Diario di viaggio: New York – giorno 6

Ultimo giorno nella Grnde Mela, prima di rientrare in Italia. Come per ogni mio viaggio, l’ultimo giorno è quello più soft, quindi dedicato a compere e a visite non troppo impegnative. Alla mattina, io e mia madre ci dirigiamo verso il Brooklyn Botanic Garden, un giardino di ben 21 ettari che conserva le più diverse specie di piante: il giardino è stato fondato nel 1910 ed è diviso in sezioni. Particolarmente interessanti, sono le sezioni delle serre tropicali, la serra dei bonsai, il giardino giapponese, l’immenso roseto con varietà speciali e famose di rose.

Con gli occhi all’insù, ad ammirare la folta chioma degli alberi, ci gustiamo la bellissima e fresca giornata: lo smog della grande metropoli sembra così lontana in questo Eden, gli uccellini gorgheggiano e la tranquillità regna sovrana. Dopo una bella passeggiata attraverso la via dei ciliegi, dove ogni essenza ha categoricamente un cartellino ben visbile e aggiornato che ci esplica la specie, raggiungiamo il giardino giapponese: qui troviamo un bellissimo laghetto con le carpe Koi e un arco rosso, tipico simbolo del Giappone. Un piccolo capanno di osservazione, funge anche come luogo di ristoro. Oltre a noi, notiamo che non ci sono tanti turisti stranieri, bensì molti americani, che passano una giornata tranquilla e diversa insieme alla loro famiglia.

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Il giardino giapponese

Dopo aver scattato qualche foto, ci dirigiamo verso le serre: davanti a queste c’è un ottimo punto di ristoro, dove potrete mangiare senza spendere molto. Le serre sono davvero magnifiche: in una ritroviamo le piante tipiche della foresta pluviale, con una bellissima varietà di orchidee epifite, oltre ad altre piante molto lussureggianti. La serra, prosegue con la ricostruzione degli ambienti aridi, con molte spoepecie di cactacee e altre succulente, da osservare tramite un piccolo percorso guidato. La serra affiancata, invece, custodisce una bellissima collezione di bonsai, che apprezzo particolarmente: li fotografo tutte, queste piccole meraviglie.

Dopo un bel giro nelle serre, continuiamo il nostro toru, scoprendo anche la parte adibita ai bambini: una zona con tanti laboratori didattici, piccole aiole dove i bambini posso piantare i fiori durante le attività proposte. Una cosa salta all’occhio, girando per il Garden: l’ordine, la pulizia, la manutenzione eccellente di questo giardino botanico. Noi italiani dovremmo solo prendere esempio, e sistemare i tanti giardini botanici che riversano in stato critico nel nostro “Bel Paese”.

Dopo un bel giretto attraverso il bosco delle essenze spontanee, arriviamo al roseto: prima di visitarlo, ci sdraiamo per una bella pausa nel prato che lo attornia. Qui, vediamo tanti americani giocare con i figli, leggere un libro, ma anche conversare e riposarsi. Come per il Central park, il Brooklyn Botanic Garden deve essere un bell’esempio di tranquillità per i Newyorkesi.

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La statua davanti al roseto

Davanti al roseto, non posso che rimanere estasiata, da coltivatrice appassionata di queste piante: il roseto è stato costruito nel 1927, grazie ad una donazione di 15,000 dollari da parte dell’ingegnere Walter V. Cranford. Qui, sono piantate più di 5000 cespugli, di 1400 varietà diverse, che includono specie selvatiche, antiche rose del giardino, grandiflore, floribundas, polyanthas, rose in miniatura e varietà di TEA. Per un approfondimento sulle rose, vi invito a leggere qui. Fotografo minuziosamente tutte le piante e il loro cartellino, e sospiro, sognando anche io un giardino di rose come questo.

