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I Viaggi dei Vagabondi: Cernobyl e Prypjat – di Stella

Continua  e si arricchisce la rubrica de “I Viaggi dei Vagabondi” con un contributo davvero ragguardevole, quello inviatomi da Stella Corona che riguarda il suo viaggio scientifico e di ricerca a Cernobyl, in Ucraina. Stella è stata molto dettagliata e precisa riguardo al suo racconto e ci tiene a fare qualche ringraziamento prima di farvi immergere in un mondo poco conosciuto:

virgolette Vorrei ringraziare per prima Francesca Gorzanelli che mi ha dato i contatti di Alexander, una delle guide: grazie a lui ho potuto conoscere tutto ciò che serve per visitare questa zona, in più mi ha dato contatti di persone che lavorano all’Ecocentre così da avere un laboratorio dove osservare le rane, oggetto del mio studio. Infine vorrei ringraziare tutto lo staff dell’Ecocentre che mi ha aiutata nel mio progetto.

Tengo a precisare che questo suo viaggio è un viaggio di ricerca e di studio, finalizzato alla relizzazione di uno studio scientifico e della sua tesi di laurea in scienze e tecnologie per la natura, non è stato un viaggio di piacere. Questi luoghi sono altamenti contaminati da radiazioni assai penetranti e assolutamente si sconsiglia l’ingresso nella zona di esclusione senza un’adeguata protezione e senza una guida.

i viaggi dei vagabondi

Stella è una ragazza di 23 anni, che ho avuto il piacere di conoscere anche di persona oltre che virtualmente, e una studentessa di scienze e tecnologie per la natura (il mio stesso percorso di studi ed è proprio grazie a ciò che l’ho conosciuta). Il suo viaggio si è svolto in piccola parte a Kiev e, per la maggiorparte, nella Zona di Esclusione di Chernobyl (CEZ) dal 5 al 20 luglio 2019.

virgolette Ho fatto questo viaggio in solitaria, dall’Italia non è venuto nessuno con me, ma a Kiev (dove sono atterrata) ho incontrato Natasha, una signora che lavora presso il paese in cui avrei risieduto e che si è offerta di aiutarmi nello spostamento dall’aeroporto al mio appartamento. Purtroppo, di Kiev non ho molte foto perché mi sono concentrata di più sulla Zona di Esclusione, ma l’anno prossimo mi impegnerò di più e proverò a fare anche un piccolo reportage sulla capitale dell’Ucraina.

Ma come mai hai scelto proprio Cernobyl come luogo dei tuoi studi in preparazione alla tesi di laurea?

virgolette Ho scelto questa località perché, nonostante la tragedia sia conosciuta praticamente in tutto il mondo, poche persone effettuano studi sulla flora e fauna presenti. Gli studiosi presenti nella CEZ (Zona di Esclusione) si occupano in particolare di mammiferi e uccelli, ma nessuno si occupa degli anfibi (così come di molte altre specie animali), ed il materiale presente in rete è davvero scarso, perciò, avendo già esperienza con gli anfibi, ho deciso di effettuare qualche ricerca su di loro.

Un progetto ambizioso quello di Stella, che l’ha coinvolta per un periodo non breve! Leggiamo insieme il suo diario di viaggio, ricco di esperienze e avventure.

virgolette Il mio viaggio è cominciato il 5 luglio. Verso le 13.40 sono atterrata a Kiev, Natasha è venuta ad aspettarmi assieme alla sua famiglia e in macchina mi hanno accompagnata al mio appartamento al quartiere Obolon, a nord di Kiev. L’appartamento prenotato con AirBnB era al decimo piano di un grosso palazzo, qui vive Kateryna, una signora che ha vissuto in Italia, quindi parlava molto bene la nostra lingua e le ho spiegato un po’ del mio progetto.

