Il museo di maggio: il National Museum of the American Indian di New York

Il National Museum of the American Indian di New York, è un museo ai molti sconosciuto, ma che vale la pena vedere almeno una volta, se fate visita alla Grande Mela. Ho visitato il museo durante il mio viaggio a New York (questo il link per leggere il primo giorno del diario di viaggio), e l’ho scoperto quasi per caso. Sicuramente, New York non è famosa per questo luogo, a causa della più ben nota fama del Metropolitan Museum, del MOMA o del Museo di Storia Naturale, ma di certo il non è meno interessante.

Il museo si trova presso il Bowling Green, non lontano dalla borsa di Wall Street, servito benissimo dalla metropolitana. Dopo essere scesa, mi affaccio sull’imponente edificio che ospita il museo, ovvero l’US Custom House: questo edificio, con colonne e una scalinata imponente, è stato costruito sui resti di Fort Amsterdam.

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L’ingresso del museo.

Non è del tutto casuale che il museo risieda proprio qui, infatti Fort Amsterdam fu edificato dagli Olandesi per proteggere il porto non lontano di New Amsterdam: qui avvenivano molti scambi commerciali, soprattutto con i nativi americani delle varie e numerose tibù. Ecco che il nostro edificio si arricchisce anche di un valore storico.

Entrata al museo, che è totalmente gratuito, inizio la mia visita che so già per certo non potrà deludermi: il museo, infatti, fa parte del complesso dello Smithsonian Institution, il più grande complesso museale e di ricerca di tutto il mondo: il gruppo racchiude numerosi musei negli USA e molto altro ancora. Insomma, se c’è di mezzo lo Smithsonian, andiamo sul sicuro, è un marchio di fabbrica.

Mi appresto dunque a visitare l’esposizione permanente, chiamata Infinity of Nations: 700 manufatti di vario genere provenienti dalle tribù di Nativi Americani, dal Nord America fino al Sud, non solo degli Stati Uniti.

Rimango stupefatta dalla varietà e dai colori di questi oggetti: copricapi con penne di ara e di altri pappagalli, vestiti, monili con perline, ma anche utensili, armi e vasellame.

La collezione è una selezione di oggetti raccolti da George Gustav Heye durante i suoi viaggi. Si toccano davvero moltissime culture, gloriose tribù e parti del mondo che a quell’epoca dovevano essere anche un po’ sconosciute (siamo nel 1800). Ogni tribù utilizza i colori per lasciare dei messaggi: ad esempio, i Lakota preferivano i colori blu e giallo, mentre la tibù Seminole prediligeva il rosso.

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Copricapo con penne di ara e di altri uccelli.

Dopo circa due ore e un viaggio straordinario tra le culture, mi sento più arricchita e molto felice di aver visitato questo museo, che dovrebbe essere sicuramente una tappa per tutti, non solo per gli studiosi e gli appassionati.

Un’escursione in giornata: Brescello

Brescello, piccolo paese della bassa emiliana. Per molti il nome di questo piccolo paesino non dice nulla, per altri è meta addirittura di pellegrinaggio, ma non religioso. Eh sì, perchè Brescello è il paese protagonista delle vicende di due personaggi un po’ bislacchi, di altri tempi: Peppone e Don Camillo, nati dalla penna di Giovannino Guareschi, lo scrittore italiano più tradotto all’estero in assoluto.

Per il lunedì dopo la Pasqua, io e mia madre abbiamo deciso di visitare questo paesino, dalla fama ormai mondiale. Io l’avevo visitato già qualche anno fa, ma ritornarci è sempre un piacere.

La sua posizione è un po’ l’ombelico del mondo, nel senso che si trova in provincia di Reggio Emilia, ma cofina con il comune di Viadana, provincia di Mantova. Siamo nella bassa padana, terra di storie e di sapori.

Arrivate senza difficoltà, parcheggiamo la macchina proprio vicino al centro, chiuso al traffico in occasione dell’afflusso turistico. Notiamo che oltre a tanti italiani, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, sulle tracce di quei due personaggi bontemponi: sì, perchè proprio Peppone, il sindaco comunista dai modi un po’ rudi ma dal cuore tenero, e Don Camillo, più un politico che un prete ma sempre pronto a porgere l’alta guancia al suo caro rivale, hanno fatto la fortuna di questo piccolo paese, con un percorso dedicato alla ricerca dei luoghi che hanno fatto da sfondo alle vicende politiche dei nostri protagonisti.