Passiamo quasi l’intera giornata al giardino, ma poi dobbiamo inevitabilmente lasciarlo, per raggiungere il resto del gruppo; prima però acquisto la spilla del giardino botanico e un libro sull’avifauna americana. Il negozio dei ricordini è davvero ben fornito, vendono anche le piante!

Raggiungiamo la ciurma di viaggiatrici, che ritroviamo al grande magazzino Macy’s. Io odio fare shopping, ma qualche ricordo lo devo portare a casa. Avrei preferito rimanere di gran lunga al Garden, non posso non ammetterlo: i grandi magazzini mi mettono davvero

La mattina seguente, è il 4 luglio, e la nazione è in festa. Facciamo tempo a comprare qualche gadget prettamente americano per immergerci nello spirito festoso, ma poi dobbiamo andare all’aereoporto.

Ciao New York, sei stata una piacevole sorpresa, una città di contrasti che merita almeno una visita, una volta nella vita.

Per rileggere tutti i giorni del diario di viaggio,

Giorno 1

Giorno 2

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Giorno 4

Giorno 5

 

 

 

 

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 8

Un altro giorno sta per iniziare in terra malgascia, tra sole e mare.

Oggi è una giornata speciale, una di quelle che non si dimenticano: per la prima volta, farò un’escursione di Whale watching. Il Whale watching è l’osservazione dei cetacei in mare aperto, con un’imbarcazione o un gruppo di esse e con l’ausilio di binocoli e attrezzature specializzate. E’ un’attività importante, sia per far conoscere il meraviglioso mondo di questi mammiferi marini, sia per studiarli (è uno dei pochi metodi non invasivi), sia per monitorarli. Noi non abbiamo motonavi con radar o strumenti sofisticati, ma una pagoda governata dalla guida locale va benissimo per le nostre esigenze. Già scalpito, stiamo per partire e non vediamo l’ora di vedere le Megattere: in questo periodo, infatti, popolano questi mari caldi per dare alla luce i loro piccoli e per accoppiarsi nuovamente.

Una brezza frizzante spira, e ci vuole una felpina per ripararsi da essa. Finalmente partiamo e dopo circa mezz’ora la nostra imbarcazione si ferma e c’è un silenzio surreale. Con il binocolo avvistiamo un gruppo di megattere non lontano da noi. Stanno nuotando e si dirigono proprio verso la nostra direzione. Teniamo spenti i motori, per non disturbarle: probabilmente sono a caccia. Iniziamo a vedere i dorsi, meravigliosi: già l’emozione è incalcolabile. Ho provato tante emozioni nel vedere gli animali nel loro habitat, ma quello che ho provato nel vedere i cetacei (questa e altre volte) è diverso da tutto il resto: sono animali mansueti, potenti, ma pur sempre vulnerabili. Il traffico marino disturba in modo sostanziale la loro vita e se non si ricorrerà ai ripari, molte popolazioni vedranno l’estinzione, se non addirittura certe specie.

Dopo i dorsi, vediamo qualche esemplare, sempre più vicino, fare lobtailing e flipperslapping, cioè schiaffeggiare la pinna caudale e quelle pettorali. Le balene comunicano con i loro simili tramite queste manifestazioni comportamentali, e ci regalano uno spettacolo straordinario. Purtroppo fotografarle al momento preciso non è per niente facile, anzi. Nonostante ciò, non riesco a trattenere la felicità, sono così entusiasta che non riesco a tacere per un momento. Fino a che, qualcuìosa mozza davvero il mio fiato: una megattera effettua un breaching, il famoso salto, o tuffo. Con tutta la sua magnificenza, questo cetaceo di almeno 12 metri si tuffa davanti a noi, ed esce quasi completamente dall’acqua, proprio con un guizzo. Questo comportamento è il più spettacolare ed è stato osservato in quasi tutte le specie di cetaceo. Il salto è talmente ampio, che le onde che provoca spostano la nostra piccola pagoda. Applaudiamo, come davanti ad uno spettacolo. E, per fare il bis, subito dopo un’altra megattera replica, lanciandosi di lato e provocando un’altra serie di onde. Siamo davvero stupefatti da tanta bellezza. Dopo questo show incredibile, le balene mostrano ancora lo sfiatatoio, sbuffando e respirando, e poi, pian piano, si allontanano, immergendosi sempre di più.

