I luoghi della storia: l’Abbazia di Morimondo

Ai confini delle Province di Pavia e Milano, in territorio milanese, sorge un piccolo borgo facente parte del circuito dei “Borghi più Belli”: si tratta di Morimondo.

Molti milanesi, e non solo, durante le giornate soleggiate di primavera decidono di far visita a questo luogo tranquillo e molto verde, silenzioso e accogliente. Il borgo di Morimondo non può essere però così famoso senza la sua Abbazia, conosciuta in tutta Italia e non solo.

Morimondo

La piccola cittadina, abitata da circa 1000 persone, dista solo 5 chilometri da Abbiategrasso ed è facilmente raggiungibile sia dalla Provincia di Pavia che dalla Provincia di Milano. Il comune si trova sulla riva sinistra del Ticino, con orografia dolcemente digradante verso il fiume. I primi insediamenti sono di origine romana, poi rimpiazzati da stanziamenti longobardi.

Come ho già detto, Morimondo non sarebbe quella che è oggi se non grazie alla sua Abbazia: la storia della città e quella della chiesa sono infatti intimamente legate. L’Abbazia fu fondata dai monaci dell’ordine dei Cistercensi che vi risiedettero. Questa relazione è testimoniata anche dallo stemma comunale, che rappresenta nella parte superiore una mitra, indicativa del potere religioso, il bastone pastorale, poiché l’abate priore aveva dignità vescovile, ed una spada, simbolo del potere civile-giudiziario.

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La fondazione della prima chiesa risale al 1134, quando i primi religiosi vi arrivarono qui dall’abbazia di Morimond, vicino a Digione. Nel 1182 si iniziò la costruzione della chiesa odierna tutta in laterizio. I monaci giunsero e portarono spiritualità e sacrificio: un segno di questa notevole spiritualità è testimoniato dalla fiorentissima attività dello Scriptorium, finalizzata alla costituzione della biblioteca monastica. Anche dal punto di vista dell’attività agraria si ebbe una notevole espansione con un gran numero di grange insediate su un territorio di 36.000 pertiche milanesi (circa 24 km²).

Nel 1798, con l’avvento di Napoleone, il monastero fu soppresso e il patrimonio culturale andò disperso. Dal 1805 al 1950 la vita religiosa tornò in auge grazie alla presenza di sacerdoti ambrosiani. Nel 1991 il cardinale Carlo Maria Martini affidò alla Congregazione dei Servi del Cuore Immacolato di Maria la cura pastorale della parrocchia con un nuovo invito a rilanciare l’abbazia di Morimondo come centro di spiritualità e di iniziative pastorali. Con la costituzione della Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, nel 1993 si assiste a un rilancio di Morimondo con la valorizzazione del patrimonio spirituale e culturale dell’abbazia.

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Oggigiorno, grazie al supporto della comunità locale, l’attività religiosa e culturale dell’abbazia è rifiorita, tanto da rendere famosa Morimondo e il suo borgo a tal punto di essere scelti come set per produzioni cinematografiche o televisive come ad esempio il film Papà dice messa del 1996, il film Cado dalle nubi del 2009 o la serie televisiva Benedetti dal Signore del 2004.

Nel dicembre 2007 la Regione Lombardia ha riconosciuto ufficialmente il complesso monastico come museo regionale, gestito dalla Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo.

La visita a Morimondo è una delicata e dolce esperienza, fatta di silenzio e di contatto con la natura, nonchè con la propria spiritualità. Un luogo così pacifico e immerso nel verde non può che attirare a sè molte persone, sia pellegrini che semplici curiosi. Durante le giornate soleggiate di primavera o d’estate è piacevole godersi un po’ di frescura con un bel gelato stando sdraiati sull’erba o venire qui per degustare le specialità tipiche della cucina milanese in uno dei tanti ristoranti che qui sorgono. Se non siete mai stati a Morimondo, vi consiglio di dedicarci almeno un paio d’ore, per scoprire la sua storia e la sua Abbazia.

Oltre alla visita della Chiesa, potete, pagando un piccolo biglietto presso l’entrata del Museo dell’Abbazia, visitare il chiostro, il refettorio e alcune sale oggi adibite ad attività culturali.

consigli

Visitate Morimondo e la sua Abbazia durante una giornata soleggiata di primavera. Lasciate l’automobile parcheggiata presso il parcheggio a pagamento all’ingresso del borgo e percorrete le vie a piedi o in bicicletta. Se siete interessati alla storia dell’Abbazia, prenotate una visita guidata di questa e del suo parco visitando il sito ufficiale. Se siete in zona, potete visitare il Parco Agricolo Sud Milano oppure avvicinarvi al pavese e visitare le campagne vicino a Bereguardo o alla Zelata.

