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I Luoghi della storia: Le Aule Storiche dell’Università di Pavia

A luglio del 2019 mi è stato concesso il permesso di realizzare qualcosa di unico: un servizio fotografico in solitaria all’interno delle Aule Storiche dell’Università di Pavia. Purtroppo le Aule Storiche non sono visitabili normalmente quindi la loro apertura è piuttosto eccezionale, se non in occasione di manifestazioni, convegni e sedute di laurea. Le Aule Storiche che ho visitato sono state le seguenti: Aula Magna, Aula Scarpa, Aula Foscolo, Aula Volta.

Aule storiche

Ci tengo a ringraziare per la disponibilità la Signora Lucia Pomidoro per avermi dato questa possibilità, il Signor Massimo Lafortezza per avermi accompagnato nella visita delle Aule e il personale universitario che ha reso possibile questo servizio fotografico e la realizzazione del seguente articolo.

Le Aule Storiche dell’Università di Pavia si trovano nell’edificio centrale, in Strada Nuova, a Pavia. Queste sono state restaurate e oggi possono ospitare sedute di laurea, convegni, conferenze e altri eventi divulgativi. Assieme alla Biblioteca Universitaria di Pavia (leggete qui il mio articolo), conferiscono lustro e magnificenza all’ateneo pavese.

Cominciamo dalla prima, nonchè la più grande, aula che ho visitato: l’Aula Magna.

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L’Aula Magna

L’Aula Magna fu opera dell’architetto brianzolo Giuseppe Marchesi: fu lui anche il restauratore dell’Aula Scarpa e dell’Aula Volta. Il progetto di questa grande aula fu esaminato nel 1837 ma i lavori iniziarono solo nel 1845, terminando naturalmente 5 anni dopo. All’interno dell’aula si può ben percepire il gusto classico: assolutamente visibili sono infatti il pronao con colonne corinzie e il timpano adornato da delle sculture. All’interno dell’ampia aula si distinguono numerose colonne con capitelli sempre corinzi, che vanno ad adornare le tre navate e che reggono la cornice su cui si innesta la volta centrale a botte con casse a stucco.

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L’Aula Magna dall’alto

Nell’abside campeggia il ritratto di Vittorio Emanuele II a cavallo. L’aria che si respira è di austerità e di sacralità: si percepisce l’importanza delle cerimonie che qui sono avvenute e che continuano ad avvenire. Ciò che mi ha colpito di più di questa Aula è l’imponenza del soffitto e delle sue decorazioni: non sono un’esperta d’arte ma devo proprio ammettere che questo soffitto sarà difficile da dimenticare!

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Proseguo con la mia gentile guida e mi dirigo all’Aula Volta, cioè l’ex Teatro di Fisica.

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L’Aula Volta

Quest’Aula si trova al primo piano, in corrispondenza del cortile delle statue. I lavori di costruzione furono affidati a Leopoldo Pollack (che la iniziò nel 1785 e concluse nel 1787), su ordine dell’Imperatore asburgico Giuseppe II, e l’aula venne poi restaurata da Giuseppe Marchesi. Quest’aula venne intitolata ad Alessandro Volta, che qui svolse i suoi insegnamenti e le ricerche che portarono alla scoperta della famosa “Pila di Volta”. Volta fu anche Magnifico Rettore dell’Università. L’Aula Volta, di minor dimensioni rispetto all’Aula Magna, è stata realizzata ad emiciclo e con soffitto piano (solo in seguito verrà sostituito con quello che possiamo osservare oggi, con una volta a conchiglia). All’interno sono presenti dei trompe-l’oeil che continuano la serie di finestroni sugli scranni a gradinata di fronte alla cattedra. Le colonne che ornano la sala sono in rosso di Francia e alle due estremità dell’Aula si trovano due statue, una di Galileo Galilei e l’altra di Bonaventura Cavalieri. Non poteva poi mancare qualcosa che riconducesse al Volta, ovvero un busto in marmo e un’iscrizione che illustra l’importanza dello scienziato e dei studi.

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Mentre realizzo il mio servizio scambio quattro chiacchiere con il mio accompagnatore, che queste aule le conosce molto bene, e mi racconta degli ospiti illustri che hanno calcato questi pavimenti. Sembra davvero di tornare indietro nel tempo!

Proseguiamo il nostro tour e ci dirigiamo verso l’aula a mio avviso più bella: l’Aula Foscolo.

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L’Aula Foscolo

Sono particolarmente legata a questo luogo in quanto proprio qui ho discusso la mia tesi della Laurea Triennale in Scienze e Tecnologie per la Natura e proprio qui ho potuto assistere ad una conferenza di Paolo Mieli, storico che ammiro moltissimo.

L’Aula Foscolo fu progettata dall’illustre architetto Giuseppe Piermarini nel 1770, questa volta su volere dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, grande mecenate che fece rimodernare tutta l’Università di Pavia, oltre che costruire l’Orto Botanico e la Biblioteca Universitaria di Pavia. L’Imperatrice desiderava che venisse costruita una sala espressamente destinata alla cerimonia delle lauree e così venne costruita questa illustre aula che ancora oggi spesso viene adibita allo scopo originario. Nel 1927 venne restaurata in occasione del centenario della morte del sommo Foscolo, ma perchè è dedicata a lui? Perchè nel 22 gennaio 1809 il poeta qui tenne la famosa prolusione “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. L’Aula ha una pianta rettangolare ed è illuminata da finestre di grandi dimensioni che danno sul primo piano, su cui è situata. Le pareti sono state dipinte dal pittore pavese Paolo Mescoli nel 1782: sulla volta si riconosce Minerva in compagnia di Nettuno. Nelle porzioni di parete, nelle finestre, furono realizzate specchiature in cui “le Facoltà, che vengono insegnate nella detta Università” sono dipinte “in modo di cariatidi intrecciate fra grotteschi con loro simboli rispettivi”. I due grandi ritratti a olio dei sovrani Maria Teresa e Giuseppe II, dipinti a Vienna da Hubert Maurer nel 1779, furono pensati come parte integrante della decorazione.

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Che dire, la più maestosa e decorata delle Aule storiche non può che impressionare per la sua bellezza e per la sua magnificenza. Tanti sono i ricordi che riaffiorano mentre scatto e forse c’è un po’ di commozione davanti a tutta questa meravigliosa beltà.

