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I luoghi della storia: Giardini Botanici Hanbury

La Liguria è una di quelle regioni che spesso vengono considerate solo per le località marittime e, ingenuamente, si pensa che oltre a queste ci sia poco da poter vedere. Niente di più falso se pensiamo alla storia e alla conformazione fisica di questa regione! Un luogo che da tanto volevo visitare e che finalmente posso dire di aver visto è un luogo davvero speciale, dove l’amore per la botanica e la voglia di sperimentare si sono fuse per dare origine ai meravigliosi Giardini Botanici Hanbury, in Provincia di Imperia, a pochi minuti di auto da Ventimiglia e dal confine franco-italiano.

La Riserva Naturale Regionale della Foce dell'Isonzo(5)

 

Prima di raccontarvi di questo luogo vorrei ringraziare la Dottoressa Daniela Guglielmi per la sua gentilezza e l’opportunità che mi ha riservato di poter scattare e pubblicare le mie fotografie proprio sui questi meravigliosi Giardini.

Detto ciò ho deciso di visitare questi meravigliosi giardini i primi di marzo per vedere la fioritura di alcune delle piante che qui hanno dimora e ho deciso di farlo con la mia mamma, per passare una splendida giornata insieme e all’aria aperta.

Siamo giunte presso i Giardini Botanici Hanbury nel primissimo pomeriggio e a parte noi non c’era quasi nessuno: questo ha fatto sì che potessimo goderci ogni angolo dei giardini in totale calma e relax.

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L’ingresso ai Giardini Hanbury

I Giardini Botanici Hanbury sorgono sul promontorio della Mortola in località omonima: il terreno su cui sono costruiti è digradante verso il mare e questo permette la crescita di numerose specie, sia arboree che non.

Ma come sono nati i Giardini? L’idea di realizzarli è stata di sir Thomas Hanbury, viaggiatore inglese. Dalla sua passione per i viaggi nasce l’idea di creare un giardino per coltivare e far crescere piante esotiche raccolte e collezionate durante i suoi numerosi spostamenti. Per sviluppare questa idea si affida al fratello Daniel, a diversi botanici (fra cui, in particolare, i tedeschi Ludwig Winter e Alwin Berger, e l’ingegnere idrologo belga Paul-Vincent Levieux) e ad una manovalanza di giardinieri stabilitisi nelle vicinanze. Il giardino divenne ben presto rinomato in tutto il mondo e già nei primi anni le collezioni delle piante esotiche attirarono molta attenzione del mondo della scienza a livello internazionale: in particolare gli scienziati erano interessati a studiare queste essenze botaniche anche sotto il profilo farmacologico e volevano approfondire il loro ambientamento ex-situ (al di fuori dell’ambiente originale).

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I Giardini Hanbury da Palazzo Orengo

La passione per la botanica fu portata avanti all’interno della famiglia Hanbury anche dopo la morte di sir Thomas grazie alla perseveranza del figlio Cecil e di sua moglie Lady Dorothy che con grandi sforzi continuò a progettare nuove aree e a prendersi cura del giardino anche dopo che i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale hanno danneggiato questo magico luogo: Lady Dorothy si occupò del giardino fino al 1960 qundo decise di venderlo allo Stato Italiano che affidò la sua gestione nel 1987 all’Università degli Studi di Genova.

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Un giardino pensato da un viaggiatore e amante della botanica non potevo non visitarlo, non credete?

Grazie alla piccola mappa che ci è stata consegnata all’ingresso abbiamo potuto seguire il percorso rosso (quello consigliato per la visita procendendo dall’alto verso il basso) e ammirare numerose essenze davvero ragguardevoli:

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Il percorso si snoda tra fiori profumati e variopinti e piante dalle dimensioni davvero impressionanti come le agavi che sembrano crescere fino all’infinito. Ovviamente con la macchina fotografia mi sbizzarrisco e cerco di cogliere ogni dettaglio, cercando di immortalare la bellezza di questo luogo unico che è candidato come Patrimonio dell’Umanità all’UNESCO dal 2006.

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Palazzo Orengo dalla parte bassa dei Giardini

Il percorso presenta numerose salite e discese anche con gradinate e una volta giunti nel punto più basso potrebbe risultare difficile da ripercorrere in senso opposto ma si è pensato anche a questo: il sentiero blu vi riporterà alla biglietteria utilizzando un percorso più facile e mostrandovi altri punti particolare dei Giardini.

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E’ impossibile poter fotografare le quasi 6000 specie presenti ma vi posso assicurare che la meraviglia qui è percepibile non solo con gli occhi. All’interno dei Giardini non mancano le fontane come quella del Drago chiamata così per la presenza di una statua bronzea che Thomas Hanbury acquistò a Kyoto e qui portò. Come architetture degne di nota ci sono Palazzo Orengo del Cinquecento, visitabile grazie alle numerose iniziative come le visite guidate, e il Mausoleo Moresco che ospita le ceneri di Sir Hanbury e di sua moglie.

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All’interno dei Giardini ci sono poi un piccolo bookshop e un punto di ristoro con bar e tavolini all’aperto. Non mancano i servizi igienici per i visitatori, sparsi anche lungo i percorsi.

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Un panorama eccezionale e la vostra Vagabonda immortalata dalla Mamma Irene

Insomma, vi ho convinti a visitare questi meravigliosi Giardini che sono stati inseriti nella lista dei 10 giardini più belli d’Italia nel 2007 e nel 2011? Dire che io me ne sono innamorata è riduttivo!

Per saperne di più visitate il loro sito ufficiale: www.giardinihanbury.com

Ringrazio ancora di cuore la Dottoressa Daniela Guglielmi per la sua disponibilità, la Cooperativa Omnia con cui ho preso contatti per avere informazioni sulla visita e tutti i professionisti che si dedicano alla cura di questi meravigliosi Giardini!

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Cosa vedere e fotografare: i Giardini Botanici Hanbury sono aperti tutto l’anno e in ogni periodo sono presenti fioriture particolari. Sul sito ufficiale potete consultare le fioriture e programmare la vostra visita anche secondo la presenza delle fioriture. Tenete conto che, grazie alle caratteristiche climatiche del luogo in cui sorgono i Giardni, la primavera è piuttosto precoce (a inizio marzo trovate già parecchie fioriture, soprattutto degli alberi da frutto) e che l’autunno è notevolmente tardivo.

A poca distanza da La Mortola sorge la città di Ventimiglia che vi accoglierà con un bel lungomare e con tanti ristoranti con cucina tipica ligure: non perdete l’occasione di scattare qualche foto anche qui! E se vi va, Mentone è solo a pochi chilometri dai Giardini!

I luoghi della storia: Torricella Verzate

Come sapete ci tengo molto a valorizzare tramite articoli e fotografie il territorio pavese e l’Oltrepò. E’ così che, quando il tempo lo permette, decido di prendere l’auto e di salire sulle bellissime colline pavesi, alla ricerca di scorci e borghi di altri tempi. Con questo articolo vi voglio far scoprire la piccola cittadina di Torricella Verzate.

Torricella Verzate

Perchè Torricella Verzate? Un giorno di inverno io e Gabriele abbiamo deciso di visitare il Paese e Gabriele ne è rimasto veramente colpito, sia perchè questo luogo è davvero particolare per la presenza di un Santuario così ben visibile e distinguibile, sia perchè nonostante la sua bellezza è davvero poco conosciuto: quel giorno, infatti, non c’era nessuno per le strade e nemmeno nei paraggi del suo Santuario.

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Torricella Verzate da Oliva Gessi, in lontananza Milano

Così, decisa ad approfondire la storia di questo luogo, ho deciso di scrivere al Sindaco di Torricella Verzate, Marco Sensale, il quale mi ha, con grande felicità, riservato una visita guidata presso il Santuario.

Dunque sono tornata a Torricella Verzate, curiosa di scoprire la storia del suo Santuario, accompagnata non solo dal gentile e assai disponibile Marco, ma anche da Don Luciano, storico parroco del Santuario, al quale tutto il Paese (e non solo) deve molto.