Che dire, favoloso. So che le parole non riescono a rendere perfettamente questo spettacolo, ma non potevo non descrivervelo.

Ora, la prossima tappa della nostra escursione, programmata con le guide il giorno prima, è il piccolo isolotto di Nosy Ve: questo piccolo atollo ricorda forse il più famoso Nosy Be, indubbiamente una delle località turistiche più gettonate del Madagascar, ma è completamente diverso: intanto, su questa isola non ci sono costruzioni, in quanto si tratta di un’area di nidificazione del fetonte codarossa, un uccello di mare della famiglia dei Phethontidae: questa specie nidifica sulle isole dell’oceano Indiano, e Nosy Ve è un luogo importante proprio per dare alla luce i piccoli.

Il fetonte codarossa è riconoscibile dalle lunghe penne timoniere centrali caudali, che sono di colore rosso intenso. Il dimorfismo sessuale è quasi inesistente, in quanto maschi e femmine hanno livrea simile.

I fetonti sono uccelli singolari, non imparentati nè con i pellicani, nè con le cicogne, ma che hanno una parentela alla lontana con i procellariformi.

Questi uccelli nidificano sulla terra ferma, su scogliere e anche su falesie ed entrambi i genitori covano e si prendono cura della prole.

Quando arriviamo sull’isola, la guida ci dice che è possibile fare un giro tra i nidi dei fetonti, in quanto molti pulli sono già nati. Posso farmi scappare una possibilità del genere? Insieme alla mia inseparabile zia, ci addentriamo tra i nidi che si trovano sotto i bassi arbusti.

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L’inizio del percorso dei nidi.

Molti fetonti sono a caccia di pesci, quindi il nido è scoperto, perciò possiamo vedere bene i piccoli: sono dei batuffoli bianchi candidi, con il becco nero lungo. Non piangono e non sono impauriti. I genitori rimasti ai nidi sono totalmente tranquilli e si fanno scattare numerose fotografie in compagnia dei pulcini: la guida ci dice che nessuno qui li disturba, e quindi hanno imparato a tollerare la nostra presenza, anche perchè quasi nessuno viene a visitare i nidi, se non alcuni ricercatori e alcuni turisti interessati. Non capisco perchè questi uccelli debbano essere meno interessanti delle balene, ma va beh, sono gusti. Per me, vedere i piccoli dei fetonti è un’altra esperienza magnifica di questa giornata: osservare i pulletti da vicino poi, è abbastanza raro. Scatto tante foto e poi ritorniamo dal gruppo, che intanto sta facendo il bagno nelle limpide acque cristalline dell’isola.

E’ già mezzogiorno, e i pescatori stanno tornando per portarci il pranzo: cucineremo tutto con il fuoco del falò Dopo circa un’ora, è pronto: pesce fresco appena pescato, aragoste e patate dolci. Cosa desiderare di più? E’ tutto squisito, e anche la compagnia è davvero ottima. Insieme alla giornata del mio compleanno, questo è il giorno che più mi ha rapito.

La giornata pare finita, ma non è così: il giorno prima la guida ci aveva chiesto se volevamo fare un po’ di snorkeling durante l’escursione. E, dico di no?

Avete già capito, e già mi ero premunita prima di partire dall’Italia con maschera e boccaglio. Così, mentre il resto del gruppo si dirige verso Anakao, io ed altri ci facciamo accompagnare nella zona della barriera corallina. Mi tuffo e subito si apre un altro mondo fatto di colori: sembra un dipinto, dove i protagonisti sono i pesci, i coralli e le stelle marine. Qui ho potuto osservare una biodiversità incredibile, dove i pesci farfalla l’hanno fatta da padrone. Mi addentro anche a maggiore profondità, dove la piattaforma si fa più ripida, per vedere anche i pesci nascosti negli anfratti, ed indirizzo i miei compagni verso questi. Non c’è niente da fare, la natura è davvero spumeggiante.