L’ultima aula, ma non meno bella, è l’Aula Scarpa, intitolata così in onore dell’anatomo-chirurgo Antonio Scarpa, che venne chiamato dalla corta Asburgica per prestare i suoi servigi all’Università di Pavia dal 1783.

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L’Aula Scarpa

Due anni dopo il Pollack, con accordi presi con lo stesso scienziato, progettò e realizzò l’Aula Scarpa come Teatro Anatomico dell’Università. All’epoca, questo fu il più importante di tutta la Penisola. L’aula ha forma semicircolare e si ispira ai modelli dei teatri antichi. La sala è illuminata da tre finestrone tutto sesto che si aprono su Corso Carlo Alberto e da altre due che si trovano all’innesto del lato curvo. Tra una finestra e l’altra si trovano dipinte le urne cinerarie dedicate a illustri medici del passato (Bartolomeo Eustachio, Gabriele Falloppio, Giovan Battista Morgagni e Bartolomeo Eustachio). Questo però non è l’unico tributo ai grandi della medicina del passato: si possono ben vedere infatti i busti di Luigi Porta, Johann Peter Frank, Antonio Pensa, Luigi Zoja, Bartolomeo Panizza (successore di Scarpa), lo stesso Antonio Scarpa e Giovanni Alessandro Brambilla (chirurgo pavese dell’Imperatore Giuseppe II). L’Aula venne restaurata da Marchesi che inserì la volta ad ombrello al posto del soffitto con decoro a cassettoni. La forma permette l’inserzione delle gradinate utilizzate dagli studenti per assistere alle lezioni di anatomia basate sulla dissezione dei cadaveri. Sulla vela centrale proprio sopra alla cattedra si riconoscono le figure di due uomini che rappresentano la medicina e la chirurgia, in stretto di mano, in segno di riconoscenza: Antonio Scarpa fu uno dei primi pensatori che sostese il collegamento stretto tra medicina e chirurgia (a quell’epoca la chirurgia veniva vista come una scienza inferiore, da affidare a persone di rango più basso). La stretta di mano vuole proprio suggellare questa unione così imprescindibile delle due scienze. Sulle altre vele si alternano delle grottesche a delle figure alate che hanno in mano i ferri del mestiere del chirurgo.

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Dopo aver scattato qualche foto il mio giro si doveva concludere qui ma, grazie alla gentilezza del mio accompagnatore, sono riuscita a visitare anche altre aule: l’Aula del ‘400, l’Aula di Disegno e la Sala delle Lauree della facoltà di lettere. Purtroppo di queste aule non ho trovato informazioni esaustive da potervi scrivervi qui, quindi mi limito a mostrarvi gli scatti che ho realizzato.

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Poter scattare all’interno di queste aule è per me un sogno che davvero si è avverato. Il silenzio, la maestosità e la bellezza si fondevano in un tutt’uno e davano vita ad un’atmosfera incredibilmente suggestiva.

Ringrazio ancora la Signora Lucia Pomidoro per avermi seguito nella richiesta di utilizzo delle Aule Storiche, il Signor Massimo Lafortezza per avermi accompagnato nel mio tour aprendomi le porte di un mondo meraviglioso e tutto il personale dell’Università di Pavia per aver reso tutto questo possibile.

GRAZIE!!

Diario di viaggio: Vienna – giorno 2

Ed eccoci al secondo giorno a Vienna, entusiasti e galvanizzati per una nuova giornata ricca di storia ed emozioni. Il cielo sopra di noi non è molto invitante e la pioggia è pronta a sorprenderci in ogni momento ma questo non ci scoraggia. Decidiamo, sfruttando il maltempo, di visitare il bellissimo Complesso Reale della Hofburg. La storia di questo simbolo di Vienna è davvero secolare e ricca di nomi e personalità influenti. Non ci resta dunque che prendere la metro e dirigerci verso il Palazzo Reale.

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Il nucleo centrale del Palazzo si trova nel distretto di Innere Stadt: una parte di essa è la residenza e il luogo di lavoro del Presidente dell’Austria mentre quasi tutto il complesso è stato adibito a funzione museale (non tutto il complesso si erge su di un unico palazzo). La Hofburg si estende per 240000 metri quadri ed è formata da ben 18 ali, 19 cortili, 2600 stanze. La costruzione risale al XIII secolo e grazie agli Asburgo venne ampliata e arricchita. Il complesso è costituito da una serie di residenze a palazzi tra loro apparentemente distaccati, la Cappella Imperiale (Hofkapelle o Burgkapelle), il Naturhistorisches Museum ed il Kunsthistorisches Museum, la Biblioteca Nazionale Austriaca (Hofbibliothek), il tesoro imperiale (Schatzkammer), il Burgtheater, la Scuola di cavalleria spagnola (Hofreitschule), le stalle imperiali (Stallburg e Hofstallungen), ed il centro congressi Hofburg. Con una storia così antica e con il desiderio di creare un’opera maestosa, il progetto non poteva che essere affidato a numerosi artisti tra cui l’architetto ed ingegnere italiano Filiberto Luchese (che curò il Leopoldinischer Trakt), Lodovico Burnacini, Martino Carlone e Domenico Carlone, gli architetti barocchi Johann Lucas von Hildebrandt e Joseph Emanuel Fischer von Erlach (l’ala della Cancelleria Imperiale e la scuola di cavalleria invernale), Johann Fischer von Erlach (la biblioteca), e gli architetti della grandiosa Neue Burg costruita tra il 1881 ed il 1913.

Arrivati di buon’ora notiamo che già la fila per entrare è ben nutrita: evidentemente in molti hanno pensato di dirigersi verso un luogo chiuso come noi a causa del cattivo tempo. Le file non ci scoraggiano e dunque ci apprestiamo ad entrare, pazientando.

Avevo visitato già la Hofburg quando giunsi a Vienna la prima volta, a 18 anni, e sapevo quali meraviglie mi attendevano ma l’emozione è stata come quella che ho provato molti anni orsono: incredibile. La visita si apre con il Museo delle Argenterie, uno dei più ricchi e interessanti del mondo. Piatti, stoviglie, posate e suppellettili ci colpiscono per la loro preziosità e per lo sfarzo che solo una famiglia imperiale poteva permettersi. La storia della Camera delle argenterie risale al 1400 e la collezione si è arricchita sempre di più. Il 1° aprile 1995 è stato inaugurato il Museo delle argenterie e ad oggi la superficie è di 1300 metri quadrati e sono esposti circa 7000 pezzi (in totale sono più di 150000): notevole, non è vero?

