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Diario di viaggio: Romagna, San Marino, Marche – Giorno 1

Questo è un Diario di Viaggio un po’ particolare, il primo che riguarda un viaggio del 2020. Questo viaggio, scelto un po’ per caso e un po’ per curiosità, è capitato forse in un momento davvero particolare e un po’ sfortunato perchè si è svolto all’inizio dell’emergenza per il famoso COVID – 19, o Coronavirus. Voglio però dare una rassicurazione: quando abbiamo effettuato questo viaggio io e Gabriele non provenivamo dalla zona rossa, i casi erano ancora circoscritti e non si erano adottate misure restrittive se non la chiusura dei musei e la sospensione delle attività fieristiche. Nessuno di certo si poteva immaginare che il tutto degenerasse così velocemente.

Spero comunque che questo Diario di Viaggio riesca a tenervi compagnia e vi faccia distrarre da questo antipatico periodo.

Dopo questa triste premessa partiamo con il racconto di questo intrigante viaggio che ha toccato lo Stato di San Marino e due regioni ricchissime di storia e di paesaggi mozzafiato: l’Emilia Romagna e le Marche. Siamo partiti il 27 febbraio in una limpida giornata di metà inverno, pieni di speranze su quello che avremmo visto: c’erano i tanti castelli, Rimini, San Marino e la sua leggendaria storia, e chissà quanto potevamo visitare!

Diario di viaggio Romagna - San Marino - Marche

La prima tappa di questo tour ha toccato la Romagna, una terra che “non fu mai senza guerra ne’ cor de’ suoi tiranni (Inferno, Canto XXVII)”, dominata da numerose dinastie tra cui quella dei Malatesta, dei Montefeltro, degli Ordelaffi, degli Sforza e infine resa docile dal Valentino che qui ha violentemente picchiato la sua scure decidendo la fine di rivalità e contese. Una terra arrabbiata ma tremendamente orgogliosa, ricca di uomini litigiosi e fieri e oggi incredibilmente accogliente. La Romagna in realtà la conosco bene per quanto riguarda le sue coste e le sue spiagge: per più di 12 anni sono stata sua ospite ed essa mi ha cullato e viziato. La Romagna, ubriaca di vita e affamata di gloria. Semplicemente una terra da vivere.

Dopo circa tre ore di auto siamo giunti presso la nostra struttura ricettiva, il Guest House la Fattoria: Clemente, il cordiale proprietario, ci ha assicurato il nostro appartamento nonostante l’inizio delle problematiche legate all’epidemia e ci ha accolto presso il nostro alloggio con un pensiero più che gradito! Per tutta la durata del soggiorno si è assicurato che tutto procedesse per il meglio: un vero padrone di casa insomma, che non ci ha mai fatto sentire soli nonostante il periodo davvero particolare.

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Un pensiero più che gradito!

L’appartamento, grande il giusto e dotato di tutto il necessario, è immerso nelle verdi campagne di Santarcangelo di Romagna ed è vicino sia alla città di Santarcangelo che al centro commerciale Romagna Shopping Valley (per ogni necessità). Sistemata la valigia ci siamo subito diretti verso Santarcangelo, curiosi di scoprire questa cittadella medioevale di cui tanto ho sentito parlare durante la mia infanzia e adolescenza: da piccola infatti andavo al mare tutti gli anni a Bellaria e la radio della spiaggia trasmetteva sempre la pubblicità di questo borgo. In quel periodo non ci fu mai occasione vera per andarci ma finalmente ora potevo vederlo con i miei occhi. Avevo preso precedenti accordi con lo IAT di Santarcangelo ma, vista l’emergenza, tutte le attività concordate con il gentile staff sono saltate: vediamo il lato positivo, questo è un motivo in più per tornare in questi straordinari luoghi!

Santarcangelo di Romagna è una città di modeste dimensioni che fa parte della Provincia di Rimini, bagnata dai fiumi Uso e Marecchia e situata sul colle Giove, alto circa 90 metri s.l.m.