Dopo circa due ore di snorkeling, torniamo ad Anakao, dove una bella doccia calda con il secchio mi aspetta. Credete che sia stanca? Certo che no! Il sole sta quasi tramontando, ma io mi siedo in riva al mare e guardo l’orizzonte, estasiata da cotanta bellezza.

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Tramonto meraviglioso…

Per cena, si prospetta una bella scorpacciata di pesce, allietata da un gruppo musicale che suona strumenti particolari e la chitarra. E’ così romantico, è così dolce.

Sembra essere passato tutto così in fretta, ma non sono triste, perchè in ricordo rimarrà vivo per sempre nel mio cuore.

Per gli altri articoli del Madagascar

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

Giorno 5

Giorno 6

Giorno 7

 

 

 

 

 

 

Il museo di marzo: il Museo di Storia Naturale di Venezia

Nel 2014 mi trovavo a Venezia, e non potevo non visitare uno dei musei di Storia Naturale e più belli presenti in Italia. Così, passeggiando tra i vicoli, ho raggiunto la mia meta. Il museo si trova all’interno del Fontego dei Turchi, importante e lussuoso palazzo affacciato sul Canal Grande. E’ stato fondato nel 1923 e l’inaugurazione si ebbe nel 1932.

Il museo è stato frutto di un rinnovamento nel 2011, che ha visto l’ampliamento dell’area espositiva di 16 nuove sale.

Appena entrati non si può fare a meno che notare l’imponente sceletro di Ouranosaurus nigeriensis , un calco dell’originale, scoperto dall’archeologo Giancarlo Ligabue in Niger, durante una sua spedizione del 1972-1973: questo scheletro è uno dei più completi e integri tra tutti quelli scoperti. L’ouranosauro era un grosso dinosauro ornitopode del Cretaceo, che vivea nell’odierna Africa. E’ parente del più famoso Iguanodon ed è facilmente riconoscibile grazie alla vela che porta sulla schiena. Da comparazioni anatomiche del crani, simile a quello di alcuni adrosauri, soprattutto per la presenza del becco largo e della struttura ossea in cima al muso, potrebbe essere un precursore di questi dinosauri, anche se la dentatura è quella degli iguanodontidi. Lo scheletro è imponente e, data la mia passione per gli erbivori, gli scatto una miriade di fotografie. Di fianco, si trova anche lo scheletro di Sarcosuchus imperator, il più grande coccodrillo della storia.

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Lo scheletro di Ouranosauro

Continuando con la visita, il percorso si snoda “sulle tracce della vita” che raccontano la nascita dalla vita tra i fossili, fino all’arrivo dell’uomo.

Proseguendo si incontrano altre sale interessanti, addirittura è stata ricostruita una wunderkammer del 1500-1600: queste camere delle meraviglie erano molto in voga in passato nelle case dei nobili collezionisti, che volevano far ammirare ai loro ospiti animali esotici impagliati o piante particolari sempre provenienti da mondi lontani. Erano gli anni delle grandi esplorazioni, ma questa tradizione continuò per parecchio tempo.

Nel museo, si trovano anche molti animali tassidermizzati, come i pappagalli, con la loro descrizione.

Al piano terra, si trova una delle sezioni più belle e quella più interattiva: quella sulla biologia marina. Qui si trova un’imponente acquario lungo 5 metri che permette di ricostruire l’ecosistema di Tegnùe. Con la denominazione locale di  si intendono gli affioramenti rocciosi che si distribuiscono nell’area occidentale del Golfo di Venezia, a profondità comprese fra gli 8 ed i 40 m. Queste formazioni rocciose sono riconducibili a facies di piattaforma carbonatica di bassa profondità in acque temperato-fredde.