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Dettagli dorati

Lo sguardo è davvero travolto dal lusso di questa posateria e dalla vera arte che si trova palesata in questi oggetti: oro, argento, ceramica ed altri materiali preziosi ci hanno impressionati davvero molto e ci hanno riempito il cuore di bellezza e sofisticatezza.

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Dopo più di un’ora di visita ci dirigiamo verso gli appartamenti reali: qui le fotografie non sono permesse e quindi non posso mostrarvi le meravigliose stanze imperiali. Una cosa posso dirvi. Lo sfarzo che ho visto qui non l’ho visto più da nessuna parte, più in nessun palazzo reale, a parte Schönbrunn. Gli appartamenti visibili sono quelli dell’Imperatore Francesco Giuseppe e quelli di sua moglie, l’Imperatrice Elisabetta di Baviera, conosciuta come Sissi. Su Sissi si è scritto e detto davvero di ogni e di sicuro questo non è il luogo adatto per aggiungere altro su questa figura storica così amata e così discussa. Mi limito a dire che la sua permanenza in questa corte non doveva essere facile ma di sicuro nemmeno priva di gioie. I suoi appartamenti sono tra i più belli al mondo e la loro possanza si può palpare davvero. Oltre agli appartamenti, a Sissi è dedicato anche un museo, che ripercorre le tappe della sua vita, dall’infanzia alla tragica morte per mano dell’anarchico Luigi Lucheni. La visita a tutto il complesso è durata tutta la mattinata e ne siamo usciti davvero pieni di gioia e di stupore, soprattutto Gabriele.

Appena fuori ci rendiamo conto che il tempo stava cambiando e sembrava spuntare un timido sole…Non potevamo non cogliere l’occasione di stare un po’ all’aperto! Così abbiamo incrociato le dita e ci siamo diretti alla Chiesa degli Agostiniani: sempre incastonata nel complesso monumentale della Hofburg, la Chiesa è famosa per essere stata il luogo cardine per le nozze imperiali. Maria Teresa sposò proprio qui l’amato Francesco Stefano di Lorena nel 1736 e così fece l’Imperatore Francesco Giuseppe con la sua amata Sissi, che celebrò qui l’unione reale nel 1854. Dopo averla visitata ci siamo diretti verso il Graben per gustarci un altro panino con il leggendario wurst e subito dopo, continuando a sfruttare il meraviglioso sole che così gentilemente si è concesso a noi, ci siamo diretti al Palazzo del Belvedere.

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Ricordo che la prima volta che vidi Vienna fu il primo monumento che visitai e all’epoca mi lasciò un bel ricordo. Oggi, dopo questa visita, posso dire che per me questo è il più bel palazzo della città viennese, in assoluto. Sarà meno maestoso di Schönbrunn ma comunque la bellezza architettonica non ha rivali. Chi mi segue su Instagram sa quante volte ho dichiarato il mio amore per l’arte barocca e qui siamo proprio davanti ad uno dei capolavori più rinomati dell’architettura barocca austriaca. Il complesso venne costruito da Johann Lucas von Hildebrandt per il principe Eugenio di Savoia ed è formato da due palazzi contrapposti, il Belvedere superiore (Oberes Belvedere) e il Belvedere inferiore (Unteres Belvedere), separati da una grande prospettiva di giardini alla francese digradanti sulla collina e affacciati sulla città. Oltre ad essere uno del Palazzi principeschi più belli del mondo, il Belvedere ospita la Österreichische Galerie Belvedere che ospita le opere principali di Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, uno dei principali musei d’arte di Vienna. E sapete che quando c’è arte, c’è Donna Vagabonda.

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Belvedere inferiore e giardini alla francese

Arrivati dopo circa 20 minuti di tram, ci dirigiamo verso la biglietteria e acquistiamo il biglietto per visitare sia il Belvedere superiore che quello inferiore. A causa della grossa mole di visitatori non possiamo entrare immediatamente e così decidiamo di scattare qualche fotografia ai giardini che lasciano davvero stupiti: puliti, ordinati, ben curati e accoglienti.

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Noto che molti viennesi sfruttano il parco del Belvedere per rilassarsi e per fare jogging, infatti l’entrata ai giardini è gratuita: un ottimo modo per invogliare anche i cittadini a visitare questo luogo e di sicuro un approccio lungimirante nella gestione del bene pubblico. I giardini alla francese sono stati mantenuti sino ai nostri giorni con i numerosi jeux d’eau disegnati da Dominique Girard, che già aveva operato a Versailles come pupillo del celebre André Le Nôtre.

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Il Palazzo del Belvedere

Dopo una mezzoretta di attesa entriamo partendo dal Belvedere superiore e rimaniamo subito incantati dalla bellezza artistica sia del palazzo che delle opere che qui sono conservate: la visita inizia con il tema della storia del Belvedere e prosegue con l’esposizione di opere d’arte del Medioevo, del Barocco, del Classicismo e dell’epoca Biedermeier.

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Gabriele assorto…Chissà cosa starà pensando!

Degni di nota sono sicuramente i due ritratti reali eseguiti per conto dell’Imperatore Francesco Giuseppe e di sua moglie Sissi, realizzati da Georg Martin Ignaz Raab, pittore austriaco noto per aver ritratto alcuni membri della famiglia reale asburgica. Non si pùò non menzionare poi una delle più famose opere d’arte al mondo, “Napoleone valica il Gran San Bernardo” di Jaques-Louis David, forse il più celebre ritratto del condottiero francese, presente in moltissimi libri di storia. Al Modernismo viennese e all’arte intorno al 1900 è dedicato un ampio spazio al primo piano e qui si trovano tra le opere più importanti al mondo di questo periodo storico come il “Bacio” di Gustav Klimt e “La famiglia” di Egon Schiele. Infine, al secondo piano, si può ammirare l’arte del periodo fra le due guerre e del periodo postbellico. Un museo d’arte a tutto tondo, ricco di opere magnifiche e di quadri eccezionali. La visita, durata circa due ore, si è conclusa con tanta meraviglia e, non nego, con un po’ di stanchezza.

