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I Viaggi dei Vagabondi: Cernobyl e Prypjat – di Stella

Continua  e si arricchisce la rubrica de “I Viaggi dei Vagabondi” con un contributo davvero ragguardevole, quello inviatomi da Stella Corona che riguarda il suo viaggio scientifico e di ricerca a Cernobyl, in Ucraina. Stella è stata molto dettagliata e precisa riguardo al suo racconto e ci tiene a fare qualche ringraziamento prima di farvi immergere in un mondo poco conosciuto:

virgolette Vorrei ringraziare per prima Francesca Gorzanelli che mi ha dato i contatti di Alexander, una delle guide: grazie a lui ho potuto conoscere tutto ciò che serve per visitare questa zona, in più mi ha dato contatti di persone che lavorano all’Ecocentre così da avere un laboratorio dove osservare le rane, oggetto del mio studio. Infine vorrei ringraziare tutto lo staff dell’Ecocentre che mi ha aiutata nel mio progetto.

Tengo a precisare che questo suo viaggio è un viaggio di ricerca e di studio, finalizzato alla relizzazione di uno studio scientifico e della sua tesi di laurea in scienze e tecnologie per la natura, non è stato un viaggio di piacere. Questi luoghi sono altamenti contaminati da radiazioni assai penetranti e assolutamente si sconsiglia l’ingresso nella zona di esclusione senza un’adeguata protezione e senza una guida.

i viaggi dei vagabondi

Stella è una ragazza di 23 anni, che ho avuto il piacere di conoscere anche di persona oltre che virtualmente, e una studentessa di scienze e tecnologie per la natura (il mio stesso percorso di studi ed è proprio grazie a ciò che l’ho conosciuta). Il suo viaggio si è svolto in piccola parte a Kiev e, per la maggiorparte, nella Zona di Esclusione di Chernobyl (CEZ) dal 5 al 20 luglio 2019.

virgolette Ho fatto questo viaggio in solitaria, dall’Italia non è venuto nessuno con me, ma a Kiev (dove sono atterrata) ho incontrato Natasha, una signora che lavora presso il paese in cui avrei risieduto e che si è offerta di aiutarmi nello spostamento dall’aeroporto al mio appartamento. Purtroppo, di Kiev non ho molte foto perché mi sono concentrata di più sulla Zona di Esclusione, ma l’anno prossimo mi impegnerò di più e proverò a fare anche un piccolo reportage sulla capitale dell’Ucraina.

Ma come mai hai scelto proprio Cernobyl come luogo dei tuoi studi in preparazione alla tesi di laurea?

virgolette Ho scelto questa località perché, nonostante la tragedia sia conosciuta praticamente in tutto il mondo, poche persone effettuano studi sulla flora e fauna presenti. Gli studiosi presenti nella CEZ (Zona di Esclusione) si occupano in particolare di mammiferi e uccelli, ma nessuno si occupa degli anfibi (così come di molte altre specie animali), ed il materiale presente in rete è davvero scarso, perciò, avendo già esperienza con gli anfibi, ho deciso di effettuare qualche ricerca su di loro.

Un progetto ambizioso quello di Stella, che l’ha coinvolta per un periodo non breve! Leggiamo insieme il suo diario di viaggio, ricco di esperienze e avventure.

virgolette Il mio viaggio è cominciato il 5 luglio. Verso le 13.40 sono atterrata a Kiev, Natasha è venuta ad aspettarmi assieme alla sua famiglia e in macchina mi hanno accompagnata al mio appartamento al quartiere Obolon, a nord di Kiev. L’appartamento prenotato con AirBnB era al decimo piano di un grosso palazzo, qui vive Kateryna, una signora che ha vissuto in Italia, quindi parlava molto bene la nostra lingua e le ho spiegato un po’ del mio progetto.

Il giorno dopo, sempre assieme a Natasha e alla sua famiglia, sono andata a visitare la città. Siamo passati su un grande ponte pedonale sul fiume Dnepr da cui si vedeva gran parte della città, dopodiché abbiamo visitato alcune chiese ortodosse e ho anche potuto assistere ad una parte della loro messa. Le loro tradizioni e le loro chiese sono molto diverse dalle nostre, gli edifici sono ornati d’oro, con molti mosaici e dipinti. La tappa successiva è stata al museo dei carri armati. Questo era un museo in parte all’aperto e in parte al chiuso.