La sezione continua con una bellissima parte interattiva sui cetacei, dove si possono udire le vocalizzazioni di questi stupendi animali e imparare a distinguerli: un modo divertente, anche per i più piccoli, di conoscere queste specie che spesso sono minacciate.

Per altre informazioni: il sito del museo

 

Diario di viaggio: New York – giorno 5

Per il penultimo giorno a New York, non posso che dedicarmi completamente all’unico e mitico Museo Americano di Storia Naturale: protagonista della fortunata serie di Una Notte al Museo, ma anche scenario del film animato “4 dinosauri a New York” per chi ancora se lo ricorda, questo per me è un tempio della conoscenza, il Sacro Graal del Naturalista. Il museo, fondato nel 1869, è composto da numerose aree:

e non basta una giornata per visitarlo tutto per bene: entro tramite l’ingresso della metro alle ore 10:00 circa, ne esco all’orario di chiusura alle 17:45 quasi spinta dalle guardie.

 

Tutto è una meraviglia, tutto ciò che vedo: dai dinosauri, agli habitat ricostruiti, alla mostra tematica sui vulcani, alla sezione sull’antropologia, con tante testimonianze di popoli lontani.

Come Naturalista di mestiere e di fatto, è per me un onore fare da guida alle mie compagne di viaggio: iniziando dalle sale paleontologiche, ricopriamo l’evoluzione dei grandi rettoli mesozoici, con qualche ospite d’eccezione: il T-Rex la fa da padrone, come re dell’esposizione e del Cretaceo.

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Scheletro di T-Rex.

Ma non mi fermo solo ad ammirare il grande predatore, mi dirigo, passando per i grandi mammiferi del Cenozoico, alla sala degli Adrosauri, i miei dinosauri preferiti: questi bizzarri dinosauri con il becco di anatram erano placidi e tranquilli erbivori, vissuti nel Cretaceo Superiore, l’ultima era dei grandi rettili. Da sempre, da quando ero una bimba, ho amato il Parasaurolophus, il grande dinosauro con la cresta che fungeva da cassa risonanza per comunicare con i propri simili. Ebbene, vedo il suo cranio: mi prenderete per matta, ma ho pianto dalla commozione. Non lo avevo mai visto dal vivo, e vederlo lì, enorme rispetto a me, è stata l’emozione più forte provata in questo viaggio. Le mie compagne di viaggio mi guardano un po’ svanite, meno che mia zia Franca, che riesce a comprendermi. Niente, le lacrime sono copiose, è come se avessi ricevuto una vincita colossale, non so come spiegarlo. Potevo quasi toccarlo, era davvero da lasviare senza fiato.

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La mia emozione davanti al cranio di Parasaurolofo

Mi fermo per più di 20 minuti in questa sala, quasi tutti spesi per la mia star ovviamente. Continuo nel giro e appena dopo trovo uno shop del museo: non posso non comprare il pupazzetto del mio Parasaurolofo 🙂

La visita prosegue e mi trattengo ora nella sezione zoologica, con tutti i diorami dei vari biomi e ambienti naturali: la savana, la tundra, e poi la sezione ornitologica, la mia preferita insieme a quella paleontologica e geologica. Tanti bei pennuti per la gioia dei miei occhi, e da buone appassionate di ornitologia, io e mia zia ci intratteniamo almeno un’ora a tentare di riconoscerli tutti: sull’avifauna americana abbiamo qualche lacuna, ma su quella europea è difficile battere questo duo! Il resto della compagnia si distacca e ci lascia tra le braccia del sapere: si prosegue, in un vero e proprio labirinto di piani e sale espositive. Non è facile orientarci, infatti spesso dobbiamo consultare la mappa: negli USA è tutto immenso, anche il museo.

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Diorama con gli struzzi

E’ la volta della parte antropologica, con tante belle testimonianze degli amerindi, che vanno a chiudere il cerchio disegnato con il Museo sulla storia degli Indiani (ne parlo in questo articolo). E poi i popoli arabi, gli Inuit, i copricapi degli Indios. Elencare tutto sarebbe davvero impossibile.