 

Il Museo del mese di Aprile: il Museo Storico Militare “Alpi Giulie”

Il Museo di aprile è un museo del tutto particolare e fuori dagli schemi. Dopo aver scritto del Museo della tradizione mineraria di Cave del Predil (leggete qui il mio articolo), completo la descrizione di questo polo museale aggiungendo un articolo sull’altro Museo del polo: il Museo storico militare “Alpi Giulie”.

Alpi Giulie

Subito attirata da questo museo per via del mio interesse verso la storia militare, mi sono diretta senza esitazione alla sua entrata: grazie alla possibilità di acquistare il biglietto combinato (Museo della tradizione mineraria + visita guidata alla miniera + Museo storico militare) ho potuto trascorrere un meraviglioso pomeriggio all’insegna della storia di questo luogo e di questo piccolo paese del tarvisiano.

Il Museo storico militare “Alpi Giulie” presenta un ottimo allestimento che ripercorre la storia bellica dall’epoca napoleonica e si conclude con la Seconda Guerra Mondiale. I reperti sono corredati da spiegazioni esaustive e molto chiare, adatte a qualunque pubblico: l’esposizione risulta d’impatto e lo stampo è proprio quello del Museo militare, simile a quello del Royal Museum of the Armed Forces and Military History di Bruxelles (cliccate qui per vedere il suo sito ufficiale). Certo, la quantità di oggetti esposti non è assolutamente paragonabile, ma questo non significa che il Museo non sia degno del rispetto che merita.

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Il percorso museale, disposto su più piani, si snoda attraverso tre periodi di riferimento:

  • Campagne napoleoniche antiasburgiche condotte dall’Armata d’Italia, a cavallo dei secoli XVII e XIX
  • Teatro operativo della Prima Guerra Mondiale (1915-1918)
  • Base di partenza e oggetto di contenzioso internazionale durante la Seconda Guerra Mondiale

Ciò che forse colpisce di più di tutto, è l’attenzione e la cura riservata alla collezione dedicata alla Prima Guerra Mondiale, dato che questi luoghi sono stati teatro di scontri e battaglie, testimoniati dai numerosi fortini sparsi in tutto il tarvisiano e il Friuli. Il punto di vista, inoltre, non è solo quello degli italiani, ma anche quello degli austroungarici, nota che va ad impreziosire ancora di più questo luogo.

Oltre allo spazio espositivo interno, si possono trovare anche dei cannoni e delle armi all’esterno, proprio al di fuori del Museo.

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Da grande appassionata, soprattutto degli eventi della Seconda Guerra Mondiale, ho notato che alcune decorazioni e medaglie di quel periodo storico erano delle riproduzioni e ciò mi è stato confermato dal gentilissimo e garbato bigliettaio, che non ha esitato a dirmi che sono esposte delle riproduzioni in quanto non è semplice trovare appassionati che donano pezzi autentici: è una scelta del tutto museale, ma che a me non dispiace, l’importante è sempre segnalarlo.

Info e costi

Il museo si trova in Via Giuseppe Garibaldi, 2, 33018 Cave del Predil, Udine.

I biglietti hanno i seguenti costi:

Intero 8 €

Ridotto 1 6 €   ragazzi dai 7 ai 14 anni, over 65, gruppi con più di 10 persone

Ridotto 2 4 €   scolaresche da 7 a 14 anni

Gratis bambini con meno di 6 anni e possessori di Holiday Card

E’ inoltre possibile acquistare un biglietto combinato presso la sede del Museo della Tradizione Mineraria per il costo di 12 euro.

Per maggiori informazioni, visitate il sito ufficiale.

Pianificazione del viaggio: Verona 2019

Dopo l’articolo scritto per la pianificazione del viaggio a Colonia (leggete qui) è giunto il momento di scrivere l’articolo per la pianificazione del prossimo viaggio, ormai imminente: questa volta rimaniamo in Italia, precisamente a Verona.

Verona

Verona

17 Aprile – 20 Aprile

Bridge Ponte Pietra in Verona on Adige river
Immagine tratta da https://www.destinationitalia.com/it/destination/verona/

Verona, città storica e famosa per la Tragedia di Shakespeare “Romeo e Giulietta”, si trova in Veneto nella parte sud-occidentale della regione. E’ la seconda città per abitanti per popolazione, dopo Venezia.