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La sera stessa dovevo incontrare Alexander, la persona che da gennaio ha organizzato la mia visita nella CEZ per parlare e per vederci finalmente dal vivo. Per fortuna parlava benissimo l’ italiano, quindi abbiamo potuto esprimerci al meglio. Prima però ho dovuto fare una tappa all’Epicentr, un grande centro commerciale dove dovevo reperire alcune scatole in plastica dove mettere temporaneamente le rane raccolte. Per raggiungere questo luogo ho utilizzato una maršrutka, un mezzo di trasporto tipico nei paesi dell’est Europa: questi mezzi sono delle specie di taxi collettivi che effettuano una tratta in particolare, ma sono più piccoli dei bus normali, solitamente possono trasportare fino a 14 persone.

La mattina di lunedì 8 luglio, sono partita per Chernobyl: dopo un viaggio di circa un’ora e mezza ho raggiunto il check point di Dytyatky, l’inizio della Zona di Esclusione dei 30 chilometri. Qui sono dovuta scendere dall’auto e registrarmi come visitatrice nella zona, in più i militari hanno fatto alcuni controlli di sicurezza ai miei bagagli. Dopo un piccolo tour in un paese abbandonato, io e i miei responsabili siamo giunti al centro di ricerca: qui Evgenii e Svetlana, studiosi e accompagnatori, mi stavano aspettando e subito mi hanno accompagnata sulle rive del fiume Uzh a cercare le prime rane. Questa zona non era radioattiva, così come non lo è la città di Chernobyl (al contrario di quello che molta gente pensa), però mi serviva raccogliere dati anche dalle zone “pulite” per avere dei confronti sugli animali prelevati in zone contaminate (il cosiddetto gruppo di controllo).

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Purtroppo, in tutta la giornata ho trovato una sola rana nonostante fossimo stati molto tempo sulle rive del fiume e in zone dove mi han detto che solitamente vedevano molti di questi animali.

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Barca abbandonata sulle rive del fiume Uzh

Nel pomeriggio ho osservato la rana, ho preso alcune misure con il calibro e ho scattato delle fotografie. A vederla dall’esterno sembrava un animale in ottima salute, aveva buoni riflessi ed era molto vigile. Non avendo fatto esami genetici e anatomici non è stato possibile ricavare ulteriori informazioni (le analisi genetiche dovrei farle l’anno prossimo, mentre per analisi di anatomia interna ho deciso che le effettuerò solo nel caso trovassi animali morti, preferisco non sacrificare alcun animale).

Il giorno dopo mi sono svegliata alle 5 per andare assieme ad Evgenii e Svetlana a cercar rane: per questa occasione si sono aggiunti anche Vladimir e Vadim. Vladimir è uno studioso che lavora con gli insetti, mentre Vadim è un cosiddetto “Samosely”, cioè una di quelle persone che è tornata a vivere in queste zone nonostante il divieto del governo, lui è nato l’anno prima che succedesse il disastro e abitava proprio a Prypjat, la città della centrale nucleare.

Nonostante quedta nuova uscita, a Stella la fortuna sembrava proprio non girre dato che, anche questa volta, è riuscita a trovare soltanto una rana da poter studiare, in una zona non radioattiva.

virgolette Mercoledì 10 luglio ho incontrato Katya, una ragazza che ha studiato i pesci del fiume Prypjat e assieme a Sergii, Evgenii e Sasha (altri ragazzi che lavorano al centro) siamo andati nella Zona di Esclusione dei 10 chilometri. Questa zona è quella più contaminata e vicina alla centrale nucleare. Prima di entrare c’è un altro check-point in cui si fanno controlli ai vari bagagli e si segna chi entra e chi esce. Abbiamo tardato un po’ questa spedizione perché in mattinata il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelens’kyj, era in visita alla città. La sua visita aveva come scopo quello di firmare un decreto per migliorare la CEZ per i turisti e mostrare Chernobyl al mondo, per un rilancio turistico di questa zona del Paese.

Per prima cosa ci siamo diretti in una zona dove era presente un piccolo fosso e alcuni stagni e qui ho trovato un esemplare di ululone dal ventre rosso (Bombina bombina) e una rana verde. Il contatore Geiger, strumento che ho sempre portato con me e che misura le radiazioni presenti in una determinata zona, segnava 0.70μSv/h, un valore abbastanza alto, ma non il più alto che ho trovato (i valori di pericolo sono segnati nella tessera in foto, come riferimento ho usato il valore al centro, il μSv/h).