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Decidiamo dunque di visitare velocemente il Belvedere inferiore, forse meno suggestivo di quello superiore e assolutamente più piccolo.

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Finita la visita ci aspetta un bel giro tra i giardini: lo stile francese predomina sul paesaggio e l’armoniosa composizione mi porta alla mente periodi lontani e passati. Chissà quanti principi, condottiere, damigelle e statisti hanno calcato questi sentieri, hanno ammirato queste aiuole, hanno passeggiato con ombrellini per il sole e bastoni eleganti. Non c’è che dire, Vienna è principesca e sontuosa e difficilmente in un’altra città respirerete un’aria così maestosa e intrisa di storia!

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Si è fatta quasi l’ora di cena dunque scattiamo le ultime fotografie e poi ci dirigiamo in albergo per rinfrescarci. Alla sera ci attende un’altra buonissima Schnitzel targata Centimeter! Un altro giorno a Vienna è passato, un altro giorno ricco di sorprese, bellezza, ricordi e tanta tanta felicità.

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Inaugurazione del Museo Kosmos di Pavia

Da molto tempo era in programma una ristrutturazione del Museo di Storia Naturale di Pavia, spesso chiuso e non così famoso per il turista che veniva a visitare la mia città. Forse per la sua posizione leggermente decentralizzata rispetto a quella della sede dell’Università centrale, o forse per altri motivi, il Museo è stato lasciato sempre un po’ a sè stesso e pochi, pavesi e non, conoscevano la sua storia.

Inaugurazione_kosmos

Dopo un periodo di ristrutturazione, il 21 settembre 2019 viene inaugurato il nuovo Museo di Scienze Naturali: Kosmos.

Donna Vagabonda non poteva non essere presente a questo grande ed atteso evento: moltissime persone, curiosi, invitati, grandi e piccini si sono presentati alle 10:30 ansiose di vedere il Museo restituito alla propria città. Siamo così in tanti che veniamo ospitati presso il cortile antestante l’ingresso del Museo.

Numerosi sono stati gli interventi degli ospiti, ma uno su tutti mi ha catturato: quello del Rettore Universitario Fabio Rugge, che parla del museo come un luogo di ritrovo, di cultura, di scienza, un luogo dove tutti possono ammirare le bellezze naturali e reperti unici della collezione universitaria.

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Kosmos è stato pensato come un viaggio alla scopera della natura attraverso alcune personalità eccelse, primo tra tutti Lazzaro Spallanzani, che tanto ha donato all’Università di Pavia. Kosmos è un museo che si libera della sua veste “pragmatica” da museo ottocentesco e vuole far immergere il visitatore in un mondo fatto di storia e di scienza, dove i reperti vengono esposti in modo moderno e coinvolgente: oltre alla collezione, ci sono numerose installazioni interattive e dinamiche, per un’esperienza immersiva e per tutte le età. Dalla zoologia all’anatomia comparata, dalla paleontologia alle stranezze studiate dagli scienziati, il museo Kosmos saprà catturare l’attenzione di tutti i suoi visitatori.

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Nonostante la calca incredibile, sono riuscita ad assaporare almeno l’essenza di questo museo: lo trovo, rispetto all’esposizione precedente, molto più immediato e coinvolgente, soprattutto per i più piccoli. I reperti sono stati accuratamente selezionati per essere del giusto numero, nè pochi nè troppi. Forse avrei inserito qualche informazione in più sui campioni, soprattutto nella parte dedicata alla paleontologia (di solito, è buona pratica indicare il luogo e l’anno di ritrovamento dei fossili e questo mancava in alcuni pezzi esposti). Interessante il focus sui fossili di Bolca (leggete qui il mio articolo riguardo al Museo di Bolca) e curiosa la sezione di anatomia comparata, che ospita anche il curioso vitello ciclope (la testa di un vitello con un solo occhio).

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Il museo affonda le sue radici nel Periodo Asburgico, infatti fu Maria Teresa a volerlo; Lazzaro Spallanzani lo diresse per quasi trent’anni e lo arricchì di una collezione zoologica tra le più antiche del mondo: in questa si trovano un coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus), un ippopotamo (Hippopotamus amphibius), uno squalo mako a pinne corte (Isurus oxyrhynchus) e un tursiope (Tursiops truncatus). Con gli anni le collezioni si sono incrementate grazie a numerosi personaggi di spicco, come Torquato Taramelli, Leopoldo Maggi, Pietro Pavesi, Giuseppe Balsamo Crivelli.

Un’inaugurazione sentita e molto partecipata quella del Museo Kosmos, che ha acceso in me anche la speranza di vedere sempre più luoghi culturali di Pavia migliorati e resi di nuovo alla cittadinanza.

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Di sicuro, tornerò a far visita a questo Museo con più calma e più tranquillità, in modo da godermi a pieno questa ritrovata esposizione.

Non mi resta, ormai,  che consigliarvi la visita al Museo!

Per saperne di più, visitate il sito ufficiale.

Scoprendo Pavia: l’Università

Da grande affezionata della mia città, voglio aprire una nuova rubrica che racconti i segreti di Pavia, sempre in ottica “vagabonda”, con il mio stile.

Iniziamo con un piccolo spaccato di storia, scoprendo le radici di Ticinum Papia.

Il primo insediamento in area pavese si deve ad antiche popolazioni della Gallia, probabilmente Levi, Marici o Insubri. La città vera e propria venne però fondata dai Romani, e questo è ben evidente dalla pianta rimasta intatta, a castrum (accampamento militare). Con il declino dell’Impero Romano, la città venne saccheggiata ripetutamente fino alla conquista dei Longobardi, che nel 572 ne fecero la capitale del loro regno in ascesa: da questo momento la città assunse il nome di Papia, perdendo il toponimo di Ticinum affibiatole dai Romani.

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Facendo un piccolo balzo, arriviamo all’epoca di Federico Barbarossa: Pavia fu fedele all’imperatore durante le guerre con la Lega Lombarda. Successivamente venne annessa al Ducato di Milano, sotto il dominio della famiglia Visconti. E’ il 1360.