Il giorno dopo, sempre assieme a Natasha e alla sua famiglia, sono andata a visitare la città. Siamo passati su un grande ponte pedonale sul fiume Dnepr da cui si vedeva gran parte della città, dopodiché abbiamo visitato alcune chiese ortodosse e ho anche potuto assistere ad una parte della loro messa. Le loro tradizioni e le loro chiese sono molto diverse dalle nostre, gli edifici sono ornati d’oro, con molti mosaici e dipinti. La tappa successiva è stata al museo dei carri armati. Questo era un museo in parte all’aperto e in parte al chiuso.

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La sera stessa dovevo incontrare Alexander, la persona che da gennaio ha organizzato la mia visita nella CEZ per parlare e per vederci finalmente dal vivo. Per fortuna parlava benissimo l’ italiano, quindi abbiamo potuto esprimerci al meglio. Prima però ho dovuto fare una tappa all’Epicentr, un grande centro commerciale dove dovevo reperire alcune scatole in plastica dove mettere temporaneamente le rane raccolte. Per raggiungere questo luogo ho utilizzato una maršrutka, un mezzo di trasporto tipico nei paesi dell’est Europa: questi mezzi sono delle specie di taxi collettivi che effettuano una tratta in particolare, ma sono più piccoli dei bus normali, solitamente possono trasportare fino a 14 persone.

La mattina di lunedì 8 luglio, sono partita per Chernobyl: dopo un viaggio di circa un’ora e mezza ho raggiunto il check point di Dytyatky, l’inizio della Zona di Esclusione dei 30 chilometri. Qui sono dovuta scendere dall’auto e registrarmi come visitatrice nella zona, in più i militari hanno fatto alcuni controlli di sicurezza ai miei bagagli. Dopo un piccolo tour in un paese abbandonato, io e i miei responsabili siamo giunti al centro di ricerca: qui Evgenii e Svetlana, studiosi e accompagnatori, mi stavano aspettando e subito mi hanno accompagnata sulle rive del fiume Uzh a cercare le prime rane. Questa zona non era radioattiva, così come non lo è la città di Chernobyl (al contrario di quello che molta gente pensa), però mi serviva raccogliere dati anche dalle zone “pulite” per avere dei confronti sugli animali prelevati in zone contaminate (il cosiddetto gruppo di controllo).

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Purtroppo, in tutta la giornata ho trovato una sola rana nonostante fossimo stati molto tempo sulle rive del fiume e in zone dove mi han detto che solitamente vedevano molti di questi animali.

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Barca abbandonata sulle rive del fiume Uzh

Nel pomeriggio ho osservato la rana, ho preso alcune misure con il calibro e ho scattato delle fotografie. A vederla dall’esterno sembrava un animale in ottima salute, aveva buoni riflessi ed era molto vigile. Non avendo fatto esami genetici e anatomici non è stato possibile ricavare ulteriori informazioni (le analisi genetiche dovrei farle l’anno prossimo, mentre per analisi di anatomia interna ho deciso che le effettuerò solo nel caso trovassi animali morti, preferisco non sacrificare alcun animale).

Il giorno dopo mi sono svegliata alle 5 per andare assieme ad Evgenii e Svetlana a cercar rane: per questa occasione si sono aggiunti anche Vladimir e Vadim. Vladimir è uno studioso che lavora con gli insetti, mentre Vadim è un cosiddetto “Samosely”, cioè una di quelle persone che è tornata a vivere in queste zone nonostante il divieto del governo, lui è nato l’anno prima che succedesse il disastro e abitava proprio a Prypjat, la città della centrale nucleare.

Nonostante quedta nuova uscita, a Stella la fortuna sembrava proprio non girre dato che, anche questa volta, è riuscita a trovare soltanto una rana da poter studiare, in una zona non radioattiva.

virgolette Mercoledì 10 luglio ho incontrato Katya, una ragazza che ha studiato i pesci del fiume Prypjat e assieme a Sergii, Evgenii e Sasha (altri ragazzi che lavorano al centro) siamo andati nella Zona di Esclusione dei 10 chilometri. Questa zona è quella più contaminata e vicina alla centrale nucleare. Prima di entrare c’è un altro check-point in cui si fanno controlli ai vari bagagli e si segna chi entra e chi esce. Abbiamo tardato un po’ questa spedizione perché in mattinata il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelens’kyj, era in visita alla città. La sua visita aveva come scopo quello di firmare un decreto per migliorare la CEZ per i turisti e mostrare Chernobyl al mondo, per un rilancio turistico di questa zona del Paese.

