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Diario di viaggio: Scozia – Giorno 2

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Il secondo giorno inizia con trepidazione e tanta curiosità: per questa giornata è infatti prevista la prima escursione, attività che sognavo davvero da tanto tempo. Sto parlando dell’uscita ornitologica sull’Isola di May. Mi sveglio ancora prima del suono della sveglia e butto giù dal letto pure mio padre, nonostante l’escursione sia prevista alle 14 e avessimo tutto il tempo di questo mondo per fare colazione e per raggiungere North Berwick, luogo di partenza per l’Isola di May. Incurante di ciò, apro le finestre e noto che il diluvio si è abbattuto su Dunbar: CATASTROFE.

Un po’ scoraggiata mi dirigo nella sala della colazione per consumare la mia prima scottish breakfast: uova strapazzate, huggies, pane tostato e fagioli rossi. Diciamo che il primo impatto non è stato dei più apprezzabili ma poi mi ci sarei abituata. Dato il tempo così folle e soprattutto un vento che sferzava qualunque cosa, decidiamo con mio padre di dirigerci verso un negozio di vestiti per trovare una giacca a vento più consona per lui, dato che aveva dimenticato questo indumento a casa. Alla cassa, l’addetta vendite ci incalza dicendo che le previsioni sarebbero state pessime per tutta la giornata e che il vento avrebbe reso complicata la navigazione, soprattutto al pomeriggio. ARIDAJE.

Nonostante le cattive previsioni decidiamo comunque di prendere l’auto e di dirigerci verso North Berwick, sperando nella cosiddetta “botta de cù”: la pioggia ci ha effettivamente accompagnato fino al ridente villaggio sulla costa ma quando siamo arrivati…Ha mirocolosamente abbondato questo lido! E vi dirò di più, è spuntato anche un timidissimo sole! Troppa grazia? Non lo avremmo scoperto fino al termine di questa indimenticabile giornata.

North Berwick è una località sulle coste della Scozia sud-orientale, situata nell’area amministrativa dell’East Lothian ed è famosa per essere un luogo turistico, sia per il turismo balneare, sia per gli amanti del golf, che per gli appassionati di birdwatching, che ogni giorno salpano per visitare le colonie di uccelli marini sull’Isola di May.

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Il nome North Berwick significa “fattoria dell’orzo” del nord (“bere” in inglese antico significa orzo e “wic” fattoria). La parola “North” fu aggiunta per distinguere questa Berwick da Berwick-upon-Tweed, che in tutto il Medioevo gli scozzesi chiamarono South Berwick. La città fu registrata come Northberwyk nel 1250. North Berwick è tristemente famosa per via dei numerosi processi e uccisioni avvenuti a danni delle presunte streghe: durante il XVI secolo almeno 70 persone furono implicate nei processi alle streghe, e gli eventi ispirarono opere come Tam o’ Shanter di Robert Burns e “Il Tredicesimo Membro” di Mollie Hunter. Uno dei più famosi processi alle streghe a North Berwick fu quello a una donna chiamata Agnes Sampson: questa fu accusata di aver realizzato una pozione per scatenare una tempesta mentre Giacomo VI di Scozia tornava in patria dalla Danimarca con la nuova moglie, Anna di Danimarca. Il processo ebbe luogo nel 1591 e fu presenziato dal Re in persona. Agnes Sampson fu torturata fino alla confessione e bruciata in loco, come molte altre persone innocenti.

Per fortuna poco rimane di questi eventi così drammatici e la cittadina oggi ha la fama di essere tranquilla e adatta a tutti. Parcheggiata l’automobile non lontana dal porto, ci dirigiamo verso di esso e verso lo Scottish Seabird Centre, da dove nel pomeriggio sarebbe partita la nostra escursione in barca.

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Lo Scottish Seabird Centre

Per scrupolo, dato che non bisogna mai lasciare nulla al caso quando si viaggia, ci siamo subito diretti al banco delle informazioni per sapere se la nostra escursione fosse confermata e per nostra grande fortuna, così fu! Ancora più elettrizzata e galvanizzata, decisi quindi di dirigermi sul promontorio per osservare gli uccelli della baia. Non molto distanti da me ho potuto osservare dei pulcini di Storno comune (Sturnus vulgaris) e alcuni esemplari di Pettegola (Tringa totanus): speravo di vedere qualche corridore come le Pettegole ma non troppi, dato che da lontano non è facile la loro identificazione. Per fortuna, con le Pettegole, questa non è così difficile ed il fatto di osservarle da vicino mi ha aiutato molto. In lontanza ho potuto anche osservare degli Edredoni, ma erano troppo lontani per essere fotografati.