Prima di raccontarvi il tour guidato, vi faccio conoscere un po’ di storia, come in ogni mio articolo di questa rubrica.

Torricella Verzate è un piccolo comune di circa 800 abitanti che si trova nell’Oltrepò Pavese, nella valle del torrente Verzate. I primi cenni di questa cittadina risalgono al 972 d.C., all’epoca di Ottone I di Sassonia, che donò i beni fondiari al Papa, facenti parte del Monastero della Croce, fra cui Oliva, Montalto, Mairano e appunto Torricella. Il toponimo di Turricella appare per la prima volta nel XIII ma non è chiaro se si può ricondurre alla località Isella nota dal medioevo.

Nella frazione di Verzate sorgeva una casa dei Templari che, con altri beni del Tempio, fu assegnata agli Ospitalieri di San Giovanni, cui rimase fino all’epoca napoleonica. Tra gli storici e gli studiosi vi è chi ipotizza che i Templari stessi abbiano avuto un ruolo nello sviluppo di Torricella.

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Il nome Torricella deriva dalla presenza di una torre Saracena che si trova a ridosso della Chiesa parrocchiale e del Santuario: già, perchè questa piccola località è famosa per la presenza del Santuario di Santa Maria della Passione. E’ proprio questo il luogo su cui vorrei soffermarmi: il Santuario fu edificato sulla nuda roccia, tra il 1764 e il 1770. La sua posizione sopraelevata e le fondamenta sulla viva pietra ancora ben visibile lo rendono davvero unico e protagonista di tutta la vallata. Il Santuario, oltre che della chiesa, consta di 14 cappellette (ultimate nel 1781) sempre edificate su pietra viva che ripercorrono la Via Crucis: all’interno di esse si trovano 52 statue in terracotta policroma e figure in bassorilievo dell’artista Pietro Ferroni. Tra le cappellette sorge anche la Cappella dedicata ai caduti sul lavoro, sorta su un precedente cimitero di epoca Napoleonica: ancora oggi si possono notare alcuni affreschi ancora più antichi, risalenti al 1600. Questa cappella viene utilizzata per celebrare le messe in ricordo delle vittime sopracitate.

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Il Sindaco è stato ben felice di accogliermi e di accompagnarmi in questo breve tour e mi ha raccontato tutte le vicende del Santuario insieme all’instancabile da Don Luciano: Don Luciano, cinquant’anni architetto e venticinque Sacerdote, ci ha mostrato il luogo nella sua interezza, raccontandoci di come, ad esempio, le Cappellette siano state danneggiate da un vandalo durante gli anni ’70 o di come ha scoperto un antico forno del 1600 ancora funzionante, situato nella Canonica. Un personaggio davvero eclettico Don Luciano, che ha dedicato gli ultimi anni alla scoperta e alla rivalorizzazione del Santuario, mettendolo a disposizione della comunità tutta. E’ a lui e alla generosità degli abitanti di Torricella Verzate che si devono gli importanti lavori di ristrutturazione del Santuario e la costruzione di un percorso adatto alle persone diversamente abili e con carrozzina. Negli occhi del Sindaco Marco (e non solo nei suoi) traspare l’ammirazione per un uomo che con tanta fede ha promosso la conoscenza di Torricella Verzate e del suo Santuario.

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Grazie alla disponibilità del Sindaco e del Parroco, sono dunque entrata nel Santuario per scoprire la bellezza di questo luogo: all’interno ci sono vari affreschi del 1700 e un organo del Lingiardi 1800. Di notevole importanza è anche la Cappella dedicata alle Reliquie della Santa Croce, riammodernata dallo stesso Don Luciano. Oltre a questa cappelletta, ne esiste un’altra, più piccola, posta in posizione rialzata e normalmente non visitabile.

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Il Santuario nasconde molto di più di quello che l’occhio non vede: proprio accanto alla Chiesa sorge la Scala Santa, dedicata alle vittime di incidenti stradali: i gradoni, secondo la tradizione, dovevano essere saliti a ginocchioni, in modo tale da ottenere l’indulgenza da tutti i peccati. Oggi numerose foto adornano le pareti della scalinata e una volta all’anno i parenti delle vittime si ritrovano qui per celebrare una solenne Messa in loro ricordo. La Scala Santa è stata costruita ispirandosi alla celebre Scala Santa della Basilica di San Giovanni in Laterano. Oltre alla presenza della Scala, il Sindaco e il Parroco mi mostrano la meravigliosa grotta sottostante la chiesa, che racchiude le fondamenta non solo della chiesa stessa, ma anche dell’antico castelletto appartenuto alla famiglia Belcredi, che qui sorgeva: di questo antico avamposto si riconosce ancora molto bene un’antica feritoria. Dalla grotta si può ben notare come il Santuario fu costruito sulla pietra viva e come questo luogo sia indissolubilmente legato a queste rocce.

Per ultima, ma non meno importante, visito la Canonica, con soffitto originale settecentesco e vedo il mitico forno con cui, ancora oggi, si preparano gustose pizze: dal 1600 ad oggi, questo forno ha resistito al tempo e agli innumerevoli eventi che hanno caratterizzato questo territorio.

Dopo una interessante ed istruttiva visita di circa un’ora, mi congedo dai miei due accompagnatori, preziosi costruttori di sapere e amanti del loro territorio.

Prima però di lasciare Torricella, parlo con il Sindaco rispetto alla valorizzazione del territorio: entrambi siamo concordi che ciò che manca a questo splendido territorio è la presenza di una rete efficace che valorizzi e promuova l’Oltrepò Pavese: “purtroppo è difficile imboccare una strada comune e i mezzi che si hanno a disposizione sono sempre meno” – mi dice Marco. Comprendo assolutamente ciò che vuol dire Marco e spero vivamente che lo Stato italiano riconosca la bellezza di questo territorio (ma non solo, tutta la Provincia di Pavia) e che incentivi il suo sviluppo. Io, nel mio piccolo, spero che questo articolo attragga persone verso un territorio meraviglioso e che le porti alla scoperta di Torricella Verzate, luogo ricco di storia e di meravigliosa natura.

Ringrazio vivamente il Sindaco Marco Sensale, per avermi fatto da guida e per la sua disponibiltà e il gentile Don Luciano per avermi permesso di scoprire i segreti del Santuario. Grazie di cuore!

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Informazioni tecniche per la visita: il Santuario è normalmente chiuso al pubblico ma si può visitare previo contatto telefonico con il custode. Questo luogo è ben segnalato in tutto il paese e non è difficile arrivarci, sia a piedi che in automobile: un parcheggio proprio al di sotto permette il facile accesso tramite delle scalinate o tramite un percorso per carrozzine.

Parcheggiata l’auto proprio ai piedi del Santuario si gode di una meravigliosa vista sulle colline e sulle Alpi: questo è un luogo di pace e di raccoglimento ma anche ottimo per scattare delle belle fotografie!

Cosa vedere e fotografare: Se volete vedere Torricella Verzate da una prospettiva più ampia e volete scattare delle belle panoramiche vi consiglio di recarvi ad Oliva Gessi, magari a giugno quando ci sono i campi di grano imbionditi, e di scendere sulla strada SP46 in direzione di Corvino San Quirico per godere di una vista su Torricella Verzate e sulle colline davvero unica ed inimitabile! Se siete nei dintorni visitate anche Cigognola, Mornico Losana e Pietra de’ Giorgi! Non ve ne pentirete!

I luoghi della storia: Cigognola e il suo castello

Oltrepò dolce Oltrepò.

Chi mi segue sa quanto sia legata a questa terra, sia perchè ci sono nata sia perchè penso che meriti di essere più valorizzato. Con il blog di Donna Vagabonda mi piacerebbe contribuire in questa valorizzazione, facendo conoscere a voi lettori i luoghi e la bellezza di questo territorio. Questo articolo vi vuole parlare di Cigognola e del suo castello.