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Maschere tribali

Proseguiamo, verso il planetario interattivo: molto interessante la presentazione all’interno! Da qui, un volo sui pianeti e sulle stelle, per poi passare alla mostra tematica sui vulcani, che affronta in modo semplice e chiaro la vulcanologia come disciplina: fotografie, grafici, strumenti interattivi aiutano la comprensione, insieme a video e a testimonianze audio di chi è sopravvissuto ai grandi disastri provicati dai vulcani, come l’eruzione del Monte Sant’Elena: da brividi come la nostra Terra sia meravigliosa ma, al tempo stesso, spietata.

L’ultima sezione rimasta è quella mineralogica, non meno bella: qui mia zia mi definisce “rullo compressore parte terza”: non è difficile capire il perchè.

Purtroppo, è ora di uscire perchè il museo sta per chiudere. Dispiaciute di non poterci ritornare presto, siamo comunque soddisfatte della nostra splendida visita durata un giorno intero. Concludiamo la giornata con una bella passeggiata al Central Park, facendo un po’ di Birdwatching: i cardinali rossi non si fanno di certo desiderare.

Per leggere gli altri giorni del diario:

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

 

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 7

Dopo essermi svegliata con un ginocchio nero, a causa della scivolata clamorosa fatta al Parco dell’Isalo (ebbene sì, sono riuscita ad inciampare anche lì), parto alle 4:00 di mattina verso la nuova destinazione: Toliara. Da Toliara, però, ci sposteremo subito ad Anakao. Il viaggio da Ranohira a Toliara è lungo circa 5 ore, e non avviene senza inconvenienti: infatti, a metà strada, si fonde il radiatore del nostro furgoncino. Con grande disperazione di tutti noi (è già il terzo guasto in una settimana) arriviamo a Toliara alle 9 passate: non visiteremo questo grande centro durante il nostro soggiorno se non al ritorno da Anakao e di sfuggita.

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La strada verso Toliara, con i grandi Baobab.

Arriviamo al luogo dove prenderemo una barca per Anakao, situata a sud di Toliara. Qui salutiamo Riza, il nostro fidato autista compagno di mille avventure: non lo rivedremo più, purtroppo. Ormai, era diventato un viaggiatore come noi.

Sta per accadere qualcosa di veramente bizzarro: da questo piccolo porticciolo, la barca che ci aspetta è ormeggiata molto più avanti rispetto a dove siamo noi. Come raggiungerla allora, con tutte le valigie?

Ebbene, nel modo più bizzarro che possiate immaginare.

Non a piedi.

Non a nuoto.

Non con un’altra imbarcazione.

E allora… Come?!

Semplice, con un piccolo carretto trainato dagli zebù.

Non potete immaginare la scena di questi carretti flottanti trainati dai bovini fino a metà mare: è pratica consueta a quanto pare. Pensavamo di averle viste tutte: dopo le valigie perdute, i lemuri curiosi, la sanguisuga attaccata al piede di un nostro compagno, i tre guasti al furgoncino, la mia scivolata su una bella roccia appuntita… Infine, il carretto “marino” degli zebù. Questo è stato il mezzo di trasporto più insolito di tutti, lo devo ammettere.

Arrivati al nostro motoscafo, ci dirigiamo ad Anakao: il sole è ormai alto sulle nostre teste, e il mare è cristallino. Avvicinandoci sempre di più alla terra ferma, notiamo un fondale spettacolare: stelle marine e sabbia bianca. E’ il paradiso? No, è il Madagascar.

Siccome le peripezie non sono finite, la barca non ci porta fino a riva, quindi scendiamo e camminiamo in acqua (per altro, gelida) fino al nostro approdo. Le valigie “arriveranno” (si spera!).

