Le Mostre più belle: Wildlife Photographer of the Year – Milano 2019

Ogni anno viene assegnato un prestigioso premio al migliore fotografo di natura: il Wildlife Photographer of the Year. Quest’anno, il vincitore è il fotografo cinese Yongqing Bao con uno scatto incredibile intitolato “The Moment”. E’ possibile vedere questa e le altre fotografie premiate al National History Museum di Londra.

A Milano, però, è sbarcata la National Photographer of the Year, la mostra “itinerante” che vuole mettere in luce una selezione delle foto vincitrici e degne di menzione dell’edizione del 2018.

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Sapendo che a Milano sarebbero stati esposti i capolavori della fotografia naturalistica più famosi al mondo ovviamente non ho esitato e così ho visitato la mostra il 20 ottobre 2019 (la mostra è aperta dal 4 ottobre al 22 dicembre 2019)

Questo evento è organizzato dall’Associazione culturale Radicediunopercento e presenta le 100 immagini premiate alla 54a edizione del famigerato concorso fotografico.

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Di 45.000 scatti provenienti da ben 95 Paesi, solo alcuni sono stati selezionati, cioè quelli che hanno colpito la giuria per composizione, particolarità e creatività: si assiste dunque a scatti incredibili, spesso frutto di un prezioso istante immortalato dal fotografo dopo mesi, se non anni, di ricerche e di appostamenti. Dal premio assoluto si passa alle foto dei giovani talenti, dagli animali si volge lo sguardo alle piante e ai paesaggi naturali.

Tutti gli scatti sono corredati di didascalia descrittiva sia della foto che dei parametri di realizzazione. Con mio grande piacere, da fotografa naturalistica, ho potuto notare alcune attrezzature menzionate che possiedo anche io e che cerco sempre di sfruttare al meglio per i miei scatti.

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Una delle sale espositive

Di sicuro, una menzione la merita la vincitrice del concorso, la fotografia di Marsel van Oosten, “Golden couple”, che raffigura due rinopitechi dorati (Rhinopithecus roxellana) seduti, con lo sguardo non rivolto alla camera, in contemplazione di ciò che sta succedendo intorno a loro. Questa specie, in pericolo di estinzione, abita i freddi altopiani cinesi di Gansu, Hubei, Sichuan e Shanxi.

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La coppia dorata – Marcel van Oosten – Foto cortesemente concessa dall’Associazione Radicediunopercento

Altra punta di diamante di questa esposizione è di certo lo scatto vincitore nella categoria “Young”: “Lounging Leopard”, di Skye Meaker, sedicenne originario del Sud Africa che ha immortalato un leopardo nel momento del risveglio nella Mashatu Game Reserve, nel Botswana.

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Il riposo del leopardo – Skye Meaker – Foto cortesemente concessa dall’Associazione Radicediunopercento

All’interno del concorso, e ovviamente della mostra, hanno trovato uno buono spazio anche alcuni fotografi nostrani, tra cui Marco Colombo, che ha vinto nella categoria “Urban Wildlife” con un scatto notturno,”Crossing Path”, realizzato ad un orso marsicano che si è avventurato in ambiente urbano.

Oltre al suo scatto, sono esposti quelli di Emanuele Biggi, Valter Bernardeschi, Lorenzo Shoubridge, Stefano Baglioni, Dario Podestà e Georg Kantioler.

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Il percorso espositivo è articolato in più sale dove le foto sono esposte secondo le seguenti categorie: Anfibi e rettili, Uccelli, Invertebrati, Mammiferi, Animali nel loro ambiente, Piante e funghi, Ambienti della terra, Subacquee, Natura urbana, Ritratti animali, Bianco e nero, Visioni creative, Portfolio, Young (fotografi da 10 anni a 17 anni). Oltre all’esperienza visiva si può anche optare per una esperienza immersiva attarverso la realtà virtuale.

La mostra è ben strutturata e l’illuminazione è ottima per ammirare gli scatti senza fastidiosi riflessi. La sede espositiva si trova non lontano dalla fermata della metro Cadorna e Cairoli Castello. All’interno della mostra è possibile acquistare il catalogo dell’esposizione e altri gadget (cartoline, magneti, ecc.).

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Sono contenta che la grande fotografia naturalistica sia approdata a Milano, città facilmente raggiungibile da tutta la Lombardia e non solo, e che l’evento sia stato pubblicizzato sui social (altrimenti, probabilmente, non ne avrei sentito parlare). Consiglio vivamente a voi lettori di visitare questa esposizione anche se non siete fotografi, ma semplici appassionati: la natura, ancora una volta, saprà stupirvi.

Ringrazio sentitamente l’Associazione Radicediunopercento, in particolare la Signora Alessandra Zanchi per il supporto che mi ha fornito.

Informazioni utili

Wildlife Photographer of the Year
4 ottobre – 22 dicembre 2018
Fondazione Luciana Matalon
Foro Buonaparte 67 – 20121 Milano

Orari
Tutti i giorni e festivi h 10 – 19 / Venerdì h 10 – 22 / Chiuso Lunedì
Chiusura biglietteria 30 minuti prima
1 novembre, 7 e 8 dicembre aperti.
Sabato 16 novembre e sabato 14 dicembre chiusura anticipata alle ore 18.00

Giungere alla mostra
MM1 Cairoli – MM2 e Ferrovie Nord Cadorna
Tram: 1 – 4 Bus: 50 – 57 – 61

Per ulteriori informazioni

Radicediunopercento

Diario di viaggio: Scozia tra natura e castelli – Arrivo e prima sera

Dopo tre mesi dal mio ritorno dalla Scozia mi sono decisa a scrivere il Diario di viaggio di questa incredibile esprienza durata 11 giorni, intensi e mai banali. E’ con immenso piacere dunque che inauguro con questo articolo questa serie, un diario di un viaggio naturalistico e storico, fatto di osservazione, attese del momento giusto, grandi traversate e…Disagi da maltempo! Già perchè non è la Scozia senza la pioggia e gli imprevisti che ne derivano! Iniziamo dunque questo racconto, alla scoperta della Scozia più bella e autentica.

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Se prima però volete sapere come ho pianificato questo viaggio, leggete questo articolo cliccando qui!

Itinerario del primo giorno

Dopo aver pianificato l’itinerario nei minimi dettagli e aver programmato ogni sosta e ogni luogo da visitare, io e mio padre siamo partiti alla volta della Scozia, dall’aeroporto di Milano Malpensa con compagnia RyanAir. Dopo un volo tutto sommato tranquillo e con un pizzico di ritardo siamo atterrati ad Edimburgo, lasciandoci alle spalle l’assolata Lombardia ed entrando nel mood triste e nervoso del meteo scozzese: già, perchè non appena atterrati abbiamo capito come questa regione sia profondamente influenzata dalle piogge e che queste siano praticamente perenni (almeno un’ora al giorno ha piovuto sempre, tranne rarissimi casi). Va beh, cerchiamo di non scoraggiarci subito! Ritirati i bagagli ci siamo diretti verso la sezione dell’aereoporto delle auto a noleggio, tra l’altro comodissimo, proprio fuori dal terminal e supersegnalato. Recuperata l’automobile presso la Thrifty Car Rental, una Citroën C4 Cactus, ci siamo messi subito su strada, direzione Dunbar.

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Pronta a partire!

Non vi nego che l’esperienza di guidare al contrario è qualcosa di assolutamente particolare e senza precedenti: le numerose rotonde con i semafori al loro interno ci hanno sbigottito e non poco! Ci sembrava di procedere in contromano ad ogni incrocio e questa sensazione ci è rimasta anche quando siamo ritornati in Italia. Con la BBC Alba a manetta e le canzoni in gaelico, la motivazione è salita al massimo e le battute si sono sprecate. Constatiamo che gli scozzesi non guidano male, anzi, con noi sono stati sempre molto attenti e prudenti.

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Dopo circa 50 minuti giugiamo a Dunbar, sempre sotto una pioggia scrosciante. Per questa prima tappa abbiamo scelto di alloggiare presso il Royal Mackintosh Hotel, un placido e tranquillo hotel a conduzione famigliare non lontano dal porto e dal centro. L’accoglienza è stata calorosa e la receptionist si è premurata di non farci mancare nulla. La stanza, piccola ma confortevole, era funzionale e silenziosa. Nonostante il volo e la stanchezza dovuta alla guida, abbiamo subito deciso di visitare il porto, sperando nella fortuna, e questa non ci ha deluso.

