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Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025

Ultimo aggiornamento il 28 Gennaio 2026 a cura di Donna Vagabonda

L’ultima edizione del prestigioso concorso fotografico Wildlife Photographer of the Year (2025, NdR), è stata un vero successo per la fotografia naturalistica italiana: l’importante riconoscimento di Young Wildlife Photographer of the Year è stato vinto proprio da un fotografo nostrano, ovvero Andrea Dominizi che con il suo scatto After the Destruction ha posto l’attenzione del grande pubblico sulla distruzione degli habitat e delle foreste vista dagli occhi composti di una creatura piccola e indiscreta, ovvero un coleottero cerambicide.

Non solo Andrea però ha trionfato in questa edizione: ben 5 sono stati i fotografi italiani premiati, ovvero Andrea Dominizi, Gabriella Comi, Fortunato Gatto, Philipp Egger e Roberto Marchegiani, portando lustro alla fotografia naturalistica italiana.

Da fotografa e da grande appassionata della disciplina questo evento non poteva passare inosservato e, dopo aver scritto l’articolo dedicato proprio a questa 61esima edizione, sono stata contattata da Gabriella Comi per disquisire di questa competizione di prim’ordine. Alla fine della nostra piacevole chiacchierata abbiamo deciso di contattare gli altri fotografi vincitori.

Il risultato?

Quest’articolo dal titolo “Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025” scritto a più mani con un’intervista esclusiva a questi grandi appassionati!

Siete pronti per scoprire con me i loro segreti? Iniziamo!

Cliccate qui per leggere l’articolo dedicato all’articolo del Wildlife Photographer of the Year 2025

Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025

Andrea Dominizi

Young Wildlife Photographer of the Year 2025
Andrea Dominizi

Andrea Dominizi

Sono un grande sostenitore del concetto della sublime natura, dove in confronto a noi è immensa e in ogni momento potrebbe spezzarci

Ciao! Benvenuto sul blog di Donna Vagabonda! Complimenti per essere uno dei migliori fotografi naturalisti premiati presso il Wildlife Photographer of the Year! Come ti senti? Parlaci un po’ di te!

Ciao! Devo dire che è tutto incredibile e bellissimo, aver vinto il titolo di giovane fotografo naturalista dell’anno è veramente incredibile, soprattutto essendo un semplice studente di un liceo scientifico di una città di provincia.
Da dove nasce la tua passione per la fotografia naturalistica? Quando hai iniziato a esplorare questa particolare branca della fotografia?

La mia passione per la fotografia naturalistica nasce dall’incontro per la passione per la fotografia, iniziata alle scuole medie trovando una piccola macchina compatta, e la passione per il mondo naturale, avuta fin da piccolissimo. Con essa ho così trovato la perfetta unione tra due delle mie principali passioni. 
Se senti la parola “Natura” che cosa provi? Come ti senti quando sei a contatto con essa?

Natura per me evoca subito un rapporto di sottomissione, ma in senso positivo. Sono infatti un grande sostenitore del concetto della sublime natura, dove in confronto a noi è immensa e in ogni momento potrebbe spezzarci. Ma proprio questo la rende magnifica: in un mondo dove l’essere umano ha assoggettato tutto, il potersi sentire fragile e temporaneo ma allo stesso tempo in armonia quando si sta in natura, è una sensazione secondo me non replicabile.
Quali sono i soggetti che ami di più immortalare e perché?

Scatto prevalentemente macrofotografia sia per questioni meramente pratiche (in campagna la maggior parte dei soggetti sono infatti artropodi) ma soprattutto perché trovo interessantissime tutte quelle specie che sono spesso messe in secondo piano, o che causano repulsione nelle persone, emblematico di ciò sono i ragni, che proprio per i motivi prima elencati sono tra i miei soggetti preferiti. Anche se di base a me piace fotografare ciò che mi piace, nonostante la predilezione per la macro, trovo perfetto ogni soggetto naturale.
Raccontami del tuo scatto… Come lo hai realizzato? Cosa hai provato mentre lo realizzavi? É stato difficile?

Nello scatto si vede questo insetto, un Morimus asper, che sembra osservare il suo habitat che viene distrutto. Come si nota non è uno scatto complesso a livello tecnico, infatti la sua forza viene dalla storia che racconta. La sua realizzazione quindi non è stata particolarmente complessa, è solo servito capire come usare l’attrezzatura essendo una delle prime uscite con il mio nuovo obbiettivo grandangolare. Mentre lo realizzavo sinceramente pensavo solamente di aver fatto una buona foto che documentava un problema riguardante i Monti Lepini. Solamente in fase di invio al concorso ho notato che poteva essere un simbolo per la perdita dell’habitat in generale.
Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 -Andrea Dominizi – After the Destruction

Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 – Andrea Dominizi – After the Destruction

Quale attrezzatura fotografica possiedi? Quanto secondo te è importante il tipo di attrezzatura rispetto alla bravura e alla fortuna che serve sempre quando si immortala la Natura?

Ora dopo il concorso, con il premio, sono riuscito a migliorare la mia attrezzatura, ma tutte le foto che ho scattato le ho sempre fatte con una semplice reflex di qualche anno fa (una Nikon D7100) e diversi obbiettivi ricondizionati, anch’essi di diversi anni fa. Questo perché secondo me nella fotografia naturalistica è sì fondamentale un’attrezzatura dedicata, ma non è necessario che sia il top di gamma. Anzi, proprio questo avere un’attrezzatura meno performante mi ha aiutato a sperimentare un tipo di fotografia più creativo e meno legato alla qualità assoluta nei dettagli.
Ti saresti mai immaginato che il tuo scatto venisse selezionato e premiato dal più prestigioso concorso fotografico naturalistico?