Per prima cosa ci siamo diretti in una zona dove era presente un piccolo fosso e alcuni stagni e qui ho trovato un esemplare di ululone dal ventre rosso (Bombina bombina) e una rana verde. Il contatore Geiger, strumento che ho sempre portato con me e che misura le radiazioni presenti in una determinata zona, segnava 0.70μSv/h, un valore abbastanza alto, ma non il più alto che ho trovato (i valori di pericolo sono segnati nella tessera in foto, come riferimento ho usato il valore al centro, il μSv/h).

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Tabella per le radiazioni

Ci siamo spostati poi sulle sponde di un piccolo laghetto senza nome e lì la radioattività era più alta, 2.85μSv/h e qui abbiamo trovato 5 rane. Abbiamo poi visitato uno stagno in cui il contatore Geiger segnava 5.16μSv/h: questo è stato il sito più prolifico perché abbiamo trovato ben 19 rane verdi. Infine, nell’ultimo sito visitato che segnalava 57.17μSv/h radiazioni, ne abbiamo trovate altre 10. Questa giornata è stata molto proficua e abbiamo trovato molti animali, per questo ero molto soddisfatta.

Prima di uscire dalla zona dei 10 chilometri abbiamo dovuto testare il livello di radiazioni assorbite dal corpo passando attraverso un macchinario (di cui purtroppo non ho foto mie) dove dovevamo appoggiare mani, piedi e testa sopra dei particolari sensori. Se il livello di radiazioni fosse rimasto nella norma si sarebbe accesa una luce verde, altrimenti avremmo dovuto sottoporci ad ulteriori accertamenti. Per fortuna nessuno di noi ha mai assorbito troppe radiazioni.

Di sicuro uno studio temerario e molto coraggioso, ma assolutamente fondamentale per capire gli effetti delle radiazioni sulla fauna locale, anche in previsioni di eventuali altri disastri nucleari.

virgolette Giovedì 11 e venerdì 12 sono rimasta in laboratorio a misurare tutte le rane per poi rilasciarle. Dato che gli uffici sono chiusi per il weekend, sono tornata a Kiev per un breve tour della città fino a lunedì 15, quando due ricercatori del centro ricerche rapaci sono venuti a prendermi a Kiev insieme a Katya per tornare a Chernobyl. Purtroppo, il tempo non era molto buono, ma io dovevo piazzare alcune trappole per gli insetti, perché volevo fare alcune ricerche anche su di loro, quindi assieme ai due ricercatori e a Sasha siamo andati in una prima zona abbastanza contaminata e ho piazzato le trappole. Nel frattempo, sono stata con i ricercatori ad osservare alcuni rapaci presenti, ma dato il cattivo tempo abbiamo avvistato solo tre gheppi (Falco tinnunculus). Ho però avuto l’opportunità di scattare una foto ad un piccolo uccellino: un’averla piccola femmina (Lanius collurio) che, nonostante il brutto tempo, se ne stava ferma su un cespuglio. Dopo queste osservazioni sono andata in altre zone a piazzare le trappole.

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Il giorno successivo non ho avuto nulla da fare perché le trappole dovevano rimanere nel terreno qualche giorno (io per carenza di tempo le ho lasciate solo due giorni). La giornata di martedì era molto piovosa e quindi non ho potuto fare nulla di interessate nella Zona e sono rimasta in ufficio a studiare per un esame che avrei dovuto dare il 22 luglio.