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Dopo aver scattato qualche foto agli uccelli e alla stupenda Bass Rock che da qui ben si poteva vedere, decidiamo di pranzare presso un piccolo chioschetto proprio stante sul porto, chiamato “Lobster Schack: una bella zuppa di crostacei era quello che ci voleva per scaladare gli animi ancora infreddoliti per il cattivo tempo! Dopo un bel pasto ho visitato lo Scottish Seabird Centre, che offre un piccolo museo: l’obiettivo è quello di far conoscere l’avifauna locale e lo stile di vita degli uccelli di costiera. Nonostante il prezzo fosse un pochino alto rispetto alla media delle attrazioni, il piccolo museo è ben attrezzato e interessante, soprattutto per i bambini. Lo Scottish Seabird Centre offre poi un ristorante – bar e un negozio di souvenir, dove naturalmente ho acquistato qualche piccolo ricordino (vogliamo farci mancare un fazzoletto con i Puffins?).

Si avvicina l’orario di partenza e sono così agitata che mio padre mi deve ripetere più di una volta di stare calma e di capire bene le istruzioni delle guide. Raggiungiamo il punto di partenza e conosciamo la nostra guida: si tratta di James, simpatico ragazzo arzillo e con uno spiccato senso dell’umorismo. Per sicurezza e per non farci bagnare durante la traversata, James ci chiede di indossare una grossa tuta arancione e blu: goffa ma felice mi faccio scattare una foto da mio padre.

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Imbragata e pronta per partire!

Ormai tutto è pronto per partire e James ci fa salire sul gommone. Finalmente si parte! La prima tappa è Bass Rock, l’isola delle Sule bassane (Morus bassanus): l’isola è una massa rocciosa di forma circolare, circondata da ripide scogliere. Il punto più alto è di 107 metri s.l.m. Sul versante meridionale si trova una punta chiamata “East Landing” dove sorgono i resti di una antica cappella, le rovine di una fortezza e un faro costruito nel 1902.

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Bass Rock: si notino le migliaia di Sule presenti

L’isola è una zona di protezione speciale per la presenza di colonie di uccelli marini, come Gazze marine, Cormorani, Pulcinella di mare, Anatre, Gabbiani e soprattutto Sule bassane (oltre 75.000 coppie, la più grande colonia del mondo) il cui nome scientifico (Morus bassanus) trae origine per l’appunto da Bass Rock. Gli uccelli marini danno un colore bianco-grigiastro alla superficie dell’isola a causa del loro alto numero, dei loro nidi e degli escrementi.

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Sule che volteggiano

L’isola è attualmente disabitata ed è di proprietà di proprietà di Sir Hew Hamilton-Dalrymple, la cui famiglia l’acquistò nel 1706 dalla famiglia Lauder che la possedette per quasi sei secoli. Non era prevista la visita a piedi dell’isola, ma solo il periplo dell’isola con il gommone: tanto basta per essere estasiata dalla bellezza delle Sule che, appen ci scorgono, iniziano a volare vicino alla nostra imbarcazione, leggiadre come foglie trasportate dal vento. Gli uccelli marini si lasciano cullare dalla brezza leggera e ci mostrano planate e meravigliosi giochi di ali. L’emozione che ho provato nel vederle, nel fotografarle, è stata unica, indescrivibile. Mi è tornato alla mente il film “Il Popolo Migratore“, pellicola che amo e che mi ha davvero formata per quanto riguarda la conoscenza di questi pennuti.

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James ad un certo punto ci chiede di stare attenti perchè potremmo scorgere qualcosa di molto particolare. Dopo aver portato il gommone quasi all’interno di una insenatura ci indica un nido e una coppie di Sule che apparantemente non ha nulla di diverso dalle altre e ci chiede di attendere qualche minuto. Ad un certo punto, uno dei due individui si sposta leggermente e lascia intravedersi un candido batuffolo bianco: è proprio un pulcino! Siamo febbricitanti e cominciamo a scattare a raffica per immortalare il piccolo inerme, che apre il becco con una certa cadenza chiedendo cibo. James ci spiega che questa coppia è abbastanza speciale perchè si accoppia e depone in un periodo diverso dalle altre e quindi ogni anno nasce un pulcino “fuori stagione”. Cosa posso volere più di così? Ma le sorprese non sono affatto terminate!