Durante l’epoca romana da Santarcangelo passava la via Emilia, che collegava Ariminum (Rimini) con Placentia (Piacenza) per poi continuare, grazie a un prolungamento successivo, fino a Milano (Mediolanum). Il paese fu dominato dal XIII secolo dai conti Ballacchi che vennero poi spodestati dai Malatesta di Rimini, nel XV secolo. I Malatesta presero anche possesso del Castello (rinominato tuttora Rocca Malatestiana), risalente alla fine del IX secolo. Dopo molte battaglie il castello e Santarcangelo finirono sotto il dominio della famiglia Da Montefeltro provenienti dalle Marche (leggete qui il mio articolo su Urbino) nel 1462 per poi passare nuovamente sotto i Malatesta. Abbandonata dalla famiglia riminese, la Rocca passò ai Veneziani che la cedettero alla Santa Sede nel 1505. Nel 1903 fu acquistata dai Conti Rasponi dai quali, per eredità, è giunta ai conti Spalletti e quindi ai Colonna di Paliano che ne sono tuttora proprietari. La sua attuale destinazione a sede dell’Associazione Sigismondo Malatesta che si occpua della sua valorizzazione.

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Un luogo legato dunque alle vicende del suo castello e alle numerose guerre e faide tra le famiglie nobiliari del Centro Italia.

Arrivati a Santarcangelo visitiamo subito la centralissima Piazza Ganganelli in cui spiccano immediatamente l’arco dedicato a Lorenzo Ganganelli (divenuto Papa Clemente XIV) del 1777 e il monumento ai caduti di Bernardino Boifava del 1925. In questa piazza ha sede il Municipio e la sua caratteristica principale è la presenza di ampi portici che mi ricordano un po’ quelli di Bologna. La piazza è il luogo nevralgico della vita degli abitanti di Santarcangelo: bambini in festa, famiglie e dolci amanti passeggiano lungo il suo perimetro e ammirano il maestoso arco: questo è conosciuto come “Arco dei cornuti” in quanto una tradizione vuole che il giorno di San Martino, l’11 di novembre, si fissino in occasione di questa festa delle corna sotto l’arco e se passando sotto ad esse queste si muovono vuol dire che “iddu è curnutu” (per dirla alla siciliana). Una simpatica tradizione direi!

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Dopo aver scattato qualche foto alla splendida piazza il nostro stomaco comincia a farsi sentire: in effetti è quasi l’una e prima di visitare il borgo una bella mangiata ci vuole! Volendo pranzare in centro l’occhio ci cadde su un luogo assai particolare: il Ristorante Ferramenta. Intrigati dal menu siamo subito entrati e davanti agli occhi ci si è aperto un mondo: un negozio di ferramenta trasformato in splendida trattoria, con ancora gli attrezzi del mestiere ma inseriti nel contesto con gusto e maestria. Un luogo così non si trova di certo tutti i giorni!

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Entusiasti e galvanizzati ordiniamo subito del buon cibo: io mi lancio su un primo e precisamente su di un piatto di strozzapreti al ragù rosa mentre Gabriele si butta su una pizza in teglia crudo e burrata: presentazione ottima, cibo delizioso, atmosfera da favola! Per ultimo non poteva mancare il dolce: una deliziosa coppa con crema di mascarpone di loro produzione e scaglie di cioccolato.

Rotolanti e con un chilo in più acquisito solo grazie alla crema al mascarpone, ci apprestiamo ad uscire da questo paradiso culinario per visitare la bella Santarcangelo.