Cigognola

Ho visitato questo piccolo comune durante i miei giri in auto in Oltrepò e precisamente a giugno del 2019. Insieme a lui ho fatto tappa a Pietra de’ Giorgi (leggete qui l’articolo), a Mornico Losana e Oliva Gessi.

Cigognola è un comune di circa 1300 abitanti della Provincia di Pavia e, precisamente, si trova all’interno dell’Oltrepò Pavese. Sorge su un colle dominante lo sbocco in pianura della valle Scuropasso.

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Il comune di Cigognola

Il primo cenno storico di Cigognola si trova all’interno del diploma federiciano del 1164, con cui il territorio dell’Oltrepò settentrionale e centrale venne posto sotto la giurisdizione di Pavia: è da qui che si deduce che doveva essere una località fortificata sotto un proprio signore locale (dominus loci).

Cigognola divenne poi signoria della potente casata pavese dei Sannazzaro, principale esponente di parte guelfa in Oltrepò, qui rappresentata da uno dei principali rami della famiglia (i de Cigognola). Nel 1406 furono estromessi, per gli intrighi dei Beccaria di Pavia, che si impadronirono del feudo. Nel 1415 toccò però agli stessi Beccaria farsi da parte, dato che Filippo Maria Visconti scoprì, tramite Giorgio Aicardi, una congiura da loro orchestrata ai suoi danni. Filippo Maria Visconti espropriò i Beccaria del feudo e lo affidò allo stesso Giorgio Aicardi e ai suoi famigliari, che per il privilegio concesso dai Visconti di assumere il loro cognome, diedero origine alla casata dei Visconti Aicardi, detti anche Visconti Scaramuzza dal soprannome di Giorgio.

I Visconti Aicardi Scaramuzza tennero il feudo di Cigognola fino all’estinzione nel XVIII secolo, dopodiché passò a Barbara d’Adda e al figlio di lei, Alberico XII Barbiano di Belgioioso, ultimo feudatario di Cigognola. I feudatari avevano estesissimi beni a Cigognola, comprendenti anche il castello: in epoca napoleonica furono acquistati dai Gazzaniga e passarono per eredità agli Arnaboldi-Gazzaniga e agli attuali proprietari, Brichetto-Arnaboldi.

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L’economia di Cigognola si basa soprattutto sulla coltivazione della vite e alla produzione di vini, con numerose denominazioni di origine locali come il Bonarda dell’Oltrepò Pavese, il Buttafuoco dell’Oltrepò Pavese e il Sangue di Giuda Oltrepò Pavese.

Il paese di Cigognola è noto soprattutto per la presenza di un castello che svetta proprio sulla collina, dominando la valle. Il Castello di Cigognola fu costruito nella prima metà del XIII e aveva scopo difensivo, trovandosi proprio a dominare la valle. Con la fine del medioevo ospità una prestigiosa e ricca corte rinascimentale e divenne un punto di riferimento per la nobiltà del pavese. Ciò che vediamo oggi, però, non è di certo l’aspetto che il castello aveva nel medioevo: all’inizio del 1800 il proprietario Carlo Arnaboldi fece edificare sui resti del castello medioevale il castello odierno, costruito in stile neogotico con merlature ghibelline. Le ristrutturazioni continuarono agli inizi del 1900, con l’aggiunta di arredi déco all’interno.

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Il castello di Cigognola

Durante la Seconda Guerra Mondiale il castello divenne tristemente noto: fu quartier generale dei nazisti durante 1944 che proprio qui avevano individuato una trasmittente che serviva ad indirizzare gli aviolanci degli alleati. La Resistenza qui non ebbe vita facile, infatti all’interno del castello avvennero interrogatori e torture. In molti vennero fucilati, anche giovanissimi, prima che l’Oltrepò divenne terra libera.

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Uno dei monumenti in ricordo dei partigiani scolpiti sui muri del castello

 

Ad oggi, il castello è adibito a residenza privata e, in particolare, ospita una pregiata azienda vitivinicola di proprietà della facoltosa famiglia Moratti: i Moratti infatti sono grandi estimatori dell’Oltrepò Pavese e pionieri nella coltivazione del Nebbiolo, proprio all’interno dei terreni del castello.

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Il castello è stato dichiarato Patrimonio Storico del FAI, sottolineando l’importanza storica di questo edificio. Nonostante ciò il castello non si può visitare, ma è ben visibile dall’esterno.

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Cosa vedere e fotografare: se visitate l’abitato di Cigognola potete procedere e visitare gli altri borghi con castelli, come quello di Pietra de’ Giorgi, quello di Mornico Losana e quello di Montalto Pavese: in tutti questi paesi però i castelli non si possono visitare ma solo ammirare dall’esterno. Nonostante ciò, una visita di sicura la meritano. Non perdete anche l’occasione di visitare il Santuario di Torricella Verzate, a poca distanza da Oliva Gessi.

 

 

I luoghi della storia: il Castello di Argine

Durante le Giornate FAI d’Autunno 2019 ho approfittato di questa iniziativa per visitare un luogo davvero sconosciuto dell’Oltrepò Pavese. Come già saprete tengo molto alla mia terra natia (dato che sono nata a Broni) e con il blog di Donna Vagabonda vorrei valorizzarla il più possibile. E’ così che, sfruttando la possibilità offerta dal FAI, mi sono diretta verso un castello che normalmente è chiuso e che ha aperto le sue porte per la prima volta proprio in occasione di questo evento: si tratta del Castello di Argine.

Argine

Il Castello di Argine si trova nella frazione omonima di Bressana Bottarone, in via Roma. La sua costruzione risale al XIV – XV secolo (più probabilmente alla fine del 1300) ed è stato costruito a scopo difensivo. Il castello presenta tutte le caratteristiche dei castelli pavesi con pianta quadrata e torri quadrate agli angoli, anche se oggi rimangono solo due delle quattro torri originali: una, la principale, è completa di merlature ed è situata sulla destra rispetto all’ingresso principale, mentre l’altra, la minore, è situata nell’angolo sud-est. Una delle caratteristiche che spicca subito all’occhio è la presenza dei mattoni a vista, ancora ben conservati.

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L’ingresso avviene da ovest tramite un portale a forma di arco che immette in un cortile interno a pianta quadrata con facciate ancora parzialmente intonacate. Tuttavia, durante la Giornata del FAI, io sono entrata nel castello tramite quello che era il ponte levatoio che insisteva sul fossato, oggi trasformato in ponticello in muratura fisso. Il fossato, tuttavia, è ancora riempibile.

In origine il castello apparteneva alla famiglia Simonetta, in particolare ad Angelo Simonetta, feudatario di Argine dal 1466. Successivamente il castello passò ai Visconti di Modrone. Terminata la sua destinazione difensiva, il castello viene adibito ad abitazione privata e oggi è di proprietà dei Marchesi Fassati Busca e in particolare del Marchese Ariberto Fassati.

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All’interno della pertinenza del castello si trova anche la piccola Chiesa di Santa Maria Nascente in Argine, in stile “barocchetto” lombardo, risalente ai XVIII secolo.

Devo dire che questa apertura straordinaria ha attirato molti visitatori, sia di Pavia che non (ho incontrato una famiglia proveniente da Lecco durante la visita guidata) e ha permesso alla comunità di conoscere un bene che ancora oggi è pressochè sconosciuto, sia ai pavesi che ai turisti interessati all’Oltrepò. Il fatto che sia abitazione privata purtroppo impedisce ai più la sua scoperta ma spero che un giorno almeno un’ala del castello venga aperta ai visitatori.

La visita guidata, piacevole ed istruttiva, mi ha fatto scoprire la bellezza di questo luogo, una bellezza non sontuosa ma rustica, ben incastonata in un territorio fortemente legato alla campagna e ai suoi frutti. Attraverso la visita ho potuto visitare il salone padronale, due stanze con salottino, la cucina con camino “abitabile”, il giardino, il cortile e la chiesetta. Di sicuro vi avrà incuriosito il termine “abitabile” associato al camino: questa struttura è davvero unica dato che si tratta di un camino abitabile ancora intatto ed originale, dove i commensali o il cuoco potevano sedersi al suo interno e preparare direttamente qui pietanze e piatti saporiti. E’ la prima volta che vedo una struttura del genere, nonostante i tanti camini che ho potuto osservare durante le mie visite ai numerosi e curiosi castelli italiani.