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Il piccolo di Sula

Dopo aver realizzato un set al buffo pulcino, partiamo per l’Isola di May. Attraccati, James ci chiede di stare attenti alle Sterne artiche (Sterna paradisaea) dato che hanno numerosi pulcini e i genitori sono molto protettivi: ci intima quindi di tenere le braccia sulla testa, per evitare le beccate dolorose da queste. La Sterna artica, così come la Sula bassana e la Pulcinella di mare, ha un posto speciale nel io cuore: sempre grazie alla pellicola del Popolo Migratore, ho potuto scoprire che questo uccello è il migratore che compie più chilometri in assoluto dato che migra dall’artico all’antartico e viceversa. Secondo uno studio del fotografo Carsten Egevang (ed altri), nel corso di una vita nedia di 29 anni, una Sterna artica può arrivare a spostarsi per tanti chilometri quanti ne occorrono per andare dalla Terra alla Luna ben 6 volte (2.400.000 chilometri): un uccello da record, assolutamente unico. Per arrivare al punto di ritrovo il percorso ha previsto proprio il passaggio attorno ai nidi delle Sterne: con la testa bassa e cercando di non arrecare disturbo siamo passati quasi indenni. Dico quasi perchè qualcuno ha subito qualche beccata.

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Sterna artica che imbocca il suo pulcino

Dopo aver fatto un piccolo breefing, James ci accompagna alla scoperta dell’isola: ovunque si volga lo sguardo si possono notare uccelli marini e si odono i loro canti e i loro richiami. I primi che vediamo, dopo le Sterne, sono i Gabbiani reali zampegialle (Larus michaellis) che già avevo incontrato a Dunbar, seguiti poi da alcuni Gabbiani tridattili (Rissa tridactyla). Procedendo notiamo dei buchi nel terreno, moltissimi buchi, larghi circa 15 centimetri o poco meno: io sapevo che cos’erano ma ho voluto chiedere a James la conferma. La guida, con un sorriso, mi dice nell’orecchio “no spoiler, vediamo se gli altri indovinano”. Con un ghignolino chiese agli altri partecipanti di immaginare che cosa fossero questi pertugi e nessuno riuscì ad indovinare: a quel punto, James mi chiese di dirlo. PUFFIN’S NEST’S! Ci stavamo letteralmente districando tra nidi di Pulcinelle di mare (Fratercula arctica): ora erano vuoti perchè la maggior parte dei pulcini si erano già diretti verso lo sconfinato mare aperto.

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Alcuni Puffin non lontano dai loro nidi

Proseguendo con il nostro tour abbiamo potuto vedere una specie particolare, molto schiva e che avrei visto soltanto un’altra volta dopo di questa: si tratta del Fulmaro (Fulmarus glacialis), un uccello simile ad un gabbiano ma facente parte della famiglia dei Procellaridi, come le Berte, le Procellarie e i Petrelli. La coppia di fulmari che abbiamo potuto osservare se ne stava adagiata sull’erba, su una di una scogliera non troppo alta e osservava che cosa accadeva negli immediati dintorni: Gabbiani reali che cantavano, Puffin che volavano da uno punto all’altro della costa, Cormorani che veleggiavano, cullati dal vento. Purtroppo le foto scattate non sono di qualità eccelsa data l’enorme distanza e la difficoltà di avvicinamento da parte nostra: inoltre, i Fulmari sono uccelli molto poco confidenti e quindi non volevamo disturbarli troppo.

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La coppia di Fulmari

Proseguendo con la visita abbiamo potuto osservare anche alcuni Conigli selvatici europei (Oryctolagus cuniculus) che pascolavano indisturbati, senza predatori naturali pronti a tendergli delle imboscate. La camminata continua fino a raggiungere una stupenda scogliera letteralmente colonizzata da Pulcinelle di mare e Urie comuni (Uria aalge), un’altra specie di uccello marino molto affascinante: gli esemplari sono centinaia e a relativa distanza da noi quindi facilmente fotografabili. E’ qui che scatto alcune tra le più belle fotografie che io abbia mai realizzato. L’emozione è tanta ed il mio cuore è colmo davvero di gioia.