Tra le viuzze si respira un’aria fresca con il profumo di storia, sembra che il tempo qui si sia fermato: i colori tenui e le architetture in mattoni la fanno da padrone. Ma Santarcangelo non è affatto assopita nel passato, anzi! Numerosi sono i cantieri per la ristrutturazione delle case, segno di una comunità viva e in fermento. Salendo lungo le vie arriviamo alla Rocca Malatestiana che non possiamo visitare a causa della chiusura precauzionale (così come tutti i musei e le rocche che incontreremo in questo viaggio): ci accontentiamo di scattare qualche foto e poi ci dirigiamo verso il cosiddetto Campanone, la torre simbolo di Santarcangelo.

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Il Campanone fu costruito nel 1893, alto 25 metri, in stile neogotico con merlatura in alto ed è coronato dall’immagine di San Michele Arcangelo in ferro battuto a mano indicante la direzione del vento. Ancor oggi indica l’ora esatta agli abitanti della città con i suoi tipici rintocchi di campana.

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In questa parte della città i vicoli sono silenziosi e solo un gatto solitario ci accompagna in questo tour verso una cittadina che tanto ha da offrire.

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Dopo aver scattato le ultime fotografie decidiamo di prendere l’auto e di spostarci verso San Leo per scoprire il suo borgo medioevale.

Dirigendoci in auto verso questa meta non possiamo fare a meno di osservare i numerosi castelli e le rocche che si affacciano sugli aspri colli romagnoli: Verucchio, Torriana e in lontananza San Marino, sono ben visibili e ci attirano come una calamita. Non ci stupisce che siano così in gran numero e che ogni paese quasi ne possieda uno, dato il susseguirsi di pasaggi di mano nella storia di questo territorio, date le faide e le numerose lotte che qui si sono concretizzate. Oggi, di quel passato sanguinoso ci rimane la straordinaria bellezza di questi fortilizi: Donna Vagabonda secondo voi poteva rimanere impassibile davanti a cotanta bellezza? OVVIAMENTE NO!

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Dunque stiamo raggiungendo San Leo e il cielo limpido si tramuta in minaccioso e cupo, quasi a non volere il nostro arrivo. Le temperature si abbassano brusamente e da 13 gradi passiamo a 4, un vento sferzante lambisce il nostro mezzo e da dietro le colline fa capolino la neve: tutto un altro ambiente, un altro mondo! Eppure siamo sempre in Romagna e ancora una volta questa regione ci lascia stupefatti per le sue numerose e variegate sfaccettature. Giunti a San Leo notiamo come in giro non ci sia anima viva se non un’altra coppia di viaggiatori che come noi ha voluto venire qui (un pensiero ci salta in mente e ci dice “perchè questa idea?! Tornate a Santarcangelo!“). Eppure la voglia di scoprire e di vedere è più forte anche del vento ululante (che me la farà pagare regalandomi ben 5 herpes labbiali nei giorni successivi) e così ci dirigiamo verso l’incantevole centro storico, bandiera arancione per il Touring Club e facente parte del circuito dei “Borghi più belli”.

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Il Borgo e la Rocca di San Leo

San Leo sorge sul colle del Montefeltro e il suo antico nome è proprio Mons Feretrius, tradizionalmente legato ad un importante insediamento romano, sorto intorno ad un tempio consacrato a Giove Feretrio. Il colle era comunque già abitato in epoca preromanica.

A partire dal IX-X secolo l’abitato acquisisce il nome dall’eremita Leo (diventato poi santo), che qui giunse dalla Dalmazia assieme a Marino e portò qui il cristianesimo che si propagò veolcemente. Leone è considerato, per tradizione, il primo Vescovo di Montefeltro e dal suo arrivo in poi San Leo diventa la capitale della zona del Montefeltro.

San Leo è stata capitale del Regno Italico di Berengario II, il quale fu sconfitto a Pavia nel 961.