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Posizione di Verona. Immagine tratta da https://www.tomveelers.nl/cartina-ditalia-verona/

Budget: 560 euro in due (circa).
Vaccinazioni: nessuna obbligatoria.
Visti: nessun visto obbligatorio, necessaria Carta d’Identità o documento di riconoscimento da fornire all’host.
Viaggiare Sicuri: dalla Farnesina non risultano esserci problematiche relative ad un viaggio a Verona ed in Italia in senso lato. Per ulteriori informazioni, visitate il Sito ufficiale.
Perchè ho scelto Verona: durante le vacanze pasquali mi piace prendermi del tempo per esplotrare città vicine e mete non troppo distanti dalla mia base. Verona l’ho già visitata nel 2016 sempre nello stesso periodo ma volevo tornarci per vedere ciò che non ero riuscita a visitare in quella occasione. Tra l’altro, Gabriele non ha mai visitato questa città del Veneto, quindi abbiamo colto la palla al balzo e abbiamo optato per questa meta, così romantica e ricca di storia.
La scelta dell’Hotel: come sempre, mi sono affidata al mio portale di hotel preferito, Booking, che mi ha sempre assicurato cancellazione gratuita e servizi adeguati, corrispondenti a quelli descritti. Ho prenotato a novembre per aprile e già molte strutture risultavano esaurite: essendo una città comoda e non molto distante, che non richiede un’attrezzatura particolare, abbiamo deciso di alloggiare in un bed and breakfast, precisamente presso il B&B Casapiù Piazza Erbe, situato in pieno centro storico della città.
La scelta del treno: per questo viaggio ho deciso di raggiungere la città con il treno, mezzo che uso abitualmente per spostarmi e per visitare l’Italia (oltre che con l’automobile). Prenotando con largo anticipo, ho trovato delle offerte molto vantaggiose per il Frecciarossa. In poco più di due ore, giungeremo a Verona (sperando nella puntualità del servizio!)
Itinerario: a Verona la città è tutta da gustare e godere. Una volta scelta la destinazione, ho provveduto a contattare l’Ufficio del Turismo di Verona, per conoscere eventuali programmi personalizzati per i Travel Blogger e subito l’Ufficio è stato così gentile e solerte da dedicarmi un pass gratuito per tutti i siti di interesse più importanti. Inoltre, mi ha fornito una piantina della città e numerose brochure con indicazioni utili. Insomma, ci sanno proprio fare a Verona! La collaborazione è stata dunque avviata e mi impegnerò a scrivere più articoli possibili e a pubblicare più foto che mai di questa favolosa città (non sarà difficile, mi conoscete!). Di sicuro, una visita non può mancare all’ Anfiteatro Arena, al Museo di Castelvecchio, alla Casa di Giulietta, all’Orto Botanico, alla Basilica di Santa Anastasia, al Duomo, al Museo Civico di Storia Naturale, alla Torre dei Lamberti e alla Funicolare di Castel San Pietro. In linea di massima,una volta arrivati faremo un giro perlustrativo del centro e per prendere le distanze tra noi e la base, in modo da pianificare al meglio i nostri spostamenti, visitando già il centro storico con Piazza delle Erbe e Piazza dei Signori e l’Arena (solamente dall’esterno). Il primo giorno vorremmo visitare i il Balcone di Giulietta, la Casa di Romeo, il Museo di Castelvecchio e l’Arena di Verona, per poi procedere verso il Duomo e Santa Anastasia. Il secondo giorno lo dedicheremo invece all’Orto Botanico, al Museo di Storia Naturale e alla Funicolare di Castel San Pietro più tutto ciò che non abbiamo visto il primo giorno. L’ultima mezza giornata è sempre libera, in modo tale da completare il nostro tour. Sembrano tante cose da voler vedere ma con il nostro “passo da montagna” e con un po’ di fortuna da parte del meteo, riusciremo a vedere tutto o quasi. Del resto, abbiamo due giorni interi e due mezze giornate e niente è impossibile!
Cosa portare in valigia: a Verona la temperatura prevista oscilla tra i 12 e i 20 gradi, in linea con il periodo in cui ci troviamo. L’abbigliamento sarà più leggero che pesante, anche se una felpa di pile non può mai mancare. Una giacchetta e l’ombrello sempre a portata saranno dei must.
Prima di partire: bisogna sempre spulciare sui siti specializzati per scoprire eventi e promozioni: abbiamo notato che è possibile prenotare le visite e i biglietti online per molti musei e attrazioni e questo può essere davvero utile. Inoltre, l’Ufficio del Turismo ci segnala che al Museo di Scienze Naturali si sta tenendo una bella mostra fotografica sull’Etiopia: non possiamo proprio perdercela!
Tag e hastag: #visitverona, #visitveneto, #veronatouristoffice, #IatVerona, #Verona e @veronatouristoffice

Per scoprire altri eventi o informazioni su Verona, visitate il sito dell’Ufficio del Turismo.