Ci dirigiamo dunque subito verso il Museo di Don Camillo e Peppone, diviso in due sedi: la prima, dove si fanno i biglietti, che mostra fotografie e attrezzi di scena, la seconda, in una sede attigua, dove si trovano locandine, testimonianze e molti gadget dei nostri beniamini. Prima di entrare al museo, ci fermiamo davanti al famoso Carro Armato, protagonista del film “Don Camillo e l’Onorevole Peppone” che doveva essere un carro tedesco, ma in realtà era un carro americano. Da buona appassionata di armi e di guerra, fotografo ogni dettaglio, e faccio attenzione alla targa riportata: un M26, di certo non tedesco! Molti sono i bambini che si fanno immortalare davanti al carro, forse più attirati dal carro in sè che non dalla sua storia nel film.

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Io con il mitico M26.

Non entriamo subito ai musei, in quanti chiusi per la pausa pranzo, allora, dato che il languorino si fa sentire, facciamo tappa alla celebre “Bottega di Don Camillo“, dove la cara Marisa è sempre pronta ad accogliere i clienti con gentilezza e simpatia: il locale è una vera istituzione per gli appassionati del “Piccolo Mondo”, infatti al suo interno si rivivono tutte le scene dei film, con tante fotografie e la memorabilia. L’antipasto di salumi misti e le tagliatelle al culatello, nonchè i ravioli di zucca, sono delle vere specialità. La vera Emilia si respira, e si gusta! E si sà, in pochi possono competere con questa cucina genuina e d’altri tempi, ma sempre molto attuale.

Dopo un lauto pasto, ricordando e ridendo delle vicende dei nostri preferiti, ci dirigiamo verso la piazza principale, la celebre Piazza Matteotti, con il Comune da una parte e la Chiesa di Santa Maria Nascente dall’altra, simbolo dell’eterna lotta tra Don Camillo e Peppone, ma anche dell’eterna amicizia che legava non solo i personaggi, ma anche gli attori che li interpretavano, ovvero Fernandel e Gino Cervi. Entrando nella chiesa, si può ancora vedere il famoso “Cristo parlante”, che consigliava Don Camillo.

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Piazza Matteotti e la Chiesa di Santa Maria Nascente.

Uscendo dalla chiesa ci intrufoliamo nei vicoli, dove vediamo la vecchia campana Gertrude, la casa di Peppone, fino ad arrivare alla mitica stazione di Brescello e alla Madonnina del Borghetto, che Peppone voleva spostare per far largo al progresso.

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Il Cristo parlante.

Tornando ai nostri musei, finalmente riusciamo ad entrare e ad immergerci ancora di più nell’atmosfera del Piccolo Mondo: troviamo la mitica bicicletta da corsa di Camillo, gli abiti dei protagonisti, locandine, fotografie, e perfino tesi di laurea che analizzavano la tecnica e la sceneggiatura dei film.

Ma Brescello non è solo la storia di Don Camillo e Peppone: la città fu fondata dai Cenomani attorno al VII secolo a.C. e poi venne ribattezzata Brixellum dai Romani. Presso il museo archeologico, gemellato con quelli di Don Camillo e Peppone, possiamo rinvenire i resti e le testimonianze dei Romani: anfore di indubbio valore, pervenuteci intatte, piastrelle, statute e mosaici furono ritrovati durante una campagna di scavo solo pochi anni fa. Purtroppo nel museo non si possono scattare fotografie, quindi non mi resta che invitarvi a visitarlo, perchè ne vale proprio la pena.

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La stazione di Brescello.

Dopo una bella giornata, sulle orme di Guareschi, è ora di rientar in Lombardia, con il cuore colmo di gioia e di ricordi.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: aprile
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 1/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 10

Siamo quasi alla fine di questo meraviglioso viaggio, ma le avventure non sono di certo concluse! Di buon mattino, ci dirigiamo verso l’aereoporto, direzione Tolagnaro, o se volete, Fort – Dauphin.

I controlli sono severi, anche per i voli interni, e non mancano anche scene divertenti: vi ricordate i minerali che avevo acquistato a Fianarantsoa? Se non ve li ricordate, vi rimando qui. Ecco, i miei minerali sono stati accuratamente avvolti dentro un sacchetto della biancheria. A chi capita il controllo casuale della valigia? Ovviamente a me, quindi ho dovuto aprire il valigione e tirare fuori ogni cosa, pure il sacchetto della biancheria e i miei minerali, probabilmente tra uno spostamento e l’altro, sono finiti dentro ad un paio di mutandine (pulite eh!) e niente, le hanno tirate fuori e li hanno visti. Pure loro, le guardie, si sono messe a ridere. la scena è stata oltremodo imbarazzante, e ha smorzato un po’ di tensione, nonostante avessi tutti i documenti in regola.