Mercoledì il tempo era migliorato, quindi abbiamo pianificato un viaggio a Prypjat, la città fantasma dove è successo tutto. Verso le 11 io e gli altri ricercatori siamo partiti di nuovo per la Zona dei 10 chilometri. Di nuovo ci siamo dovuti fermare al check-point per i controlli e poi via verso la città: nella parte più esterna del perimetro della città è presente una vecchia fabbrica in cui si allevavano pesci e che dopo il disastro è diventata l’ufficio di alcuni ricercatori, oggi completamente abbandonata.

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Dopodichè ci siamo diretti verso l’ormai famoso parco divertimenti della città: non tutti sanno che questo parco non è mai stato aperto al pubblico perché doveva essere inaugurato per la festività del primo maggio 1986, quattro giorni dopo il disastro. Sono presenti tre giostre, l’autoscontro, una piccola calcinculo e la famosissima ruota panoramica. La visita proseguiva al centro sportivo cittadino in cui era presente un campo da basket e una piscina. Il centro sportivo è stato chiuso definitivamente nel 2000 in contemporanea alla chiusura della centrale nucleare, perché, nonostante il disastro, essa ha continuato a funzionare per altri 14 anni e con essa anche alcune strutture della città per permettere ai lavoratori di svagarsi.

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Tappa successiva, la scuola: nell’edificio erano ancora presenti moltissimi libri e oggetti didattici che si usano normalmente nelle scuole, come volumi per imparare a scrivere, per imparare la matematica e così via. Alcuni erano ben conservati, mentre altri erano sparsi a terra e rovinati dal tempo e forse anche dal vandalismo (cosa che non manca nella Zona, purtroppo).

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L’Hotel Polissya

Abbiamo poi visto dall’esterno l’Hotel Polissya, il famoso albergo della città: so che molte persone salgono fino alla cima per ammirare il panorama della città desolata, ma quel giorno noi non siamo saliti. Ho poi chiesto di poter vedere la torre di raffreddamento della centrale dall’interno (l’altra è quasi completamente smantellata). All’interno della torre si può entrare e sono rimasta sorpresa di vedere molti uccelli volarci dentro e ho notato la presenza di tantissimi nidi di gheppio con i piccoli ormai già pronti a volare.

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Nonostante la contaminazione la vita va ancora avanti, anche se, quasi sicuramente, quei poveri gheppi non avranno una aspettativa di vita pari ai loro conspecifici di altre zone. All’interno della torre erano presenti delle ossa di qualche animale sparse in giro, forse di alce. Magari il frutto di una predazione da parte di qualche lupo oppure una morte naturale dell’animale stesso.

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Piccoli gheppi

virgolette Altra tappa è stata il New Safe Confinement (NSC), una grande struttura che serve a proteggere il reattore esploso e ad evitare che grandi quantitativi di radiazioni fuoriescano da esso (sotto l’NSC ho misurato circa 1.5μSv/h). La struttura è destinata a durare 100 anni, dopodiché bisognerà costruirne un altro e così via: questo perché il tempo di decadenza della radioattività durerà milioni di anni.

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Dopo la visita alla città siamo passati vicino alla pozza di raffreddamento e ad alcuni stagni molto contaminati da Stronzio 90 e Cesio 137: qui ho potuto osservare da lontano alcune gru per il carico e scarico merci delle navi che approdavano al porto di Prypjat. Dopo il disastro esse sono state usate per trasportare il materiale contaminato sulle navi per portarlo allo smaltimento.

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Nell’ultima tappa ho potuto osservare un braccio meccanico utilizzato per scoperchiare il reattore 4, ancora oggi è pericolosamente radioattivo ed emana 65.15μSv/h, il valore più alto che ho registrato personalmente nella Zona (anche se sicuramente non il più alto, perché i sotterranei dell’ospedale sono ancora pieni delle tute usate dai liquidatori per spegnere l’incendio in alcuni punti si possono raggiungere valori di 1mSv/h, equivalente a 1000μSv/h).