Pavia torna protagonista sulla scena europea grazie alla famosa Battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 tra i Francesi e gli Imperiali spagnoli: questi ultimi furono i vincitori perché il capitano di ventura Cesare Hercolani, ferendo il cavallo del re Francesco I di Francia, ne permise la cattura, meritandosi il soprannome di vincitore di Pavia e la gratitudine dell’imperatore spagnolo Carlo V d’Asburgo.

Successivamente, la città vide molte dominazioni dal XVIII al XIX secolo: spagnoli, francesi ed austriaci se la contesero insieme ad altre grandi città lombarde, fino al 1859 quando divenne parte del Regno di Sardegna, il futuro Regno d’Italia.

Pavia è dunque una città ricca di storia e di fascino, che conserva molto bene gli antichi splendori del passato. Molti illustri personaggi sono passati da qui, tra cui Napoleone Bonaparte, Ugo Foscolo, Ada Negri, Camillo Golgi, Lazzaro Spallanzani, Maria Teresa d’Austria, e tanti altri ancora. Tutti, a loro modo, hanno contribuito alla grandezza di questa città, oggi ancora molto visitata da turisti attirati dalle sue bellezze architettoniche e dai suoi monumenti.

Con questa rubrica vorrei farvi conoscere più nel dettaglio i suoi luoghi, i suoi scorci, la sua storia.

Dopo l’Orto botanico, il Castello Visconteo, Piazza della Vittoria e la Basilica di San Michele, il Ponte Coperto, e le Torri medioevali, della Chiesa di Santa Maria del Carmine, ora è la volta dell’Università di Pavia.

L'Università

L’Università di Pavia, spesso abbreviata con UNIPV, è una delle più antiche università al mondo, dato che è stata fondata nel 1361. La sua storia però inzia prima, nel 825 quando l’imperatore Lotario I costituì a Pavia la scuola di retorica per i funzionari del regno. Per tutto il periodo medioevale la scuola fu in fiorente attività; nell’XI secolo, la città di Pavia divenne sede anche di un’attestata scuola giuridica. Man mano che il tempo passava, si aggiungevano nuove scuole e nuovi studi al protoimpianto di Università: nel 1361 nacque lo Studium Generale grazie a Galeazzo II Visconti che ottenne il decreto di fondazione dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo. Lo Studium aveva gli stessi privilegi di quelli delle scuole di Parigi, Bologna, Oxford, Orléans e Montpellier. Lo Studio era costituito in realtà da due Università distinte, quella dei giuristi (Diritto Civile e Canonico) e quella degli artisti (Medicina, Filosofia e Arti liberali). A capo dell’Università veniva eletto annualmente un rettore che era in genere uno studente che avesse superato i venti anni. Si conferivano gradi accademici a tre livelli: il bacellierato, la licenza e il dottorato.

A causa di vari avvenimenti (soprattutto militari), l’Ateneo versò in una situazione di crisi fino al 1412, anno in cui riprese a funzionare regolarmente.

La nascita dell’Università portò benefici e giovamenti alla città dato il continuo affluire di studenti provenienti sia dagli altri stati italiani che dai paesi europei che proprio in questa città si stabilivano per lo studio del diritto, delle arti e della medicina. Nel XV secolo nacquero anche i primi collegi che subito proliferarono grazie a moltissimi studenti indigenti patrocinati dalle ricche famiglie milanesi e pavesi.
Nel campo degli studi filosofici e letterari va ricordato l’insegnamento di Lorenzo Valla, in quello di diritto, di Giasone del Maino.

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Ma non sempre l’Università vide periodi di luce, anzi. A causa della battaglia di Pavia e dei danni ingenti che la città subì, stretta dall’assedio da parte degli spagnoli e dei lanzichenecchi tedeschi, l’Università sprofondò in una nuova crisi che continuò per alcuni anni e culminò con l’avvento dell’epidemia di peste del 1630 che colpì diverse zone dell’Italia settentrionale.

Solo dalla seconda metà del 1700 avvenne la vera rinascita, grazie ai grandi sovrani austriaci Maria Teresa d’Austria e Giuseppe II d’Asburgo-Lorena che apportarono rilevanti riforme amministrative, e permisero la nascita della Scuola anatomica pavese. A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, l’Ateneo divenne uno dei migliori d’Europa (e del mondo), annoverando accademici come il fisico Alessandro Volta (che ricoprì anche la carica di rettore), gli anatomisti Antonio Scarpa e Lazzaro Spallanzani, il matematico Lorenzo Mascheroni.

La scia dei successi e dei grandi nomi non abbandonò l’Università tanto da raggiungere l’apice del suo splendore con la ricezione del Premio Nobel, nella persona del medico e istologo Camillo Golgi. Nel corso degli anni settanta del ‘900, alle facoltà tradizionali si sono aggiunte quella di Economia e Commercio e di Ingegneria. Infine, negli anni ottanta l’ateneo assunse l’attuale fisionomia attraverso l’edificazione del polo sede della facoltà Ingegneria, nato da un progetto dell’architetto Giancarlo De Carlo. A seguito di ulteriori ampliamenti, è stato creato un vero e proprio campus che ospita ad oggi laboratori di ricerca, laboratori didattici e uffici di svariati corsi di laurea anche di ambito scientifico (come Matematica, Geologia, Scienze Naturali, Biologia). Il campus, chiamato simbolicamente “La Nave” grazie alla disposizione degli edifici che lo fanno assomigliare proprio ad una imbarcazione, ospita anche l’Istituto di Genetica Molecolare (IGM-CNR) e l’EUCENTRE, centro di eccellenza per il rischio sismico, ed è sito in Via Adolfo Ferrata n.1.

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Dopo questa breve e sintetica descrizione delle vicende dell’Ateneo, vorrei parlarvi dell’edificio storico, sito in Strada Nuova.

