alle 16:00, puntualissimi, i sacerdoti hanno fatto il loro ingresso al tempio e si sono posizionati nel cortile. Da persona estranea a questa millenaria cultura ho chiesto a uno di loro se potevo prendere parte alla cerimonia, nonostante non fossi stata di fede shintoista: il prete mi ha sorriso e mi ha fatto cenno di sì con la testa, chiedendomi di venire avanti per immortalare quel momento con la mia onnipresente macchina fotografica.

Le malignità e le impurità vengono definitivamente scacciate

Le malignità e le impurità vengono definitivamente scacciate

Nel silenzio totale dei presenti quelle figure fluttuanti, in abiti azzurri, viola e bianchi e con copricapi neri, si sono messe a leggere una lunga pergamena, recitando come un mantra la preghiera. Nonostante le mie basi linguistiche giapponesi non capivo molto di ciò che veniva pronunciato, ma non era importante. Ciò che era veramente fondamentale era trovarsi lì, insieme ai fedeli di tutte le età, riuniti per celebrare il rituale di purificazione. Perché qui, al tempio, non importa chi sei ma ciò che fai.

Un altro sacerdote si è posizionato vicino a me e mi ha guidato nei semplici ma profondi gesti da compiere durante la cerimonia: il battere le mani, il piegare le hitogata, il chinare il capo.

Accompagnata da quella lenta e costante litania ho sentito come la connessione con ciò che mi circondava fosse totale: come un’onda travolge il veliero che, impotente, naufraga, così la preghiera ha travolto la mia anima che si è abbandonata inerme a quel momento.

Una dolcissima bambina raccoglie i resti delle hitogata appena strappate

Una dolcissima bambina raccoglie i resti delle hitogata appena strappate

Eppure io, così distante da quella cultura e da quella religione, mi sono sentita per la prima volta parte di qualcosa di più grande: non era un dio che me lo imponeva o che mi chiamava a sé, né un suo emissario. Era la mia volontà ferrea di persona estremamente razionale che si abbandonava a qualcosa di misterioso che mi ha pervasa.

Il rituale è durato circa 40 minuti e si è concluso con la consegna di una preghiera scritta a mano che attestava la mia partecipazione. Tutti in fila, con un rinnovato spirito e con il sorriso sulle labbra, io e gli altri fedeli ci siamo posti davanti al Chinowa per purificarci: quattro giri e quattro inchini. Di nuovo.

Il passaggio sotto il Chinowa della vostra Donna Vagabonda

Il passaggio sotto il Chinowa della vostra Donna Vagabonda

Accettazione, connessione e rispetto: queste parole non possono certo riassumere quelle forti emozioni che ho provato durante Nagoshi no Harae, ma suggeriscono ciò che ho percepito.

La vampa di Giugno mi aveva accompagnata in questa solenne liturgia, bruciando simbolicamente i miei peccati e imprimendo sulla mia pelle quel calore che ancora oggi ricordo vividamente: così come il sudore si porta via le impurità, anche le mie cattive azioni erano state trascinate via da quella cerimonia che si ripete da centinaia di anni, sempre uguale, immutabile, come lo scorrere del tempo.

È incredibile come un piccolo gesto porti con sé una felicità così profonda: spesso questi momenti finiscono ancor prima che ce ne si accorga.

Eppure rimangono.

Per tutta la vita.

Partecipare al Nagoshi no Harae è stato per me un simbolo di accettazione, un momento in cui il mio Io razionale si è abbandonato tra le pieghe della spiritualità, l’attimo in cui mi sono sentita parte di questa millenaria e intricata cultura.

E voi avete mai partecipati a questa cerimonia o ad altre cerimonie religiose?

Raccontatemelo nei commenti!

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