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La stanza

Proprio presso il porto si trovano i resti del Castello di Dunbar (poco più di un muro rimasto in piedi) e, all’interno dei suoi mattoni, ha trovato riparo e luogo di nidificazione una colonia di Gabbiano tridattilo (Rissa tridactyla), una specie vulnerabile che davvero mi ha sorpeso vedere così ben rappresentata proprio qui a Dunbar: in nessuna parte della Scozia che ho visitato ho potuto osservarne così in grande numero (parliamo di almeno 300 individui). Questi timidi e piccoli gabbiani hanno sfruttato le insenature createsi naturalmente tra i mattoni per nidificare: con gli adulti, infatti, ho potuto osservare numerosi pulcini, ben nutriti e chiassosi.

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Il mio cuore da birdwatcher si è subito riempito di gioia perchè a nemmeno due ore dall’atterraggio mi sono trovata davanti questo spettacolo così meraviglioso, unico e davvero tanto tanto desiderato. Oltre ai gabbiani non potevano mancare i cormorani (Phalacrocorax carbo) e, dulcis in fundo, anche degli edredoni (Somateria mollissima) che però ho osservato solo da lontano.

Dopo aver scattato un vero e proprio fotoset ai gabbiani, qualcos’altro ha attirato la mia attenzione: la presenza di una bellissima Foca comune (Phoca vitulina) che tranquilla e beata nuotava nell’ansa del porto. Purtroppo non sono riuscita ad immortalarla molto bene a causa della lontananza e per il fatto che la luce stava diventando davvero proibitiva per scattare (ormai era sera e la pioggia sempre più battente rendeva la visbilità davvero scarsa). Girottando sul porto ho trovato un cartello che spiegava come questa foca, di nome Sammy, fosse un abitante fisso di questo luogo dato che era abituata a ricevere cibo dai marinai in arrivo. Sammy, mascotte di Dunbar, mi ha davvero fatto sorridere!

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Ormai si era fatta una certa ora ed era il momento di tornare in hotel per fare una bella doccia e per cenare: il Royal Mackintoh Hotel ha anche un ristorante, dunque perchè non approfittarne?

Dopo una bella e rilassante doccia ci accomodiamo al tavolo del ristorante, più un pub direi che un ristorante come lo intendiamo noi, ma questo non ci dispiace affatto: non vediamo l’ora di assaporare piatti scozzesi e ricette sfiziose! La prima cosa che ho controllato sul menù è la presenza del pane all’aglio: era da quando sono stata a Winchester (in quarta superiore, quindi una vita fa) che volevo assaporare il pane all’aglio e le mie speranze qui non sono state disattese! Con un bel piatto di pane all’aglio e uno spezzatino di carne con verdure di stagione e patate, la cena è servita!

Guardondo fuori dall’ampia finestra del pub ho visto che la pioggia non accennava a diminiuire ma, nonostante ciò, non ero triste: mi sentivo pronta a vivere una nuova avventura, in una terra che non avevo mai visto ma su cui avevo ampie aspettative. Con il pensiero già al giorno seguente, mi sono ritirata in camera e ho annotato le specie che ho osservato nel tardo pomeriggio sul mio quadernetto di viaggio. Dopotutto, è un viaggio naturalistico, no?

Se vi è piaciuto il primo giorno del Diario di Viaggio, scoprite come ho pianificato questo viaggio in Scozia leggendo questo articolo!

Le Mostre più belle: Hokusai, Hiroshige, Utamaro – Capolavori dell’arte giapponese a Pavia

Pavia offre spesso al grande pubblico la possibilità di visitare mostre d’arte di particolare rilievo. Una delle ultime che ho visitato è stata quella monografica sul fotografo (nonchè mio ispiratore) Steve McCurry, Icons (clicca qui per leggere l’articolo). Quando ho saputo dalla mia cara zia che sarebbe stata inaugurata una mostra sull’arte giapponese proprio qui a Pavia non mi sono fatta sfuggire l’occasione di visitarla: nasce così questo articolo dedicato alla mostra “Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Capolavori dell’arte giapponese“.

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La mostra sulla tecnica dell’incisione a colori su legno vuole mettere a confronto più di 170 opere, proiettando il visitatore in un Giappone di altri tempi, e non solo. La rassegna infatti si propone di mostrare le stampe giapponesi contrapposte a quelle di grandi artisti occidentali come Edouard Manet, Henri Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Paul Gauguin, Camille Pissarro e altri.

 

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I grandi maestri dell’arte giapponese la fanno da padrone: spiccano fra tutte le opere di Katsushika Hokusai (1760-1849), Utagawa Hiroshige (1797-1858) e Kitagawa Utamaro (1753-1806). Il filo conduttore della mostra è senza dubbio l’Ukiyo-e, la corrente artistica che vide queste stampe come protagoniste. Ukiyo, che significa “mondo fluttuante”, si riferisce alla cultura giovane e impetuosa che fiorì nelle città di Edo (oggi Tokyo), Ōsaka e Kyōto. Questa tecnica artistica divenne molto popolare a Edo durante la seconda metà del XVII secolo a partire dalle opere monocromatiche di Hishikawa Moronobu (circa 1670). All’inizio, si utilizzava soltanto inchiostro cinese, in seguito alcune stampe vennero colorate a mano con dei pennelli, ma nel XVIII secolo Suzuki Harunobu sviluppò la tecnica della stampa policromatica per produrre nishiki-e, le stampe appunto esposte e oggetto di questa mostra.

 

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virgoletteLa mostra è articolata in sezioni ben delineate con l’esposizione di opere di altissimo valore. In modo particolare si pone l’accento su due artisti cardini dell’Ukiyo-e, Hiroshige e Utamaro. Mi ha colpito molto la parte dedicata alle stampe sul teatro Kabuki e l’esposizione degli attrezzi per la realizzazione di questa tecnica artistica.

Gianfranca, visitatrice della mostra.

Con opere provenienti per la maggiorparte dalla Johannesburg Art Gallery e, in piccola parte, dalla collezione dei Musei Civici di Pavia, la mostra vuole trasmettere la bellezza di queste stampe e porre l’accento anche sulla difficoltà di realizzazione dei capolavori grazie all’esposizione di alcuni oggetti utili alla fabbricazione. Al contrario dell’usanza occidentale, le stampe giapponesi non devono il loro valore alla loro tiratura: il valore di un’opera di questo genere è uguale per tutte le copie prodotte (in buono stato). Ad esempio, de “La grande onda di Kanagawa”, ne sono state stampate circa 5000 copie solo dai blocchi originali e il prezzo irrisorio ne facilitò l’estrema diffusione (all’epoca della sua realizzazione si poteva acquistare per 16 mon, l’equivalente di una doppia porzione di noodles).

 

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Ho trovato questa mostra assai interessante, completa e intrigante. L’arte giapponese delle stampe è ben rappresentata dalle opere esposte e non mancano le spiegazioni esaustive sia del periodo storico che dei soggetti trasposti. Consiglio vivamente di visitare questa mostra unica e così particolare.

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Katsushika Hokusai – La grande onda al largo di Kanagawa

La mostra sarà presente a Pavia Dal 12 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, alle Scuderie del Castello Visconteo.

L’ingresso è di 12 euro intero, il ridotto è di 10 euro.

Ulteriori informazioni le potete trovare sul sito ufficiale cliccando qui.

Il Museo di Ottobre: Il Museo della Casa delle Bambole di Varsavia

Varsavia è una città molto ricca, sia a livello culturale che a livello storico: monumenti, palazzi antichi e storia millenaria si intrecciano per dare vita ad una città assolutamente eterogenea e peculiare. Molti sono i musei degni di una visita e che di cui avevo sentito parlare. Di certo, però, non immaginavo che potesse esistere un museo così particolare, forse unico nel suo genere: sto parlando del Museo della Casa delle Bambole.