Dopo il bizzarro controllo saliamo sull’aereo e arriviamo a Tolagnaro: non la visiteremo oggi, perchè alloggeremo all’interno di una riserva privata non lontano dalla città, Nahampoana.

Dopo tanta aridità vista a Toliara, è bello ritornare nella lussureggiante foresta. La riserva privata, consta di 50 ettari di pura natura, dove ovviamente non mancano i bellissimi lemuri. Quando arriviamo, il tempo non è dei migliori e dal caldo asfissiante siamo tornati a temperature tutt’altro che amichevoli: felpa pesante, camicia, pantaloni lunghi… Insomma, ancora l’inverno, e ancora la pioggia. Dopo aver sistemato i bagagli nel piccolo lodge, dove dormiamo in grosse camerate da 5-6 persone, ci dirigiamo a pranzo prima dell’escursione. Il cibo è molto buono, e non mancano alcuni ospiti curiosi in cerca di qualcosa da mangiare: tre lemuri dal collare (Eulemur collaris) si avvicinano senza indugi in cerca di qualcosa da sgranocchiare. Il responsabile della riserva ci raggiunge e ci dice che questi lemuri sono molto amichevoli e si aspettano sempre qualcosa, così ci dà della frutta e noi gliela posiamo in un piatto: la curiosità e la golosità hanno il sopravvento, così abbiamo tre nuovi compagni per il pranzo.

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L’allegro trio si gusta il pranzo.

Dopo il nostro desinare, siamo pronti a visitare la riserva: questa escursione sarà una delle più emozionanti, in quanto i lemuri del parco sono abituati al contatto umano e non si spaventano facilmente. Dopo pochi istanti, incontriamo i catta, che, appena vedono la guida, scendono dagli alberi incuriositi: notiamo con grande meraviglia che alcune femmine stringono i piccoli al corpo: è la prima volta che vediamo i cuccioli di lemure! La guida ci dice che hanno una settimana, e quindi sono ancora totalmente dipendenti dalla madre: il loro musino dolce e curioso mi porta a scattare una quantitativo indecifrabile di fotografie.

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Mamma e piccolo.

La nostra guida ci fornisce inoltre della frutta essiccata, da dare ai lemuri, e in poco tempo mi ritrovo accerchiata da queste buffe palle di pelo. Dopo circa un’ora insieme ai catta, proseguiamo, fino ad incontrare i miei lemuri preferiti: i sifaka di Verraux (Propithecus verreauxi). I lemuri ballerini, come li chiamano qui, sono semplicemente unici, proprio come li immaginavo: sono più grossi rispetto a tutti gli altri che abbiamo visto, e sono subito riconoscibili grazie al loro colore bianco e marrone. La cosa più straordinaria è vederli saltellare: anche loro sono subito incuriositi dalla nostra presenza e si avvicinano, sapendo che abbiamo il cibo. La guida, che li conosce molto bene, li chiama con alcuni vocalizzi e questi iniziano a saltellare verso di lui. E’ una delle scene più belle che abbia mai visto.

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Questi lemuri adorano dondolare sui rami.

Anche tra i sifaka, vediamo i cuccioli, un po’ più grandi rispetto a quelli dei catta. Sono al settimo cielo, che emozione stare insieme a questi animali!

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Mamma e piccolo sifaka.

L’escursione prosegue per quasi tutta la giornata, ma non troviamo altri lemuri, quindi ci godiamo la vegetazione davvero unica di questa riserva.

E’ quasi sera, e ci riposiamo al lodge, dato che inizia anche a piovere. Prima che la giornata finisca, aspettiamo che faccia buio per l’escursione in notturna: dopo un’ora di incessante pioggia finalmente siamo pronti ad uscire nuovamente alla scoperta degli animali notturni. Sentiamo numerosi rumori, e rimaniamo in attesa. Dopo 10 minuti scorgiamo, guardingo, un microcebo: è piccolissimo, sembra un topolino con due occhioni grandi grandi che ci scrutano. Rimane immobile, giusto il tempo di qualche scatto, e poi si dilegua tra i cespugli. Riusciamo a vedere solo lui durante il piccolo trekking, ma siamo comunque soddisfatti.

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Il microcebo.

Ritorniamo al lodge e ceniamo. Si conclude qui, un’altra giornata meravigliosa.

 

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