In origine non esisteva un unico edificio destinato agli studi: le lezioni si tenevano nelle case private e nei conventi che offrissero locali adatti, o nello stesso palazzo del Comune. Solo sul finire del quattrocento, Ludovico il Moro destinò allo Studium un palazzo in Strada Nuova appartenuto ad Azzone Visconti. L’edificio, che confinava con l’Ospedale San Matteo, a seguito della ristrutturazione cinquecentesca (1534) presentava già due cortili a loggiati sovrapposti che corrispondono approssimativamente a quelli attuali di Volta e dei Caduti. In origine i due cortili erano conosciuti come Legale (Volta) e Medico (Caduti) dagli insegnamenti ospitati nelle aule delle due parti: quello meridionale ospitava le lezioni di diritto civile e canonico, mentre in quello settentrionale erano collocati gli spazi della medicina, filosofia e arti. Il Cortile Volta deve la denominazione corrente alla presenza della statua di Alessandro Volta scolpita da Antonio Tantardini nel 1878 in occasione del centenario della nomina di Volta a professore di fisica sperimentale a Pavia. Volta è raffigurato in toga professionale con la pila nella mano sinistra.

Nei muri perimetrali, sotto il portico si possono ammirare numerose pietre tombali e epigrafi in memoria. Le più antiche e interessanti risalgono al XV e XVI secolo e sono dedicate ad alcuni dei più famosi insegnanti di Pavia. Oltre a questi due cortili, degni di nota sono il “Cortile delle Magnolie”, dove sorgono alcune piante di Magnolia che ombreggiano i tavoli destinati agli studenti, e il Cortile delle Statue che ospita le statue di illustri personaggi che han fatto la storia dell’università di Pavia: Camillo Golgi, Antonio Bordoni, Luigi Porta Pavese, Bartolomeo Panizza.

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Nel XVIII secolo, Maria Teresa d’Austria, nell’ambito del suo nuovo piano per una migliore direzione e riordino dell’Università, propose una modernizzazione dell’antico edificio. L’incarico fu affidato all’architetto Giuseppe Piermarini che si occupò della facciata e dei cortili, dove arrotondò gli archi e sostituì la copertura a cassettoni dei loggiati con soffitti a volta. Fu durante questo periodo che fu costruita l’aula Foscolo, che nel 1782 fu decorata da Paolo Mescoli.

Nel 1932, dopo che i dipartimenti medici furono trasferiti nella loro nuova sede in viale Golgi, l’Università si espanse ulteriormente ed acquistò l’ampio complesso del XV secolo che un tempo apparteneva all’Ospedale San Matteo.

L’Università, nella sua sede centrale, ospita anche alcune “Aule Storiche” dove si tengono convegni e sedute di laurea, ma di queste ve ne parlerò presto in un nuovo articolo.

Studiare presso l’università di Pavia per me è stato un vero onore: la sua storia, come avete letto, è costellata di successi e di nomi illustri che hanno calcato i pavimenti delle aule. Speriamo che l’Ateneo pavese possa risplendere sempre di luce propria e che possa ospitare altre menti eccelse, liberi pensatori e iniziative culturali sempre di rilievo.

I Luoghi della Storia: la Biblioteca Universitaria di Pavia

Per caso. Già, quasi per caso spesso si viene a conoscenza di luoghi unici e ricchi di storia e curiosità. E’ proprio per caso che ho scoperto la protagonista di questo nuovo articolo tinto di storia: la Biblioteca Universitaria di Pavia.

Biblioteca universitaria di Pavia

Avevo pubblicato sul mio profilo Instagram (cliccate qui per visitarlo, e non dimenticate il follow!) una fotografia sulla sede centrale dell’Università di Pavia e uno dei commenti fu scritto dal profilo social della Biblioteca Universitaria di Pavia: curiosa, andai a vedere di che cosa si trattasse e ho scoperto un mondo di bellezza e di antichità. Subito mi venne un’idea: dovevo scrivere un articolo su questo luogo. Sapete che quando mi metto in testa una cosa poi è difficile che mi esca dalla mente e immediatamente mi adoperai per organizzare il sopralluogo fotografico.

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Detto, fatto! Ho preso contatti con la Signora Antonella Campagna, Responsabile delle attività culturali e didattiche della Biblioteca Universitaria e insieme abbiamo stabilito un giorno adatto per realizzare il servizio fotografico. E così, il 6 giugno 2019, mi sono incontrata con la Signora Elettra De Lorenzo che gentilmente e con grande professionalità mi ha fatto da Cicerone all’interno di questo luogo.

Una sola parola: WOW!

Wow perchè mai mi sarei aspettata di trovare un luogo così suggestivo all’interno dell’Università di Pavia e soprattutto un luogo aperto a tutti! Ma, come in ogni mio articolo, vorrei descrivervi la storia di questa Biblioteca prima di raccontarvi le mie impressioni.

Maria Teresa d’Austria fu un’importante figura di riferimento per la città di Pavia e questo lo si può appurare grazie ai numerosi documenti storici che testimoniano la sua attenzione verso la città della futura Lombardia. All’interno della sua visione illuminata (fu comunque uno dei massimi esponenti di quello che gli storici chiamano “Dispotismo illuminato“) decise di riformare il sistema dell’istruzione pubblica e universitaria e questo permise, nel 1754, l’istituzione della biblioteca ausiliare dell’Università di Pavia. La realizzazione vera e propria risale però al 1763 quando Gregorio Fontana, il primo direttore, decise di raccogliere i libri conservati presso il Collegio Ghislieri. Nel 1778 i lavori sui locali che dovevano ospitare la nuova Biblioteca furono ultimati e si inaugurò ufficialmente la “Imperial Regia Biblioteca Ticinese”. Oggi si può ancora visitare la prima sede cioè il Salone Teresiano, protagonista delle fotografie di questo articolo.

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Con gli anni e con le continue donazioni di testi e manoscritti, la Biblioteca si ingrandì e divenne un punto di incontro tra dotti letterati, studenti e accademici. Non passò molto tempo che la Biblioteca arrivò ad ospitare ben cinquantamila volumi, cifra che dipendeva anche dalla generosa donazione che fece il fisico e medico Joseph Frank. Oggi la Biblioteca Universitaria si articola su più sale e conta anche alcuni spazi per lo studio oltre che per la consultazione. Il nucleo originale con i testi storici e più antichi si trova nel Salone Teresiano che prende proprio il suo nome da quello di Maria Teresa d’Austria.