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Una piccola gemma incastonata tra il Po e le colline, il Castello di Argine si può ammirare da fuori e si aggiunge alla lista dei tanti castelli pavesi che ho avuto il piacere di visitare e di conoscere.

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La torre merlata del castello

Per conoscere gli altri castelli pavesi, vi invito a cliccare qui.

I luoghi della Storia: il Giardino Giusti

Durante il mio soggiorno a Verona avvenuto durante le vacanze pasquali del 2019 (leggete qui il primo giorno del Diario di viaggio), ho potuto visitare luoghi favolosi ricchi di storia e di bellezza. Uno di questi è il Giardino Giusti, facente parte del Palazzo Giusti, nel quartiere della Veronina. Questo giardino è forse una meta poco conosciuta per chi visita Verona per la prima volta, tuttavia è secondo me una tappa davvero da non trascurare.

Giardino Giusti

Il Giardino, così come il Palazzo, prende il nome dalla famiglia Giusti, di origine Toscana stabilitasi a Verona per sviluppare l’industria della tintura della lana. Nel 1406 Provolo Giusti acquistò un’area situata vicino all’antica via Postumia e qui la famiglia, nel corso degli anni, utilizzò gli spazi dell’attuale giardino per far bollire i calderoni in cui la lana veniva trattata. Nel corso del XVI secolo l’area produttiva venne convertita in palazzo di rappresentanza e il giardino venne realizzato piantando cipressi, bossi, piccole fontane e grotte. Il principale artefice del giardino fu il conte Agostino Giusti, mecenate e appassionato di arte e musica, fiduciaro dei Veneziani. Il conte volle realizzare un giardino con stile vicino a quelli medicei, punto di riferimento estetico dei nobili giardini dell’epoca: la parte più antica del giardino è impostata geometricamente ed è chiusa da una fila di cipressi tra i quali spunta il famoso Cipresso di Goethe, vecchio di oltre seicento anni, ammirato e descritto proprio dal poesta nel “Viaggio in Italia” del 1817:

Stamane poi per tempo, mi ha stupito che mentre tutti venivano dal mercato portando in mano un ricordo di quello, o fiori, o legumi, od aglio, tutti volgessero lo sguardo ad un ramoscello di cipresso, che portavo in mano, dal quale pendevano i frutti a foggia di quelli del pino. Inoltre, avevo alcune pianticelle di capperi in fiore. Tutti mi guardavano, uomini donne, ragazzi, e parevano trovare la cosa strana.

Avevo tolto quei rami nel giardino Giusti, il quale giace in un’amena posizione, e dove sorgono cipressi giganteschi, a grande altezza, a forma di piramide. È probabile che nei tassi tagliati artificialmente in punta dei giardini del settentrione, si sia voluto imitare quest’albero stupendo, i cui rami tutti, giovani e vecchi, dalla base al vertice si drizzarno tutti verso il cielo. Desso vive non meno di tre secoli e si può pertanto dire meritevole di venerazione; giudicandoli dal tempo in cui fu piantato il giardino Giusti, questi avrebbero di già raggiunta quell’età rispettabile.

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Il Cipresso di Goethe

Il viale di cipressi termina naturalmente in una grotta sormontata da un mascherone da cui dovevano uscire lingue di fuoco e fumo, per stupire i visitatori.

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Con il diffondersi della moda del Grand Tour, il Giardino Giusti divenne una tappa molto nota per i viaggiatori che amavano sostare qui a Verona per scoprire le sue bellezze. E’ così che molti poeti, letterati e membri delle casate reali più importanti visitarono il giardino: tra questi bisogna sicuramente annotare Mozart, Goethe, l’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, il Re Carlo Felice di Savoia e lo Zar Alessandro I di Russia.

Ancora oggi il giardino mostra tutti gli elementi tipici del Cinquecento: gli alberi esotici, le statue mitologiche degli dei greci come Diana, Afrodite, Apollo, i vasi con gli agrumi e le fontane. Nella parte bassa del giardino, oltre al viale di cipressi, si trova un piccolo labirinto alla destra del viale alberato, considerato tra i più antichi d’Europa, mentre a sinistra si trova il parterre all’italiana, con il giardinetto ad agrumi e la vaseria. Verso la fine del viale di cipressi si trova una parte boscosa rigogliosa, pensata per stupire il visitatore e per creare un grande senso di meraviglia. Da qui, una piccola scala conduce alla parte alta del giardino dove si trova un bellissimo belvedere: la vista sul giardino è molto d’impatto e notevole è anche il panorama di Verona, visto da una prospettiva unica.

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Il Giardino Giusti è dunque un esempio meraviglioso di giardino all’italiana ancora intatto e mantenuto con rigore e dedizione. Spesso questo luogo non è contemplato all’interno degli itinerari di chi visita Verona, quando invece dovrebbe essere una tappa fissa del viaggiatore, a mio parere. Oltre al giardino, si può visitare una parte di Palazzo Giusti: il palazzo fu costruito nel XVI secolo e ha un impianto classico ad U. Qui vi ebbe sede per lungo tempo l’Accademia Filarmonica che poi costruì il Teatro Filarmonico.

Consiglio vivamente di visitare il Giardino Giusti e di ammirare le bellezze di questo luogo autentico e dall’indubbia importanza storica.

Ringrazio lo IAT Verona – Ufficio del Turismo per avermi offerto la possibilità di visitare questo museo con il Pass per Blogger.

I luoghi della storia: Le Aule Storiche dell’Università di Pavia

A luglio del 2019 mi è stato concesso il permesso di realizzare qualcosa di unico: un servizio fotografico in solitaria all’interno delle Aule Storiche dell’Università di Pavia. Purtroppo le Aule Storiche non sono visitabili normalmente quindi la loro apertura è piuttosto eccezionale, se non in occasione di manifestazioni, convegni e sedute di laurea. Le Aule Storiche che ho visitato sono state le seguenti: Aula Magna, Aula Scarpa, Aula Foscolo, Aula Volta.

Aule storiche

Ci tengo a ringraziare per la disponibilità la Signora Lucia Pomidoro per avermi dato questa possibilità, il Signor Massimo Lafortezza per avermi accompagnato nella visita delle Aule e il personale universitario che ha reso possibile questo servizio fotografico e la realizzazione del seguente articolo.

Le Aule Storiche dell’Università di Pavia si trovano nell’edificio centrale, in Strada Nuova, a Pavia. Queste sono state restaurate e oggi possono ospitare sedute di laurea, convegni, conferenze e altri eventi divulgativi. Assieme alla Biblioteca Universitaria di Pavia (leggete qui il mio articolo), conferiscono lustro e magnificenza all’ateneo pavese.

Cominciamo dalla prima, nonchè la più grande, aula che ho visitato: l’Aula Magna.

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L’Aula Magna

L’Aula Magna fu opera dell’architetto brianzolo Giuseppe Marchesi: fu lui anche il restauratore dell’Aula Scarpa e dell’Aula Volta. Il progetto di questa grande aula fu esaminato nel 1837 ma i lavori iniziarono solo nel 1845, terminando naturalmente 5 anni dopo. All’interno dell’aula si può ben percepire il gusto classico: assolutamente visibili sono infatti il pronao con colonne corinzie e il timpano adornato da delle sculture. All’interno dell’ampia aula si distinguono numerose colonne con capitelli sempre corinzi, che vanno ad adornare le tre navate e che reggono la cornice su cui si innesta la volta centrale a botte con casse a stucco.