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La mia espressione è stata di stupore e di incredulità quando ho scoperto della sua esistenza: mi trovavo all’ufficio del turismo, proprio alla base del Palazzo della Cultura e della Scienza e qui, dopo aver ritirato due Warsaw Pass, l’addetto dell’ufficio del turismo mi ha consigliato di visitare questo peculiare museo. All’inizio ero scettica perchè mi chiedevo che cosa potesse mostrare un museo del genere, ma poi mi sono davvero ricreduta.

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L’insegna del Museo

Giunta al museo, non lontano dall’ufficio del turismo, l’addetto museale mi accoglie con tanto entusiasmo e simpatia e mi fa accedere (in un modo del tutto particolare e fuori dal comune) all’interno del museo (per accordi presi con il museo non vi svelerò di più sull’entrata): qui mi sono trovata catapultata in un mondo fiabesco e fanciullesco. L’esposizione conta di più di 130 diverse case delle bambole, ognuna diversa dalle altre, sia per tecnica di costruzione sia per le proprie caratteristiche. Il museo sembra una sorta di finestra all’interno di un mondo in miniatura: dall’ospedale alla drogheria, dalla bancarella del mercato all’atelier degli abiti da sposa. Tutto il mondo reale è raffigurato mediante queste case delle bambole, ricche di dettagli e colori fantasiosi. Ogni oggetto è stato realizzato con estrema cura dei dettagli: le stoviglie, i mobili, persino le decorazioni delle case sembrano essere usciti dalle sapienti mani di artigiani e collezionisti.

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Il museo si propone dunque di farci riscoprire la nostra infanzia, attraverso un gioco davvero comune, sia in Europa che soprattutto in Polonia. Un’esposizione unica, un museo così peculiare da essere quasi unico al mondo. Di certo la visita è stata molto divertente e assai suggestiva: mi sono sentita catapultata nell’infanzia di una bimba proveniente da epoche diverse, dato che queste case sono state costruite in anni molto diversi tra loro.

Consiglio vivamente a tutti di visitare questo particolare e incredibile museo, uno spaccato sull’infanzia polacca e una forma d’arte assolutamente unica.

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Ringrazio sentitamente il museo per avermi concesso la possibilità di scattare queste fotografie al suo interno.

Informazioni utili

Il Museo della casa delle bambole di Varsavia si trova all’interno del cortile del Palazzo della Cultura e della Scienza, in Piazza Defilad numero 1.

Il Museo è aperto tutti i giorni, dalle 9:00 alle 19:00 tranne nei giorni:

 19, 20, 21, 22 Aprile

 1 Novembre

 23, 24, 25, 26, 31 Dicembre

 1 Gennaio

Entrata e costi

Biglietto normale: 20 zł (5 €)

​Biglietto ridotto (bambini, studenti fino a 26 anni e dottorandi, diversamente abili e accompagnatori, insegnanti):​ 15 zł (4 €)

Per altre informazioni visitate il sito ufficiale cliccando qui.

 

Disagi di viaggio: quando la meta sembra irraggiungibile

Dopo il mio viaggio a Vienna ho deciso di scrivere un Guest Post sulle disavventure capitate durante i viaggi. E’ vero, non può sempre andare tutto liscio, ma certe avventure sono da raccontare e, a volte, da dimenticare! A Vienna abbiamo avuto disagi in aeroporto, il giorno della nostra ripartenza, ma questo non è niente in confronto a ciò che alcune amiche Travel Blogger hanno voluto raccontarmi! In questo articolo leggerete dunque due mie esperienze da incubo e i racconti di Marica, Eleonora e Paola sui loro viaggi…Da incubo!

Disagi di viaggio

Il primo viaggio in aereo: Formentera. Dal paradiso all’incubo.

La prima pessima esperienza che vi voglio raccontare è quella che ho vissuto a Formentera, durante il mio primissimo viaggio con spostamento in aereo. Avevo 8 anni e con i miei genitori ho visitato l’idilliaca isola delle Baleari quando ancora era sconosciuta ai più. Ebbene, la vacanza sembrava essere stata divina, il mare era splendido, il cibo fantastico. Cosa avrebbe potuto rovinare un’esperienza simile? Solo l’attesa del volo di ritorno di ben 11 ore.

Alle 16 giunse presso il nostro Hotel l’addetta del Tour Operator che ci informò che il nostro volo era in ritardo di due ore e che, per evitare altri disguidi, saremmo stati portati presso una struttura della stessa catena ad Ibiza, dove potevamo tranquillamente cenare. Alle 18.30 sarebbe tornata con il pulmino per portarci in aeroporto.

Dopo l’iniziale fibrillazione ci adattammo a questo cambiamento e gustammo una cena tutto sommato discreta. Alle 19.30 ritornò l’addetta che ci informò che il volo aveva accumulato altre 4 ore di ritardo (salendo così a 6 ore) e che non potevamo rimanere nella struttura perciò ci avrebbero condotto all’aeroporto. La tensione cominciava a salire pericolosamente, ma, nonostate tutto, cercammo di mantenere la calma (altri turisti non furono così pacati).

Giunti all’aeroporto e sistemati sulle prime seggiole disponibili, l’addetta ci comunicò che NON C’ERA L’AEREO. Ma come non c’era l’aereo? Che cos’è, un film comico? Lo sarebbe davvero stato se non fosse che ci trovavamo nella realtà nuda e cruda. A quanto pare per un problema tecnico di prenotazioni, il volo previsto che ci avrebbe riportato in Italia non esisteva e quindi non saremmo partiti quella sera. La tensione esplose e tutti minacciavano esposti e denunce.

Come è finita? Dopo altre 5 ore finalmente un aereo atterrò a Ibiza: era partito appositamente dall’Italia per recuperare noi poveri sbandati e sarebbe rientrato a Milano dopo uno scalo a Roma. Insomma, Formentera ci voleva proprio tenere con sè a tutti i costi!

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Photo by Jordi Vich Navarro on Unsplash

Viaggio in Madagascar…Senza valigie!

Un altro bel disguido di viaggio mi capitò in Madagascar, nel 2014. Dopo un volo di più di 10 ore finalmente atterrai ad Antananarivo assieme a mia zia. Dopo i controlli di routine ci disponemmo in fila per recuperare i nostri bagagli. Tra la stanchezza ed il fuso eravamo abbastanza provate ma cercammo comunque di rimanere lucide. Dall’aereo giunsero soltanto alcune valigie…E le altre? Quella di mia zia, ad esempio, non si era vista nemmeno con il binocolo, così come altri 12 bagagli di altri membri del gruppo di partenza. Dove erano finite le valigie? Come mai non erano sull’aereo?

Durante il viaggio di 12 giorni alcune valigie riuscirono a recapitarle mentre altre no. Indovinate tra quelle non recapitate quale c’era? Esatto, quella di mia zia. Purtroppo ci si deve adattare in questi casi e così abbiamo condiviso tutto, dai vestiti alla biancheria intima, perchè in giro per il Paese non siamo mai riuscite a trovare un negozio di abbigliamento.

Al termine del nostro viaggi davamo per dispersa la valigia ma, proprio prima del check-in per rientrare in Italia, il nostro referente ci dice che la valigia è sana e salva e ci avrebbe aspettato a Linate. Dov’era finita durante quell’interminabile viaggio? In un posto assai sperduto, a Lakselv. Questo nome forse non vi dirrà granchè, ma se vi dico Capo Nord? Ecco, e a quanto pare il suo viaggio non era ancora terminato perchè avrebbe dovuto raggiungere un porto ancora più remoto attraverso un postale.

Insomma, questa valigia invece che andare a sud è andata a nord: solo una piccola deviazione? Non lo sapremo mai, fatto sta che al nostro rientro, per fortuna, la valigia era lì ad aspettarci, ancora chiusa con il suo lucchetto e con i vestiti puliti e profumati, come se non fosse accaduto nulla.

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Vediamo ora le esperienze delle amiche Travel Blogger!

Grechina

Mauritius…Senza passeggino!

By Marica – Bambini Giramondo

Il mese scorso siamo partiti per il nostro viaggio di nozze con i bambini, direzione Mauritius. Un viaggio di quasi venti ore considerando lo scalo e gli spostamenti da/per l’aeroporto.

