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Il Ryōan-ji di Kyoto

Con questo articolo torniamo insieme in Giappone per scoprire uno dei templi più suggestivi e magnetici non solo di Kyoto, ma di tutto il Paese del Sol Levante. Un luogo di pace e di raccoglimento che ci ha rapiti fin dal primo istante in cui io e Marito Moribondo abbiamo varcato il suo ingresso: il Ryōan-ji! Famoso per il suo straordinario giardino zen, il Ryōan-ji in realtà è un vero e proprio microcosmo che tra tutti i templi, a mio avviso, incarna a tutto tondo la spiritualità e il sapore antico della vecchia capitale del Giappone.

Siete pronti a scoprirlo con me?


Dove: 13 Ryoanji Goryonoshitacho – Ukyo Ward – Kyoto – 616-8001 – Giappone

Per ulteriori informazioni visitate il sito ufficiale.

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Storia del Ryōan-ji

Il Ryōan-ji (in Shinjitai 竜安寺) è un tempio buddista della scuola Myōshin-ji, branca della scuola Rinzai del Buddismo Zen situato a Kyoto, antica capitale del Giappone feudale. Il suo vasto complesso comprende alcuni templi minori, un magnifico giardino con lago artificiale e un tempio principale. La sua fama è dovuta alla presenza del giardino karesansui, ovvero il giardino secco costituito in prevalenza da rocce, pietre, ciottoli e muschio. Oggi è tutelato dall’UNESCO come uno dei monumenti storici dell’antica Kyoto.

Il complesso sorge su di una proprietà che nell’XI secolo apparteneva alla potente famiglia Fujiwara che qui, probabilmente, aveva fatto edificare una villa estiva. Nel 1450 Hosokawa Katsumoto entrò in possesso del terreno, vi fece costruire il suo palazzo e patrocinò la fondazione del Ryōan-ji. Come spesso è accaduto durante la storia del Giappone, il tempio venne distrutto durante la  guerra Ōnin e fu ricostruito successivamente da Hosokawa Matsumoto, figlio di Katsumoto, a partire dal 1488.

Nōkotsu-dō (納骨堂) del tempio Ryōan-ji: l'ossario del tempio

Nōkotsu-dō (納骨堂) del tempio Ryōan-ji: l’ossario del tempio

Nei secoli successivi il Ryōan-ji beneficiò di donazioni e protezione da parte di importanti figure politiche, tra cui Toyotomi Hideyoshi e gli Shogun della dinastia Tokugawa. É così che il complesso raggiunse una notevole estensione: secondo le fonti storiche in un periodo della sua storia arrivò a comprendere ben 23 templi secondari. Questo dato aiuta a immaginare quanto il Ryōan-ji fosse articolato rispetto all’immagine, oggi più conosciuta, del solo giardino secco.

La maestosa vegetazione del tempio Ryōan-ji

La maestosa vegetazione del tempio Ryōan-ji

Come spesso è capitato nella storia dei templi e dei castelli giapponesi un grande incendio colpì il Ryōan-ji nel 1797 distruggendo diversi edifici, fra cui la residenza dell’abate, la sala principale e la sala del Buddha.

La ricostruzione successiva comportò anche il trasferimento di strutture provenienti da un altro tempio del complesso, il Seigen-in, utilizzate per sostituire quelle perdute. L’attuale hōjō, cioè la residenza dell’abate, è legato proprio a questa fase della storia del Ryōan-ji. Questa vicenda è particolarmente importante anche per comprendere la storia del giardino karesansui: il rapporto fra l’edificio e lo spazio esterno potrebbe essere cambiato nel corso delle ricostruzioni, e non è possibile escludere che la disposizione del giardino sia stata adattata alle nuove condizioni architettoniche.