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Dopo averci concesso 10 minuti di riposo e di fotografie, James ci porta alla scoperta del faro dell’Isola, l’ultima tappa del tour guidato: saliti in cima, la guida ci racconta la storia del vecchio faro, andato distrutto per colpa di un incendio. Oggi di questo faro rimane sono la base e la parte inferiore: 11 persone morirono per colpa di questo rogo.

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Dopo averci dato le indicazioni su come comportarci sull’isola e sull’orario del ritorno, James ci lascia circa 1 ora e mezza per visitare in solitaria l’isola e per scattare qualche fotografia: io decido di separarmi da mio padre e di concentrarmi dapprima sulle Sterne. Cercando di non disturbarle troppo, trovo finalmente la giusta tattica per non essere bersagliata: sedermi banalmente per terra per fotografare. Da seduta per questi uccelli non costituisco una minaccia e quindi ho potuto osservarle e fotografarle, anche se la loro rapidità ha quasi sempre vinto la mia nello scattare.

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Pulcino di Sterna che chiama il genitore

Realizzato qualche scatto, mi dirigo verso la parte dell’isola che non avevamo visitato e qui incontro nuovamente mio padre, intento a fotografare alcuni Puffin: qui, un soggetto era particolarmente fotogenico e si è concesso a numerosi scatti.

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Sempre in questa porzione di isola, ho potuto scorgere un nido di Cormorani e ho scattato qualche foto ai pulcini presenti. Come ultima specie scopro alcuni esemplari di Gazza marina (Alca torda): un po’ più piccola dell’Uria, questa specie assomiglia molto ad un pinguino a causa della convergenza evolutiva, come pure la Pulcinella di mare.

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Forse meno affascinante della Pulcinella, trovo che comunque questo uccello sia perfetto come modello per i miei scatti e quindi non perdo occasione di scattare.

In men che non si dica il tempo a nostra disposizione si esaurisce ed è tempo di ritornare al rendez-vous: prima però di partire, James ci mostra due pulcini di Puffin che ha recuperato. Questi due pulcini verranno liberati durante il rientro. Curiosa, chiedo a James come mai non si lasci fare al naturale corso della vita e James mi spiega che i nidi delle Pulcinelle sono distanti rispetto al mare ed i piccoli dovrebbero fare parecchia strada prima di raggiungere la costa: inoltre, l’altezza e la presenza di numerosi e affamati gabbiani reali costituiscono un pericolo non indifferente per i pulcini, che verrebbero mangiati o cadrebbero rischiando la vita. Per preservare dunque la specie, che figura nella categoria “Vulnerabile” secondo la IUCN, si cerca di limitare i casi di predazione e di morte prematura, ovviamente quando si riesce.

Mentre saliamo sul gommone, una sorta di malinconia mista a felicità mi pervade: mi sento fortunata perchè ho potuto vedere uno dei luoghi più suggestivi del Pianeta e mi sento davvero soddisfatta di questa escursione. Dall’altra parte, però, mi sembra di aver trascorso troppo poco tempo in compagnia con gli uccelli marini, in una natura davvero sconfinata e dove l’impatto dell’uomo, almeno per una volta, non è così devastante ma anzi è quasi nullo. Qui le persone vivono per proteggere questi animali e per far conoscere il loro mondo, le loro abitudi e le loro esigenze, cercando sempre di veicolare il concetto che la specie umana non è l’unica specie presente sul Pianeta e che tutti gli animali meritano rispetto e protezione.

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Durante il rientro liberiamo i piccoli Puffin, che goffi sfuggono alla nostra vicinanza cercando di nuotare il più velocemente possibile: torneranno su May qualche anno più tardi, per cercare un compagno e per nidificare a loro volta.

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Piccolo Puffin che nuota verso l’infinito

Felici e pieni di speranza, torniamo a North Berwick e ringraziamo James, non perdendo l’occasione di chiedergli una foto ricordo.

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Foto ricordo con James

Sono ormai le 19 ed è ora di rientrare a Dunbar: un meraviglioso tramonto ci accompagna verso la nostra base (non ha piovuto per tutto il resto della giornata). Io non riesco a smettere di parlare della giornata favolosa appena vissuta e riempio la testa di mio padre di nozioni sugli uccelli di scogliera.

A livello naturalistico, era dal Madagascar che non provavo queste emozioni così forti. Di certo, questa giornata, rimarrà impressa nella mia mente e nel mio cuore per sempre.

Per leggere il primo giorno, cliccate qui.