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L’Aula Magna dall’alto

Nell’abside campeggia il ritratto di Vittorio Emanuele II a cavallo. L’aria che si respira è di austerità e di sacralità: si percepisce l’importanza delle cerimonie che qui sono avvenute e che continuano ad avvenire. Ciò che mi ha colpito di più di questa Aula è l’imponenza del soffitto e delle sue decorazioni: non sono un’esperta d’arte ma devo proprio ammettere che questo soffitto sarà difficile da dimenticare!

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Proseguo con la mia gentile guida e mi dirigo all’Aula Volta, cioè l’ex Teatro di Fisica.

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L’Aula Volta

Quest’Aula si trova al primo piano, in corrispondenza del cortile delle statue. I lavori di costruzione furono affidati a Leopoldo Pollack (che la iniziò nel 1785 e concluse nel 1787), su ordine dell’Imperatore asburgico Giuseppe II, e l’aula venne poi restaurata da Giuseppe Marchesi. Quest’aula venne intitolata ad Alessandro Volta, che qui svolse i suoi insegnamenti e le ricerche che portarono alla scoperta della famosa “Pila di Volta”. Volta fu anche Magnifico Rettore dell’Università. L’Aula Volta, di minor dimensioni rispetto all’Aula Magna, è stata realizzata ad emiciclo e con soffitto piano (solo in seguito verrà sostituito con quello che possiamo osservare oggi, con una volta a conchiglia). All’interno sono presenti dei trompe-l’oeil che continuano la serie di finestroni sugli scranni a gradinata di fronte alla cattedra. Le colonne che ornano la sala sono in rosso di Francia e alle due estremità dell’Aula si trovano due statue, una di Galileo Galilei e l’altra di Bonaventura Cavalieri. Non poteva poi mancare qualcosa che riconducesse al Volta, ovvero un busto in marmo e un’iscrizione che illustra l’importanza dello scienziato e dei studi.

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Mentre realizzo il mio servizio scambio quattro chiacchiere con il mio accompagnatore, che queste aule le conosce molto bene, e mi racconta degli ospiti illustri che hanno calcato questi pavimenti. Sembra davvero di tornare indietro nel tempo!

Proseguiamo il nostro tour e ci dirigiamo verso l’aula a mio avviso più bella: l’Aula Foscolo.

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L’Aula Foscolo

Sono particolarmente legata a questo luogo in quanto proprio qui ho discusso la mia tesi della Laurea Triennale in Scienze e Tecnologie per la Natura e proprio qui ho potuto assistere ad una conferenza di Paolo Mieli, storico che ammiro moltissimo.

L’Aula Foscolo fu progettata dall’illustre architetto Giuseppe Piermarini nel 1770, questa volta su volere dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, grande mecenate che fece rimodernare tutta l’Università di Pavia, oltre che costruire l’Orto Botanico e la Biblioteca Universitaria di Pavia. L’Imperatrice desiderava che venisse costruita una sala espressamente destinata alla cerimonia delle lauree e così venne costruita questa illustre aula che ancora oggi spesso viene adibita allo scopo originario. Nel 1927 venne restaurata in occasione del centenario della morte del sommo Foscolo, ma perchè è dedicata a lui? Perchè nel 22 gennaio 1809 il poeta qui tenne la famosa prolusione “Dell’origine e dell’ufficio della letteratura. L’Aula ha una pianta rettangolare ed è illuminata da finestre di grandi dimensioni che danno sul primo piano, su cui è situata. Le pareti sono state dipinte dal pittore pavese Paolo Mescoli nel 1782: sulla volta si riconosce Minerva in compagnia di Nettuno. Nelle porzioni di parete, nelle finestre, furono realizzate specchiature in cui “le Facoltà, che vengono insegnate nella detta Università” sono dipinte “in modo di cariatidi intrecciate fra grotteschi con loro simboli rispettivi”. I due grandi ritratti a olio dei sovrani Maria Teresa e Giuseppe II, dipinti a Vienna da Hubert Maurer nel 1779, furono pensati come parte integrante della decorazione.

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Che dire, la più maestosa e decorata delle Aule storiche non può che impressionare per la sua bellezza e per la sua magnificenza. Tanti sono i ricordi che riaffiorano mentre scatto e forse c’è un po’ di commozione davanti a tutta questa meravigliosa beltà.

L’ultima aula, ma non meno bella, è l’Aula Scarpa, intitolata così in onore dell’anatomo-chirurgo Antonio Scarpa, che venne chiamato dalla corta Asburgica per prestare i suoi servigi all’Università di Pavia dal 1783.

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L’Aula Scarpa

Due anni dopo il Pollack, con accordi presi con lo stesso scienziato, progettò e realizzò l’Aula Scarpa come Teatro Anatomico dell’Università. All’epoca, questo fu il più importante di tutta la Penisola. L’aula ha forma semicircolare e si ispira ai modelli dei teatri antichi. La sala è illuminata da tre finestrone tutto sesto che si aprono su Corso Carlo Alberto e da altre due che si trovano all’innesto del lato curvo. Tra una finestra e l’altra si trovano dipinte le urne cinerarie dedicate a illustri medici del passato (Bartolomeo Eustachio, Gabriele Falloppio, Giovan Battista Morgagni e Bartolomeo Eustachio). Questo però non è l’unico tributo ai grandi della medicina del passato: si possono ben vedere infatti i busti di Luigi Porta, Johann Peter Frank, Antonio Pensa, Luigi Zoja, Bartolomeo Panizza (successore di Scarpa), lo stesso Antonio Scarpa e Giovanni Alessandro Brambilla (chirurgo pavese dell’Imperatore Giuseppe II). L’Aula venne restaurata da Marchesi che inserì la volta ad ombrello al posto del soffitto con decoro a cassettoni. La forma permette l’inserzione delle gradinate utilizzate dagli studenti per assistere alle lezioni di anatomia basate sulla dissezione dei cadaveri. Sulla vela centrale proprio sopra alla cattedra si riconoscono le figure di due uomini che rappresentano la medicina e la chirurgia, in stretto di mano, in segno di riconoscenza: Antonio Scarpa fu uno dei primi pensatori che sostese il collegamento stretto tra medicina e chirurgia (a quell’epoca la chirurgia veniva vista come una scienza inferiore, da affidare a persone di rango più basso). La stretta di mano vuole proprio suggellare questa unione così imprescindibile delle due scienze. Sulle altre vele si alternano delle grottesche a delle figure alate che hanno in mano i ferri del mestiere del chirurgo.

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Dopo aver scattato qualche foto il mio giro si doveva concludere qui ma, grazie alla gentilezza del mio accompagnatore, sono riuscita a visitare anche altre aule: l’Aula del ‘400, l’Aula di Disegno e la Sala delle Lauree della facoltà di lettere. Purtroppo di queste aule non ho trovato informazioni esaustive da potervi scrivervi qui, quindi mi limito a mostrarvi gli scatti che ho realizzato.

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Poter scattare all’interno di queste aule è per me un sogno che davvero si è avverato. Il silenzio, la maestosità e la bellezza si fondevano in un tutt’uno e davano vita ad un’atmosfera incredibilmente suggestiva.

Ringrazio ancora la Signora Lucia Pomidoro per avermi seguito nella richiesta di utilizzo delle Aule Storiche, il Signor Massimo Lafortezza per avermi accompagnato nel mio tour aprendomi le porte di un mondo meraviglioso e tutto il personale dell’Università di Pavia per aver reso tutto questo possibile.

GRAZIE!!

I luoghi della Storia: il Castello di Oramala

Se siete miei assidui lettori saprete che l’Oltrepò Pavese ha un posto speciale nel mio cuore: un po’ perchè ci sono nata e un po’ perchè con il blog vorrei farlo conoscerlo al pubblico e valorizzarlo. Durante l’estate (e non solo), mi piace fare dei giretti e delle escursioni in giornata in questo territorio. In questo articolo vorrei parlarvi di un luogo particolare: il Castello di Oramala. Ormai sapete che mi piace esplorare i castelli dell’Oltrepò e scoprirne la storia, le leggende, le tradizioni. Sul blog ho già trattato i castelli di Pietra de’ Giorgi (leggete qui il mio articolo), quello di Montebello della Battaglia (leggete qui il mio articolo), quello di Nazzano (leggete qui il mio articolo), quello di Montesegale (leggete qui il mio articolo), ora è il momento di quello di Oramala.