Lo stagno Kyōyō-chi al tempio Ryōan-ji

Lo stagno Kyōyō-chi al tempio Ryōan-ji

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Il giardino Karesansui: tra misteri e trasformazioni

Il cuore del complesso, ovvero il giardino karesansui, è stato oggetto di dibattito per molto tempo e, ancora oggi, molti suoi aspetti sono studiati da esperti: sebbene la sua realizzazione sia tradizionalmente datata nel XV secolo, durante il periodo Muromachi, non esistono documenti che permettono con certezza di stabilirne la data di costruzione o il nome del progettista. Le prime descrizioni precise risalgono agli anni ottanta del Seicento e parlano della presenza di nove grandi pietre, indicate con tora no ko watashi, ovvero come la tigre che traghetta i propri cuccioli attraverso un fiume. La composizione attuale comprende invece 15 pietre disposte in cinque gruppi su un letto di ghiaia bianca, indicando modifiche nell’assetto originale.

Riflessi del laghetto Kyōyō-chi

Riflessi del laghetto Kyōyō-chi

Un ulteriore documento di grande interesse è il Miyako rinsen meishō zue pubblicato nel 1799 da Akisato Ritō che raffigura il giardino dopo il devastante incendio che colpì il complesso nel 1797. L’illustrazione costituisce una preziosa testimonianza della sua configurazione in epoca Edo, ma ancora una volta non consente di stabilire con certezza quando siano state collocate tutte le pietre oggi visibili. Non conosciamo, a oggi, nemmeno la vera identità del progettista di questo magnifico e imponente giardino: nel corso dei secoli è stato attribuito a figure di spicco come Hosokawa Matsumoto e Sōami, ma nessuna di queste ipotesi può essere considerata definitivamente dimostrata.

Il Ryōan-ji di Kyoto visto dal laghetto

Il Ryōan-ji di Kyoto visto dal laghetto

Le iscrizioni presenti su una delle pietre suggeriscono inoltre il possibile coinvolgimento di artigiani specializzati nella realizzazione di giardini. Il fascino del Ryōan-ji risiede anche in questa incertezza: possiamo ammirarne la composizione e studiarne le trasformazioni storiche, ma non possiamo ricostruire con assoluta sicurezza il momento della sua nascita né le intenzioni originarie di chi lo progettò. Pur nella sua semplicità, vista la sua composizione, il giardino venne concepito come mezzo la cui osservazione supporta la meditazione: la sua forma rettangolare di 284 metri quadrati è racchiusa da un muro costruito in creta bollita nell’olio che ne impedisce la vista dall’esterno. Con il tempo l’olio ha creato delle macchie tenui che ne segnano la superficie, rispecchiando l’estetica dello wabi-sabi e dello shibui. Le pietre, circondate da muschio, sono disposte secondo il seguente schema:

  • un gruppo da cinque pietre
  • due gruppi da tre pietre
  • due gruppi da due pietre
Donna Vagabonda ammira il giardino karesansui

Donna Vagabonda ammira il giardino karesansui

Il giardino è stato inoltre concepito come un kōan, ovvero un indovinello paradossale che aiuta la meditazione: la disposizione delle pietre è stata infatti pensata in modo che, stando seduti sulla veranda, non si possano vedere tutte le quindici pietre contemporaneamente da nessun punto. Secondo la tradizione solo chi raggiunge l’illuminazione ha la facoltà di osservarle tutte insieme, aiutando i fedeli e i monaci nella ricerca di tale stato.

Struttura del complesso

Lo hōjō, riconosciuto come patrimonio culturale dal governo nipponico, fu costruito nel 1606 da Oda Nobukane, il fratello minore di Oda Nobunaga, per uno dei templi minori del complesso. Quando però il precedente hōjō fu distrutto dall’incendio del 1797 questo venne spostato insieme al Chokushomon, ovvero il cancello che ne segna l’entrata. I disegni nei fusuma sono stati realizzati nel 1593 dal pittore Satsuki Kakuo e rappresentano un drago e il monte Kumgang.