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Il salone è opera dell’architetto Giuseppe Piermarini, grande luminare dell’archiettura che progettò anche la Villa Reale di Monza e Palazzo Belgioioso a Milano, oltre che il Teatro alla Scala. Da un genio così illustre non poteva non nascere un’opera d’arte, quale è il Teresiano. Negli ultimi anni il Salone è stato adibito come spazio per eventi e manifestazioni. Ad oggi sono esposti al pubblico alcuni volumi contenenti canti gregoriani ed antichi spartiti, ma ciò che forse colpisce di più di tutto il materiale esposto è un foglio in pergamena manoscritta ritrovato per caso al’interno di un libro di Giovanni De Deis, In Ecclesia Mediolanensi (Milano, Melchiorre Malatesta, 1628). Dopo la consultazione con un esperto, si è stabilito che il foglio derivi da un antifonario, cioè un libro che riportava le parti cantate della liturgia: all’interno del documento infatti si possono ritrovare delle note musicali trascritte e un testo proprio al di sopra di esse. Il documento è stato datato intorno al 1100, quindi è molto più antico del libro in cui fu ritrovato. Evidentemente il rilegatore del libro decise di utilizzare questo testo come “rinforzo” alla struttura del libro: il fatto di per sè non è così raro, ma di solito non si utilizzano materiale così antichi rispetto al volume da rilegare. Oltre allo spartito si può notare una miniatura che raffigura un animale mitologico simile ad un cane o forse ad un serpente, con zampe colorate e corpo allungato, adornante il prezioso documento di rara bellezza ed importanza.

All’interno del Salone sono degni di nota il Mappamondo Settecentesco opera di Vincenzo Rosa, scritto e disegnato a mano, ed il busto marmoreo di Joseph Frank.

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Oggi la Biblioteca non dipende dall’Università ma dal MiBAC cioè il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Avere l’opportunità di fotografare e di scrivere questo articolo è stata per me davvero emozionante: all’interno del Salone si respira davvero la storia e la mole di testimonianze e di volumi ospitata è davvero sorprendente. Quanti studiosi e quanti dotti personaggi hanno avuto il privilegio, come me, di poter vedere questo tempio della conoscenza e quanti hanno lasciato una loro testimonianza anche solo consultando uno dei manoscritti o dei libri qui depositati! Mentre scattavo, ho realizzato che non mi ero mai trovata ad immortalare un luogo simile, a riconferma che la bellezza non è solo quella della Natura.

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Mi sono sentita responsabile di esaltare un luogo già di per sè unico ed il compito non è stato assolutamente facile: ho cercato di raccontare attraverso questo articolo e, soprattutto, attraverso le mie fotografie quanta storia e quanta cultura si respirasse al suo interno. Spero di avervi trasmesso questa grandiosità che il Salone Teresiano e tutta la Biblioteca offrono: se davvero l’ho fatto, adesso chiudete il pc o mettete in standby lo smartphone e correte a visitare questo gioiello unico incastonato nella corona delle bellezze della città di Pavia che attende solo di essere scoperto da voi, come un autentico diamante grezzo.

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Un doveroso ringraziamento va infine alla Signora Antonella Campagna, alla Signora Elettra De Lorenzo e a tutto lo staff della Biblioteca che è stato davvero gentile e professionale.

Per altre informazioni e per sostenere i progetti della Biblioteca, visitate il sito ufficiale cliccando qui.

Scoprendo Pavia: l’Orto botanico

Da grande affezionata della mia città, voglio aprire una nuova rubrica che racconti i segreti di Pavia, sempre in ottica “vagabonda”, con il mio stile.

Iniziamo con un piccolo spaccato di storia, scoprendo le radici di Ticinum Papia.

Il primo insediamento in area pavese si deve ad antiche popolazioni della Gallia, probabilmente Levi, Marici o Insubri. La città vera e propria venne però fondata dai Romani, e questo è ben evidente dalla pianta rimasta intatta, a castrum (accampamento militare). Con il declino dell’Impero Romano, la città venne saccheggiata ripetutamente fino alla conquista dei Longobardi, che nel 572 ne fecero la capitale del loro regno in ascesa: da questo momento la città assunse il nome di Papia, perdendo il toponimo di Ticinum affibiatole dai Romani.

 

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Facendo un piccolo balzo, arriviamo all’epoca di Federico Barbarossa: Pavia fu fedele all’imperatore durante le guerre con la Lega Lombarda. Successivamente venne annessa al Ducato di Milano, sotto il dominio della famiglia Visconti. E’ il 1360.

Pavia torna protagonista sulla scena europea grazie alla famosa Battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 tra i Francesi e gli Imperiali spagnoli: questi ultimi furono i vincitori perché il capitano di ventura Cesare Hercolani, ferendo il cavallo del re Francesco I di Francia, ne permise la cattura, meritandosi il soprannome di vincitore di Pavia e la gratitudine dell’imperatore spagnolo Carlo V d’Asburgo.

Successivamente, la città vide molte dominazioni dal XVIII al XIX secolo: spagnoli, francesi ed austriaci se la contesero insieme ad altre grandi città lombarde, fino al 1859 quando divenne parte del Regno di Sardegna, il futuro Regno d’Italia.

Pavia è dunque una città ricca di storia e di fascino, che conserva molto bene gli antichi splendori del passato. Molti illustri personaggi sono passati da qui, tra cui Napoleone Bonaparte, Ugo Foscolo, Ada Negri, Camillo Golgi, Lazzaro Spallanzani, Maria Teresa d’Austria, e molti altri ancora. Tutti, a loro modo, hanno contribuito alla grandezza di questa città, oggi ancora molto visitatada turisti attirati dalle sue bellezze architettoniche e dai suoi monumenti.

Con questa rubrica vorrei farvi conoscere più nel dettaglio i suoi luoghi, i suoi scorci, la sua storia.

Dopo il Castello Visconteo, Piazza della Vittoria e la Basilica di San Michele, il Ponte Coperto, e le Torri medioevali, della Chiesa di Santa Maria del Carmine, ora è la volta dell’Orto botanico.

 

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Facciata dell’Orto botanico

 

Essendomi laureata in Scienze Naturali, ho studiato per 5 anni (la durata del mio percorso di studi) all’interno delle aule dell’Orto, e mi sono anche laureata proprio qui. E’ un luogo per me molto caro e che spero ogni giorni di vedere rifiorire, come le bellissime rose delle sue aiuole.