Sempre nel pomeriggio del giorno stesso siamo andati a recuperare le trappole per insetti. Nell’ultimo sito dove ho posizionato le trappole ho assistito ad una scena davvero toccante: alcune persone ci hanno chiamato per farci notare che c’era un cavallo di Przewalski morto con il suo puledro disperato, perché non capiva come mai la madre fosse a terra. È stata un’esperienza molto triste osservare questa scena. L’animale a terra non aveva tracce di predazione e molto probabilmente è morto per l’accumulo di qualche sostanza all’interno del corpo (gli elementi contaminanti più presenti sono lo Stronzio 90 e il Cesio 137, ma anche altri come lo Iodio 129, Americio 241, Plutonio 238, 239 e 240, Cerio 144 ed Europio 154, tutte sostanze radioattive che se accumulate nell’organismo provocano danni e infine portano alla morte).

Questo ci fa comprendere come sia davvero sconsigliato avvicinarsi ad un luogo del genere senza l’adeguata consapevolezza e le giuste protezioni.

virgolette Giovedì 18 ho iniziato a identificare gli insetti trovati e vedere se ci sono state differenze nella quantità tra le varie zone. Come pensavo, nella zona più contaminata (questa volta era di 1.40μSv/h) c’erano molti meno insetti rispetto alla zona “pulita” con 0.19μSv/h. Nel pomeriggio sono andata insieme ai ricercatori nel luogo dove il giorno prima abbiamo trovato il cavallo: quel giorno erano arrivati da Kiev degli esperti dell’istituto zoologico dell’università di Kiev che hanno effettuato l’autopsia dell’animale per capire cosa fosse successo e hanno prelevato molti campioni da analizzare. Nel frattempo, il puledro si era aggregato ad un nuovo gruppo di cavalli, per nostra e sua fortuna.

Venerdì 19 è stato il mio ultimo giorno nella Zona: alle 10 sono partita con il bus e sono andata fino a Kiev, da lì ho preso il treno insieme a Sasha per andare in aeroporto. Qui ci siamo salutati e sono andata nella mia camera di albergo per riposarmi un po’.

Sabato 20 il mio aereo partiva verso le 10 e dopo aver superato tutti i controlli sono potuta ripartire per l’Italia.

Il tuo racconto è davvero stato molto minuzioso e ci hai raccontato di aver visto luoghi e animali molto particolari e di aver vissuto esperienze davvero uniche. Che cosa hai provato esattamente, mentre eri lì?

virgolette Per quanto riguarda le emozioni, quelle provate sono state molte. Prima di partire ero un po’ preoccupata sul fatto di intraprendere un viaggio del genere totalmente in solitaria, non avevo bene idea di come fosse là la situazione, se le persone fossero disponibili con me o meno, in più il fatto di non sapere la lingua mi preoccupava ancora di più. Tutto però è cambiato quando lunedì 7 ho incontrato Sergii e Denis che si sono subito mostrati disponibili nei miei confronti e per fortuna parlavano inglese molto bene. Mentre visitavo la zona provavo un misto di emozioni positive e non, infatti in mezzo c’era un po’ di tristezza. Le emozioni positive le provavo perché mi faceva molto piacere essere immersa nella natura con animali ovunque, silenzio e così via, ma da una parte ero triste perché sapevo che tutta quella natura era contaminata e ancora oggi la flora e la fauna ne soffrono e continueranno a soffrirne per migliaia e migliaia di anni.

Tutto sommato è stata un’esperienza molto positiva, ho potuto osservare realtà molto diverse dalla nostra a cui siamo abituati, nella Zona c’erano regole ben precise da seguire, c’era il coprifuoco notturno, militari ovunque, tutte cose a cui noi non siamo abituati. Nonostante tutte queste regole le persone sono molto disponibili e si preoccupavano che passassi il mio soggiorno al meglio. Anche a Kiev mi sono trovata bene, perché le persone erano gentili e cercavano di darmi indicazioni su come usare i bus, ad esempio. Anche se non conoscevano bene l’inglese ce la mettevano comunque tutta per aiutarmi. Quindi sarò molto contenta di ritornarci l’anno prossimo, verso maggio, per raccogliere altri dati (purtroppo quelli di quest’anno sono veramente pochi) e poter ancora restare ancora due settimane in questa riserva naturale.