Il centro fu dominio dei conti di Montecopiolo, dei Da Montefeltro (dall’antico nome di San Leo), dei Malatesta, dei Medici, conteso con i Della Rovere, fino al passaggio sotto lo stato pontificio nel 1631. Fu luogo di passaggio di San Francesco nel 1213, di Dante nel 1306, prigione di Felice Orsini e dell’alchimista Cagliostro. San Leo è appartenuta alla regione Marche fino al 15 agosto del 2009 quando ne è stato distaccato congiuntamente ad altri sei comuni dell’Alta Valmarecchia in attuazione dell’esito di un referendum svolto il 17 e 18 dicembre 2006.

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Il centro del borgo conserva con straordinaria cura gli edifici romanici, la Pieve, la Cattedrale e la Torre Camapanaria mentre i palazzi sono stati rimaneggiati durante l’epica rinascimentale. Spicca su tutto la fortezza di San Leo, posta in posizione dominante rispetto all’abitato: il forte che vediamo oggi è stato edificato dall’ingegnere senese Francesco di Giorgio Martini sui resti di un forte già esistente dall’epoca romana.

Nel 1502 Cesare Borgia, con il sostegno di papa Alessandro VI, si impadronì della fortezza. Alla morte del pontefice, nel 1503, Guidobaldo da Montefeltro riprese il possesso dei suoi domini. Nel 1516 le truppe fiorentine, sostenute questa volta da Leone X e guidate da Antonio Ricasoli penetrarono nella città e requisirono il forte.

Sino alla devoluzione allo Stato Pontificio del ducato di Urbino, nel 1631, San Leo appartenne dal 1527 ai Della Rovere. Con il nuovo possesso la destinazione dell’edificio passò da rocca a carcere, le cui celle erano ricavate negli alloggi dei militari. Fra i reclusi che vi furono imprigionati spiccano i nomi di Felice Orsini e dell’avventuriero palermitano Cagliostro. Nel 1906 la fortezza cessò di essere un carcere e per otto anni, fino al 1914, ospitò una “compagnia di disciplina”. Attualmente gli ambienti della fortezza ospitano un museo d’armi e una pinacoteca.

Purtroppo a causa delle disposizioni regionali in merito al Covid non siamo riusciti a visitare la rocca o altri edifici della città ma il borgo, nonostante tutto, ci ha impressionato per la sua bellezza e la sua atmosfera. Sarà stato anche il maltempo ma qui abbiamo respirato davvero un’aria antica e la visita, seppur breve, ci ha conquistato. Dopo aver scattato qualche fotografia siamo dovuti scendere per tornare alla nostra base, a causa di una pioggia che ci stava più che minacciando e per via delle temperature infelici. Nonostante ciò abbiamo commentato la nostra breve permanenza durante il viaggio di ritorno.

Stanchi ma soddisfatti siamo rientrati al nostro accogliente appartamento e ci siamo goduti una cenetta fatta in casa: le membra erano stanche e, in previsione della giornata seguente, avevamo bisogno di riposare.

Il primo giorno così si è concluso, con me sempre più innamorata della Romagna e con Gabriele sempre più curioso di scoprire luoghi nuovi.

Se vi è piaciuto il primo giorno, scoprite la pianificazione di questo viaggio clicccando qui.

consigli

Cosa vedere e fotografare: l’entroterra riminese è ricco di castelli, rocche e fortilizi che si possono visitare e/o fotografare dall’esterno. Fissate una base e partite per un bel viaggio on the road alla scoperta di questi luoghi così suggestivi!

Contatti utili: se vi interessa approfondire la storia di questi luoghi recatevi o scrivete allo IAT di Santarcangelo di Romagna e allo IAT di San Leo.

Guide Vagabonde: Se volete conoscere la storia o siete incuriositi dalle leggende che qui si sono ambientate vi consiglio di leggere tre libri:

  • Rocce e Castelli dell’Emilia Romagna di Marcello Cigognani
  • Castelli, dimore storiche e rocche dell’Emilia Romagna di Daniela Piccinini e Fabio Raffaelli
  • Castelli e fortificazioni del riminese Ediz. illustrata di Elisa Tosi Brandi