Detto molto sinceramente, no. Su alcune foto inviate avevo qualche speranza, anche se molto debole, ma mai avrei pensato di raggiungere questo risultato e soprattutto non con questa foto non essendo tra quelle che secondo me erano le migliori.
La 61esima edizione del Wildlife Photographer of the Year è stata davvero eccezionale per i fotografi italiani: come ti sei sentito a rappresentare l’Italia con il tuo scatto?

Sapere di aver rappresentato l’Italia con il mio scatto e sapere di esser stato il primo a vincere il premio di giovane fotografo naturalistico dell’anno è stata veramente una grandissima emozione. Ma è stato bellissimo anche vedere tutti gli altri fotografi italiani lì, essendo una delle nazioni più presenti al WPY.
Quali saranno i tuoi prossimi viaggi e dove concentrerai la tua attenzione fotografica?

Attualmente non ho viaggi in programma, ma continuerò comunque a scattare qui nei dintorni di dove abito, cercando di portare avanti la mia sperimentazione su uno stile fotografico personale. Voglio inoltre concentrarmi su un progetto che avevo in mente sulla morte in natura che ha come obiettivo finale la creazione di un portfolio sull’argomento.
Cosa vorresti dire ai fotografi che vogliono partecipare al Wildlife Photographer of the Year? Li incoraggeresti in questa sfida?

Direi di tentare, anche se hanno qualche dubbio. Come detto io non mi davo alcuna possibilità, eppure ho vinto, stessa cosa moltissimi fotografi con cui ho parlato lì a Londra. Quindi, tentate, se va bene si potrà avere una magnifica esperienza, se non va bene, si potrà ritentare l’anno che segue.
Per scoprire le fotografie di Andrea, visitate il suo profilo Instagram.

Gabriella Comi

Menzione d’onore: Comportamento Mammiferi
Gabriella Comi

Gabriella Comi

Inevitabilmente, l’Africa: una passione e un incanto a cui non posso né voglio sottrarmi.

Ciao! Benvenuta sul blog di Donna Vagabonda! Complimenti per essere uno dei migliori fotografi naturalisti premiati presso il Wildlife Photographer of the Year! Come ti senti? Parlaci un po’ di te!

Ciao! Grazie per questa opportunità! Parto subito col dire che non sono una fotografa professionista. Io prima di ogni altra cosa sono un’amante degli animali e della natura in genere, sin da quando ero bambina. Ciò che più mi affascina in natura è la perfezione dei dettagli, il disegno delle linee, la ricorrenza dei pattern.
Da dove nasce la tua passione per la fotografia naturalistica? Quando hai iniziato a esplorare questa particolare branca della fotografia?

Sono completamente autodidatta. Ho iniziato a fotografare per mostrare agli altri ciò che vedo io quando guardo il mondo, perché mi sembrava di non riuscire a spiegarlo a parole. Questo è il motivo per cui, tuttora, io riesco a fotografare solo ciò che mi piace davvero, con cui sento una connessione profonda.
Se senti la parola “Natura” che cosa provi? Come ti senti quando sei a contatto con essa?
Mi sento appagata e in pace con me stessa solo quando sono in mezzo alla Natura e il più lontano possibile dagli esseri umani! Davvero il mio motto potrebbe essere “Via dalla pazza folla!” Ahah!
Fotografare è un po’ una forma di meditazione. I momenti più belli sono quando sono talmente concentrata e immersa nella scena che mi dimentico anche di me stessa, mi dimentico di esistere come individuo perché mi sento parte del tutto.
Quali sono i soggetti che ami di più immortalare e perché?

Io ho una passione, tendente quasi all’ossessione, per la fauna selvatica africana. In particolare, i predatori. C’è qualcosa di atavico, profondo, che si agita nel mio animo, quando sono in presenza di un leone o un ghepardo, quando ne posso apprezzare ogni dettaglio, ogni minimo guizzo muscolare mi parla di perfezione assoluta. I felini hanno una bellezza terribile e spietata che mi avvince fino a farmi dimenticare perfino chi sono. Li amo in ogni loro espressione, nel movimento e nella quiete. I loro momenti più cruenti e crudeli, per assurdo, sono quelli in cui mi sento viva, tutt’uno con la Natura e i suoi ritmi e le sue ragioni: ecco io in quei momenti mi sento il sangue che grida a squarciagola mentre mi corre nelle vene.
Raccontami del tuo scatto… Come lo hai realizzato? Cosa hai provato mentre lo realizzavi? É stato difficile?

La fotografia naturalistica di solito è fatta di grande pazienza, ore di osservazione in attesa che succeda qualcosa. Ma questa volta essere nel posto giusto al momento giusto ha fatto tutta la differenza. Stavamo passando nei pressi di un gruppo di kopjes, che sono delle formazioni granitiche tipiche delle pianure del Serengeti, e abbiamo visto che c’erano leoni che dormivano della grossa nella calura di mezzogiorno. Io volevo proseguire perché pensavo non ci fosse niente di interessante, ma David, la mia guida, ha notato un movimento con la coda dell’occhio: quello che a prima vista ci era sembrato un ramo secco in realtà era un cobra che stava strisciando lentamente verso la cima del kopje, in direzione di due leonesse. Lì è stato un attimo: non so come abbiano fatto ad accorgersene ma sono passate da belle addormentate a macchine da guerra in tempo zero. E io ho cominciato a scattare, aggiustando i settings in fretta e furia per tentare di compensare quella luce terribile e accecante. Avevo il cuore che mi batteva all’impazzata, soprattutto per la paura che arrivassero allo scontro e la leonessa avesse la peggio. Quando poi il momento di tensione è passato una delle due si è quasi messa a giocarci con la zampa e io non so come ho fatto a continuare a scattare perché non riuscivo a smettere di ridere!
Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 - Gabriella Comi – Wake-up call

Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 – Gabriella Comi – Wake-up call

Quale attrezzatura fotografica possiedi? Quanto secondo te è importante il tipo di attrezzatura rispetto alla bravura e alla fortuna che serve sempre quando si immortala la Natura?
Per l’attrezzatura la differenza la fa l’obiettivo, il corpo macchina deve essere funzionale ma non serve avere chissà che. Io scatto con una mirrorless Fujifilm, attualmente la XS-20, che non è neanche full frame. Il passaggio alla mirrorless è stato fondamentale per due motivi, il primo ovviamente il peso ridotto, il secondo è il sistema innovativo di autofocus che è indubbiamente più rapido e preciso, soprattutto la funzione di tracking e quella di rilevamento dell’occhio… anche se devo dire che ogni tanto mi capita che la fotocamera scambi per occhio una delle rosette del manto del leopardo!
Per la fotografia naturalistica vera invece, quella senza trucchetti come le esche o altri strattagemmi per attirare gli animali, ovviamente la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto fa almeno il 50% della foto! La bravura… sta nel creare le condizioni giuste perché quel momento accada: studiare molto le specie che si vogliono fotografare, studiare il comportamento per cercare di prevedere dove e quando trovare l’animale, immaginare rapidamente come si muoverà per visualizzare dove posizionarsi per l’inquadratura migliore. E ovviamente anche scegliere una guida esperta e eticamente responsabile che ti aiuti. Molto fa anche l’esperienza: per ogni foto riuscita ci sono cento errori fatti in precedenza nella stessa situazione che quando torni a casa ti mordi le mani, la frase che urlo più spesso mentre edito le foto è “MA COSA CAVOLO STAVO PENSANDOOO“. In presenza di fauna selvatica quasi mai si ha tempo di riflettere molto sui setting della fotocamera, un attimo e l’animale è andato.

Ti saresti mai immaginato che il tuo scatto venisse selezionato e premiato dal più prestigioso concorso fotografico naturalistico?

Immaginata nel senso di sognarlo ad occhi aperti, quello sì, tante volte! Ma seriamente mai, non avrei mai pensato che una mia foto potesse essere davvero all’altezza di stare in una gallery del WPY. Quando ho ricevuto la prima mail, che mi diceva che una o più foto mie erano nella shortlist, io ho fatto i salti di gioia pensando che fosse già così un grandissimo risultato, il picco della mia fotografia. Poi un mese dopo mi è arrivata la seconda mail: ho dovuto rileggerla più volte perché pensavo di non avere capito… e poi quando mi sono resa conto che avevo capito bene non ho dormito per due giorni!
La 61esima edizione del Wildlife Photographer of the Year è stata davvero eccezionale per i fotografi italiani: come ti sei sentito a rappresentare l’Italia con il tuo scatto?

Grandissimo orgoglio, indubbiamente. Quest’anno il WPY61 è stato un ruggito tutto italiano! Abbiamo avuto nientemeno che il vincitore assoluto dei giovani e un vincitore di categoria, oltre alle menzioni d’onore. E dopo averli conosciuti a Londra posso dire che i miei compagni di avventura sono tutti quanti delle persone bellissime, spinte tutte da una passione pura per la Natura anziché dall’ego o dalla smania di protagonismo, proprio come dovrebbe essere.
Quali saranno i tuoi prossimi viaggi e dove concentrerai la tua attenzione fotografica?

Inevitabilmente, l’Africa. Una passione e un incanto a cui non posso né voglio sottrarmi.
Cosa vorresti dire ai fotografi che vogliono partecipare al Wildlife Photographer of the Year? Li incoraggeresti in questa sfida?

Partecipare: sì assolutamente. Non è necessario essere dei professionisti. Anzi, in questa edizione il numero di fotografi non professionisti è stato molto alto. Le giurie vogliono vedere cose nuove, nuovi modi di presentare la natura e il punto di vista non canonico di un amatore può risultare più interessante di una foto tecnicamente perfetta. Attenzione a verificare dal sito e dal regolamento tutti i requisiti per le foto, le dimensioni, lo spazio colore, come prepararle eccetera. In particolare guai a usare Intelligenza Artificiale o strumenti di rimozione, pena la squalifica!
Per scoprire le fotografie di Gabriella, visitate il suo profilo Instagram.

Fortunato Gatto

Menzione d’onore: Arte della natura
Fortunato Gatto

Fortunato Gatto

Non è la macchina fotografica a definirci fotografi, ma piuttosto la curiosità e la capacità di meravigliarsi

Ciao! Benvenuto sul blog di Donna Vagabonda! Complimenti per essere uno dei migliori fotografi naturalisti premiati presso il Wildlife Photographer of the Year! Come ti senti? Parlaci un po’ di te!