Oramala

Volevo visitarlo già da qualche tempo e mi chiedevo quando fosse stato possibile dato che si tratta di una residenza privata: la fortuna ha voluto che trovassi il proprietario, l’Ex Senatore Luigi Panigazzi. Nonostante se ne stesse per andare, ha deciso comunque di aprirci le porte del suo meraviglioso maniero.

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Il Castello di Oramala è situato su un promontorio roccioso, affacciato sulla Valle Staffora, presso il centro abitato di Oramala, che ha fatto parte del circuito “I Borghi più belli d’Italia“, e fu costruito dalla Famiglia Malaspina (ormai conoscerete bene questo nome, dato che i Malaspina sono stati spesso protagonisti delle vicende storiche dell’Oltrepò Pavese) nel X secolo. La famiglia fortificò la rocca nel 1474 per esigenze difensive e fece erigere la torre per controllare le eventuali incursioni provenienti dalla valle. Il fortilizio rimase alla famiglia Malaspina sino alla fine del XVIII secolo, quando i marchesi di Oramala, trasferendosi a valle, ne hanno decretato il declino; abbandonato, cominciò ad andare in rovina.

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Il Castello visto da Oramala

Oggi il Castello è proprietà della famiglia Panigazzi, in particolare di Luigi, che assieme al fratello Sergio ha restaurato il fortilizio e lo ha reso alla comunità grazie all’apertura di esso ogni domenica pomeriggio da giugno a ottobre. Della visita si occupa l’Associazione Culturale Spino Fiorito.

Il Castello ha ospitato Federico Barbarossa e, pare, anche il Sommo Poeta Dante Alighieri.

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Approdata all’interno del Castello mi sembra di tornare indietro nel tempo: il restauro è stato imponente ma l’atmosfera è ancora medioevale e gli arredi sono stati scelti con cura per far rivivere al visitatore quella determinata epoca. Si vede però che il Castello non è sempre aperto ai visitatori e sicuramente bisognerà fare ancora molto per renderlo più fruibile. Nonostante ciò, rincuora sapere che nel mio territorio ci sono queste bellezze, a volte un po’ nascoste, ma sempre da riscoprire.

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Vorrei congratularmi dunque con il Signor Luigi che, nonostante la sua età, crede ancora nel suo progetto ed è stato gentile a consentirci di entrare e di fotografare anche la vecchia torre. Speriamo che tanti proprietari di castelli e immobili d’epoca prendano spunto da lui!

Consiglio a tutti di visitare questo maniero, per respirare un’aria antica e deliziosa!

 

 

I luoghi della storia: il Castello di Pietra de’ Giorgi

Durante il mese di giugno ho potuto girovagare un po’ nell’Oltrepò pavese in cerca di scatti che descrivessero la bellezza di questo vasto e poco conosciuto territorio. E’ così che ho potuto visitare il Castello Beccaria di Montebello della Battaglia (leggete qui il mio articolo) e il Tempio della Fraternità a Cella di Varzi (leggete qui il mio articolo).

Attraversando le vallate e sconfinando in diverse pertinenze comunali, ho potuto visitare (almeno dall’esterno) alcuni dei più pittoreschi castelli del mio territorio natio, come nel caso del Castello di Nazzano (leggete qui il mio articolo). Oggi vi porto alla scoperta di un altro Castello, quello di Pietra de’ Giorgi.

Pietra de' giorgi

Situato nel centro del Paese di Pietra de Giorgi, il Castello è uno dei più antichi del territorio poichè risale al 1012 e fu voluto dalla famiglia dei Sannazaro. Prima della costruzione di questa rocca esisteva un precedente castello a Predalino, località che oggi è conosciuta come “Castellone”, ma non rimane più nulla di questa costruzione. Nel 1277 la fazione ghibellina pavese assediò il castello (guelfo a quell’epoca) ma la rocca resistette e non venne espugnata. Stessa sorte toccò all’assedio del gennaio del 1290 ad opera del Marchese del Monferrato, eroicamente respinto. Nel 1402 il castello venne conquistato dalla famiglia Beccaria (ramo di Messer Fiorello I), anch’essa ghibellina e nemica storica della famiglia Sannazzaro che venne dichiarata “ribelle”: ciò che rimase del castello venne donato nel 1406 a Galvagno e Antonio Beccaria, consiglieri del giovane Filippo Maria Visconti. Durante la proprietà dei Beccaria il castello venne restaurato e riportato agli antichi fasti tanto che anche il Paese cambiò il nome il “Pietra Beccaria”. Grazie al matrimonio tra l’ultima erede dei Beccaria, Franceschina, e il nobile Antonio Giorgi, il castello passò sotto la proprietà della famiglia dello sposo. Alla morte di Antonio Giorgi la rocca passò a don Pio Beccaria Giorgi mentre il palazzo adiacente, che oggi ospita il Municipio, passò ai nobili Giorgi di Vistarino. I Vistarino mantennero la proprietà fino a che questa non venne venduta alla Signora Giuseppina Meardi nel 1864 che a sua volta la vendette al comune di Pietra de’ Giorgi nel 1877. La rocca, per passaggi di eredità, passò di proprietà dai Beccaria-Giorgi, agli Eotwos, ai Dal Pozzo: questi ultimi la vendettero agli attuali proprietari, i signori Dosi.

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Attualmente, essendo la rocca un bene privato, questa non si può visitare anche se si può ammirare dall’esterno. L’attuale castello ha una pianta quadrangolare irregolare con cortile interno ed è costruito in pietra locale e mattoni. Ancora oggi si possono notare i fregi di mattoni disposti a dente di sega nella parte alta delle facciate. Delle quattro torri originali oggi è possibile vederne soltanto una, sopravvissuta alle lunghe e perigliose vicende della storia del castello, che, ricordiamolo, era nato a scopo difensivo. Ad oggi, il castello ha una superficie di circa 770 metri quadrati ai quali si aggiungono 590 metri quadrati di cantine e fienili e 100 metri quadrati di abitazione per il custode, al piano terra. Il cortile interno è di circa 160 metri quadrati mentre il terreno di proprietà, suddiviso in giardino e zona boschiva, è di circa 14mila metri quadrati.

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In cuor mio spero sempre che questi beni dall’alto valore storico siano messi a disposizione della comunità affinchè si possano visitare e studiare: mi auguro dunque che il Castello possa risplendere ancora di luce propria, magari ospitando eventi o un museo sulla sua storia.

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Per arrivare a Pietra de’ Giorgi prendete la sp 46 lasciandovi Broni alle vostre spalle, venendo da Stradella e procedendo verso Montebello della Battaglia: da qui prima giungerete all’abitato di Cigognola, anch’esso ospitante un meraviglioso castello e poi arriverete a Pietra de’ Giorgi. Da qua potete proseguire sempre sulla sp 46 per giungere a Mornico e vedere, sempre dall’esterno, il Castello Lorini. La strada è immersa nelle meravigliose colline a vigneto dell’Oltrepò e vi offre numerosi punti panoramici da cui ammirare la bellezza di questo territorio.

Scoprendo Pavia: l’Università

Da grande affezionata della mia città, voglio aprire una nuova rubrica che racconti i segreti di Pavia, sempre in ottica “vagabonda”, con il mio stile.

Iniziamo con un piccolo spaccato di storia, scoprendo le radici di Ticinum Papia.

Il primo insediamento in area pavese si deve ad antiche popolazioni della Gallia, probabilmente Levi, Marici o Insubri. La città vera e propria venne però fondata dai Romani, e questo è ben evidente dalla pianta rimasta intatta, a castrum (accampamento militare). Con il declino dell’Impero Romano, la città venne saccheggiata ripetutamente fino alla conquista dei Longobardi, che nel 572 ne fecero la capitale del loro regno in ascesa: da questo momento la città assunse il nome di Papia, perdendo il toponimo di Ticinum affibiatole dai Romani.

