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I Luoghi della Storia: Il Ponte delle Barche di Bereguardo

Ogni volta che gironzolo per la Provincia di Pavia trovo qualcosa su cui scrivere, qualcosa da fotografare, qualcosa che mi fa stupire della bellezza di questa Provincia che può essere poco conosciuta, ma non meno ricca di sorprese e luoghi di interesse. Tante, tantissime volte ho osservato e ho oltrepassato questo luogo, forse poco turistico ma molto suggestivo: sto parlando del Ponte delle Barche di Bereguardo.

Bereguardoponte

Il Ponte delle Barche di Bereguardo è uno degli ultimi esempi di Ponte su chiatte rimasti in Italia. Le sue origini risiedono nel passato, dato che il primo ponte fu posizionato dai Visconti nel 1374 per collegare le due sponde del Ticino. All’epoca, il territorio pavese era luogo preferito per le battute di caccia dei Signori di Pavia e questi dovevano essere ben collegati alla città da più vie, anche per una questione tattico-militare: i ponti sono sempre stati luoghi di conquista ambiti e conquistarli significava acquisire un vantaggio sugli avversari. Nel 1374 troviamo le prime menzioni del ponte di barche Bereguardo – Zerbolò nei documenti ufficiali. Nel 1378 venne poi fortificato e nel 1449 gli Sforza lo fecero sostituire da un ponte di chiatte più stabile, mantenendo sempre però la struttura del Ponte di Barche.

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Perchè un Ponte di Barche? Generalmente questa tipologia è solo temporanea, come quelli costruiti durante le guerre, ma alcuni invece sono rimasti quasi del tutto intatti e funzionanti, a causa, per la maggiorparte dei casi, della sconvenienza economica di costruirne uno “classico”. Questi ponti hanno il vantaggio di essere rimovibili per il passaggio di imbarcazioni o comunque facilmente spostabili. La loro particolarità sta però nel meccanismo sotteso che sta nella costruzione: le barche consentono al ponte di essere mobile e di alzarsi o abbassarsi a seconda della variazione del livello delle acque.

I primi ad aver utilizzato questa tipologia di costruzione furono i cinesi e successivamente greci e persiani che costruirono un ponte di barche sull’Ellesponto e gli antichi romani, che costruirono un ponte di barche addirittura sullo stretto di Messina, come raccontato da Plinio il Vecchio. I ponti di barche vennero utilizzati nelle guerre del ‘500, del ‘700, dell’800 e nei due conflitti mondiali. Ancora oggi esiste una specialità dell’Esercito italiano che si chiama “Genio pontieri”, adibito anche alla costruzione di ponti di barche.

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Ancora oggi vengono costruiti questi ponti, segno che la tecnologia che risiede alla base è tutt’altro che obsoleta.

Il Ponte di Barche di Bereguardo è formato da barche unite tra loro su cui è appoggiata una passerella formata da assi di legno che permette il transito. Nel corso dei secoli fu ripristinato più volte, l’ultima nel 1913 quando furono posizionate le chiatte in cemento.

Il Ponte di Barche ha goduto di tanta fama negli anni grazie alle numerose pellicole qui girate come ad esempio Mani di Velluto, il Bisbetico Domato diretti da Castellano e Pipolo o ancora I girasoli di Vittorio De Sica.

Il Ponte si trova lungo la Strada Provinciale 185, tra Bereguardo e Zerbolò, da e verso la località Boscaccio.

Nei dintorni di Bereguardo e del suo Ponte di Barche ci sono numerosi luoghi di interesse: il paese stesso di Bereguardo con il suo castello, la cascina della Zelata, il parco del Ticino, Pavia non molto distante.

Come spesso capita in Italia, questo manufatto storico oggi è a rischio: a causa dei depositi di sabbia e ghiaia le chiatte non poggiano più tutte sul fondo del fiume e quindi la struttura è del tutto instabile e non risponde più completamente alle fluttuazioni del livello del Ticino. Purtroppo, nonostante le numerose amministrazioni si siano succedute, queste sono state incapaci di trovare una soluzione all’annoso problema e oggi il Ponte sembra abbandonato un po’ a sè stesso.

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Le chiatte ormai sommerse

L’augurio più grande è che grazie alla sua conoscenza, magari anche con questo piccolo articolo, il Ponte ed il suo restauro ritornino tra le priorità delle amministrazioni e che un giorno questo luogo possa risplendere di nuovo di luce propria.

Diario di viaggio: Provenza e dintorni – giorno 2

Prosegue il mio breve viaggio alla  scoperta della Provenza e della Camargue. Il secondo giorno decido di visitare due città molto diverse tra loro: Les Baux en Provence ed Avignone.

Parto dunque di buon mattino per raggiungere Les Baux. E’ presto e i turisti ancora non hanno affollato le vie di questa tranquilla cittadina: tempismo perfetto per le fotografie!

 

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Veduta di Les Baux

 

Le prime tracce di abitazioni a les Baux sono riconducibili al 6000 a.C. e il sito venne reso fortezza dai Celti dal II secolo a.C..

Dal X secolo in poi divenne sede di un’importante signoria feudale, de Baux o anche del Balzo. Il controllo esercitato durò vari secoli ma anche loro dovettero cedere il passo ai Conti di Provenza che li scalzarono. Dopo varie vicessitudini, nel 1642, la città venne concessa alla famiglia Grimaldi, reggente il Principato di Monaco come marchesato francese.

Les Baux però è famosa per un morivo ben preciso, a parte il suo bellissimo castello: la bauxite, la roccia utilizzata per l’estrazione dell’alluminio. La composizione è caratterizzata dalla presenza di diverse specie mineralogiche tra cui ossidi ed idrossidi di alluminio e di ferro. La roccia venne proprio scoperta nei dintorni di questa cittadina dal geologo Pierre Berthier, che la soprannominò proprio bauxite.