Ciao Eliana, grazie di cuore per questa preziosa opportunità. Il lavoro che stai portando
avanti è importante e sono felice di poterne far parte.
In genere i plot twist arrivano verso la fine, ma te ne svelo uno fin da subito: non mi definisco un appassionato di fotografia. Amo profondamente la bellezza che mi circonda; la macchina fotografica è semplicemente lo strumento attraverso cui la osservo, la interpreto e, successivamente, la condivido. Se dovessi ricorrere a un’immagine più poetica direi che il fotografo è come un proiettore emozionale: esplora, empatizza, coglie suggestioni e le restituisce in forma di visione fotografica. Lo fa mettendo in gioco tutto sé stesso, dal proprio bagaglio culturale al vissuto, fino alla sensibilità che lo contraddistingue.
Per quanto riguarda il concorso mi sento senza dubbio fortunato. Allo stesso tempo considero questo riconoscimento un’occasione per rafforzare la mia missione: continuare a condividere un messaggio di bellezza e ricordare, soprattutto alle nuove generazioni, che il nostro pianeta è ancora un luogo straordinario, capace di ispirare meraviglia. È preservandolo che preserviamo noi stessi e il nostro futuro.
Da dove nasce la tua passione per la fotografia naturalistica? Quando hai iniziato a esplorare questa particolare branca della fotografia?

Gli orizzonti fotografici sono immisurabili. Non è la macchina fotografica a definirci fotografi, ma piuttosto la curiosità e la capacità di meravigliarsi. Tutto quanto nacque nell’entroterra calabrese, da una semplice pozza d’acqua. In questi luoghi remoti e per lunghi tratti soggetti a siccità l’arrivo della pioggia segnava l’Epifania del territorio che da lì si rigenerava. Io e mio fratello, accompagnati da mio nonno (un mentore silenzioso), rimanevamo svariato tempo ad ammirare le pozzanghere ai bordi della strada. Ci tornavamo sino a che i girini sarebbero diventati delle rane. Una stupefacente metamorfosi.
La prima macchina fotografica è arrivata circa 20 anni fa, in seguito a un percorso di ricerca personale. In quel periodo storico della mia vita ho suonato e ho disegnato, ma è poggiando l’occhio sul mirino della macchina fotografica che ho compreso quale fosse la forma espressiva attraverso la quale avrei potuto sviluppare il mio linguaggio personale unendolo alla passione per la Natura.
Se senti la parola “Natura” che cosa provi? Come ti senti quando sei a contatto con essa?

Avverto connessione. La Natura è tutto. Sviluppare un rapporto con l’ambiente che mi
circonda è per me un fattore determinante. Ci sono momenti in cui non fotografo perché durante il percorso artistico esploro più fasi, da quella razionale e scientifica, con la quale acquisisco le nozioni territoriali, sino alla dimensione metafisica, dove ad un certo punto si fondono scienza e spiritualità. La realizzazione dello scatto è in realtà l’emanazione del benessere sensoriale. È questo che voglio condividere con le persone. Vorrei lavorare su un piano esperienziale e di comunicazione che possa trasmettere il benessere dei sensi a chi, per motivi personali, non ha questo privilegio.
Quali sono i soggetti che ami di più immortalare e perché?

Ricerco storie all’interno del contesto paesaggistico. Parto spesso da un semplice spunto,
che può avere anche una derivazione antropologica, per poi approfondire il territorio sotto svariati aspetti: geologia, morfologia, specie autoctone, endemismi, tutto ciò che genera in me una profonda fascinazione e contribuisce a costruire una relazione più consapevole con il luogo. In questo momento tengo in considerazione molti fattori e, nell’esigenza di espandere il mio raggio ispirazionale, sto sviluppando un crescente interesse verso i popoli nativi e le loro mitologie. Le considero un punto di partenza potente: profondamente immaginifico, ma al tempo stesso autentico.
Sono relativamente poco interessato all’idea di essere il primo tra gli “esploratori” di un territorio. Credo piuttosto che la vera unicità risieda nell’approfondimento e nell’approccio creativo. Proprio per questo sto imparando a restringere il mio campo d’azione, concentrandomi su porzioni di paesaggio sempre più circoscritte. Posso soffermarmi settimane su una singola spiaggia, alla ricerca della metafora ideale, così come in una foresta o nella tundra autunnale.
La stagionalità e l’impatto meteorologico mi affascinano profondamente. Non a caso vivo in Scozia, uno dei luoghi dal clima più selvaggio in assoluto. Nel tempo ho sviluppato un’attrazione quasi irresistibile verso questi ambienti tumultuosi: sensazioni soverchianti e, per certi versi, insondabili. E forse è proprio questo il loro fascino, il fatto che sia richiesto un certo livello di astrazione. Chissà, magari questo magnetismo è il segno più evidente che siano i territori a scegliere noi, e non il contrario.
Raccontami del tuo scatto… Come lo hai realizzato? Cosa hai provato mentre lo realizzavi? É stato difficile?