Per leggere l’articolo del primo giorno del diario di viaggio, clicca qui.

Per leggere l’articolo del secondo giorno del diario di viaggio, clicca qui.

I luoghi della storia: Villa Gromo di Ternengo

Durante le Giornate di Primavera del FAI di quest’anno, ho potuto visitare una suggestiva e incredibile dimora storica a pochi passi da Milano e da Pavia: Villa Gromo di Ternengo.

Villa Gromo

Il maniero si trova infatti a Robecco sul Naviglio, piccolo centro abitato a pochi chilometri da Milano, nella provincia omonima.

Villa Gromo di Ternengo sorge su un fortilizio antico di origine medioevale, fatto costruire dalla famiglia che qui viveva, i Pietrasanta, che creò alcuni avamposti sia in città che sul Ticino e sul Naviglio Grande. Nel 1340 la proprietà pass a Giovannolo Casati che trasformò il borgo fortificato in villa gentilizia, ma ciò che possiamo vedere qui oggi è frutto delle ristrutturazioni dell’abitato durante il Seicento: il governatore di Milano, Danese Casati, promosse questi lavori fino alla sua morte, avvenuta nel 1770. Da questo avvenimento, la villa non venne più mutata nel suo aspetto esteriore e cominciò ad essere tramandata per via femminile dal momento che Ferdinando Casati, ultimo erede maschio della villa, aveva avuto una sola figlia femmina nata, tra l’altro, dopo la sua morte.

 

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La Villa passò poi sotto i possedimenti di Cesare Pompeo Castelbarco, figlio di Maria Antonietta Litta Visconti Arese e di Carlo Ercole Castelbarco Visconti Simonetta, noto politico e compositore milanese. Più tardi la figlia della coppia, Elena, sposò il nobile genovese Lazzaro Negrotto Cambiaso che fu senatore del Regno d’Italia.

La Villa ha più volte cambiato il suo nome perché portata come dote nuziale della figlia primogenita, venendo così unita al patrimonio del marito. Da questa eredità, oggi la conosciamo come Villa Gromo di Ternengo, dato che nel 1884 la Marchesa Antonietta Negrotto Cambiaso, discendente sempre della famiglia Casati, sposò Emanuele Gromo Richelmy Conte di Ternengo.

 

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Villa Gromo di Ternengo è ancora oggi di proprietà di questa famiglia che ne ha fatto anche la propria dimora: ciò nonostante, il bene privato viene noleggiato per eventi e cerimonie.

Architettonicamente, la Villa ha una campitura centrale aperta da un lungo portico a tre archi su colonne binate. Il piano nobile è costituito da un attico raccordato da triangoli mistilinei. L’atrio del corpo nobile è deliziosamente affrescato e funge da ambiente passante verso il retrostante giardino, che in origine era l’ingresso principale alla Villa. Il complesso confina con il Naviglio Grande e possiede un enorme giardino all’inglese di circa 16 ettari: curiosa è la storia della collinetta presente in esso, che in origine non era un boschetto (come lo vediamo oggi) ma la ghiacciaia della villa! Il giardino inoltre ospita la statua di una sirena, detta Sirenella che doveva indicare la via ai barcaioli che procedevano sul Naviglio.

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La Sirenella ed il Naviglio Grande

La visita guidata alla Villa è stata piacevole e divertente, con le giovani volontarie che ci hanno raccontato i segreti di questa villa (forse troppo giovani ed emozionate) intrattenendo me e gli asltri ospiti. Con un po’ di dispiacere ho potuto notare che io ero la più giovane del mio gruppo di visita e, anche negli altri gruppi, non c’erano persone con meno di 30 anni. Ciò mi è dispiaciuto molto perchè ancora una volta la cultura non sembra interessare i giovani e i giovanissimi: è vero, era sabato promeriggio, una bella giornata di primavera e forse i ragazzi e le ragazze preferiscono passare altrove il loro weekend. Poco male, cerchiamo di non pensarci perchè in fondo, la cultura non ha età!