Voluto da Maria Teresa d’Austria, Imperatrice austriaca e sovrana illuminata, viene fondato nel 1773 come struttura museale dell’Università. Ancora oggi, sorge nella sede originale, sull’area dell’antica canonica lateranense di sant’Epifanio, di cui oggi rimane solo il chiostro.  L’idea originale di istituire una cattedra di botanica fu di Fulgenzio Witman e nel 1772, il conte Carlo Giuseppe di Firmian, plenipotenziario degli Asburgo per la Lombardia, consigliò di adottare come esempio per la realizzazione l’Orto botanico di Padova.

L’anno dopo i botanici Valentino Brusati e Giovanni Battista Borsieri incominciarono i lavori per la costruzione della sede e nel 1774 venne insediato il Laboratorio di Chimica. Nel 1777 arrivò all’Orto il naturalista trentino Giovanni Antonio Scopoli che assunse la sua direzione e piantò il famoso “Platano di Scopoli”. Durante la sua direzione, Scopoli intratenne moltissimi rapporti con i più importanti botanici europei, tra cui Adanson, Allioni, Arduin, Banks, Gessner, Gleditsch, Gmelin, Haller, Jacquin, Linneo.

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La riorganizzazione dell’Orto continuò anche sotto la direzione di Domenico Nocca e Giovanni Briosi, che nel 1883 aggiunse le serre calde ancora presenti. L’opera di rinnovamento terminò con la Seconda Guerra Mondiale e ad oggi non ci sono stati molti cambiamenti rispetto alla fine del 1800, puntando sempre più (ahinoi) ad un regime di risparmio economico piuttosto che di rinnovamento. Oggi il Direttore è il Professor Francesco Bracco.

Oggi l’Orto botanico fa parte del Sistema Museale di Ateneo e della Rete degli Orti Botanicidella Lombardia, partecipando alle relative attività coordinate di carattere museale, didattico e scientifico.

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L’organizzazione attuale dell’Orto è così composta:

  • collezioni viventi di piante in-situ, localizzate nella Riserva Naturale Integrale “Bosco S. Negri”, distaccata dall’Orto;
  • collezioni viventi di piante ex-situ quali il Roseto, l’Aiula del Te, la serra delle orchidee, la Serra tropicale Tomaselli, la Serra delle piante utilitarie Briosi, le Serre Scopoliane, il Platano di Scopoli, l’Arboreto, le Aiule delle piente autoctone della Pianura Lombarda;
  • collezioni di essiccati, conservate nell’erbario all’interno dell’edificio dipartimentale annesso all’Orto;
  • collezioni viventi di semi, conservate nella banca del germoplasma;
  • Centro Didattico della Riserva Naturale Integrale “Bosco S. Negri”.

La Riserva Naturale Integrale “Bosco S. Negri” è una riserva integrale, cioè con accesso consentito soltanto per motivi di studio e si trova vicino a Zerbolò (PV). Rappresenta uno degli ultimi lembi di foresta planiziale lombarda. Siccome non è visitabile, è stato istituito un centro didattico per la cittadinanza che permette di conoscere l’ambiente peculiare del bosco di pianura, le specie che lo popolano e la loro classificazione, il suo e le sue caratteristiche.

La banca del germoplasma nasce nel 2004 nell’ambito delle iniziative promesse dal Centro Regionale per la Flora Autoctona (CFA) della Regione Lombardia a tutela della flora spontanea. La banca ospita sia semi di piante autoctone che di cultivar di interesse agronomico, in particolare le Landraces, cioè le antiche varietà agricole lombarde e pavesi in particolare. La Banca collabora con altre realtà nazionali ed internazionali, in particolare con la Millenium seed Bank di Kew, in Gran Bretagna. Il resonsabile delle attività della Banca è il Professor Graziano Rossi. Per ulteriori informazioni riguardo alla Banca, cliccate qui.

L’Erbario risale al 1780 e la sua collezione è tutt’ora in incremento. L’organizzazione comprende un Erbario dedicato alle vascolari (suddiviso a sua volta in Erbario Lombardo con circa 23000 essicati, Erbario Generale e raccolte personali) e uno crittogamico (composto da raccolte Lichenologiche, Briologiche, Algologiche, Micologiche e di Myxomiceti).

L’Arboreto ospita molte specie arboree ed arbustive, tra cui il grande Platano di Scopoli, un esemplare di Platanus hybrida piantato da Scopoli nel 1778, un albero monumentale sotto stretta tutela che ad oggi arriva a misurare 55 metri di altezza e 7,30 metri di circonferenza ad un 1 metro dalla base. E’ il simbolo dell’Orto, anche se non è osservabile tutti i giorni.

 

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Il maestoso platano di Scopoli

 

All’interno delle aiuole possiamo trovare una meravigliosa collezione di azalee (Rhododendron indicum), che fioriscono in varie colorazioni in primavera e di rose suddivise in tre settori: le rose selvatiche, le rose antiche e gli ibridi moderni.

La Serra caldo umida ospita numerose specie esotiche di grandi dimensioni, quali palme, pteridofite, aracee, euforbiacee, liliacee e marantacee, mentre la Serre delle piante utilitarie ospita numerose esotiche da frutto, aromatiche, ornamentali e da legno. Le Serre scopoliane oggi sono utilizzate per scopi didattici.

All’interno dell’Orto si trovano anche un laghetto per le piante acquatiche, alcune vasche per la riproduzione della Marsilea quadrifolia e alcune statue come il “Quadrivio delle 4 stagioni”.

Non tutti sanno che l’Orto è aperto dal lunedì al giovedì, dalle ore 9:00 alle 12:30 e dalle 14:30 alle 17:00, mentre venerdì è aperto dalle 9 alle 12:30 1e la visita è gratuita.

sarebbe lunedi al giovedì dalle 9.00 – 12.30 14.30 – 17.00

Durante il weekend vengono organizzati spesso eventi, come la Mostra-Mercato delle antiche Varietà Agricole o la Festa del Roseto, sempre aperte al pubblico gratuitamente.

Se invece si volesse avere una visita guidata, sia in gruppo che con le scuole, si deve contattare l’Associazione Amici dell’Orto Botanico.

Consiglio a tutti di venire a vedere il nostro Orto Botanico, luogo di rara bellezza e ancora oggi punto di ritrovo per studiosi e appassionati, nonché polo universitario che ospita le ex-facoltà di Scienze della Natura e Biologia.