Le meraviglie della natura: La Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo – Isola della Cona

Spulciando tra le mie vecchie foto ho ritrovato alcuni scatti che feci quando visitai la Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo – Isola della Cona, rispettivamente nel 2015 e nel 2016. Sapete quanto io ami la regione del Friuli e quanto spesso io sia stata ospite della sua meravigliosa gente, perciò non potevo non scrivere un articolo in proposito.

la riserva naturale regionale della foce dell'isonzo

Proprio nel 2015 iniziarono i miei viaggi tra Friuli e Slovenia, in occasione di un’escursione organizzata dal mio corso di laurea (la più bella escursione e la più divertente senza dubbio): è così che ho potuto scoprire questa meravigliosa riserva naturale, che si trova nella parte orientale della regione, lungo l’ultimo tratto proprio dell’Isonzo, a cavallo dei comuni di Staranzano, San Canzian d’Isonzo, Fiumecello e Grado. Costituita da ben 2338 ettari e istituita nel 1996, questa riserva è un faro per tutti gli amanti della natura e del birdwatching, quindi per la sottoscritta è proprio la manna.

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Grazie ad una serie di capanni, è possibile osservare numerosissime specie ornitologiche e non solo: è infatti presenza fissa il cavallo di razza Camargue che svolge un ruolo di “manutenzione della riserva” grazie al suo brucare incessante dell’erba. I cavalli vivono bradi sull’isola e ormai sono parte integrante di questo piccolo ecosistema.

L’area protetta è accessibile a grandi e piccini, grazie a dei comodi sentieri che circondano tutto il territorio, inoltre è disponibile un punto ristoro e una foresteria per dormire dotata di tutti i confort e servizi impeccabili. La breve distanza dai comuni sopracitati o dalla città di Monfalcone rendono la Riserva un luogo davvero facile da raggiungere: un comodo parcheggio gratuito vi darà il benvenuto.

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L’avifauna in Riserva è ben rappresentata con numerosi Anseriformi svernanti tra cui il Fischione (Mareca penelope), l’Alzavola (Anas crecca) e l’Oca lombardella (Anser albifrons). Per la gioia degli ornitologi e dei fotografi non mancano poi il Cavaliere d’Italia (Himantopus himantopus), il Gruccione (Merops apiaster) e la Beccaccia di mare (Haematopus ostralegus). Per quanto riguarda la botanica, in tutta la Riserva sono presenti numerosi habitat palustri che ospitano specie alofile (cioè che vivono bene in presenza di acque salmastre) come Juncus maritimus, Limonium narbonense, Salicornia fruticosa, Salicornia veneta e altre.

Da amante della natura e degli uccelli quale sono, potete immaginare che cosa ho provato ad osservare così tante specie concentrate in un luogo solo. La Riserva per me è stata la seconda esperienza di fotografia naturalistica (dopo l’Oasi di Sant’Alessio, leggete il mio articolo qui) e la più fruttuosa, tanto che l’anno dopo sono tornata armata di obiettivo 70-300 Canon Serie L per fotografare di nuovo i meravigliosi animali che qui ho incontrato. L’emozione è stata tanta, nonchè la voglia di scattare sempre di più e sempre meglio. Sia nel 2015 che nel 2016 ho alloggiato presso la foresteria e mi sono trovata davvero bene: grazie alla sempre disponibile Letizia che ha reso il nostro soggiorno confortevole e piacevole, la mia esprienza alla Riserva è assolutamente positiva! Se volete svolgere anche un’attività al di fuori dagli schemi, vi consiglio una bella cavalcata al tramonto: è infatti disponibile un piccolo maneggio con i cavalli Camargue che potranno accognarvi a vedere il tramonto incantato sulle sponde dell’Isonzo.

Che dire, se siete amanti degli animali, della natura, ed in particolare dell’avifauna, non potete perdervi questa esperienza all’Isola della Cona, o Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo.

Per maggiori informazioni, visitate il sito internet ufficiale.

Diario di viaggio: New York – giorno 5

Per il penultimo giorno a New York, non posso che dedicarmi completamente all’unico e mitico Museo Americano di Storia Naturale: protagonista della fortunata serie di Una Notte al Museo, ma anche scenario del film animato “4 dinosauri a New York” per chi ancora se lo ricorda, questo per me è un tempio della conoscenza, il Sacro Graal del Naturalista.

Diario New York

Il museo, fondato nel 1869, è composto da numerose aree:

e non basta una giornata per visitarlo tutto per bene: entro tramite l’ingresso della metro alle ore 10:00 circa, ne esco all’orario di chiusura alle 17:45 quasi spinta dalle guardie.

