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Un’escursione in giornata: Consonno

Durante le mie frequenti visite a Lecco, città meravigliosa e ricca di storia, mi sposto spesso anche nella sua provincia, cercando qualche luogo suggestivo e affascinante. E’ questo il caso di Consonno, una frazione del comune di Olginate. Insieme al mio inseparabile compagno e alla nostra amica comune Francesca, decidiamo di metterci in auto e di fare rotta verso il famoso “paese fantasma”, di nome e di fatto dato che questa frazione è una città fantasma dal 1976 a seguito all’abuso edilizio avvenuto negli anni ’60 di una frana avvenuta proprio nel 1976.

 

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Il Minareto ed il panorama da Consonno

 

Lasciata la macchina a circa un chilometro dal paese (la frana ha distrutto la strada che collegava direttamente Consonno agli altri centri) percorriamo un tratto a piedi fino a ritrovarci davanti a ciò che resta oggi di un grande progetto, la “Città dei Balocchi”. Ma Consonno ha origini piuttosto antiche: le prime notizie storiche risalgono ad una pergamena del 1085 dove veniva citato un piccolo paesino di nome “Cussono” che nel 1162 divenne proprietà del monastero benedettino di Civate. Nel 1412 nacque il comune di Consonno mediante un giuramento di fedeltà prestato a Filippo Maria Visconti per mezzo di alcuni procuratori.

Nel 1853 Consonno, arrivato ormai a 230 abitanti, fu inserito nel distretto XI di Oggiono. Nel 1928 il comune di Consonno, che contava quasi 300 abitanti, venne aggregato al vicino comune di Olginate ma pochi anni dopo, in seguito alle due guerre mondiali, si spopolò fino ad arrivare ad avere circa 50 abitanti. Fino al 1960 la cittadina, anche se distante dal paese, viveva grazie alle attività artigianali e alla ricchezza dei campi da coltivare.

Ciò che in realtà vediamo oggi è il risultato degli ultimi anni di vista di Consonno: con l’arrivo del conte Mario Bagno si decise di cambiare radicalmente il volto del borgo, distruggendo le antiche case per far posto a nuovi palazzi. Non appena i lavori iniziarono, era chiaro che il conte avrebbe voluto costruire una “Las Vegas” in Brianza. Gli unici edifici risparmiati furono la Chiesa, la Canonica ed il cimitero.

 

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La Chiesa di Consonno

 

A causa degli interventi massicci, si venne ad intaccare l’equilibrio idrogeologico del territorio che ben presto fece sentire “la sua voce”: una prima frana venne innescata nel 1967 ma i lavori continuarono. L’anno dopo iniziarono ad essere costruiti alberghi e ristoranti con richiami a diverse culture, come una pagoda cinese ed il celebre minareto, che ci accoglie all’entrata del paese. La fama del piccolo centro crebbe ed attirò personaggi famosi della musica e dello spettacolo. La fama ebbe vita breve perchè nel 1976 una nuova grossa frana distrusse la via che da Olginate conduceva a Consonno e tutti i sogni del conte vennero spazzati via, nonostante un ultimo tentativo di rilancio nel 1981. Il conte morì nel 1995 e per anni Consonno fu tristemente conosciuta a causa dei suoi spazi malsani e malfamati, ritrovo di tossicidipendenti e piccole gag che razziavano quel poco che rimaneva. Nel 2007 i partecipanti di un rave party danneggiarono ulteriormente le strutture fatiscenti rimaste.

 

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Ciò che rimane delle finestre…

 

Arrivati al paesello l’atmosfera è spettrale: vetri infranti, graffiti, le rovine di fasti ormai lontani danno l’impressione di un passato glorioso ma di un futuro inesistente. Il silenzio è tombale ed è interrotto soltanto da altri “visitatori” come noi, che sono venuti incuriositi per osservare ciò che rimane di Consonno. Decidiamo di addentrarci nei vecchi appartamenti sotto il Minareto, stando attenti ai vetri e ai cocci rotti per terra: ormai tutto è abbandonato e i graffiti testimoniano le razzie di molti approfittatori.