Il laghetto artificiale ospita alcuni germani reali (Anas platyrhynchos) e aironi cenerini (Ardea cinerea). Nella zona a nord-ovest sono stati piantati degli alberi di ciliegio e sempre a ovest si trova un giardino chiuso al pubblico dove sorge il mausoleo della famiglia Hosokawa. Vicino al lato ovest dello hōjō si trova il butsuden ovvero la Sala del Buddha, il luogo principale deputato al culto, non accessibile ai visitatori.

La gardenia Wabisuke (con la piccola iscrizione su legno) e gli interni del tempio

La gardenia Wabisuke (con la piccola iscrizione su legno) e gli interni del tempio

Sul lato orientale dello hōjō si trova inoltre lo Zōroku-an (蔵六庵), una piccola sala da tè anch’essa non accessibile ai visitatori (un vero peccato dato che si tratta probabilmente di una delle sale più suggestive del complesso). Lungo la veranda si incontra anche un giardino raccolto, nel quale cresce una camelia conosciuta con il nome di Wabisuke. Secondo la tradizione questa pianta sarebbe stata portata dalla Corea da un uomo chiamato Wabisuke e sarebbe particolarmente cara alla storia del tempio: si racconta, infatti, che fosse molto amata da Toyotomi Hideyoshi e che sia una delle camelie più antiche del Giappone.

Nei pressi del giardino si trova inoltre uno tsukubai (蹲踞), una vasca in pietra alimentata dall’acqua e tradizionalmente utilizzata per la purificazione prima della cerimonia del tè. Questo esemplare è particolarmente interessante per la sua forma: al centro presenta un’apertura quadrata, circondata da quattro caratteri incisi nella pietra. Presi singolarmente, questi ideogrammi non compongono una frase ma se si considera l’apertura centrale come il carattere kuchi (口), che significa «bocca», ciascuno di essi può essere letto in combinazione con essa, formando i caratteri 吾, 唯, 足 e 知.

Tsukubai del Ryōan-ji

Tsukubai del Ryōan-ji

La frase risultante, ware tada taru koto wo shiru (吾唯足知), può essere tradotta come “Conosco soltanto ciò che è sufficiente” oppure, più liberamente, “So accontentarmi di ciò che ho”. Il messaggio richiama un principio fondamentale della filosofia buddhista: riconoscere il valore di ciò che si possiede, coltivando la consapevolezza e liberandosi dal desiderio incessante di avere sempre di più.

Anche la posizione della vasca contribuisce al suo significato simbolico: essendo collocata più in basso rispetto alla veranda invita chi desidera osservarla ad abbassarsi. Un gesto semplice che può essere interpretato come un richiamo all’umiltà e alla disposizione interiore necessaria per avvicinarsi alla pratica spirituale.

La mia visita al Ryōan-ji

In una calda e plumbea giornata estiva io e Marito Moribondo abbiamo deciso di dedicarci alla visita di alcuni templi situati nella parte settentrionale della città: il Ryōan-ji è stato il secondo in ordine di visita ed è stato quello in cui abbiamo trascorso più tempo. La pioggia ha minacciato la nostra visita fin dal principio, ma nonostante questa presenza costante abbiamo potuto trascorrere due magnifiche ore alla scoperta di uno dei templi più suggestivi di tutta Kyoto.

Dopo aver fatto acquisti presso la deliziosa bottega di Kyo-komono Kinugasa, dove abbiamo acquistato magnifici ventagli tradizionali e souvenir molto originali, ci siamo addentrati nell’atmosfera mistica del tempio. Nonostante sia uno dei più famosi della città non abbiamo trovato moltissimi visitatori, ma data comunque l’estensione del complesso all’ingresso ci è stata data una cartina in quanto alcuni luoghi potevano sfuggirci. Abbiamo quindi deciso di seguire il sentiero che ci ha condotto presso le zone principali del tempio, circumnavigando il grazioso laghetto.