Prima di addentrarmi nella realizzazione dell’immagine, desidero fare una premessa importante: non cerco immagini spettacolari, ma una relazione profonda con l’ambiente.
Empatizzare con ciò che mi circonda è il primo passo del mio processo creativo: è il momento in cui l’osservazione si trasforma in legame e comprensione. È da qui che nasce la scintilla che mi permette di andare oltre il convenzionale, verso una forma di testimonianza più consapevole e creativa.
Per dare un po’ di contesto, mi trovavo in Islanda, nei pressi del ghiacciaio Vatnajökull, e ciò che stavo osservando era una semplice pozza d’acqua ghiacciata. Quell’inverno si rivelò sorprendentemente atipico: nonostante il freddo intenso, il clima risultava insolitamente secco. In condizioni simili, il ghiaccio può assumere una straordinaria varietà di forme. Il suo aspetto varia in funzione della velocità di congelamento, della presenza di sostanze disciolte, dell’umidità dell’aria circostante e della quantità e dimensione delle bolle d’aria intrappolate.
Nel momento in cui ho iniziato a riconoscere un disegno emergente nella superficie ghiacciata la mia immaginazione ha preso il sopravvento. Stavo cercando ciò che amo definire una “meta-immagine”: una metafora naturale in cui è la natura stessa a offrire sia la tela sia l’opera. Attraverso un piccolo frammento di ghiaccio, il Cigno Ghiacciato si è lentamente rivelato ai miei occhi, come una manifestazione effimera di arte naturale.
Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 - Fortunato Gatto – Frozen Swan

Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 – Fortunato Gatto – Frozen Swan

Quale attrezzatura fotografica possiedi? Quanto secondo te è importante il tipo di attrezzatura rispetto alla bravura e alla fortuna che serve sempre quando si immortala la Natura?
Se scelta con coscienza l’attrezzatura ha sicuramente un ruolo di primaria importanza, così come il vestiario quando ci si muove in determinati ambienti. Tornando alla fotografia, in particolar modo, la selezione delle lenti e di tutto ciò che vi ruota attorno, dal treppiede all’uso di buoni filtri, è importante per tradurre particolari del paesaggio in visioni specifiche. Le fotocamere offerte dai vari produttori tendono ormai ad equivalersi. Ognuno sceglie ciò con cui ha un maggiore feeling. Già, anche con la propria attrezzatura è necessario creare un rapporto. Tuttavia sento l’esigenza di specificare che saranno poi le nostre capacità creative a determinare la reale potenza del messaggio.
Ti saresti mai immaginato che il tuo scatto venisse selezionato e premiato dal più prestigioso concorso fotografico naturalistico?
Sono stato premiato in diverse edizioni del Wildlife Photographer of the Year e, ogni volta, è stata un’esperienza speciale per la mia traiettoria umana e artistica. Nei momenti in cui ho deciso di partecipare ho sempre conservato una minima speranza di poter essere selezionato. Considerato l’elevato numero di immagini in concorso e il livello altissimo dei fotografi coinvolti, alcuni dei quali supportati da risorse enormi, è indubbio che anche la fortuna giochi un ruolo importante. È una grande gioia poter affermare di essere stato premiato con una visione essenziale, sia nel soggetto sia nella tecnica. Un approccio in cui mi riconosco pienamente e che rafforza un messaggio per me rilevante: talvolta la testimonianza creativa è, di per sé, un gesto sostenibile, capace di generare bellezza senza il bisogno di particolari sofisticazioni.
La 61esima edizione del Wildlife Photographer of the Year è stata davvero eccezionale per i fotografi italiani: come ti sei sentito a rappresentare l’Italia con il tuo scatto?
Colgo innanzitutto l’occasione per complimentarmi con gli altri fotografi italiani premiati: sono stati tutti straordinari. È difficile descrivere ciò che ho provato anche perché, come accennavo in precedenza, vivo da quasi vent’anni in Scozia. Pur conservando i tratti somatici del mio luogo d’origine sento oggi un legame profondo con il territorio che mi ha accolto e adottato nel corso degli ultimi decenni. Tuttavia rappresentare l’Italia in questo contesto rimane un grande privilegio, una sensazione intensa e significativa. A questa gioia si affianca un crescente senso di responsabilità che sento la necessità di assumermi in prima persona. Abbiamo bisogno del supporto di grandi istituzioni (come il Natural History Museum di Londra) per amplificare le nostre voci: divulgazione e sensibilizzazione non sono opzioni, ma urgenze dalle quali non possiamo sottrarci.
Mi auguro che anche in Italia esista questa stessa volontà. In tal senso mi sarebbe piaciuto conoscere il punto di vista delle principali istituzioni italiane rispetto al nostro exploit londinese, ma non mi pare vi sia stato un riscontro significativo, così come da parte dei media e delle testate giornalistiche, spesso più orientate alla diffusione di notizie negative che alla valorizzazione di contenuti culturali di spessore.
Quali saranno i tuoi prossimi viaggi e dove concentrerai la tua attenzione fotografica?
Attualmente sto attraversando una nuova fase di ricerca, anche se è ancora troppo presto per svelarne i dettagli. Posso però anticipare che mi concentrerò nel rendere l’esperienza sempre più immersiva, ampliando e approfondendo il livello sensoriale della mia condivisione.
Accanto alla Scozia, che rappresenta la mia dimora, esplorerò l’Alaska attraverso diverse stagioni. Ho già trascorso del tempo lì in autunno in più occasioni e tornarvi in condizioni nuove rappresenta una naturale evoluzione del mio percorso. Con un po’ di fortuna potrò condividere di più su questo lavoro nel corso dei prossimi anni.
Cosa vorresti dire ai fotografi che vogliono partecipare al Wildlife Photographer of the Year? Li incoraggeresti in questa sfida?
Li incoraggerei innanzitutto a dedicare quanto più tempo possibile alla ricerca della loro identità artistica, privilegiando la dimensione sensoriale. Abbiamo bisogno di persone dotate di grande sensibilità, capaci di vedere e sentire esprimendo la loro unicità. Il Wildlife Photographer of the Year non dovrebbe essere vissuto come un traguardo, ma come una grande opportunità di testimonianza. Privilegiare l’aspetto valoriale e creativo significa costruire un linguaggio autentico, capace di andare oltre l’estetica per permeare il tempo e con esso il cuore dei fruitori.
In questa prospettiva il premio non è una semplice medaglia, ma una cassa di risonanza in cui i principi, se capaci di ispirare le nuove generazioni, possono diffondersi in modo dirompente. Credo che, lavorando insieme, possiamo contribuire alla nascita di un nuovo Rinascimento Sensoriale, fondato su una rinnovata etica ambientale e su un ritorno ai valori essenziali.
Per scoprire le fotografie di Fortunato, visitate il suo profilo Instagram.