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Tabella per le radiazioni

Ci siamo spostati poi sulle sponde di un piccolo laghetto senza nome e lì la radioattività era più alta, 2.85μSv/h e qui abbiamo trovato 5 rane. Abbiamo poi visitato uno stagno in cui il contatore Geiger segnava 5.16μSv/h: questo è stato il sito più prolifico perché abbiamo trovato ben 19 rane verdi. Infine, nell’ultimo sito visitato che segnalava 57.17μSv/h radiazioni, ne abbiamo trovate altre 10. Questa giornata è stata molto proficua e abbiamo trovato molti animali, per questo ero molto soddisfatta.

Prima di uscire dalla zona dei 10 chilometri abbiamo dovuto testare il livello di radiazioni assorbite dal corpo passando attraverso un macchinario (di cui purtroppo non ho foto mie) dove dovevamo appoggiare mani, piedi e testa sopra dei particolari sensori. Se il livello di radiazioni fosse rimasto nella norma si sarebbe accesa una luce verde, altrimenti avremmo dovuto sottoporci ad ulteriori accertamenti. Per fortuna nessuno di noi ha mai assorbito troppe radiazioni.

Di sicuro uno studio temerario e molto coraggioso, ma assolutamente fondamentale per capire gli effetti delle radiazioni sulla fauna locale, anche in previsioni di eventuali altri disastri nucleari.

virgolette Giovedì 11 e venerdì 12 sono rimasta in laboratorio a misurare tutte le rane per poi rilasciarle. Dato che gli uffici sono chiusi per il weekend, sono tornata a Kiev per un breve tour della città fino a lunedì 15, quando due ricercatori del centro ricerche rapaci sono venuti a prendermi a Kiev insieme a Katya per tornare a Chernobyl. Purtroppo, il tempo non era molto buono, ma io dovevo piazzare alcune trappole per gli insetti, perché volevo fare alcune ricerche anche su di loro, quindi assieme ai due ricercatori e a Sasha siamo andati in una prima zona abbastanza contaminata e ho piazzato le trappole. Nel frattempo, sono stata con i ricercatori ad osservare alcuni rapaci presenti, ma dato il cattivo tempo abbiamo avvistato solo tre gheppi (Falco tinnunculus). Ho però avuto l’opportunità di scattare una foto ad un piccolo uccellino: un’averla piccola femmina (Lanius collurio) che, nonostante il brutto tempo, se ne stava ferma su un cespuglio. Dopo queste osservazioni sono andata in altre zone a piazzare le trappole.

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Il giorno successivo non ho avuto nulla da fare perché le trappole dovevano rimanere nel terreno qualche giorno (io per carenza di tempo le ho lasciate solo due giorni). La giornata di martedì era molto piovosa e quindi non ho potuto fare nulla di interessate nella Zona e sono rimasta in ufficio a studiare per un esame che avrei dovuto dare il 22 luglio.

Mercoledì il tempo era migliorato, quindi abbiamo pianificato un viaggio a Prypjat, la città fantasma dove è successo tutto. Verso le 11 io e gli altri ricercatori siamo partiti di nuovo per la Zona dei 10 chilometri. Di nuovo ci siamo dovuti fermare al check-point per i controlli e poi via verso la città: nella parte più esterna del perimetro della città è presente una vecchia fabbrica in cui si allevavano pesci e che dopo il disastro è diventata l’ufficio di alcuni ricercatori, oggi completamente abbandonata.

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Dopodichè ci siamo diretti verso l’ormai famoso parco divertimenti della città: non tutti sanno che questo parco non è mai stato aperto al pubblico perché doveva essere inaugurato per la festività del primo maggio 1986, quattro giorni dopo il disastro. Sono presenti tre giostre, l’autoscontro, una piccola calcinculo e la famosissima ruota panoramica. La visita proseguiva al centro sportivo cittadino in cui era presente un campo da basket e una piscina. Il centro sportivo è stato chiuso definitivamente nel 2000 in contemporanea alla chiusura della centrale nucleare, perché, nonostante il disastro, essa ha continuato a funzionare per altri 14 anni e con essa anche alcune strutture della città per permettere ai lavoratori di svagarsi.

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Tappa successiva, la scuola: nell’edificio erano ancora presenti moltissimi libri e oggetti didattici che si usano normalmente nelle scuole, come volumi per imparare a scrivere, per imparare la matematica e così via. Alcuni erano ben conservati, mentre altri erano sparsi a terra e rovinati dal tempo e forse anche dal vandalismo (cosa che non manca nella Zona, purtroppo).