Gli itinerari di Stella:

Da Milano a Kiev

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Dall’aeroporto Boryspil a Obolon

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Da Kiev a Chernobyl

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Da Chernobyl a Prypjat

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L’anno prossimo proverò a fare anche una piccola mappa in tempo reale dei luoghi visitati, così avrò mappe più precise dei miei spostamenti.

Ringrazio veramente di cuore Stella per aver condiviso con me e con tutti voi il suo viaggio di ricerca a Kiev, Cernobyl e Prypjat: un viaggio sicuramente particolare, unico nel suo genere.

Se anche voi volete condividere con me e con gli altri appassionati Vagabondi di viaggi le vostre avventure, allora leggete questo articolo e contattatemi al più presto! Non vediamo l’ora di conoscere le vostre storie!

I viaggi dei Vagabondi: la Jamaica secondo Irene e Giuseppe

Il primo articolo sui viaggi dei Vagabondi proviene da una coppia di viaggiatori abituali, Irene e Giuseppe, che hanno deciso di raccontarci il loro viaggio in Jamaica, svolto dal 2 al 10 giugno del 2018. Per loro, è stato il primo viaggio su un’isola caraibica, un’esperienza coinvolgente e divertente.

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Il meraviglioso mare della Jamaica

Il viaggio è stato organizzato tramite un’agenzia di viaggi che ha consigliato loro un hotel davvero meraviglioso, il Veraclub Negril, presso la località di Negril, nella parte occidentale dell’isola. Con un volo di 14 ore (comprensivo di scalo tecnico a Varadero, Cuba), Irene e Giuseppe sono approdati su una delle isole più carismatiche e pittoresche dei Caraibi.

Ma perchè proprio la Jamaica? Ci risponde Giuseppe

virgolette Per la nostra prima volta ai Caraibi volevamo visitare un luogo pittoresco e divertente, dove il divertimento non mancasse ma nemmeno il relax. Tutti abbiamo un’immagine ben precisa della Jamaica, un luogo di svago, patria del Reggae e del Reggaeton. Volevamo vedere se effettivamente un’isola caraibica fosse in grado di farci svagare ma al contempo rilassare.

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E Irene e Giuseppe sono tornati davvero felici ed entusiasti da questa esperienza!

Durante il loro soggiorno sono riusciti a rilassarsi e a godersi la tranquilla atmosfera jamaicana, attorniati da alcuni personaggi “sopra le righe” che con il loro motto “No Problem” offrivano cannabis da fumare sulla spiaggia: il consumo di erba è infatti legale in questa isola e molti turisti non perdono l’occasione di fumare questa droga.

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Non sono mancate le occasioni per partecipare a qualche escursione! Immancabile la traversata del fiume Black River per osservare il mangrovieto intricato e i coccodrilli americani (Crocodylus acutus), che numerosi popolano le rive del fiume. Oltre a ciò, una visita non poteva essere negata all’iconica Bamboo Avenue, una via molto importante percorsa dagli schiavi impiegati nelle piantagioni di tabacco e canna da zucchero. La strada è interamente bordata da piante di bamboo e conduce alle antiche piantagioni. Irene ci racconta:

virgolette Attraversare la stessa via percorsa dagli schiavi è stato molto toccante. Sembrava di vedere ancora queste persone piegate dal caldo afoso, in fila per accedere ai campi. Un’esperienza molto forte.

Non è mancato naturalmente il divertimento, con una bella gita tramite imbarcazioni locali verso il Pelican Bar in acqua: da qui si può godere di una vista mozzafiato sul Mar dei Caraibi, con tramonti davvero da cartolina! Un sorso di rum dentro ad una bella noce di cocco e tutto diventa magico.