Roberto Marchegiani

Menzione d’onore: Animali nel loro ambiente
Roberto Marchegiani

Roberto Marchegiani

Mi sono reso conto che ciò che mi interessava davvero non era “catturare” l’animale, ma raccontare il suo rapporto con l’ambiente che lo circonda

Ciao! Benvenuto sul blog di Donna Vagabonda! Complimenti per essere uno dei migliori fotografi naturalisti premiati presso il Wildlife Photographer of the Year! Come ti senti? Parlaci un po’ di te!

Grazie, è una grande soddisfazione. La fotografia naturalistica per me non è mai stata solo una passione, ma un modo di osservare il mondo. Nasce dal desiderio di stare nella natura, di viverla lentamente e di capirne i ritmi. Ho iniziato a fotografare molti anni fa, quasi per istinto, e col tempo mi sono reso conto che ciò che mi interessava davvero non era “catturare” l’animale, ma raccontare il suo rapporto con l’ambiente che lo circonda.
Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 – Roberto Marchegiani – Shadowlands

Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 – Roberto Marchegiani – Shadowlands

Se senti la parola “Natura” che cosa provi? Come ti senti quando sei a contatto con essa?

La natura per me è silenzio, tempo e misura. Quando sono immerso in un ambiente naturale sento che tutto rallenta e torna essenziale. È un’esperienza molto fisica e allo stesso tempo mentale: osservare, aspettare, accettare quello che accade senza forzarlo. È lì che nascono le immagini che cerco, non dalla fretta o dall’idea di “portare a casa lo scatto”.
Quali sono i soggetti che ami di più immortalare e perché?

Mi occupo soprattutto di wildlife ambientato. Amo fotografare animali inseriti nel loro habitat, spesso piccoli rispetto al paesaggio, ma profondamente legati ad esso. Credo che un animale racconti molto di più quando dialoga con lo spazio, con la luce, con il clima. Anche quando non è immediatamente protagonista la sua presenza resta il cuore dell’immagine.
Raccontami del tuo scatto… Come lo hai realizzato? Cosa hai provato mentre lo realizzavi? É stato difficile?

Lo scatto nasce da una lunga attesa e da condizioni non semplici. Non è stato un momento spettacolare, ma uno di quelli in cui tutto si allinea lentamente: la luce, l’atmosfera, il comportamento dell’animale. In quel momento ho provato una sensazione di grande calma, quasi di sospensione. La difficoltà maggiore non è stata tecnica, ma emotiva: saper aspettare senza forzare nulla, accettando anche l’idea che lo scatto potesse non arrivare.
Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 – Roberto Marchegiani – The calm after the storm

Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 – Roberto Marchegiani – The calm after the storm

Quale attrezzatura fotografica possiedi? Quanto secondo te è importante il tipo di attrezzatura rispetto alla bravura e alla fortuna che serve sempre quando si immortala la Natura?
Utilizzo principalmente attrezzatura Sony. Per il mio tipo di fotografia preferisco gli zoom, perché mi permettono di adattarmi rapidamente alle situazioni e di lavorare molto sull’ambiente. In alcune occasioni utilizzo anche il 400mm GM f/2.8, soprattutto quando voglio isolare maggiormente il soggetto. Detto questo l’attrezzatura è importante, ma non è tutto. La conoscenza del luogo, la capacità di leggere la scena e una buona dose di fortuna restano elementi fondamentali nella fotografia naturalistica.
Ti saresti mai immaginato che il tuo scatto venisse selezionato e premiato dal più prestigioso concorso fotografico naturalistico?
Onestamente sì. Non per presunzione, ma perché era l’unico grande concorso di fotografia naturalistica che mancava al mio percorso. Negli altri concorsi internazionali ho avuto riconoscimenti costanti negli anni, mentre il Wildlife Photographer of the Year era una sorta di “bestia nera”. Avere due immagini premiate è stata una soddisfazione enorme.
La 61esima edizione del Wildlife Photographer of the Year è stata davvero eccezionale per i fotografi italiani: come ti sei sentito a rappresentare l’Italia con il tuo scatto?
Più che sentirmi “rappresentante” di un Paese, mi sono sentito parte di una comunità di fotografi che lavorano con serietà e continuità da molti anni. Il fatto che tanti italiani siano stati selezionati in questa edizione dimostra che in Italia esiste una fotografia naturalistica matura, consapevole e capace di dialogare con il contesto internazionale. Per me è stato soprattutto uno stimolo a proseguire su questa strada, con ancora maggiore attenzione e responsabilità nel raccontare la natura.
Quali saranno i tuoi prossimi viaggi e dove concentrerai la tua attenzione fotografica?
Sono molto focalizzato sull’Est Africa, un’area che conosco bene e che continuo a esplorare. Ho in programma di tornare in Kenya al Lake Nakuru National Park, che conosco molto bene e dove ho realizzato alcune delle mie immagini più importanti, e poi in Tanzania e Uganda, per spedizioni fotografiche non convenzionali, lontane dai circuiti più battuti.
Cosa vorresti dire ai fotografi che vogliono partecipare al Wildlife Photographer of the Year? Li incoraggeresti in questa sfida?
A chi vuole partecipare al Wildlife Photographer of the Year direi di non scoraggiarsi. È una sfida difficile, ma stimolante.
Bisogna avere una visione personale, essere pazienti e coerenti nel tempo.
Non cercare la foto “che vince”, ma quella che racconta davvero ciò che si è vissuto.
Per scoprire le fotografie di Roberto, visitate il suo profilo Instagram.