E come in tutti i viaggi che si rispettino, l’imprevisto è dietro l’angolo.

Arrivati a Roma Fiumicino con l’euforia di chi sta per prendere un aereo, facciamo il check-in per bagagli, che andranno in stiva, e passeggino trio che consegneremo direttamente all’imbarco ed utilizzeremo durante lo scalo.

Dopo sei ore di volo atterriamo a Dubai, senza passeggino. Al banco informazioni della compagnia ci assicurano che arriverà direttamente a Mauritius. Utilizziamo i passeggini forniti gratuitamente in aeroporto fino all’imbarco successivo.

Altre sei ore di volo, atterriamo stanchi ma felici. Al ritiro bagagli però il nostro trio non c’è.

Non ci resta che andare all’ufficio bagagli per chiedere informazioni. Qui compiliamo il PIR (Property Irregularity Report), un modulo con codice alfanumerico che consente la localizzazione del bagaglio smarrito. Rilasciamo una descrizione dettagliata e ci comunicano che il giorno successivo avremmo ricevuto il passeggino direttamente in hotel.

Così è stato, tutto si è risolto per il meglio ma abbiamo comunque perso più di un’ora in aeroporto per sporgere denuncia, dopo un lungo viaggio e con due bimbi piccoli.

Il sistema di localizzazione dei bagagli tuttavia ci è sembrato efficiente ma al ritorno non abbiamo voluto rischiare, il passeggino è andato in stiva diretto a Roma.

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Riferimenti

BLOG: https://www.bambinigiramondo.it/

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Grechina

A 4000 metri senza mezzi di trasporto…In Bolivia!

By Eleonora – Avventure Ovunque

Si sa che quando si viaggia in Sudamerica bisogna essere pronti ad adattarsi un po’ e non si può organizzare tutto in anticipo. E infatti noi, prima della partenza, non eravamo riusciti a trovare informazioni precise sui pullman per raggiungere la cittadina di Tupiza, in Bolivia, partendo dalla capitale, Sucre. Una volta arrivati alla stazione dei pullman di Sucre, abbiamo però scoperto che ogni mattina c’è un pullman che arriva a Potosí giusto in tempo per poterne prendere un altro diretto a Tupiza: perfetto!

Chiaramente però, il nostro pullman è arrivato a Potosí giusto cinque minuti dopo la partenza di quello per Tupiza. Che credo sia stato l’unico pullman di tutto il Sudamerica a partire in orario, ma sorvoliamo.

Una volta appurato di aver perso la coincidenza, ci siamo quindi trovati a cercare di capire come fare. Avremmo potuto aspettare la sera e prendere un pullman notturno, ma non avevamo voglia di viaggiare di notte. E comunque non ci andava nemmeno di aspettare un intero pomeriggio in una stazione degli autobus. Prima di partire avevo però letto su internet che ci sono anche degli altri pullmini, con sei o sette posti, che non hanno orari precisi ma partono semplicemente quando sono pieni. Chiedendo un po’ in giro ho quindi scoperto che questi pullmini a Potosí partono dal “vecchio” terminal dei pullman. Noi ovviamente eravamo in quello “nuovo”. Nessun problema però, perché una ragazza ci ha gentilmente indicato la strada, dicendo che ci sarebbero voluti circa 20 minuti a piedi.

Dopo aver caricato gli zaini sulle spalle, ci siamo quindi avventurati fuori dal terminal. Pochi passi e già ci mancava il fiato: Potosí si trova a oltre 4000 metri di altitudine, dove l’ossigeno comincia ad essere poco e camminare con uno zaino da 12 chili sulle spalle inizia ad essere una mezza impresa. Abbiamo guardato la strada davanti a noi ed era tutta in salita. Abbiamo controllato su Google Maps e si trattava di 3 chilometri. Non era possibile che riuscissimo ad arrivare vivi, figuriamoci fare quella strada in 20 minuti.

Abbiamo allora deciso di fare l’unica cosa possibile: prendere un taxi. Davanti alla stazione mi sarei aspettata di trovarne a dozzine, considerato che in Bolivia di solito spuntano come funghi. Invece no, nulla. Ne abbiamo trovato solo uno. Da fuori aveva l’aria un po’ malandata, ma d’altro canto non avevamo grande scelta. Dopo aver contrattato il prezzo della corsa, siamo quindi saliti. E certo, il fatto che i sedili fossero tutti diversi tra loro era un po’ strano. Diciamo che tutto in quella macchina dava l’idea che fosse stata assemblata dal nulla con pezzi presi a caso qua e là. Ma il momento di vero disagio è stato quando abbiamo visto che il tassista non aveva la chiave: per far partire l’auto stava usando direttamente i cavi elettrici!

Dopo averne lette di tutti i colori prima della partenza, a proposito di rapimenti, truffe ed estorsioni, nel trovarci in quella situazione un po’ di agitazione non ci è mancata. Però alla fine è andato tutto bene. Siamo arrivati a destinazione, abbiamo recuperato gli zaini e non ci è successo nulla di male. Ma sono momenti che ci ricorderemo per sempre!

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Riferimenti:

BLOG: www.avventureovunque.it

Grechina

La Costa Azzurra da dimenticare!

By Paola – Pasta Pizza Scones

Alla maggior parte delle persone che conosco la Costa Azzurra fa venire in mente vacanze di lusso, cene in ristoranti vista mare, passeggiate mano nella mano sul lungomare e croissant appena sfornati a colazione. A me invece viene in mente la catena di hotel Balladins (e le cozze, moules frites in tutti i modi).

La prima volta che andai a Cannes, una decina di anni fa, fu in vacanza con un mio ex fidanzato. Inizialmente avevamo programmato di andare in Croazia, ma dopo lunghe discussioni davanti all’ingresso dell’autostrada mi convinse che per una settimana aveva più senso andare in Costa Azzurra anziché perdere un giorno di viaggio (partivamo da Torino). Io ovviamente ero furiosa, mi ero letta tutta la guida dei Balcani e avevo una valigia piena di abitini hippie-chic perfetti per la Croazia e totalmente fuori luogo per la Francia. Accettai il cambiamento di programma solo perché avevamo già perso due ore e lui era irremovibile (e al volante, altrimenti la discussione non sarebbe proprio neanche iniziata).
Non avendo prenotato arrivammo a Cannes da perfetti sprovveduti, senza sapere che c’era un festival delle barche o qualcosa del genere per cui tutti gli hotel erano pieni. Un receptionist ci suggerì però di provare fuori città, all’Hotel Balladins, una sistemazione semplice per famiglie, ed effettivamente lì trovammo un posto per dormire non troppo caro. La stanza però era sporchissima, con il soffitto così basso che lo toccavo alzando le mani, alla vasca mancava un lato di copertura e in bagno c’erano dei fili elettrici scoperti. Sembrava una stanza dismessa in attesa di ristrutturazione. Dopo una notte da incubo, al mattino mi feci rimborsare la seconda notte e investimmo buona parte del nostro budget per spostarci in un cinque stelle, l’unico altro hotel di Cannes con camere libere in quei giorni.
In realtà ho scoperto anni dopo che la catena Balladins è davvero una catena di hotel basici, neanche tutti così orrendi, ma l’hotel Le Cannet di Cannes continua tutt’oggi a venire sconsigliato da quasi tutti i viaggiatori per le sue camere così prive di comfort. Per il resto la vacanza in Costa Azzurra andò benissimo, ma quella notte in hotel è stata davvero indimenticabile.

Da questa esperienza comunque ho imparato: mai lasciare il volante ai compagni di viaggio fino a quando non si è già ad almeno un terzo del percorso, mai fidarsi della definizione “hotel semplice per famiglie” e portarsi sempre dietro la carta di credito per scappare nel più vicino hotel di lusso in caso di necessità.

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Riferimenti:

BLOG e articoli su viaggi da incubo: https://pastapizzascones.com/viaggi-da-incubo-europa-asia-africa/

Grechina

Storie da incubo, che mai avremmo voluto vivere ma che oggi, forse, ci fanno apprezzare ancora di più i nostri viaggi e ci strappano un sorriso dalle labbra.