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L’Hotel Polissya

Abbiamo poi visto dall’esterno l’Hotel Polissya, il famoso albergo della città: so che molte persone salgono fino alla cima per ammirare il panorama della città desolata, ma quel giorno noi non siamo saliti. Ho poi chiesto di poter vedere la torre di raffreddamento della centrale dall’interno (l’altra è quasi completamente smantellata). All’interno della torre si può entrare e sono rimasta sorpresa di vedere molti uccelli volarci dentro e ho notato la presenza di tantissimi nidi di gheppio con i piccoli ormai già pronti a volare.

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Nonostante la contaminazione la vita va ancora avanti, anche se, quasi sicuramente, quei poveri gheppi non avranno una aspettativa di vita pari ai loro conspecifici di altre zone. All’interno della torre erano presenti delle ossa di qualche animale sparse in giro, forse di alce. Magari il frutto di una predazione da parte di qualche lupo oppure una morte naturale dell’animale stesso.

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Piccoli gheppi

virgolette Altra tappa è stata il New Safe Confinement (NSC), una grande struttura che serve a proteggere il reattore esploso e ad evitare che grandi quantitativi di radiazioni fuoriescano da esso (sotto l’NSC ho misurato circa 1.5μSv/h). La struttura è destinata a durare 100 anni, dopodiché bisognerà costruirne un altro e così via: questo perché il tempo di decadenza della radioattività durerà milioni di anni.

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Dopo la visita alla città siamo passati vicino alla pozza di raffreddamento e ad alcuni stagni molto contaminati da Stronzio 90 e Cesio 137: qui ho potuto osservare da lontano alcune gru per il carico e scarico merci delle navi che approdavano al porto di Prypjat. Dopo il disastro esse sono state usate per trasportare il materiale contaminato sulle navi per portarlo allo smaltimento.

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Nell’ultima tappa ho potuto osservare un braccio meccanico utilizzato per scoperchiare il reattore 4, ancora oggi è pericolosamente radioattivo ed emana 65.15μSv/h, il valore più alto che ho registrato personalmente nella Zona (anche se sicuramente non il più alto, perché i sotterranei dell’ospedale sono ancora pieni delle tute usate dai liquidatori per spegnere l’incendio in alcuni punti si possono raggiungere valori di 1mSv/h, equivalente a 1000μSv/h).

Sempre nel pomeriggio del giorno stesso siamo andati a recuperare le trappole per insetti. Nell’ultimo sito dove ho posizionato le trappole ho assistito ad una scena davvero toccante: alcune persone ci hanno chiamato per farci notare che c’era un cavallo di Przewalski morto con il suo puledro disperato, perché non capiva come mai la madre fosse a terra. È stata un’esperienza molto triste osservare questa scena. L’animale a terra non aveva tracce di predazione e molto probabilmente è morto per l’accumulo di qualche sostanza all’interno del corpo (gli elementi contaminanti più presenti sono lo Stronzio 90 e il Cesio 137, ma anche altri come lo Iodio 129, Americio 241, Plutonio 238, 239 e 240, Cerio 144 ed Europio 154, tutte sostanze radioattive che se accumulate nell’organismo provocano danni e infine portano alla morte).

Questo ci fa comprendere come sia davvero sconsigliato avvicinarsi ad un luogo del genere senza l’adeguata consapevolezza e le giuste protezioni.

virgolette Giovedì 18 ho iniziato a identificare gli insetti trovati e vedere se ci sono state differenze nella quantità tra le varie zone. Come pensavo, nella zona più contaminata (questa volta era di 1.40μSv/h) c’erano molti meno insetti rispetto alla zona “pulita” con 0.19μSv/h. Nel pomeriggio sono andata insieme ai ricercatori nel luogo dove il giorno prima abbiamo trovato il cavallo: quel giorno erano arrivati da Kiev degli esperti dell’istituto zoologico dell’università di Kiev che hanno effettuato l’autopsia dell’animale per capire cosa fosse successo e hanno prelevato molti campioni da analizzare. Nel frattempo, il puledro si era aggregato ad un nuovo gruppo di cavalli, per nostra e sua fortuna.

Venerdì 19 è stato il mio ultimo giorno nella Zona: alle 10 sono partita con il bus e sono andata fino a Kiev, da lì ho preso il treno insieme a Sasha per andare in aeroporto. Qui ci siamo salutati e sono andata nella mia camera di albergo per riposarmi un po’.

Sabato 20 il mio aereo partiva verso le 10 e dopo aver superato tutti i controlli sono potuta ripartire per l’Italia.