 

Tutto è una meraviglia, tutto ciò che vedo: dai dinosauri, agli habitat ricostruiti, alla mostra tematica sui vulcani, alla sezione sull’antropologia, con tante testimonianze di popoli lontani.

Come Naturalista di mestiere e di fatto, è per me un onore fare da guida alle mie compagne di viaggio: iniziando dalle sale paleontologiche, ricopriamo l’evoluzione dei grandi rettoli mesozoici, con qualche ospite d’eccezione: il T-Rex la fa da padrone, come re dell’esposizione e del Cretaceo.

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Scheletro di T-Rex.

Ma non mi fermo solo ad ammirare il grande predatore, mi dirigo, passando per i grandi mammiferi del Cenozoico, alla sala degli Adrosauri, i miei dinosauri preferiti: questi bizzarri dinosauri con il becco di anatram erano placidi e tranquilli erbivori, vissuti nel Cretaceo Superiore, l’ultima era dei grandi rettili. Da sempre, da quando ero una bimba, ho amato il Parasaurolophus, il grande dinosauro con la cresta che fungeva da cassa risonanza per comunicare con i propri simili. Ebbene, vedo il suo cranio: mi prenderete per matta, ma ho pianto dalla commozione. Non lo avevo mai visto dal vivo, e vederlo lì, enorme rispetto a me, è stata l’emozione più forte provata in questo viaggio. Le mie compagne di viaggio mi guardano un po’ svanite, meno che mia zia Franca, che riesce a comprendermi. Niente, le lacrime sono copiose, è come se avessi ricevuto una vincita colossale, non so come spiegarlo. Potevo quasi toccarlo, era davvero da lasviare senza fiato.

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La mia emozione davanti al cranio di Parasaurolofo

Mi fermo per più di 20 minuti in questa sala, quasi tutti spesi per la mia star ovviamente. Continuo nel giro e appena dopo trovo uno shop del museo: non posso non comprare il pupazzetto del mio Parasaurolofo 🙂

La visita prosegue e mi trattengo ora nella sezione zoologica, con tutti i diorami dei vari biomi e ambienti naturali: la savana, la tundra, e poi la sezione ornitologica, la mia preferita insieme a quella paleontologica e geologica. Tanti bei pennuti per la gioia dei miei occhi, e da buone appassionate di ornitologia, io e mia zia ci intratteniamo almeno un’ora a tentare di riconoscerli tutti: sull’avifauna americana abbiamo qualche lacuna, ma su quella europea è difficile battere questo duo! Il resto della compagnia si distacca e ci lascia tra le braccia del sapere: si prosegue, in un vero e proprio labirinto di piani e sale espositive. Non è facile orientarci, infatti spesso dobbiamo consultare la mappa: negli USA è tutto immenso, anche il museo.

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Diorama con gli struzzi

E’ la volta della parte antropologica, con tante belle testimonianze degli amerindi, che vanno a chiudere il cerchio disegnato con il Museo sulla storia degli Indiani (ne parlo in questo articolo). E poi i popoli arabi, gli Inuit, i copricapi degli Indios. Elencare tutto sarebbe davvero impossibile.

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Maschere tribali

Proseguiamo, verso il planetario interattivo: molto interessante la presentazione all’interno! Da qui, un volo sui pianeti e sulle stelle, per poi passare alla mostra tematica sui vulcani, che affronta in modo semplice e chiaro la vulcanologia come disciplina: fotografie, grafici, strumenti interattivi aiutano la comprensione, insieme a video e a testimonianze audio di chi è sopravvissuto ai grandi disastri provicati dai vulcani, come l’eruzione del Monte Sant’Elena: da brividi come la nostra Terra sia meravigliosa ma, al tempo stesso, spietata.

L’ultima sezione rimasta è quella mineralogica, non meno bella: qui mia zia mi definisce “rullo compressore parte terza”: non è difficile capire il perchè.

Purtroppo, è ora di uscire perchè il museo sta per chiudere. Dispiaciute di non poterci ritornare presto, siamo comunque soddisfatte della nostra splendida visita durata un giorno intero. Concludiamo la giornata con una bella passeggiata al Central Park, facendo un po’ di Birdwatching: i cardinali rossi non si fanno di certo desiderare.

Per leggere gli altri giorni del diario:

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4