La Villa non è visitabile se non mettendosi in contatto con i proprietari, quindi risulta chiusa al pubblico: il FAI ha avvicinato questo luogo alla gente, aprendo le sue porte e mostrando la sua magnificenza. Vi consiglio di approfittare di queste giornate per scoprire queste perle nascoste non lontano da Pavia!

Per ulteriori informazioni circa Villa Gromo di Ternengo, visitate il Sito Ufficiale.

 

I luoghi della storia: Palazzo Ducale a Mantova

Se decidete di visitare Mantova, non potete perdervi l’attrazione principale della città: il Palazzo Ducale. Io l’ho visitato tre volte e l’ultima in occasione di un viaggio d’Istruzione con una delle mie classi e ne sono rimasta molto colpita, sia per la grandezza del luogo che per le opere quivi custodite. Che aspettiamo? Scopriamo insieme i suoi segreti!

Mantova

Il Palazzo Ducale, o reggia dei Gonzaga, è stato dal 1308 la residenza dei nobili della città: prima dei Bonacolsi e successivamente dei Gonzaga, che scalzarono i precedenti proprietari e divennero i nuovi signori di Mantova fino al loro declino e all’arrivo degli austriaci con Maria Teresa d’Austria.

Siccome ogni duca e signore ha voluto ingrandire il Palazzo, ritagliandosi uno spazio personale per sé e per le proprie opere, oggi il complesso misura più di 35.000 metri quadrati, solo parzialmente visitabili: questa mole innalza il Palazzo a seconda reggia più estesa in Europa dopo i palazzi Vaticani. Si contano più di 500 stanze, 8 cortili e ben 7 giardini (di cui uno pensile).

Le varie parti del Palazzo hanno anche età di verse: il primo complesso venne fatto costruire dalla famiglia Bonacolsi nel XIII secolo ma è solo con i Gonzaga che il Castello divenne ciò che possiamo ammirare ora: il duca Guglielmo incaricò prima il prefetto delle Fabbriche Giovan Battista Bertani perché collegasse i vari edifici in forma organica e poi Bernardino Facciotto che completò l’integrazione di giardini, piazze, loggiati, gallerie, esedre e cortili, fissando definitivamente l’aspetto della residenza ducale.
Nei quattro secoli di dominazione gonzaghesca la reggia si espanse gradualmente, sia con aggiunta di nuove costruzioni, sia modificando quelle esistenti. Si formarono diversi nuclei che presero il nome di:

Del complesso facevano parte anche alcuni edifici e cortili demoliti, tra i quali la Palazzina della Paleologa e il Teatro di corte.

L’interno del palazzo è quasi spoglio poiché, in seguito a ristrettezze finanziarie, i Gonzaga, iniziando dal duca Ferdinando, alienarono opere d’arte e arredi. Ulteriori spogliazioni furono causate dal sacco di Mantova del 1630 e dalle sottrazioni dell’ultimo duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers, riparato a Venezia nel 1707.

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Il Castello di San Giorgio, che fa parte del Palazzo Ducale

Con il biglietto acquistato direttamente in piazza Sordello, potrete visitare tutte le parti aperte al pubblico del complesso, che sono di sicuro poche rispetto al numero generale, ma non per questo meno interessanti e belle. Degna di nota (da sola questa può valere la visita) è la celebre Camera degli Sposi, dipinta da Andrea Mantegna per celebrare la grandezza del suo committente, Ludovico III Gonzaga. La stanza si trova nel complesso del Castello di San Giorgio (sempre di pertinenza del Palazzo Ducale), nel torrione di nord-est ed ha un accesso separato rispetto al complesso principale. Per via della delicatezza degli affreschi, il numero massimo di persone a cui è consentita l’entrata è di 25 massimo.

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La decorazione della stanza venne commissionata a Mantegna in quanti pittore di corte dal 1460 e in origine questa camera aveva due funzioni: quella di camera da letto di rappresentanza e quella di sala delle udienze.

La sequenza degli eventi raffigurata nella stanza non è ancora del tutto chiara agli studiosi: sulla parete principale possiamo osservare Ludovico che riceve una lettera, dove probabilmente si dichiara che Francesco, il suo primogenito, fu investito della carica di Cardinale mentre in quella adiacente troviamo Francesco stesso che torna a Mantova nel 1472 in occasione della sua investitura ad abate commendatario di Sant’Andrea.