Il tuo racconto è davvero stato molto minuzioso e ci hai raccontato di aver visto luoghi e animali molto particolari e di aver vissuto esperienze davvero uniche. Che cosa hai provato esattamente, mentre eri lì?

virgolette Per quanto riguarda le emozioni, quelle provate sono state molte. Prima di partire ero un po’ preoccupata sul fatto di intraprendere un viaggio del genere totalmente in solitaria, non avevo bene idea di come fosse là la situazione, se le persone fossero disponibili con me o meno, in più il fatto di non sapere la lingua mi preoccupava ancora di più. Tutto però è cambiato quando lunedì 7 ho incontrato Sergii e Denis che si sono subito mostrati disponibili nei miei confronti e per fortuna parlavano inglese molto bene. Mentre visitavo la zona provavo un misto di emozioni positive e non, infatti in mezzo c’era un po’ di tristezza. Le emozioni positive le provavo perché mi faceva molto piacere essere immersa nella natura con animali ovunque, silenzio e così via, ma da una parte ero triste perché sapevo che tutta quella natura era contaminata e ancora oggi la flora e la fauna ne soffrono e continueranno a soffrirne per migliaia e migliaia di anni.

Tutto sommato è stata un’esperienza molto positiva, ho potuto osservare realtà molto diverse dalla nostra a cui siamo abituati, nella Zona c’erano regole ben precise da seguire, c’era il coprifuoco notturno, militari ovunque, tutte cose a cui noi non siamo abituati. Nonostante tutte queste regole le persone sono molto disponibili e si preoccupavano che passassi il mio soggiorno al meglio. Anche a Kiev mi sono trovata bene, perché le persone erano gentili e cercavano di darmi indicazioni su come usare i bus, ad esempio. Anche se non conoscevano bene l’inglese ce la mettevano comunque tutta per aiutarmi. Quindi sarò molto contenta di ritornarci l’anno prossimo, verso maggio, per raccogliere altri dati (purtroppo quelli di quest’anno sono veramente pochi) e poter ancora restare ancora due settimane in questa riserva naturale.

Gli itinerari di Stella:

Da Milano a Kiev

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Dall’aeroporto Boryspil a Obolon

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Da Kiev a Chernobyl

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Da Chernobyl a Prypjat

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L’anno prossimo proverò a fare anche una piccola mappa in tempo reale dei luoghi visitati, così avrò mappe più precise dei miei spostamenti.

Ringrazio veramente di cuore Stella per aver condiviso con me e con tutti voi il suo viaggio di ricerca a Kiev, Cernobyl e Prypjat: un viaggio sicuramente particolare, unico nel suo genere.

Se anche voi volete condividere con me e con gli altri appassionati Vagabondi di viaggi le vostre avventure, allora leggete questo articolo e contattatemi al più presto! Non vediamo l’ora di conoscere le vostre storie!

Scoprendo Pavia: l’Università

Da grande affezionata della mia città, voglio aprire una nuova rubrica che racconti i segreti di Pavia, sempre in ottica “vagabonda”, con il mio stile.

Iniziamo con un piccolo spaccato di storia, scoprendo le radici di Ticinum Papia.

Il primo insediamento in area pavese si deve ad antiche popolazioni della Gallia, probabilmente Levi, Marici o Insubri. La città vera e propria venne però fondata dai Romani, e questo è ben evidente dalla pianta rimasta intatta, a castrum (accampamento militare). Con il declino dell’Impero Romano, la città venne saccheggiata ripetutamente fino alla conquista dei Longobardi, che nel 572 ne fecero la capitale del loro regno in ascesa: da questo momento la città assunse il nome di Papia, perdendo il toponimo di Ticinum affibiatole dai Romani.

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Facendo un piccolo balzo, arriviamo all’epoca di Federico Barbarossa: Pavia fu fedele all’imperatore durante le guerre con la Lega Lombarda. Successivamente venne annessa al Ducato di Milano, sotto il dominio della famiglia Visconti. E’ il 1360.

Pavia torna protagonista sulla scena europea grazie alla famosa Battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 tra i Francesi e gli Imperiali spagnoli: questi ultimi furono i vincitori perché il capitano di ventura Cesare Hercolani, ferendo il cavallo del re Francesco I di Francia, ne permise la cattura, meritandosi il soprannome di vincitore di Pavia e la gratitudine dell’imperatore spagnolo Carlo V d’Asburgo.

Successivamente, la città vide molte dominazioni dal XVIII al XIX secolo: spagnoli, francesi ed austriaci se la contesero insieme ad altre grandi città lombarde, fino al 1859 quando divenne parte del Regno di Sardegna, il futuro Regno d’Italia.