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Provo un senso di inquietudine e anche un po’ di tristezza a vedere tutto questo degrado. Sì, l’atmosfera è davvero suggestiva, ma ormai tutto è senza vita e sembra un perfetto luogo per girare un film dell’orrore. Tra l’altro Consonno è stata anche il set per il film “I figli di Annibale” e di uno spot pubblicitario dei jeans della Levi’s.

 

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Il vecchio furgone abbandonato

 

Quali prospettive per questa frazione? Gli eredi del conte stanno cercando di vendere ciò che rimane online per avviare un progetto di riqualificazione. Nel 2007 fu fondata l’associazione “Amici di Consonno” che ha ottenuto in comodato la proprietà e la ex tavola calda che è stato ristrutturato e rinominato “Bar la Spinada”, aperto dal lunedì di Pasqua ad ottobre. L’associazione si occupa inoltre di organizzare numerosi eventi per rilanciare questo luogo. La speranza è quella di rivedere la rinascita di Consonno, che non venga costruita tutta da capo ma che venga valorizzata per quello che è.

 

 

 

Il museo di maggio: il National Museum of the American Indian di New York

Il National Museum of the American Indian di New York, è un museo ai molti sconosciuto, ma che vale la pena vedere almeno una volta, se fate visita alla Grande Mela. Ho visitato il museo durante il mio viaggio a New York (questo il link per leggere il primo giorno del diario di viaggio), e l’ho scoperto quasi per caso. Sicuramente, New York non è famosa per questo luogo, a causa della più ben nota fama del Metropolitan Museum, del MOMA o del Museo di Storia Naturale, ma di certo il non è meno interessante.

Il museo si trova presso il Bowling Green, non lontano dalla borsa di Wall Street, servito benissimo dalla metropolitana. Dopo essere scesa, mi affaccio sull’imponente edificio che ospita il museo, ovvero l’US Custom House: questo edificio, con colonne e una scalinata imponente, è stato costruito sui resti di Fort Amsterdam.

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L’ingresso del museo.

Non è del tutto casuale che il museo risieda proprio qui, infatti Fort Amsterdam fu edificato dagli Olandesi per proteggere il porto non lontano di New Amsterdam: qui avvenivano molti scambi commerciali, soprattutto con i nativi americani delle varie e numerose tibù. Ecco che il nostro edificio si arricchisce anche di un valore storico.

Entrata al museo, che è totalmente gratuito, inizio la mia visita che so già per certo non potrà deludermi: il museo, infatti, fa parte del complesso dello Smithsonian Institution, il più grande complesso museale e di ricerca di tutto il mondo: il gruppo racchiude numerosi musei negli USA e molto altro ancora. Insomma, se c’è di mezzo lo Smithsonian, andiamo sul sicuro, è un marchio di fabbrica.

Mi appresto dunque a visitare l’esposizione permanente, chiamata Infinity of Nations: 700 manufatti di vario genere provenienti dalle tribù di Nativi Americani, dal Nord America fino al Sud, non solo degli Stati Uniti.

Rimango stupefatta dalla varietà e dai colori di questi oggetti: copricapi con penne di ara e di altri pappagalli, vestiti, monili con perline, ma anche utensili, armi e vasellame.

La collezione è una selezione di oggetti raccolti da George Gustav Heye durante i suoi viaggi. Si toccano davvero moltissime culture, gloriose tribù e parti del mondo che a quell’epoca dovevano essere anche un po’ sconosciute (siamo nel 1800). Ogni tribù utilizza i colori per lasciare dei messaggi: ad esempio, i Lakota preferivano i colori blu e giallo, mentre la tibù Seminole prediligeva il rosso.

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Copricapo con penne di ara e di altri uccelli.

Dopo circa due ore e un viaggio straordinario tra le culture, mi sento più arricchita e molto felice di aver visitato questo museo, che dovrebbe essere sicuramente una tappa per tutti, non solo per gli studiosi e gli appassionati.