E voi quali disavventure avete vissuto? Raccontatemele nei commenti o inviatemele via mail a donnavagabonda@gmail.com!

7 cose da non perdersi a Varsavia

Varavia: capitale giovane, fresca, accogliente e dalle sfumature inaspettate. Cresciuta all’ombra di Cracovia è in realtà, a mio avviso, una delle più belle capitali d’Europa, che ha saputo riconciliare il suo recente passato ad una storia di incommensurabile bellezza. Ma perchè dovremmo visitare questa città? Che cosa ha da offrirci? Ebbene, ecco 7 cose che proprio non potete non vedere se siete a Varsavia!

7 cose Varsavia

1. Passeggiare lungo la Stare Miasto (o la città vecchia)

Varsavia, nonostante i pesanti bombardamenti subiti durante l’ultimo conflitto mondiale, conserva un autentico e variegato centro storico su cui sorge ancora oggi il Palazzo Reale, sede del potere storico di questo ex-regno. Le case colorate affacciate sulla Piazza Centrale, dove sorge la Colonna di Sigismondo, vi riporteranno ad una bellezza di altri tempi.

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2. Vedere la città dal Palazzo della Cultura e della Scienza

Se cercate una bella vista dall’alto della città allora dovete recarvi sulla terrazza panoramica del Palazzo della Cultura e della Scienza. Situato nel nuovo centro di Varsavia, affiancato dai palazzi più moderni e lussuosi della capitale, questo edificio in stile realistico socialista vi permetterà di godere di una vista seza pari, dall’alto dei suoi 42 piani! Tranquilli, non dovrete salire a piedi, ma con una comoda ascensore!

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3. Conoscere la storia della città al Museo della Città di Varsavia

Questo imponente Museo riaperto nel 2017 dopo anni di restauro è uno dei più particolari di Varsavia: infatti, si snoda attraverso 11 edifici antichi (ex case) e su sei livelli. Con un approccio innovativo ma non digitalizzato, il museo offre la possibilità di conoscere alla perfezione tutto ciò che riguarda la storia della città e conserva più di 7000 reperti che vanno da opere d’arte a monete, da vasellame a orologi. Insomma, ce n’è per tutti i gusti! Da segnalare anche la vista meritevole dal sesto piano del museo sulla Piazza del Mercato: imperdibile!

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4. Una sosta a Piazza del Mercato

Non tutti sanno che il simbolo della città è una Sirena: all’interno del Museo della città di Varsavia potete vedere come è cambiato questo simbolo nel corso dei secoli. Ma perchè proprio una sirena? La leggenda narra che un giorno due sirene decisero di partire dal Mar Baltico per una bella nuotata: una si diresse verso Copenaghen (la famosa sirena di Andersen) mentre l’altra risalì la Vistola e si diresse a Varsavia. Arrivata alla capitale vide dei pescatori intenti nella loro attività. La sirena decise di liberare i pesci e i pescatori non poterono nulla, irretiti dal suo ipnotico canto. Un giorno, un uomo losco venne a sapere della sirena e del suo misterioso canto e decise di catturarla: ci riuscì e la rinchiuse in gabbia. I pescatori, commossi da questa vicenda, decisero di liberare la sirena dalle grinfie dell’aguzzino e la sirena ricambiò questo gesto promettendo di proteggere la città da ogni pericolo. Da quel momento la sirena, ritratta nella statua che si trova proprio in Piazza del Mercato, protegge la capitale con la sua spada sguainata e il suo scudo stretto al petto. In questa piazza potrete dunque ammirare la statua della Sirena, assaporare dei gustosi Pierogi e rimanere affascinati dai palazzi colorati.

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5. Visitare il Palazzo Wilanów

Varsavia è davvero la città dei Palazzi: se siete innamorati della storia e affascinati dalle casate reali, allora è proprio la meta che fa per voi. Oltre al Palazzo Reale vi consiglio di recarvi a visitare il meraviglioso Palazzo Wilanów, la “Versailles di Varsavia“. Il Palazzo fu costruito per il Re polacco Jan III Sobieski nel XVII secolo e fu in seguito ingrandito dai proprietari successivi. Al suo interno potrete vedere le stanze reali, gli appartamenti e una collezione di stampe e oggetti cinesi (dovrete però optare per il biglietto completo). Completano la visita i bellissimi giardini, dove potrete trovare alcuni simpatici scoiattoli rossi!

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6. Passeggiare per il Łazienki Królewskie

Il Parco Łazienki è uno dei parchi più famosi ed estesi della città: nato come giardino della residenza estiva del Re Stanislao Augusto, oggi è completamente visitabile con il Palazzo sul ghiaccio (così chiamato per la sua posizione, sul laghetto). Il Parco si articola in più zone che comprendono i giardini reali, l’orangerie, le stalle e molti altri ancora. Questo luogo è molto amato dagli abitanti di Varsavia e vi stupirà per la sua grandezza e per la calma che vi si respira. Per un’esperienza ancora più green vi consiglio di raggiungerlo con un monopattino elettrico, come ho fatto io. Aguzzate la vista! Tantissimi uccelli e scoiattoli si potranno palesare davanti a voi!

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7. Visitare il Museo dell’Insurrezione di Varsavia

Varsavia è stata teatro di battaglie e di numerosi avvenimenti cruenti. Il più conosciuto, probabilmente, è la repressione dell’issurrezione del Ghetto di Varsavia: nel 1944 l’esercito regolare polacco insorse contro l’egemonia nazista. La rivolta, durata circa due mesi, fu repressa nel sangue. Oggi, a raccontare questo avvenimento, esiste il Museo dell’Insurrezione, situato nel distretto di Wola. Reperti, ricostruzioni, oggetti d’epoca, armi e documenti: tutto condensato in un museo davvero sbalorditivo, sia nell’allestimento sia per il materiale esposto. Anche se non siete appassionati di storia non potete non visitare questo luogo così memorabile.

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Queste sono solo alcune delle meraviglie che vi attendono a Varsavia, capitale ritrovata e gaudente. Se vi interessa scoprire come ho pianificato questo viaggio, leggete l’articolo a riguardo cliccando qui.

 

 

 

Inaugurazione del Museo Kosmos di Pavia

Da molto tempo era in programma una ristrutturazione del Museo di Storia Naturale di Pavia, spesso chiuso e non così famoso per il turista che veniva a visitare la mia città. Forse per la sua posizione leggermente decentralizzata rispetto a quella della sede dell’Università centrale, o forse per altri motivi, il Museo è stato lasciato sempre un po’ a sè stesso e pochi, pavesi e non, conoscevano la sua storia.

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Dopo un periodo di ristrutturazione, il 21 settembre 2019 viene inaugurato il nuovo Museo di Scienze Naturali: Kosmos.

Donna Vagabonda non poteva non essere presente a questo grande ed atteso evento: moltissime persone, curiosi, invitati, grandi e piccini si sono presentati alle 10:30 ansiose di vedere il Museo restituito alla propria città. Siamo così in tanti che veniamo ospitati presso il cortile antestante l’ingresso del Museo.

Numerosi sono stati gli interventi degli ospiti, ma uno su tutti mi ha catturato: quello del Rettore Universitario Fabio Rugge, che parla del museo come un luogo di ritrovo, di cultura, di scienza, un luogo dove tutti possono ammirare le bellezze naturali e reperti unici della collezione universitaria.

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Kosmos è stato pensato come un viaggio alla scopera della natura attraverso alcune personalità eccelse, primo tra tutti Lazzaro Spallanzani, che tanto ha donato all’Università di Pavia. Kosmos è un museo che si libera della sua veste “pragmatica” da museo ottocentesco e vuole far immergere il visitatore in un mondo fatto di storia e di scienza, dove i reperti vengono esposti in modo moderno e coinvolgente: oltre alla collezione, ci sono numerose installazioni interattive e dinamiche, per un’esperienza immersiva e per tutte le età. Dalla zoologia all’anatomia comparata, dalla paleontologia alle stranezze studiate dagli scienziati, il museo Kosmos saprà catturare l’attenzione di tutti i suoi visitatori.