Pavia è dunque una città ricca di storia e di fascino, che conserva molto bene gli antichi splendori del passato. Molti illustri personaggi sono passati da qui, tra cui Napoleone Bonaparte, Ugo Foscolo, Ada Negri, Camillo Golgi, Lazzaro Spallanzani, Maria Teresa d’Austria, e tanti altri ancora. Tutti, a loro modo, hanno contribuito alla grandezza di questa città, oggi ancora molto visitata da turisti attirati dalle sue bellezze architettoniche e dai suoi monumenti.

Con questa rubrica vorrei farvi conoscere più nel dettaglio i suoi luoghi, i suoi scorci, la sua storia.

Dopo l’Orto botanico, il Castello Visconteo, Piazza della Vittoria e la Basilica di San Michele, il Ponte Coperto, e le Torri medioevali, della Chiesa di Santa Maria del Carmine, ora è la volta dell’Università di Pavia.

L'Università

L’Università di Pavia, spesso abbreviata con UNIPV, è una delle più antiche università al mondo, dato che è stata fondata nel 1361. La sua storia però inzia prima, nel 825 quando l’imperatore Lotario I costituì a Pavia la scuola di retorica per i funzionari del regno. Per tutto il periodo medioevale la scuola fu in fiorente attività; nell’XI secolo, la città di Pavia divenne sede anche di un’attestata scuola giuridica. Man mano che il tempo passava, si aggiungevano nuove scuole e nuovi studi al protoimpianto di Università: nel 1361 nacque lo Studium Generale grazie a Galeazzo II Visconti che ottenne il decreto di fondazione dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo. Lo Studium aveva gli stessi privilegi di quelli delle scuole di Parigi, Bologna, Oxford, Orléans e Montpellier. Lo Studio era costituito in realtà da due Università distinte, quella dei giuristi (Diritto Civile e Canonico) e quella degli artisti (Medicina, Filosofia e Arti liberali). A capo dell’Università veniva eletto annualmente un rettore che era in genere uno studente che avesse superato i venti anni. Si conferivano gradi accademici a tre livelli: il bacellierato, la licenza e il dottorato.

A causa di vari avvenimenti (soprattutto militari), l’Ateneo versò in una situazione di crisi fino al 1412, anno in cui riprese a funzionare regolarmente.

La nascita dell’Università portò benefici e giovamenti alla città dato il continuo affluire di studenti provenienti sia dagli altri stati italiani che dai paesi europei che proprio in questa città si stabilivano per lo studio del diritto, delle arti e della medicina. Nel XV secolo nacquero anche i primi collegi che subito proliferarono grazie a moltissimi studenti indigenti patrocinati dalle ricche famiglie milanesi e pavesi.
Nel campo degli studi filosofici e letterari va ricordato l’insegnamento di Lorenzo Valla, in quello di diritto, di Giasone del Maino.

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Ma non sempre l’Università vide periodi di luce, anzi. A causa della battaglia di Pavia e dei danni ingenti che la città subì, stretta dall’assedio da parte degli spagnoli e dei lanzichenecchi tedeschi, l’Università sprofondò in una nuova crisi che continuò per alcuni anni e culminò con l’avvento dell’epidemia di peste del 1630 che colpì diverse zone dell’Italia settentrionale.

Solo dalla seconda metà del 1700 avvenne la vera rinascita, grazie ai grandi sovrani austriaci Maria Teresa d’Austria e Giuseppe II d’Asburgo-Lorena che apportarono rilevanti riforme amministrative, e permisero la nascita della Scuola anatomica pavese. A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, l’Ateneo divenne uno dei migliori d’Europa (e del mondo), annoverando accademici come il fisico Alessandro Volta (che ricoprì anche la carica di rettore), gli anatomisti Antonio Scarpa e Lazzaro Spallanzani, il matematico Lorenzo Mascheroni.

La scia dei successi e dei grandi nomi non abbandonò l’Università tanto da raggiungere l’apice del suo splendore con la ricezione del Premio Nobel, nella persona del medico e istologo Camillo Golgi. Nel corso degli anni settanta del ‘900, alle facoltà tradizionali si sono aggiunte quella di Economia e Commercio e di Ingegneria. Infine, negli anni ottanta l’ateneo assunse l’attuale fisionomia attraverso l’edificazione del polo sede della facoltà Ingegneria, nato da un progetto dell’architetto Giancarlo De Carlo. A seguito di ulteriori ampliamenti, è stato creato un vero e proprio campus che ospita ad oggi laboratori di ricerca, laboratori didattici e uffici di svariati corsi di laurea anche di ambito scientifico (come Matematica, Geologia, Scienze Naturali, Biologia). Il campus, chiamato simbolicamente “La Nave” grazie alla disposizione degli edifici che lo fanno assomigliare proprio ad una imbarcazione, ospita anche l’Istituto di Genetica Molecolare (IGM-CNR) e l’EUCENTRE, centro di eccellenza per il rischio sismico, ed è sito in Via Adolfo Ferrata n.1.