 

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La bauxite

 

 

Arrivata al paese, tiro fuori la mia Reflex e incomincio il mio giretto: le vie sono strette e caratteristiche, sembra di ritornare al Medioevo. La pace e la tranquillità pervadono tutto il paesaggio, con una veduta eccezionale dai numerosi punti di osservazione. I cartelli aiutano il visitatore ad orientarsi per osservare chiese e monumenti, come il caratteristico municipio o la chiesa di Saint-Vincent. Il castello la fa da padrone sul paese, dominando tutta la vallata, proprio come tutti i castelli-fortezza.

Con il profumo di lavanda visito tutto il paesino in mattinata e poi mi dirigo ad Avignone, non lontana in auto.

Avignone, la città papale, ha origini antiche che risalgono al paleolitico.  Nel Medioevo la città divenne cittadella avanzati dei Burgundi e nel 1251 entrò a far parte dei domini del duca di Angiò.

 

La vera notorietà di Avignone deriva però in seguito alla scelta di papa Giovanni XXII nel 1316 di farne la sede papale. Questo periodo è meglio conosciuto col nome di “cattività avignonese“. In totale otto papi governarono sul seggio cittadino, dei quali due scismatici, risiedendo nel castello detto “Palazzo dei Papi” che fu progressivamente ampliato dai vari pontefici:

Dopo la partenza dei papi, la città fu governata da un legato pontificio e quindi da vice-legati. Come exclave straniera in Francia beneficiò di un notevole ruolo in campo commerciale e finanziario.

L’importanza di Avignone si può ben osservare dal massiccio afflusso turistico: le attrazioni sono molte e per chi visita la Provenza o le Bocche del Rodano è una tappa obbligata. Non solo il Palazzo Papale, ma il centro storico, il famoso Ponte che si ferma a metà, gli stupendi giardini. Tutto ad Avignone è magico. Lasciata la vettura in uno dei comodi parcheggi in centro, comincio a vagabondare per le vie principali, e noto come la città sia fresca, giovane, con tanti musei e attrazioni culturali. Lo shopping ricopre anche un ruolo importante, con molti negozi di marche prestigiose. Ma è nel cuore di Avignogne che il mio spirito affamato di cultura si appaga: piccole bancarelle di artisti incorniciano la Place de l’Horloge e mi accompagnano fino al maestoso Palazzo, con la Chiesa di Notre Dames de Doms. Prima della visita a questi due pilastri della città, decido di vedere i giardini adiacenti del Parco Rocher des Doms: la vista è mozzafiato e la tranquillità regna sovrana. Scatto fotografie e mi riposo su una panchina a godermi il venticello fresco.

 

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La fontana del parco

 

E’ ora di pranzare, quindi mi dirigo di nuovo verso Place de l’Horloge. Dopo la pausa è ora di scoprire il Palazzo Papale: con l’audioguida scopro l’imponenza di questo edificio ma anche la sua immensa austerità. Poche le stanze decorate con gli affreschi, prevale la nuda pietra che tuttavia non sminuisce la maestosità. I soffitti sono alti, le volte sembrano racchiudere al sicuro tutto ciò che sta sotto. La visita dura circa un paio d’ore e poi mi dirigo alla Chiesa adiacente: la pianta ad unica navata di quattro campate conferisce un’aspetto regale ma non severo.

La visita di Avignone continua, con un bel cono gelato attraverso le vie del suo centro vivo e colorato. Raggiungo il caratteristico ponte lasciato a metà: la leggenda narra che il pastore Benedetto ricevette l’incarico divino di costruirlo. Oggi lo troviamo a metà perchè la piena del Rodano del 1669 portò via alcune pile, lasciando il ponte più o meno come lo vediamo oggi. Il ponte “a metà” è oggi il simbolo della città.

Dopo una bella passeggiata sul ponte (da cui scorgo anche un anguilla nuotare!) mi dirigo al Musée Angladon, dove sono conservate opere di Modigliani, Van Gogh e Manet. Il museo si colloca in un edificio del XVIII secolo ed è concepito come una casa-museo, secondo il volere dei suoi fondatori Jean Angladon (1906-1979) e Paulette Martin (1905-1988).

Il resto del palazzo ha mantenuto il fascino di un arredamento di appassionati d’arte, con numerosi dipinti, mobili e oggetti d’arte decorativa: sala Rinascimiento, ambiente dedicato ai secoli XVII e XVIII, gabinetto Estremo Oriente.

Ovviamente non posso esimermi dal vedere i quadri del mio pittore preferito, cioè Manet (come ben saprete dopo aver letto le mie peripezie a Monaco): sebbene ci sia solo una sua opera, non potevo perderla.

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Manet: il coniglio.

La giornata quasi volge al termine, ma faccio ancora in tempo a spostarmi per visitare il Pont du Gard, il famoso acquedotto romano: il ponte è costruito su tre livelli e attraversa il fiume Gardon con i suoi 49 metri di altezza e i 275 di lunghezza.

 

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Veduta del Pont du Gard.

 

Arrivati al sito visito prima il museo, con alcuni resti romani e la storia delle popolazioni che vivevano in questa zona, per poi dirigermi, attraverso una piacevole passeggiata tra gli ulivi, alla vera star del luogo. Il ponte è davvero grandioso e si può anche attraversare: non è difficile capire come mai l’Unesco lo abbia inserito tra i suoi Patrimoni.

 

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Le maestose volte.

 

Dopo una giornata intensa, è ora di tornare ad Arles, per l’ultimo giorno in Provenza.

Per leggere il primo giorno, cliccate qui.