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Nonostante la calca incredibile, sono riuscita ad assaporare almeno l’essenza di questo museo: lo trovo, rispetto all’esposizione precedente, molto più immediato e coinvolgente, soprattutto per i più piccoli. I reperti sono stati accuratamente selezionati per essere del giusto numero, nè pochi nè troppi. Forse avrei inserito qualche informazione in più sui campioni, soprattutto nella parte dedicata alla paleontologia (di solito, è buona pratica indicare il luogo e l’anno di ritrovamento dei fossili e questo mancava in alcuni pezzi esposti). Interessante il focus sui fossili di Bolca (leggete qui il mio articolo riguardo al Museo di Bolca) e curiosa la sezione di anatomia comparata, che ospita anche il curioso vitello ciclope (la testa di un vitello con un solo occhio).

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Il museo affonda le sue radici nel Periodo Asburgico, infatti fu Maria Teresa a volerlo; Lazzaro Spallanzani lo diresse per quasi trent’anni e lo arricchì di una collezione zoologica tra le più antiche del mondo: in questa si trovano un coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus), un ippopotamo (Hippopotamus amphibius), uno squalo mako a pinne corte (Isurus oxyrhynchus) e un tursiope (Tursiops truncatus). Con gli anni le collezioni si sono incrementate grazie a numerosi personaggi di spicco, come Torquato Taramelli, Leopoldo Maggi, Pietro Pavesi, Giuseppe Balsamo Crivelli.

Un’inaugurazione sentita e molto partecipata quella del Museo Kosmos, che ha acceso in me anche la speranza di vedere sempre più luoghi culturali di Pavia migliorati e resi di nuovo alla cittadinanza.

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Di sicuro, tornerò a far visita a questo Museo con più calma e più tranquillità, in modo da godermi a pieno questa ritrovata esposizione.

Non mi resta, ormai,  che consigliarvi la visita al Museo!

Per saperne di più, visitate il sito ufficiale.

Diario di Viaggio: Vienna – Giorno 1

Scrivere un Diario di Viaggio è sempre emozionante, soprattutto quando si inizia con il primo giorno. Si sa, il primo giorno è il giorno dell’arrivo, c’è la frenesia del volo e del giungere a destinazione il prima possibile. Tutto deve essere pronto, perfetto, impeccabile. Poi, come al solito, succede sempre qualche imprevisto, come il volo in ritardo, il caos del capire esattamente come raggiungere l’hotel, lo stordimento del viaggio in sè. Beh, per Vienna tutto questo non è accaduto.

Diario di viaggio Vienna

Dopo un volo molto tranquillo con la compagnia aerea Laudamotion, siamo giunti nel centro di Vienna in pochi minuti e altrettanto in fretta presso il nostro albergo, l’Hotel Zipser: la disponibilità della Receptionist e la cura per il cliente ci hanno fatto sentire subito a casa. Appena arrivati, la Signorina Pan, della Reception, mi ha consegnato una grossa borsa proveniente dall’Ufficio del Turismo di Vienna (Vienna Tourist Board): era il mio mediakit che conteneva le Vienna Cards valide per cinque giorni! Oltre a ciò, l’Ufficio del Turismo è stato così gentile da fornirmi molte brochure, depliant e buoni sconto utili per mangiare in centro! Insomma, un servizio assolutamente impeccabile!

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Dopo questo momento che ha galvanizzato sia me che Gabriele, decidiamo di metterci in cammino verso il centro: prendiamo la metro e scendiamo proprio al Graben, la Piazza principale della città. Con il Duomo di Santo Stefano alle spalle, mi guardo intorno e penso che Vienna sia ancora più bella di quando l’ho visitata in occasione del mio viaggio della Maturità: sembra trascorso davvero tantissimo tempo da quei momenti, dove il blog non era nemmeno un pensiero ma dove la passione per il viaggio era già ben radicata nel mio cuore! Che dire, gli anni passano ma le passioni rimangono!

Ciò che colpisce subito il viaggiatore quando giunge qui, al Graben, è l’immensità e la grandezza di questa capitale: gli spazi sono davvero ampi e lo sguardo è quasi confuso dalla miriade di cose su cui porgere l’attenzione. Si sente che Vienna è stata una grande città dall’importanza storica indubbia e che ha ricoperto il ruolo di città imperiale, nonostante ora molto elementi moderni e contemporanei si compenetrino a quelli antichi e barocchi.

E’ passata l’una da qualche minuto e lo stomaco comincia a dare segni di vita, perciò, prima di visitare qualunque monumento, decidiamo di fermarci e gustarci un buon vecchio Bratwurst viennese in uno dei chioschetti tipici (una delle cose assolutamente da fare se siete a Vienna, come vi ho già scritto in questo articolo): l’aria è calda e il profumo delle salsiccie molto invitante, quindi decidiamo di assaporare questa specialità, seduti comodamente in piazza. Sazi e con la pancia satolla decidiamo di entrare nel Duomo di Santo Stefano, o Stephansdom. La cattedrale è imponente e il suo campanile medioevale è uno dei simboli della città. Le sue fondazioni risalgono al 1147 quando vienne realizzata qui una chiesa di pianta romanica, che fu poi ampliata nel XIII secolo. Tra il XIV e il XV secolo la chiesa assunse la conformazione gotica. Il Duomo venne successivamente ampliato dagli Asburgo. Nel 1945 la cattedrale fu fortemente danneggiata dai bombardamenti alleati e dall’incendio che ne scaturì, così come tanti luoghi di culto durante il Secondo Conflitto Mondiale. Tre anni dopo il Duomo di Santo Stefano tornò a risplendere di luce propria dopo un’importante restauro.

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La facciata dell’ingresso principale è costituita dal “Portale del gigante” e dalle due torri gemelle dette “Torri dei Pagani”. Il portale fu così battezzato dopo il ritrovamento, nel XV secolo, di un osso di mammut nelle fondazioni del sito. Le torri invece sono chiamate “dei pagani” perché si ergono sul luogo in cui nell’antichità sorgeva un tempio pagano. Sul lato sinistro vi è invece la “Porta dei Cantori”, ingresso un tempo riservato ai fedeli di sesso maschile. La torre nord, coperta nel 1556, ospita nella cupola la Pummerin, la grande campana di 21 tonnellate ottenuta dalla fusione di 100 palle di cannone sparate dai turchi contro le mura viennesi durante l’assedio della città. La più alta di tutte le torri è la torre cuspidata detta Steffl, alta ben 137 metri e piazzata singolarmente al lato del corpo principale dell’edificio. La piattaforma panoramica che permette una notevole vista della città è raggiungibile dopo aver percorso 343 gradini: oggi, previo un pagamento di 6 euro, si può raggiungere la torre con l’ascensore e godere sempre della sua vista eccezionale sulla città. E’ proprio quello che abbiamo fatto io e Gabriele, dato che ad entrambi piacciono le vedute dall’alto. Secondo voi potevamo perdercela? Infatti non lo abbiamo fatto. La vista della città è squisita e da lontano si notano molti edifici storici e nuove costruzioni. Vienna ci appare immensa e sconfinata, forse un po’ caotica ma comunque molto bella.

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Dopo esserci goduti la strepitosa vista sulla città e aver incontrato una famigliola di Milano che ci ha entusiasmato dopo averci detto che per loro lavorare significa guadagnare per permettersi di viaggiare (si lavora per quello, no?), siamo scesi per visitare gli interni. Purtroppo la navata principale era oggetto di ristrutturazioni e quindi non si poteva camminarci attraverso: questo ha limitato un po’ la nostra visita ma siamo rimasto comunque molto soddisfatti e ammaliati da questa Chiesa. Comunque, per la cronaca, questo non è proprio l’anno delle Chiese per noi perchè dopo il Duomo di Colonia (leggete qui il mio Diario di Viaggio) anche quello di Vienna ha lasciato parzialmente incompleta la nostra esperienza.