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Dopo questa breve e sintetica descrizione delle vicende dell’Ateneo, vorrei parlarvi dell’edificio storico, sito in Strada Nuova.

In origine non esisteva un unico edificio destinato agli studi: le lezioni si tenevano nelle case private e nei conventi che offrissero locali adatti, o nello stesso palazzo del Comune. Solo sul finire del quattrocento, Ludovico il Moro destinò allo Studium un palazzo in Strada Nuova appartenuto ad Azzone Visconti. L’edificio, che confinava con l’Ospedale San Matteo, a seguito della ristrutturazione cinquecentesca (1534) presentava già due cortili a loggiati sovrapposti che corrispondono approssimativamente a quelli attuali di Volta e dei Caduti. In origine i due cortili erano conosciuti come Legale (Volta) e Medico (Caduti) dagli insegnamenti ospitati nelle aule delle due parti: quello meridionale ospitava le lezioni di diritto civile e canonico, mentre in quello settentrionale erano collocati gli spazi della medicina, filosofia e arti. Il Cortile Volta deve la denominazione corrente alla presenza della statua di Alessandro Volta scolpita da Antonio Tantardini nel 1878 in occasione del centenario della nomina di Volta a professore di fisica sperimentale a Pavia. Volta è raffigurato in toga professionale con la pila nella mano sinistra.

Nei muri perimetrali, sotto il portico si possono ammirare numerose pietre tombali e epigrafi in memoria. Le più antiche e interessanti risalgono al XV e XVI secolo e sono dedicate ad alcuni dei più famosi insegnanti di Pavia. Oltre a questi due cortili, degni di nota sono il “Cortile delle Magnolie”, dove sorgono alcune piante di Magnolia che ombreggiano i tavoli destinati agli studenti, e il Cortile delle Statue che ospita le statue di illustri personaggi che han fatto la storia dell’università di Pavia: Camillo Golgi, Antonio Bordoni, Luigi Porta Pavese, Bartolomeo Panizza.

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Nel XVIII secolo, Maria Teresa d’Austria, nell’ambito del suo nuovo piano per una migliore direzione e riordino dell’Università, propose una modernizzazione dell’antico edificio. L’incarico fu affidato all’architetto Giuseppe Piermarini che si occupò della facciata e dei cortili, dove arrotondò gli archi e sostituì la copertura a cassettoni dei loggiati con soffitti a volta. Fu durante questo periodo che fu costruita l’aula Foscolo, che nel 1782 fu decorata da Paolo Mescoli.

Nel 1932, dopo che i dipartimenti medici furono trasferiti nella loro nuova sede in viale Golgi, l’Università si espanse ulteriormente ed acquistò l’ampio complesso del XV secolo che un tempo apparteneva all’Ospedale San Matteo.

L’Università, nella sua sede centrale, ospita anche alcune “Aule Storiche” dove si tengono convegni e sedute di laurea, ma di queste ve ne parlerò presto in un nuovo articolo.

Studiare presso l’università di Pavia per me è stato un vero onore: la sua storia, come avete letto, è costellata di successi e di nomi illustri che hanno calcato i pavimenti delle aule. Speriamo che l’Ateneo pavese possa risplendere sempre di luce propria e che possa ospitare altre menti eccelse, liberi pensatori e iniziative culturali sempre di rilievo.

Un mese ad Heidelberg: Heidelberg e le sue meraviglie

Nell’estate del 2017 ho deciso di intraprendere un viaggio in solitaria per studiare il tedesco e così mi sono iscritta alla International Summer School of German Language di Heidelberg, tutta frebbricitante per la nuova avventura che stava per cominciare. Detto fatto, dopo l’iscrizione in un batter d’occhio era ora di partire! E così, dal 2 agosto al 2 di settembre mi sono trasferita ad Heidelberg, per vivere questa emozionante esperienza in terra teutonica.

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La statua della Madonna con Bambino a Kornmarkt ed il Castello sullo sfondo

Questa rubrica non può che iniziare con la sua protagonista, Heidelberg, perla del Baden-Württemberg, città storica incastonata nella valle del fiume Neckar.

La città è un importante centro industriale grazie alle numerose industrie del tabacco, meccaniche, elettrotecniche e cartarie. E’ tuttavia per l’Università che questo centro è conosciuto: l’Università di Heidelberg è la più antica della Germania, fondata del 1386 da Roberto I.