Giunti alla nostra meta, veniamo accolti dalla proprietaria dell’Hotel Safari Vezo, proprio davanti alla spiaggia. Sembra di stare ai caraibi: fa caldo e una tiepida brezza salmastra ci rincuora da tutta la stanchezza.

Qui alloggiamo in bungalow per due persone, molto singolari in quanto… Manca l’acqua corrente! Ci si lava con i secchi, due a persona, uno di acqua calda e una di fredda. Il bagno non c’è nel bungalow, ma c’è un bagno comune al di fuori. Non ci importa, è comunque tutto bellissimo. Per fortuna, le valigie sono giunte a noi, quelle che almeno sono arrivate con l’aereo all’inizio del viaggio. Dei bagali di mia zia, purtroppo, ancora nessuna traccia.

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La preparazione dei secchi d’acqua.

La fame si fa sentire, quindi ci accomodiamo nella sala da pranzo, un grande bungalow di legno con i tavoli anch’essi in legno. Qui, gusto la più buona insalata di calamari e polpo dell’intera umanità. Non l’ho più mangiata così buona, ve lo posso assicurare.

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L’insegna del ristorante dell’hotel, con una vecchia ancora recuperata non molto lontano.

Il mare su di me ha uno strano effetto: mi chiama, mi fa sentire meglio che in qualunque altro posto. Qui svaniscono preoccupazioni e pensieri, e non mi sento lontana da casa: mi sento a casa. La brezza scompiglia i miei capelli, ed è come se una voce mi cantasse una dolce melodia. Il mare è davvero magico.

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La bellezza del mare di Anakao

Dopo pranzo, una bella dormita ci vuole. Dopodichè, visito il villaggio di pescatori affianco all’aberghetto. Non faccio il bagno, perchè sento un po’ di freddo. Oggi la giornata scorre tranquilla e pacata, per recuperare le forze dai giorni intensi appena passati. Verso sera, ci accordiamo con alcune guide locali per l’escursione del giorno successivo, di cui però non vi anticipo assolutamente niente.

La sera si conclude con una bella scorpacciata di pesce (che strano, niente zebù!) e con i racconti di mia zia sui luoghi più bizzarri che ha mai visitato durante i suoi giri intorno a questo bislacco mondo.

Per leggere gli altri articoli sul diario del Madagascar:

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

Giorno 5

Giorno 6

Diario di viaggio: New York – giorno 4

Eccoci arrivati al quarto giorno, superando la metà del viaggio. New York è davvero immensa per visitarla tutta in una settimana, ma faccio del mio meglio e cerco di vedere almeno le attrazioni principali, con qualche chicca. Oggi è il turno della Statua della Libertà e di Ellis Island. Dopo aver pianificato da casa la visita a questi due monumenti famosissimi, mi avvio al Battery Park per prendere il battello che mi porta dritta dritta alla prima meta: La Statua della Libertà, o Lady Liberty come è conosciuta qui, è stata inaugurata nel 1886 ed è il simbolo degli Stati Uniti, oltre che della città di New York.

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Lady Liberty e Liberty Island

La statua è costituita da una struttura reticolare interna in acciaio e all’esterno rivestita da 300 fogli di rame sagomati e rivettati insieme, poggia su un basamento granitico grigio-rosa. Il nome intero dell’opera è La Libertà che illumina il mondo (Liberty Enlightening the World in inglese, La Liberté éclairant le monde in francese). Arriviamo e oltre a noi c’è veramente una fiumana di visitatori, da tutte le parti del mondo, tra cui distinguo nettamente alcuni Amish grazie ai loro peculiari vestiti. E’ bello vedere tanti popoli che vengono a vedere il simbolo della libertà, e che rimangono estasiati da questa imponente statuta. Purtroppo non posso salire fino alla corona, quindi mi accontento di vederla dal basso. Più che per l’opera in sè, che è comunque molto espressiva, sono rimasta ad osservarla a lungo proprio per ciò che simboleggia: la libertà e il sapere, che sempre sono indissolubilmente legati. Purtroppo non in tutto il mondo la libertà è concessa, quindi la luce della fiamma che Lady Liberty mostra deve arrivare anche in quelle parti della nostra Terra in cui le persone vedono solo il buio. Me lo auguro, anche se non è così semplice.