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Una visita la meritava di certo il famoso Rick’s Cafe, un bar molto caratteristico situato in prossimità di una scogliera alta 30 metri, dove i locali e i turisti fanno a gara per il tuffo più spettacolare: esperienza davvero da provare!

Per ultima, ma non per importanza, l’escursione alle suggestive cascate Ys, luogo di pace e tranquillità immerso nella natura.

Per quanto riguarda la cucina, imperdibili sono le frittelle di gamberi piccanti, cucinate come street food in grossi barili, assieme all’immancabile pollo fritto. L’hotel con trattamento “All Inclusive” preparava delle specialità gustose, come il pesce locale alla piastra con riso bianco, una vera prelibatezza!

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Irene e Giuseppe sono rimasti colpiti da questo viaggio transoceanico che ha soddisfatto a pieno le loro aspettative. Consigliano questo tour a coppie di viaggiatori di tutte le età, ma non ai bambini, in quanto molti luoghi non erano accessibili per il giovanissimo pubblico.

I viaggi dei Vagabondi: l’esperienza degli amici del blog

Con questo anno nuovo, molte sono le novità che verranno apportate al blog di Donna Vagabonda. Grazie al sondaggio che viene condotto (cliccate qui per poterlo compilare), proprio voi sarete i protagonisti assieme a me e, naturalmente, alla voglia di viaggiare!

i viaggi dei vagabondi

Molti dei miei lettori viaggiano e condividono le loro emozioni sul gruppo Facebook di Donna Vagabonda (clicca qui per iscriverti anche tu), ma ora avranno la possibilità di raccontare tramite un articolo sul blog il proprio viaggio.

Come fare? Scopriamolo insieme!

Per redarre gli articoli, mi avvarrò delle vostre risposte a queste domande:

  1. Luogo e periodo del viaggio? (Sia la stagione che la durata del viaggio)
  2. Ho viaggiato con? (In solitaria, in coppia, in gruppo ecc)
  3. Perchè ho scelto questa località?
  4. Itinerario? (Descrizione dell’itinerario con particolare attenzione alle tappe svolte)
  5. Emozioni provate durante il viaggio: come ho vissuto questo viaggio?
  6. Hai delle foto del tuo viaggio?

Se lo si desidera, si può scrivere un testo unico oppure rispondere singolarmente alle domande, cercando di essere i più dettagliati possibile: la stesura deve essere un piacere, non un obbligo o un’imposizione! Le linee guida naturalmente servono per dare più informazioni possibili ai lettori.

Fotografie

Importante è la presenza di fotografie all’interno dell’articolo. Le fotografie devono essere state scattate dall’autore dell’articolo (o dai suoi accompagnatori). Non è necessario che siano state scattate da una macchina fotografica, vanno benissimo anche quelle scattate con lo smartphone o con il tablet, l’importante è che non vengano prese dal web e spacciate come proprie (lesione del Copyright!). Se non avete fotografie, non è un problema, le vostre emozioni sono molto più importanti!

Editing

Donna Vagabonda si riserva di modificare gli articoli pervenuti per adattarli allo stile del blog. Nessuna informazione verrà comunque distorta o modificata. L’editing serve solamente per dare “un po’ di pepe” ad un articolo e non è detto che per forza venga effettuato. L’articolo porterà la vostra firma, come pure le vostre fotografie. Donna Vagabonda non vuole appropriarsi dei contenuti originali altrui.

Invio del materiale

La richiesta di scrittura di un articolo e tutto il materiale inerente dovranno essere inviati via mail all’indirizzo donnavagabonda@gmail.com

L’invio di materiale sotto altra forma non verrà preso in considerazione.

Riceverete una mail di conferma della ricezione del materiale e sarete tenuti informati sulla data di pubblicazione del vostro articolo.

Pubblicazione

L’articolo verrà pubblicato sul blog e condiviso sui canali social (Facebook e Instagram). L’autore riceverà un piccolo premio per aver partecipato a questo progetto.

Non mi resta che aspettare i vostri splendidi articoli!