La città fu fondata nel XII secolo ma la sua storia risale fino al tempo dei Celti e dei Romani, che si stabilirono qui su insediamenti già esistenti dell’età della pietra. Nei pressi di Heidelberg, Daniel Hartmann scoprì il 21 ottobre 1907 la mandibola del noto Homo heidelbergensis, da cui deriva il più famoso Homo neanderthalensis. I resti sono conservati al Museo del Palatinato (leggi la mia visita in questo articolo).

La più antica testimonianza scritta su Heidelberg è del 1196 e la costruzione primitiva del suo famoso castello fu innalzata nel XIII secolo. Il Palatinato, regione storica in cui si trova Heidelberg, divenne sempre più importante nel Medioevo, e i suoi Conti divennero elettori del Sacro Romano Impero grazie alla Bolla d’oro del 1356. Nel 1386 Roberto I fondò l’Università ed Heidelberg si porta così sulla scena della storia.

Nell’ultima legge promulgata dal Sacro Romano Impero (Reichsdeputationshauptschluss), il Palatinato fu abolito, e i territori alla destra del Reno, quindi anche Heidelberg, furono riuniti al Granducato di Baden.

All’inizio del secolo XIX la città sul Neckar divenne uno dei luoghi simbolici del romanticismo tedesco.

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Con l’avvento del Nazismo, la città fu sconvolta dalla persecuzione razziale e dalle deportazioni (numerose sono infatti le pietre d’inciampo poste in tutta la città). Più di 6000 Ebrei vennero deportarti nei campi di concentro, la maggiorparte a Dachau (leggi il mio viaggio a Dachau, in questo articolo). Heidelberg era una città importante per la Wehrmacht, piena di ospedali militari, che non subì pesanti bombardamenti. Il 29 marzo del 1945 l’esercito tedesco fece saltare il Ponte Vecchio durante la ritirata, il giorno dopo le truppe americane entrarono in città senza incontrare resistenza.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale Heidelberg rifiorì e divenne un centro turistico rinomato in tutta l’Europa.

Chi la visita per la prima volta, non può che rimanere sbalordito dal profumo di storia che si respira in questa città: da Marktplatz, a Bismarckplatz, moderno ed antico si amalgamano in un tripudio di bellezza. Che si arrivi in auto o in treno, Heidelberg è ben servita di parcheggi e mezzi pubblici.

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Per le tappe prettamente “turistiche” non si può non visitare il suo Castello, che domina tutta la città dalla sua posizione sopraelevata, il Ponte Vecchio, ricostruito esattamente come l’originale, il Carcere studentesco (leggete del Carcere in questo articolo), luogo affascinante e ricco di leggende, la festosa Hauptstraße ricca di negozi all’ultima moda, la Heiliggeistkirche,
imponente chiesa protestante di Marktplatz.

I palazzi storici e il fiume Neckar incorniciano questa città meravigliosa e vivibile, che offre tanto di giorno quanto di sera: se durante le ore più calde possiamo rilassarci all’ombra degli alberi del giardino del Castello, di notte la città si anima di giovani che frequentano i numerosi Kneipe di Untere Straße, ritrovi musicali e ricchi di vita.

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Se la giornata è bella, si può fare un piacevole giro in battello sul Neckar, con la possibilità di effetuare crociere anche in altre città con punto di partenza Heidelberg. Gli amanti delle passeggiate non disdegneranno la Philosophenweg, la camminata dei filosofi, un percorso tra i boschi che ci permette di scorgere la città dall’altra sponda del fiume, e Königstuhl, il punto più alto della città, raggiungibile tramite la stessa cabinovia che collega il centro storico con il Castello (biglietto acquistabile con un sovrapprezzo).

Da ricordare come attrazioni lo Zoo di Heidelberg, nel quartiere di Neunheim, e i vari negozi dell’antiquariato, sparsi in tutta la città.

Per gli amanti della squisita cucina tedesca, consiglio vivamente i ristoranti Weisser Schwan (in Hauptstraße) e Vetter’s Alt Heidelberger Brauhaus (in Steingasse). Se invece siete nostalgici e avete voglia di un buon espresso italiano, niente è meglio di Peppino, sempre in Hauptstraße, dove l’ospitalità è di casa e dove potrete ritrovare il gusto autentico della nostra amata Italia.

Non mi rimane che consigliarvi questa città, anche per viverci, perchè una volta visitata, ve ne innamorete letteralmente.