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Facendo un piccolo balzo, arriviamo all’epoca di Federico Barbarossa: Pavia fu fedele all’imperatore durante le guerre con la Lega Lombarda. Successivamente venne annessa al Ducato di Milano, sotto il dominio della famiglia Visconti. E’ il 1360.

Pavia torna protagonista sulla scena europea grazie alla famosa Battaglia di Pavia, combattuta il 24 febbraio 1525 tra i Francesi e gli Imperiali spagnoli: questi ultimi furono i vincitori perché il capitano di ventura Cesare Hercolani, ferendo il cavallo del re Francesco I di Francia, ne permise la cattura, meritandosi il soprannome di vincitore di Pavia e la gratitudine dell’imperatore spagnolo Carlo V d’Asburgo.

Successivamente, la città vide molte dominazioni dal XVIII al XIX secolo: spagnoli, francesi ed austriaci se la contesero insieme ad altre grandi città lombarde, fino al 1859 quando divenne parte del Regno di Sardegna, il futuro Regno d’Italia.

Pavia è dunque una città ricca di storia e di fascino, che conserva molto bene gli antichi splendori del passato. Molti illustri personaggi sono passati da qui, tra cui Napoleone Bonaparte, Ugo Foscolo, Ada Negri, Camillo Golgi, Lazzaro Spallanzani, Maria Teresa d’Austria, e tanti altri ancora. Tutti, a loro modo, hanno contribuito alla grandezza di questa città, oggi ancora molto visitata da turisti attirati dalle sue bellezze architettoniche e dai suoi monumenti.

Con questa rubrica vorrei farvi conoscere più nel dettaglio i suoi luoghi, i suoi scorci, la sua storia.

Dopo l’Orto botanico, il Castello Visconteo, Piazza della Vittoria e la Basilica di San Michele, il Ponte Coperto, e le Torri medioevali, della Chiesa di Santa Maria del Carmine, ora è la volta dell’Università di Pavia.

L'Università

L’Università di Pavia, spesso abbreviata con UNIPV, è una delle più antiche università al mondo, dato che è stata fondata nel 1361. La sua storia però inzia prima, nel 825 quando l’imperatore Lotario I costituì a Pavia la scuola di retorica per i funzionari del regno. Per tutto il periodo medioevale la scuola fu in fiorente attività; nell’XI secolo, la città di Pavia divenne sede anche di un’attestata scuola giuridica. Man mano che il tempo passava, si aggiungevano nuove scuole e nuovi studi al protoimpianto di Università: nel 1361 nacque lo Studium Generale grazie a Galeazzo II Visconti che ottenne il decreto di fondazione dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo. Lo Studium aveva gli stessi privilegi di quelli delle scuole di Parigi, Bologna, Oxford, Orléans e Montpellier. Lo Studio era costituito in realtà da due Università distinte, quella dei giuristi (Diritto Civile e Canonico) e quella degli artisti (Medicina, Filosofia e Arti liberali). A capo dell’Università veniva eletto annualmente un rettore che era in genere uno studente che avesse superato i venti anni. Si conferivano gradi accademici a tre livelli: il bacellierato, la licenza e il dottorato.

A causa di vari avvenimenti (soprattutto militari), l’Ateneo versò in una situazione di crisi fino al 1412, anno in cui riprese a funzionare regolarmente.

La nascita dell’Università portò benefici e giovamenti alla città dato il continuo affluire di studenti provenienti sia dagli altri stati italiani che dai paesi europei che proprio in questa città si stabilivano per lo studio del diritto, delle arti e della medicina. Nel XV secolo nacquero anche i primi collegi che subito proliferarono grazie a moltissimi studenti indigenti patrocinati dalle ricche famiglie milanesi e pavesi.
Nel campo degli studi filosofici e letterari va ricordato l’insegnamento di Lorenzo Valla, in quello di diritto, di Giasone del Maino.

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Ma non sempre l’Università vide periodi di luce, anzi. A causa della battaglia di Pavia e dei danni ingenti che la città subì, stretta dall’assedio da parte degli spagnoli e dei lanzichenecchi tedeschi, l’Università sprofondò in una nuova crisi che continuò per alcuni anni e culminò con l’avvento dell’epidemia di peste del 1630 che colpì diverse zone dell’Italia settentrionale.

Solo dalla seconda metà del 1700 avvenne la vera rinascita, grazie ai grandi sovrani austriaci Maria Teresa d’Austria e Giuseppe II d’Asburgo-Lorena che apportarono rilevanti riforme amministrative, e permisero la nascita della Scuola anatomica pavese. A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, l’Ateneo divenne uno dei migliori d’Europa (e del mondo), annoverando accademici come il fisico Alessandro Volta (che ricoprì anche la carica di rettore), gli anatomisti Antonio Scarpa e Lazzaro Spallanzani, il matematico Lorenzo Mascheroni.

La scia dei successi e dei grandi nomi non abbandonò l’Università tanto da raggiungere l’apice del suo splendore con la ricezione del Premio Nobel, nella persona del medico e istologo Camillo Golgi. Nel corso degli anni settanta del ‘900, alle facoltà tradizionali si sono aggiunte quella di Economia e Commercio e di Ingegneria. Infine, negli anni ottanta l’ateneo assunse l’attuale fisionomia attraverso l’edificazione del polo sede della facoltà Ingegneria, nato da un progetto dell’architetto Giancarlo De Carlo. A seguito di ulteriori ampliamenti, è stato creato un vero e proprio campus che ospita ad oggi laboratori di ricerca, laboratori didattici e uffici di svariati corsi di laurea anche di ambito scientifico (come Matematica, Geologia, Scienze Naturali, Biologia). Il campus, chiamato simbolicamente “La Nave” grazie alla disposizione degli edifici che lo fanno assomigliare proprio ad una imbarcazione, ospita anche l’Istituto di Genetica Molecolare (IGM-CNR) e l’EUCENTRE, centro di eccellenza per il rischio sismico, ed è sito in Via Adolfo Ferrata n.1.

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Dopo questa breve e sintetica descrizione delle vicende dell’Ateneo, vorrei parlarvi dell’edificio storico, sito in Strada Nuova.

In origine non esisteva un unico edificio destinato agli studi: le lezioni si tenevano nelle case private e nei conventi che offrissero locali adatti, o nello stesso palazzo del Comune. Solo sul finire del quattrocento, Ludovico il Moro destinò allo Studium un palazzo in Strada Nuova appartenuto ad Azzone Visconti. L’edificio, che confinava con l’Ospedale San Matteo, a seguito della ristrutturazione cinquecentesca (1534) presentava già due cortili a loggiati sovrapposti che corrispondono approssimativamente a quelli attuali di Volta e dei Caduti. In origine i due cortili erano conosciuti come Legale (Volta) e Medico (Caduti) dagli insegnamenti ospitati nelle aule delle due parti: quello meridionale ospitava le lezioni di diritto civile e canonico, mentre in quello settentrionale erano collocati gli spazi della medicina, filosofia e arti. Il Cortile Volta deve la denominazione corrente alla presenza della statua di Alessandro Volta scolpita da Antonio Tantardini nel 1878 in occasione del centenario della nomina di Volta a professore di fisica sperimentale a Pavia. Volta è raffigurato in toga professionale con la pila nella mano sinistra.

Nei muri perimetrali, sotto il portico si possono ammirare numerose pietre tombali e epigrafi in memoria. Le più antiche e interessanti risalgono al XV e XVI secolo e sono dedicate ad alcuni dei più famosi insegnanti di Pavia. Oltre a questi due cortili, degni di nota sono il “Cortile delle Magnolie”, dove sorgono alcune piante di Magnolia che ombreggiano i tavoli destinati agli studenti, e il Cortile delle Statue che ospita le statue di illustri personaggi che han fatto la storia dell’università di Pavia: Camillo Golgi, Antonio Bordoni, Luigi Porta Pavese, Bartolomeo Panizza.