Non ci scoraggiamo e decidiamo di visitare il centro storico, lasciandoci trasportare tra le vie della bellissima Vienna: la prima meraviglia che incontriamo è la Colonna della Peste, in tedesco Pestsäule, una monumentale colonna votiva che si erge proprio al centro del Graben. Questo straordinario esempio di scultura barocca austriaco fu costruito dopo che, nel 1679, la città fu colpita da una grande epidemia di peste. L’imperatore  Leopoldo I d’Asburgo, lasciando la città, fece voto di erigere una colonna di ringraziamento se la peste fosse finita. Nel 1683 Matthias Rauchmüller venne commissionato di ergere l’opera in marmo, ma morì già nel 1686 lasciando solo qualche scultura di angeli. Numerosi altri artisti si susseguirono, fra cui il grande architetto di corte Johann Bernhard Fischer von Erlach, che disegnò le sculture alla base della colonna. Alla fine il progetto venne assegnato a Paul Strudel che si basò sui concetti teatrali dell’architetto e scenografo italiano Lodovico Burnacini. La colonna, che ultimata è alta 21 metri, venne inaugurata nel 1693: in alto domina il gruppo in rame della Trinità e al di sotto si osserva molto bene un turbinio di nuvole dalle quali escono putti, angeli e in primo piano anche la statua dell’Imperatore che prega in ginocchio davanti alla Statua della Fede. Devo dire che, tra tutti i monumenti del centro storico di Vienna, questo è quello che mi affascina di più e che mi è rimasto più impresso nella mente: sarà che adoro il barocco ed il rococò e quindi, su di me, la scultura ha un notevole effetto.

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Dopo aver scattato molte fotografie alla Colonna della Peste, ci dirigiamo verso la Chiesa di San Pietro, o Peterskirche: la chiesa sorge su uno dei più antichi edifici sacri di Vienna, fondato da Carlomagno nel 792, i cui resti sono totalmente scomparsi. Nel 1701 si iniziò a costruire una nuova Peterskirche su progetto di Gabriele Montani, al quale subentrò due anni dopo Johann Lukas von Hildebrandt al quale si deve la facciata concava e la cupola. Quando siamo entrati stava per iniziare un concerto di bmusica barocca e quindi abbiamo solo fatto una breve tappa al suo interno per non disturbare il numeroso pubblico già presente.

Usciti dalla chiesa, abbiamo deciso di visitare il centro storico senza una meta precisa, affidandoci un po’ al flusso delle persone e un po’ al nostro istinto. Risultato? Vienna in ogni suo angolo ci ha mostrato la sua bellezza, come per la Piazza Am Hof, la Piazza di Hoher Markt e ancora il Teatro dell’Opera. Giunti fino a qui decidiamo di visitare un luogo che forse in tanti ignorano: la Cripta dei Cappuccini.

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Lo so, detto così forse non attira molto, ma se vi dicessi che è meglio conosciuta come Cripta Imperiale? Ebbene sì, a Vienna c’è un luogo dove sono sepolti i più importanti regnanti del Sacro Romano Impero e dell’Impero Asburgico. La Cripta si trova al di sotto della Chiesa di Santa Maria degli Angeli dei Cappuccini e il suo convento, in Piazza Neuer Markt, non lontano dal complesso della Hofburg.  Al suo interno ci sono custoditi i corpi di più di 140 aristocratici, tra cui 12 imperatori e 18 imperatrici. Oltre ai corpi sono conservate numerose ceneri e urne contenenti i cuori dei defunti. La più recente sepoltura risale al 16 luglio 2011, quando qui fu sepolto l’arciduca Ottone, figlio dell’ultimo imperatore Carlo I e di sua moglie Regina. Inoltre vi fu sepolta, nel 1989, l’ultima imperatrice d’Austria, Zita di Borbone-Parma, morta all’età di 97 anni. Vi sono anche sepolti i resti di 32 consorti e di altre 4 persone appartenenti ad altre importanti famiglie.

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Entrati al suo interno si respira un’aria di sacralità e si conserva il più religioso silenzio, sia per rispetto verso i defunti, sia per non disturbare chi è venuto a porgere i suoi omaggi (ancora molti austriaci e non solo vengono in questo luogo per porgere dei fiori o delle immagini sacre ai piedi delle tombe dei grandi imperatori). E’ un luogo solenne, che incute anche timore: le numerose tombe sono decorate con ornamenti che celebrano il Memento Mori e con teschi e simboli della morte. Di sicuro, la tomba più sontuosa è riservata alla più grande Imperatrice, Maria Teresa, seppellita assieme al suo amato marito: la sua tomba occupa un’intera sala ed è talmente grande da sovrastare tutte le altre, persino quelle di Francesco Giuseppe e di sua moglie Sissi. Proseguendo nella visita si incontrano numerose altre tombe ma le più importanti rimangono, oltre a quella di Maria Teresa, quella di Francesco Giuseppe e della sua amata Elisabetta, detta Sissi. Qui, più che ai piedi di qualsiasi altra tomba, gli austriaci e non solo lasciano fiori e immagini sacre, come segno tangibile dell’amore e dell’ammirazione verso l’Imperatrice, ancora oggi venerata e idolatrata da molti. Fa quasi impressione il livello di devozione per Sissi e stupisce che ancora ci siano persone che si recano in visita alla sua tomba per commemorarla.

Dopo aver terminato il tour della Cripta, decidiamo di tornare in camera per una doccia e per scrollarci di dosso la stanchezza del viaggio, stanchezza che viene subito sostituita dalla voglia di mangiare una bella Wiener Schnitzel: erano davvero troppi anni che non ne mangiavo una, vera e genuina. Cercando su Google abbiamo trovato un ristorante non lontano dal nostro hotel e le foto dei piatti erano davvero invitanti…Così ci siamo cambiati e ci siamo fiondati al Centimeter Beim Rathaus. Il locale, che è un pub oltre che un ristorante, era accogliente e molto informale, non proprio da turisti ma più per viennesi: proprio ciò che stavamo cercando! La gentilezza dello staff, la velocità nel servire e la bontà dei nostri piatti ci ha convinti a tornarci quasi per tutte le sere del nostro soggiorno. La Schnitzel, che io preferisco di maiale, era davvero incredibilmente buona, con una panatura leggera e croccante. Insomma, il ristorante è stato eletto “ristorante del viaggio” e ci avrebbe accolto per le restanti sere del nostro soggiorno. Non ancora abbastanza stanchi, decidiamo di fare un giro in notturna del centro di Vienna: l’atmosfera è meravigliosa.

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Il primo giorno termina qui, con tanta stanchezza e tanta tante felcità, con la voglia di parlare tedesco con i viennesi, e con tanta gioia nei nostri cuori!

Ringrazio l’Ufficio del Turismo di Vienna, Vienna Tourist Board, e in particolare la Signora Bianca Nemeth per la splendida opportunità che ci hanno dato!

Per leggere il secondo giorno del diario di viaggio, cliccate qui.

Per leggere la pianificazione di questo viaggio, cliccate qui.

Per leggere altri articoli sull’Austria, cliccate qui.

I luoghi della storia: il Castello di Pietra de’ Giorgi

Durante il mese di giugno ho potuto girovagare un po’ nell’Oltrepò pavese in cerca di scatti che descrivessero la bellezza di questo vasto e poco conosciuto territorio. E’ così che ho potuto visitare il Castello Beccaria di Montebello della Battaglia (leggete qui il mio articolo) e il Tempio della Fraternità a Cella di Varzi (leggete qui il mio articolo).

Attraversando le vallate e sconfinando in diverse pertinenze comunali, ho potuto visitare (almeno dall’esterno) alcuni dei più pittoreschi castelli del mio territorio natio, come nel caso del Castello di Nazzano (leggete qui il mio articolo). Oggi vi porto alla scoperta di un altro Castello, quello di Pietra de’ Giorgi.