Sekibutsu, statua di pietra raffigurante il Buddha sul fiore di loto

Sekibutsu – statua di pietra raffigurante il Buddha Shakyamuni sul fiore di loto

Non posso negare che il caldo di Kyoto non mi abbia concesso di apprezzare al meglio ciò che ho potuto visitare, anche considerando quanto l’esperienza precedente al Kinkaku-ji si fosse rivelata impegnativa. Nonostante ciò qui al Ryōan-ji ho ritrovato la pace che speravo proprio di percepire. Varcata la soglia del San-mon, ovvero della porta principale, abbiamo proseguito verso il tempio seguendo sia la strada principale che i sentieri secondari. Ogni stradina conduce in un angolo che pare segreto, celato, un luogo di pace e raccoglimento: la presenza di alberi e di piante ad alto fusto permette infatti di godersi l’ombra e di trovare riparo dalla calura estiva, ed è proprio questo che mi ha colpito di più di questo complesso. Il verde, non a caso, dona armonia e le sue sfumature sembrano condurre verso la pace e la concordia.

Raggiunto il giardino karesansui il verde lascia il posto al candore del bianco della ghiaia e le rigogliose fronde cedono il passo alle irte e silenziose pietre: come dei saggi monaci si stagliano davanti a me, in silenzio, guardiani da sempre di questo luogo. La semplicità del giardino cela un significato complesso e profondo, ricco di sfaccettature. Rimango estasiata dalla perfezione di questo luogo, così geometrico e lineare che rimango ammutolita: poso la macchina fotografica e mi siedo a contemplare, in silenzio. La mia mente affollata di immagini, colori e suoni all’improvviso si svuota e si colora di serenità.

Il giardino karesansui: da notarsi la disposizione delle pietre e i cerchi concentrici

Il giardino karesansui: da notarsi la disposizione delle pietre e i cerchi concentrici

Tutti sembriamo ipnotizzati da questo giardino e rimaniamo in silenzio a contemplare la sua ingegnosa composizione. Qualcuno prova a spostarsi cercando il punto dal quale osservare tutte le pietre contemporaneamente, ma invano. È quasi una metafora dei limiti della nostra percezione: anche davanti a un’opera così armoniosa il nostro sguardo non riesce ad abbracciarne ogni elemento in una volta sola. Dobbiamo accettare che qualcosa ci sfugga, che non tutto possa essere compreso attraverso la sola logica umana.

Immagino i monaci che, nel corso dei secoli, si sono abbandonati alla contemplazione di questo luogo, allontanandosi dalle distrazioni quotidiane per dedicarsi alla meditazione e alla ricerca interiore. Non posso dunque fare a meno di pensare all’imperfezione dell’essere umano di fronte alla perfezione che attribuiamo a questo giardino. Eppure, forse, è proprio la nostra imperfezione a renderci unici.

Da qualunque prospettiva lo si ammiri non è possibile scorgere contemporaneamente le 15 pietre

Da qualunque prospettiva lo si ammiri non è possibile scorgere contemporaneamente le 15 pietre

Il wabi-sabi ci invita anche a riconoscere la bellezza in ciò che è incompleto, transitorio e imperfetto: possiamo tendere verso un ideale, cercare di avvicinarci a esso, ma non dobbiamo necessariamente raggiungerlo. Perché è anche nel nostro limite, nella nostra irripetibile imperfezione, che risiede qualcosa di straordinario.

I templi in Giappone mi hanno sempre regalato emozioni particolari e profonde: personalmente ho sempre cercato di andare al di là dello scatto fotografico e di imprimere nella mia memoria quelle sensazioni vissute che mi hanno fatto riflettere sulla mia condizione umana. Come più volte vi ho raccontato negli articoli dedicati al Giappone, come in quello sul Nagoshi no Harae, mi sono sempre considerata estremamente razionale (forse fin troppo) ed è stato per me un cambiamento significativo poter trovare all’interno di questi sacri luoghi pace e armonie. Non risposte, non certezze, ma impressioni ed emozioni che mi hanno fatto sentire parte di qualcosa di più grande, di difficile descrizione.

Gli interni dell'Hōjō, la casa dell'abate

Gli interni dell’Hōjō, la casa dell’abate

Forse è proprio questa la lezione più importante che mi ha dato il Giappone: il non cercare una risposta ma il trovare il modo per porre le giuste domande.