Philipp Egger

Vincitore di categoria Ritratti di animali
Philipp Egger

Philipp Egger

Per me ogni viaggio è un atto di ascolto, non di conquista. È lì che nasce il mio lavoro

Ciao! Benvenuto sul blog di Donna Vagabonda! Complimenti per essere uno dei migliori fotografi naturalisti premiati presso il Wildlife Photographer of the Year! Come ti senti? Parlaci un po’ di te!
Grazie, davvero. È una sensazione difficile da descrivere: un misto di gratitudine, incredulità e profondo rispetto. Il Wildlife Photographer of the Year non è solo un concorso, ma un simbolo di eccellenza, etica e visione nella fotografia naturalistica. Sentire che il mio lavoro è stato riconosciuto in questo contesto è un grande onore.
Mi chiamo Philipp Egger, sono un fotografo e filmmaker naturalista delle Alpi. La montagna è il mio spazio vitale, il luogo dove osservo, aspetto, imparo. Il mio lavoro nasce da progetti a lungo termine, spesso solitari, e cerca di raccontare la Natura non solo nella sua bellezza, ma anche nella sua fragilità, nella sua durezza e nei suoi silenzi.
Da dove nasce la tua passione per la fotografia naturalistica? Quando hai iniziato a esplorare questa particolare branca della fotografia?
Sono cresciuto in una famiglia di cacciatori molto appassionati. Fin da bambino ho vissuto a stretto contatto con la Natura, imparando a leggere i suoi segni, a rispettarne i ritmi e a comprenderne la forza. Ma dentro di me sentivo che la mia strada sarebbe stata diversa: non volevo togliere la vita, volevo preservarla.
La fotografia è diventata il mio modo di “cacciare” senza ferire. Invece di inseguire animali, inseguo istanti — quei momenti rari in cui l’anima della Natura si rivela. Attraverso le immagini cerco di dare una voce a ciò che spesso resta invisibile o inascoltato.
Ho iniziato a fotografare seriamente molti anni fa, ma solo con il tempo ho capito che la fotografia naturalistica, per me, non è solo un genere fotografico: è un linguaggio, una forma di rispetto, un dialogo silenzioso con il mondo naturale.
Se senti la parola “Natura” che cosa provi? Come ti senti quando sei a contatto con essa?
Per me la Natura è uno spirito sacro che ci circonda. È qualcosa di profondamente divino, la forza da cui proveniamo e grazie alla quale possiamo esistere. Ci nutre, ci guarisce, ci protegge e ci accoglie — spesso senza che ce ne rendiamo conto. Quando sono a contatto con la Natura provo un senso di silenzio interiore e di rispetto profondo. È come entrare in uno spazio dove tutto è essenziale e vero. Lì mi sento piccolo, ma allo stesso tempo parte di qualcosa di immensamente più grande. Fotografare in questi momenti non è solo osservare: è ascoltare, è ringraziare. È un modo per entrare in dialogo con questa forza e cercare, attraverso le immagini, di onorarla.
Quali sono i soggetti che ami di più immortalare e perché?
Sono profondamente attratto da animali selvatici delle Alpi, in particolare specie elusive come il gufo reale, i lupi e le linci. Non solo perché sono specie rare o difficili da osservare, ma perché portano con sé un’aura di mistero, silenzio e forza primordiale. In loro sento una presenza intensa, quasi spirituale. Allo stesso tempo per me la fotografia naturalistica non riguarda solo i grandi e rari animali. Amo fotografare anche i dettagli della Natura: una luce che attraversa un paesaggio, una traccia nella neve, una struttura minuscola osservata in macro. La bellezza è ovunque, se si è disposti a guardare davvero.
Non fotografo ciò che è raro, ma ciò che mi fa sentire qualcosa. Attraverso le immagini cerco di rendere visibile l’invisibile, di mostrare l’anima della Natura. Negli ultimi anni mi sono avvicinato sempre di più anche a temi difficili: la morte, la trasformazione, il ciclo naturale. Credo che la fotografia naturalistica non debba mostrare solo ciò che è “bello”, ma anche ciò che è vero.
Raccontami del tuo scatto… Come lo hai realizzato? Cosa hai provato mentre lo realizzavi? É stato difficile?
Shadowhunter non è nato in un singolo istante, ma in quattro anni di silenzio, attesa e ascolto. Prima ancora di prendere in mano la fotocamera, ho dovuto conoscere il suo mondo. Il suo territorio. E soprattutto il suo spirito. Per trasformare il gufo reale in un’opera che per me fosse completa era necessario comprenderne il carattere e la sua profonda mistica. Il gufo caccia solo di notte e così ho iniziato a studiarlo nell’oscurità, utilizzando strumenti di visione notturna e termocamere. Ho osservato il suo comportamento, le aree di caccia, i posatoi, le rotte di volo. Solo quando conoscevo ogni linea del paesaggio, ogni ombra e ogni respiro del suo regno, ho deciso di fotografare.
Tutto questo aveva un unico scopo: entrare nel suo mondo senza essere percepito. Il gufo reale è estremamente schivo e sensibile al disturbo. Per questo ho scelto un accesso lungo e difficile, attraversando un territorio impervio e inaccessibile. Ho scalato gole, mi sono calato per oltre quaranta metri nel vuoto, per poi risalire dall’altro lato. Solo così ho potuto avvicinarmi senza infrangere l’equilibrio di quel luogo.
Una volta arrivato non restava che attendere. Immobile. Invisibile. Fino a quando è accaduto l’impossibile: il gufo si è avvicinato a pochi metri da me. In quell’istante non ho provato euforia, ma una calma assoluta, quasi sacra. Come se fossi stato accettato, per un breve momento, nel suo mondo. È stato difficile, sì. Ma Shadowhunter non è solo una fotografia. È il risultato di anni di rispetto, dedizione e fiducia. È un incontro tra due presenze nella notte e il tentativo di rendere visibile l’anima di un essere che vive nell’ombra.
Donna Vagabonda incontra i fotografi del Wildlife Photographer of the Year 2025 – Philipp Egger - Shadowhunter