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Nel XVIII secolo, Maria Teresa d’Austria, nell’ambito del suo nuovo piano per una migliore direzione e riordino dell’Università, propose una modernizzazione dell’antico edificio. L’incarico fu affidato all’architetto Giuseppe Piermarini che si occupò della facciata e dei cortili, dove arrotondò gli archi e sostituì la copertura a cassettoni dei loggiati con soffitti a volta. Fu durante questo periodo che fu costruita l’aula Foscolo, che nel 1782 fu decorata da Paolo Mescoli.

Nel 1932, dopo che i dipartimenti medici furono trasferiti nella loro nuova sede in viale Golgi, l’Università si espanse ulteriormente ed acquistò l’ampio complesso del XV secolo che un tempo apparteneva all’Ospedale San Matteo.

L’Università, nella sua sede centrale, ospita anche alcune “Aule Storiche” dove si tengono convegni e sedute di laurea, ma di queste ve ne parlerò presto in un nuovo articolo.

Studiare presso l’università di Pavia per me è stato un vero onore: la sua storia, come avete letto, è costellata di successi e di nomi illustri che hanno calcato i pavimenti delle aule. Speriamo che l’Ateneo pavese possa risplendere sempre di luce propria e che possa ospitare altre menti eccelse, liberi pensatori e iniziative culturali sempre di rilievo.

I luoghi della storia: il Tempio della Fraternità

L’Oltrepò Pavese offre luoghi dove riflettere e dove raccogliersi in una preghiera: sia per credenti che non, ci sono davvero posti che meritano per forza una visita. Un luogo assolutamente particolare e forse poco conosciuto è il Tempio della Fratermità di Cella di Varzi, situato nella frazione Cella, del Comune di Varzi. Certo, se non siete della zona o se non avete mai visitato Varzi, è difficile scovarlo, a causa anche della sua posizione remota e delle indicazioni che si trovano solo a Varzi e nei dintorni, ma una volta arrivati capirete che una visita DOVEVA essere fatta per forza.

Tempio della Fraternità

Ma che cos’è questo Tempio della Fratellanza? Un luogo di culto? Un luogo di preghiera e di raccogliemento? Un luogo di memoria storica? Ebbene, il Tempio è tutto questo.

La sua costruzione si deve a Don Adamo Accosa, cappellano militare reduce della Seconda Guerra Mondiale: sapete la mia passione circa questo evento e la sua storia, quindi potevo esimermi a scrivere un articolo che verte su questa? Ovviamente no. Ma torniamo a Don Adamo Accosa: Don Adamo doveva costruire una chiesa a Cella, una frazione davvero “tra i monti e i boschi” e, pensando agli orrori che aveva visto e vissuto durante il servizio, si chiese cosa poteva fare per conservare la memoria di tanti soldati che non sono mai tornati a casa. Così, decise di raccogliere dei residuati bellici: dai berretti ai fucili, dalle munizioni alle fotografie dei soldati e con essi costruì la Chiesa e dunque il Tempio della Fraternità, con l’auspicio che l’idea della fratellanza potesse rimanere indelebile in questo luogo e nei cuori dei visitatori. E così molte bombe e molti ordigni sono stati trasformati in oggetti di uso liturgico e in “addobbi” della Chiesa: pensate che l’Urna dell’Altare è proprio una bomba riconvertita e che la vasca battesimale è costituita dall’otturatore di un cannone 305 della corazzata Andrea Doria! Insomma, Don Adamo era davvero creativo oltre che un uomo devoto!

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Don Adamo ebbe anche la fortuna di incontrare casualmente a Parigi l’allora Nunzio Apostolico Monsignor Angelo Roncalli, che diverrà Papa Giovanni XXIII: il futuro pontefice prese a cuore l’iniziativa e la incoraggiò inviando la prima pietra, ricavata dall’altare frantumato della Chiesa di Coutances, distrutta durante lo sbarco in Normandia. Altre pietre vennero inviate per la costruzione, da molte città bombardate o vittime della guerra: Berlino, Dresda, Londra, Varsavia, Montecassino, El Alamein, Hiroshima e Nagasaki.

All’interno della Chiesa vengono conservati numerosi oggetti di vario genere provenienti dai luoghi del conflitto o donati dalle famiglie dei defunti o dei soldati in genere: molte sono le fotografie che testimoniano quanto la guerra troppo presto si portò via dei giovani pieni di vita e speranze. Targhe, fucili, porta-razioni, ma ancora lapidi commemorative, lettere, addirittura una targa che ricorda gli internati italiani, i cosiddetti IMI, come mio nonno paterno.

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Insomma, Don Adamo ha pensato di ricordare tutti, perchè in fondo anche in guerra si potevano stringere rapporti di fratellanza e questo rapporto merita di essere ricordato, come meritano di essere ricordati tutti i ragazzi e le persone che mai sono tornati o che ancora sono tornati e hanno contribuito ad arricchire questo luogo. Anche all’esterno abbiamo “i segni del ricordo”: targhe e monumenti in ricordo di Carabinieri, Carristi, Marinai e tanti altri ancora.

Se scendiamo verso il giardino inferiore possiamo trovare anche uno spazio dedicato all’aviazione con un aereo F-104 Starfigther e altre componenti, tutte ornate di cartellino di riconoscimento: devo ammettere che il buono stato di conservazioni mi ha fatto sorridere, perchè vuol dire che anche una piccola comunità come quella di Cella riesce, nel suo piccolo, a mantenere in buono stato i reperti.

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F-104 Starfigther

Durante la visita il luogo era davvero deserto: io e Gabriele eravamo immersi nel silenzio e nella pace di questo particolare sito e ci siamo goduti una visita approfondita e attenta, scovando anche reperti particolari, non solo italiani. Ciò che ci ha colpito di più sono proprio i reperti raccolti all’interno della Chiesa e la decisione di trasformane alcuni in opere d’arte o in oggetti utili alla liturgia: una nuova vita per un oggetto destinato alla distruzione e a seminare odio, un messaggio forte a chi vuole ed osanna la guerra.

A proposito del Tempio, Gabriele vuole esprimere una personale opinione:

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Senza dubbio una piccola perla nascosta, un luogo unico nel suo genere e ricco di storia in cui è possibile rimanere affascinati sia dalla singolarità dell’archiettura del luogo di culto che dai veicoli presenti all’esterno. Da visitare sicuramente

~ Gabriele

Se siete nella zona di Varzi o comunque in Oltrepò, fate una deviazione e venite ad ammirare questo luogo, così singolare: un monumento che ci voleva, un monumento che doveva essere realizzato e che ancora oggi si arricchisce di testimonianze e ricordi.
consigli

Il Tempio della Fraternità sorge a Cella di Varzi, frazione del Comune di Varzi, in Provincia di Pavia, a circa 700 metri di altitudine. Potete raggiungere il Tempio seguendo due opzioni: la prima parte da Varzi (Via Pietro Mazza) e prosegue imboccando la Strada Provinciale 166. Arrivati al bivio di San Michele di Nivione si può procedere in entrambe le direzioni: se si svolta a destra si arriva a Cella di Varzi salendo e passando alcuni tornanti, mentre se si svolta a sinistra (seconda opzione) si raggiunge il Tempio passando per Fabbrica Curone (strada più lunga). Potete lasciare l’auto sul retro della Chiesa, nel piccolo parcheggio gratuito. Presso il Tempio ci sono anche dei bagni puliti e funzionanti; vi consiglio di portare con voi una macchina fotografica e di farlo visitare anche ai bambini, che di sicuro apprezzeranno il luogo per la sua singolarità. Attenzione però: sul Carro Armato non si può salire!

Il Tempio è aperto tutti i giorni dalle ore 09.00 alle 18.00.
Per prenotazioni comitive ed ulteriori informazioni rivolgersi a:
Don Luigi Bernini, Rettore del Tempio: Tel. +39 0143/323621 Cell. +39 338/9261500