Mi sono sentita come l’acqua dello tsukubai, che scorre perpetua: una sensazione di leggerezza, di tranquillità, di raccoglimento, eppure di immutabile movimento. La mia mente inquieta è proprio come l’acqua: inarrestabile, impetuosa, ma anche calma e silenziosa.

Durante la visita al Ryōan-ji assisto a una scena che mi regala uno dei momenti più belli della giornata: sullo stagno Kyōyō-chi due uomini sono al lavoro su una piccola imbarcazione intenti a raccogliere la vegetazione acquatica con l’aiuto di lunghe aste. Le foglie verdi e rossastre si accumulano sulla barca creando un contrasto suggestivo con l’acqua e la vegetazione rigogliosa che circonda lo specchio d’acqua. Rimango incantata a osservare i loro gesti, immersa in un’atmosfera di quiete e quotidianità, e non posso fare a meno di prendere la mia Canon per immortalare la scena.

Barcaioli presso il laghetto intenti a raccogliere le piantine

Barcaioli presso il laghetto intenti a raccogliere le piantine

È stato un momento magnifico durante il quale ho realizzato scatti per me significativi, capaci di raccontare un Giappone che va oltre i templi più celebri e i paesaggi da cartolina.

É proprio questo che amo del viaggio: lasciarmi sorprendere da ciò che accade, cogliere attimi inaspettati e trasformarli in immagini che custodiscono non soltanto la bellezza di un luogo, ma anche le emozioni provate nel viverlo.

Piccolo glossario giapponese-italiano
ShinjitaiGiardino karesansuiHōjōWabi-sabiShibui
Termine che designa la forma moderna dei kanji di uso comune nella lingua giapponese scritta e a volte, per estensione, gli stessi kanji che si presentano in questa forma semplificata (in contrasto con la forma tradizionale, kyūjitai).
Tipologia di giardino giapponese traducibile come “giardino secco”, ovvero caratterizzato dall’assenza di acqua.
Ospita gli appartamenti privati dell’abate, ma include anche spazi cerimoniali e sale di rappresentanza per ricevere ospiti illustri o tenere lezioni. Gli interni sono storicamente delimitati da fusuma (porte scorrevoli), spesso decorate da maestri pittori della prestigiosa scuola Kanō.
Costituisce una visione del mondo giapponese, o estetica, fondata sull’accettazione della transitorietà e dell’imperfezione delle cose. Tale visione, talvolta descritta come “bellezza imperfetta, impermanente e incompleta”deriva dalla dottrina buddista dell’anitya (sanscrito, giapp. 無常 mujō; impermanenza).

Termine che si riferisce al tipo più elevato di bellezza: esso coniuga insieme le caratteristiche contrastanti di “ruvidità” e di “raffinatezza”.
Informazioni utili

Il tempio Ryōan-ji si trova presso 13 Ryoanji Goryonoshitacho – Ukyo Ward – Kyoto – 616-8001 – Giappone.

Gli orari di apertura sono i seguenti:

  • Da Marzo a Novembre dalle 8:00 alle 17:00
  • Da Dicembre a Febbraio dalle 8:30 alle 16:30

Il costo del biglietto è il seguente:

  • Adulti: 600 yen
  • Studenti delle scuole superiori: 500 yen
  • Studenti delle scuole elementari e delle scuole medie: 300 yen

Il Ryōan-ji è uno dei templi buddisti più introspettivi e interessanti di Kyoto: il suo giardino karesansui ci invita ad andare al di là della nostra percezione e a proiettarci verso qualcosa di mistico e irraggiungibile, i suoi alberi secolari ci spingono alla riflessione e all’armonia. Tutto scorre lentamente, come un soffio di brezza estiva che muove i fiori di loto del piccolo laghetto.

E voi avete mai visitato il Ryōan-ji? Quali emozioni avete provato? Scrivetemelo nei commenti!

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