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Quale attrezzatura fotografica possiedi? Quanto secondo te è importante il tipo di attrezzatura rispetto alla bravura e alla fortuna che serve sempre quando si immortala la Natura?
Nel mio lavoro utilizzo una vasta gamma di strumenti, perché ogni progetto richiede un approccio diverso. Lavoro con fotocamere Nikon, utilizzo fototrappole, barriere a infrarossi, sensori di movimento, flash, e in alcuni contesti anche droni, sempre con grande attenzione all’etica e al rispetto della fauna. Per lo scatto Shadowhunter ho utilizzato una Nikon Z9 abbinata a un grande teleobiettivo da 600 mm. Era la scelta giusta per lavorare in condizioni di luce estreme, mantenendo distanza e silenzio.
Detto questo, l’attrezzatura da sola non crea una fotografia. Può aiutare, può rendere possibile ciò che altrimenti non lo sarebbe, ma non sostituisce la conoscenza del soggetto, la pazienza, il tempo e la sensibilità. E poi c’è la fortuna — quella sottile linea invisibile che esiste sempre nella fotografia naturalistica. La differenza, però, è che la fortuna arriva più spesso quando sei pronto ad accoglierla.
Ti saresti mai immaginato che il tuo scatto venisse selezionato e premiato dal più prestigioso concorso fotografico naturalistico?
Onestamente no. Ho sempre lavorato seguendo una visione personale, senza pensare ai premi. Il riconoscimento è arrivato come una sorpresa e forse proprio per questo ha un valore così grande.
La 61esima edizione del Wildlife Photographer of the Year è stata davvero eccezionale per i fotografi italiani: come ti sei sentito a rappresentare l’Italia con il tuo scatto?
Per me non esistono confini nazionali nel senso classico. La natura è un sistema interconnesso, tutto è collegato. Con la mia immagine non rappresento un Paese, ma la natura stessa – e questo è un elemento fondamentale del mio lavoro. Fotografo per dare voce alla natura, al di là di nazionalità o categorie. Ed è ancora più bello quando un’immagine riesce a raggiungere e toccare le persone, indipendentemente da dove provengano.
Quali saranno i tuoi prossimi viaggi e dove concentrerai la tua attenzione fotografica?
I miei prossimi passi non nascono dal desiderio di andare lontano, ma dal bisogno di andare più a fondo. Il mio lavoro continuerà a svilupparsi attraverso progetti a lungo termine, guidati da una visione artistica e da un legame profondo con i luoghi che attraverso. Mi concentrerò soprattutto sulle Alpi, osservandole come uno spazio fragile in trasformazione, dove la presenza umana, il turismo e il cambiamento climatico entrano sempre più in conflitto con la fauna selvatica. Parallelamente sto portando avanti progetti cinematografici e fotografici che cercano un linguaggio più intimo e poetico, capace di unire immagine, silenzio e riflessione.
Per me ogni viaggio è un atto di ascolto, non di conquista. È lì che nasce il mio lavoro.
Cosa vorresti dire ai fotografi che vogliono partecipare al Wildlife Photographer of the Year? Li incoraggeresti in questa sfida?
Li incoraggerei, sì — ma con sincerità. Non per vincere, bensì per crescere. Questo concorso premia le immagini che hanno un’anima, un messaggio, un’etica. Il mio consiglio è: seguite una storia che vi rappresenta davvero. Dedicate tempo, rispettate la Natura, accettate i fallimenti. Se l’immagine è onesta, prima o poi troverà il suo spazio.
Per scoprire le fotografie di Philipp, visitate il suo profilo Instagram.

Conclusione

É stato per me un immenso onore poter conoscere, seppur virtualmente, questi grandi fotografi naturalisti: non solo fotografi, ma persone che elevano la Natura in ogni loro gesto e con ogni loro pensiero. La fotografia è dunque un mezzo di espressione, un linguaggio universale volto ad un fine più grande: quello della salvaguardia dell’immenso patrimonio naturale che ci circonda.

Con i loro scatti Andrea, Gabriella, Fortunato, Roberto e Philipp comunicano un sentimento che va al di là di qualunque immaginazione, qualcosa di tangibile e puro che dovrebbe muovere ogni nostra azione.

 
 
 
 
 
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Ringrazio sentitamente i fotografi per aver condiviso con me la loro visione artistica e il loro immenso amore per il mondo naturale. Complimenti vivissimi per i vostri successi e per aver rappresentato la fotografia naturalistica italiana!

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