Pietra de' giorgi

Situato nel centro del Paese di Pietra de Giorgi, il Castello è uno dei più antichi del territorio poichè risale al 1012 e fu voluto dalla famiglia dei Sannazaro. Prima della costruzione di questa rocca esisteva un precedente castello a Predalino, località che oggi è conosciuta come “Castellone”, ma non rimane più nulla di questa costruzione. Nel 1277 la fazione ghibellina pavese assediò il castello (guelfo a quell’epoca) ma la rocca resistette e non venne espugnata. Stessa sorte toccò all’assedio del gennaio del 1290 ad opera del Marchese del Monferrato, eroicamente respinto. Nel 1402 il castello venne conquistato dalla famiglia Beccaria (ramo di Messer Fiorello I), anch’essa ghibellina e nemica storica della famiglia Sannazzaro che venne dichiarata “ribelle”: ciò che rimase del castello venne donato nel 1406 a Galvagno e Antonio Beccaria, consiglieri del giovane Filippo Maria Visconti. Durante la proprietà dei Beccaria il castello venne restaurato e riportato agli antichi fasti tanto che anche il Paese cambiò il nome il “Pietra Beccaria”. Grazie al matrimonio tra l’ultima erede dei Beccaria, Franceschina, e il nobile Antonio Giorgi, il castello passò sotto la proprietà della famiglia dello sposo. Alla morte di Antonio Giorgi la rocca passò a don Pio Beccaria Giorgi mentre il palazzo adiacente, che oggi ospita il Municipio, passò ai nobili Giorgi di Vistarino. I Vistarino mantennero la proprietà fino a che questa non venne venduta alla Signora Giuseppina Meardi nel 1864 che a sua volta la vendette al comune di Pietra de’ Giorgi nel 1877. La rocca, per passaggi di eredità, passò di proprietà dai Beccaria-Giorgi, agli Eotwos, ai Dal Pozzo: questi ultimi la vendettero agli attuali proprietari, i signori Dosi.

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Attualmente, essendo la rocca un bene privato, questa non si può visitare anche se si può ammirare dall’esterno. L’attuale castello ha una pianta quadrangolare irregolare con cortile interno ed è costruito in pietra locale e mattoni. Ancora oggi si possono notare i fregi di mattoni disposti a dente di sega nella parte alta delle facciate. Delle quattro torri originali oggi è possibile vederne soltanto una, sopravvissuta alle lunghe e perigliose vicende della storia del castello, che, ricordiamolo, era nato a scopo difensivo. Ad oggi, il castello ha una superficie di circa 770 metri quadrati ai quali si aggiungono 590 metri quadrati di cantine e fienili e 100 metri quadrati di abitazione per il custode, al piano terra. Il cortile interno è di circa 160 metri quadrati mentre il terreno di proprietà, suddiviso in giardino e zona boschiva, è di circa 14mila metri quadrati.

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In cuor mio spero sempre che questi beni dall’alto valore storico siano messi a disposizione della comunità affinchè si possano visitare e studiare: mi auguro dunque che il Castello possa risplendere ancora di luce propria, magari ospitando eventi o un museo sulla sua storia.

consigli

Per arrivare a Pietra de’ Giorgi prendete la sp 46 lasciandovi Broni alle vostre spalle, venendo da Stradella e procedendo verso Montebello della Battaglia: da qui prima giungerete all’abitato di Cigognola, anch’esso ospitante un meraviglioso castello e poi arriverete a Pietra de’ Giorgi. Da qua potete proseguire sempre sulla sp 46 per giungere a Mornico e vedere, sempre dall’esterno, il Castello Lorini. La strada è immersa nelle meravigliose colline a vigneto dell’Oltrepò e vi offre numerosi punti panoramici da cui ammirare la bellezza di questo territorio.

Il Museo di Settembre: il Museo archeologico al Teatro Romano di Verona

Il sondaggio di questo mese, che avviene tutti i mesi sul Gruppo di Donna Vagabonda, ha visto vincitore un Museo molto particolare e forse non così noto: si tratta del Museo archeologico al Teatro Romano di Verona. Come già saprete, ho visitato Verona lo scorso aprile (leggi qui il primo articolo riguardante il mio Diario di Viaggio) e sono rimasta molto affascinata da questa città, unica e davvero magica.

Scopriamo dunque insieme i segreti di questo Museo Archeologico.

Museo Teatro Romano

Il Museo archeologico al Teatro Romano è un centro di esposizione permanente di tipo archeologico ubicato a Verona, precisamente nella sede quattrocentesca del convento dei Gesuati, affianco al Teatro Romano. Il Museo venne istituito nel 1924 e accoglie i reperti che precedentemente erano esposti presso il museo civico Porta Vittoria: i pezzi provengono da collezioni private donate al Comune di Verona e comprendono elementi romani, urne etrusche, statue in bronzo, epigrafi e vasi. In tutto, il museo conta circa 600 opere a cui si aggiungono altri 150 manufatti esposti nel chiostro esterno e nell’area del Teatro. Il Museo è articolato in 10 sezioni: dalla 1 alla 7 si trovano al piano superiore del Chiostro mentre le altre al piano sottostante che comprende il cortile del Chiostro, la Chiesa di S. Girolamo e il refettorio dei monaci gesuati. Dal cortile, inoltre, si gode di una bella vista sulla città.

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Il Teatro Romano

La prima sezione mostra la vita a Verona ai tempi dei romani, la seconda è adibita invece alla necropoli e qui vi si illustrano le tecniche di sepoltura ad inumazione e cremazione adottate in epoca romana. Nella terza sezione si trova un calco di un pilastro riccamente decorato con ornati e girali, come esempio di ornamento degli edifici pubblici romani ed altri elementi architettonici dell’epoca. Nella quarta sezione si trova esposto il plastico ottocentesco dell’Arco dei Gavi e nella quinta è inveve esposto un plastico settecentesco dell’Anfiteatro Arena, la celebre Arena di Verona, realizzato dal 1770 al 1780. Sempre in questa sezione si trova uno spettacolare mosaico romano rinvenuto in una casa all’esterno delle Mura romane della città (in via Diaz 18) nel 1935: il mosaico raffigura in modo eccezionale tre scene di Gladiatori in combattimento vale a dire il gladiatore vincente, il gladiatore sconfitto e quello graziato. Incredibile come anche lontano da Roma la bellezza e la ricchezza della sua civiltà abbia lasciato segni indelebili!

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Nella sesta sezione troviamo l’illustrazione della forma attuale del Teatro Romano di Verona e varie ricostruzione storiche, oltre a stampe antiche, capitelli, cornici in marmo, Sfingi e Oscilla decorative. Nella settima sezione vi è una bella vetrina con alcune sculture Egizie ritrovate sempre nella zona del Teatro Romano e della Chiesa di Santo Stefano: proprio in questo ultimo luogo sorgeva un Tempio pagano dedicato a due divinità egizie: Iside e Serapide. L’ottava sezione è allestita all’interno del Refettorio e le vetrine contengono sculture in bronzo e altri oggetti. Oltre a questi, si trovano sculture in marmo sempre ritrovate a Verona e al centro del Refettorio si trova un altro splendido mosaico che raffigura pesci e grandi felini. Nella penultima sezione si trovano altre sculture in marmo e una grande statua romana di oratore con testa di Antonio Canova. Nell’ultima sezione  imvece sono esposte delle vetrinette con reperti di piccole dimensioni come bronzetti di divinità, piatti, piccole anfore e statue votive.

Completa lo splendido allestimento il cortile e la Chiesa di San Girolamo, dove sono esposti capitelli, materiale marmoreo e altri reperti.

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Il Museo Archeologico al Teatro Romano è dunque un museo imperdibile, sia per gli amanti dell’archeologia, sia per tutti i visitatori della città: mai avrei pensato di trovare a Verona così tante testimonianze romane ancora ben preservate ed esposte in un Museo dall’allestimento fresco e adatto a tutte le esigenze.

Info e Costi

Il Museo è aperto al pubblico nei seguenti orari:
  • il lunedì dalle 13.30 alle 19.30
  • dal martedì alla domenica dalle 8.30 alle 19.30

Il costo dei biglietti è il seguente:

  • biglietto intero: € 4,50
  • biglietto ridotto gruppi (sup. 15 unità), agevolazioni, anziani sup. 60: € 3,00
  • biglietto ridotto scuole (dalle primarie alle secondarie di secondo grado) e ragazzi (8-14 anni, solo accompagnati): € 1,00
  • ingresso gratuito:
    • anziani con età superiore a 65 anni residenti nel Comune di Verona
    • persone con disabilità e loro accompagnatori
    • con VeronaCard
    • Da ottobre a maggio ingresso a 1 euro la prima domenica del mese

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale cliccando qui.

Quando c'è una meta, anche il deserto diventa strada (Proverbio arabo)