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Sua Maestà, la Libertà.

Il tour prevede delle piccole soste con le audioguide che ci raccontano un po’ la storia della sua costruzione e la sua simbologia. Dopo aver finito il tour, mi riposo assieme alle mie compagne di viaggio, tanto che è già ora di pranzo e decidiamo di mangiare nel piccolo cortiletto dietro alla statua, dove ci sono numerosi venditori ambulanti di prelibatezze americane. Dopo un lauto pasto, è ora di fare una cappatina al negozio dei souvenir, dove non mi faccio scappare il passaporto dei monumenti nazionali americani, una sorta di passaporto delle Dolomiti (ne parlo in questo articolo) ma per i monumenti nazionali degli Stati Uniti: i monumenti qui sono visti come un patrimonio, e comprendono anche parchi e zone protette. Questi monumenti fanno parte della storia integrante del popolo americano ed è giusto preservarli: il governo prende molto seriamente questa mission e fa in modo che anche la popolazione, nonchè i turisti, siano partecipi di questa attività.

Dopo la bellissima Lady Liberty, faccio tappa su Ellis Island: è qui che tutti gli immigrati, spinti dal sogno americano e dalla voglia di riscatto, sono approdati prima di entrare ufficialmente negli U.S.A. L’isolotto ospita appunto l’Ellis Island Immigration Museum che raccoglie le testimonianze delle persone arrivate qui, il loro arrivo, le prassi per accettare gli immigrati, e tutti gli esami per consentire l’entrata. Alcune prove non erano semplici e molte persone venivano rispedite a casa, segno di un’accoglienza non sempre riuscita e che anche oggi forse non è stata completata in modo assoluto, ma anzi, è minacciata da molte politiche della paura. Con curiosità, vediamo che molti immigrati erano italiani, nostri compatrioti e pensiamo a come molti di loro siano riusciti poi a fare carriera e a vivere dignitosamente. Da sempre l’uomo migra, per un futuro migliore: il nostro compito dovrebbe essere sempre quello di ricercare la felicità, anche lasciando le terre natie, con dispiacere certo, ma anche con speranza e determinazione. I visi sorridenti di chi riesce ad ottenere il permesso di rimanere sono spumeggianti e rimangono impressi nella nostra memoria: per loro inziava una nuova vita, speriamo migliore.

La visita al museo dura almeno tre ore grazie alla vasta esposizione e alla fine usciamo che è pomeriggio inoltrato. Io e mia mamma decidiamo di fare una passeggiata nei dintorni del nostro quartiere, e scopriamo con piacere che siamo vicini alla New York County Supreme Court il mitico “tribunale” di Law & Order: i due volti della giustizia, una delle nostre serie tv preferite. E’ da qui che Jack McCoy infatti portava avanti le accuse, prima come membro dell’ufficio del Procuratore Distrettuale, poi proprio come Procuratore effettivo. Indimenticabili le sue arringhe sulle tematiche etiche, razziali e i pregiudizi, argomenti contro cui Jack dimostrava di essere sempre dalla parte giusta. E’ l’impeccabile Sam Waterston che interpreta magistralmente il nostro personaggio preferito.

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La Suprema Corte

Dopo qualche scatto, ci dirigiamo al Columubus Park con una bibita fresca in mano: questo parco è un luogo di ritrovo e di socialità, dove molti lavoratori si leggono il giornale dopo una giornata di lavoro, o dove in molti si ritrovano a giocare a scacchi e a dama sui tavolini del giardinetto. Non mancano gli onnipresenti scoiattoli, sempre alla ricerca di qualcosa da mangiare.

Anche questa giornata volge al termine, domani un altro bel museo mi attende!

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