La camera viene detta “degli Sposi” non tanto per il fatto di essere una camera nuziale, ma per l’affresco che raffigura Ludovico e sua moglie, Barbara del Brandeburgo, in posizione dominante rispetto a tutti gli altri personaggi affrescati.

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L’oculo sul soffitto

Dopo la morte del protagonista di questa magnifica stanza, la camera cadde a poco a poco in rovina, fino ad essere esposta perfino alle intemperie e solo dal 1875 venne rivalutata e restaurata man mano, fino a riacquisire la sua notorietà perduta. Oggi la Camera degli Sposi viene visitata soprattutto per osservare l’oculo, cioè l’affresco della finestra circolare sul soffitto: si tratta di un tondo aperto illusionisticamente verso il cielo, che doveva ricordare il celebre oculo del Pantheon, il monumento antico per eccellenza celebrato dagli umanisti. Nell’oculo, scorciati secondo la prospettiva da “sott’in su”, si vede una balaustra dalla quale si sporgono una dama di corte, accompagnata dalla serva di colore, un gruppo di domestiche, una dozzina di putti, un pavone (riferimento agli animali esotici presenti a corte, piuttosto che simbolo cristologico) e un vaso, sullo sfondo di un cielo azzurro. Per rafforzare l’impressione dell’oculo aperto, Mantegna dipinse alcuni putti pericolosamente in bilico aggrappati al lato interno della cornice, con vertiginosi scorci dei corpicini paffutelli. Il suggestivo oculo è forse il motivo più pressante per una visita al complesso del Palazzo Ducale, ma non l’unico.

 

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Dopo averla visitata, infatti, vi consiglio di prestare la stessa attenzione ai dettagli al resto del corpo visitabile del Palazzo, in particolare alla Sala da Ballo, che ricorda molto la Sala degli Specchi di Versailles. Adiacente alla Sala da Ballo si trova la tela più famosa di tutto il complesso:  La Trinità adorata dalla famiglia Gonzaga opera di Pietro Paolo Rubens realizzata per la chiesa della Santissima Trinità nel 1605. La vicenda di questa tela è assolutamente straordinaria: durante l’invasione Napoleonica, i francesi tentarono di trafugare l’opera ma incontrarono delle difficoltà nel trasporto in quanto la tela risultava troppo grande ed in ingombrante: così, venne tagliata in pezzi. Dopo la sconfitta di Napoleone e la fine del suo Impero, i mantovani riottennero la tela ormai mutilata ma si impegnarono al massimo per recuperare la maggiorparte dell’opera. Oggi possiamo vederla quasi del tutto integra se non per alcune parti conservate, per fortuna, nei musei più prestigiosi del mondo.

Il Palazzo riserva ancora tantissime sorprese, tra cui la Sala dello Zodiaco, con il soffitto affrescato da Lorenzo Costa il Giovane nel 1579. La sala viene anche ricordata come la sala di Napoleone I, in quanto fu la stanza da letto del Bonaparte. Il soffitto è ricco di simbologia in quanto ogni figura rappresenta un concetto ben preciso: per esempio, la coppa dei sacrifici e delle libagioni allude all’immortalità del casato dei Gonzaga, e la Dea Diana, raffigurata in dolce attesa, è la trasfigurazione di Eleonora d’Austria.

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Ancora, una menzione la meritano le sale degli Arazzi, ben quattro, con stupendi arazzi intrecciati a mano chiamati “raffaelleschi” perchè si basano su cartoni con disegno preparatorio di Raffaello.

Il Palazzo Ducale a Mantova è la meta preferita di tutti i viaggiatori che si apprestano a visitare la città: nonostante l’abbia visitato ben tre volte, ci tornerei immediatamente perchè in ogni visita ho scoperto qualcosa di nuovo, qualche aneddoto o curiosità in più rispetto alla visita precedente. Vi consiglio caldamente di prenotare la visita per la Camera degli Sposi (per i gruppi è addirittura obbligatoria la prenotazione).

Mantova è davvero una città straordinaria, ricca di storia e di monumenti affascinanti. Se avete ancora del tempo dopo la visita al Palazzo e al Centro storico (con la bellissima Basilica di Sant’Andrea), optate per una bella navigazione sui Laghi di Mantova con uno dei tanti battelli: la vista sulla città è spettacolare e in più potrete godere di una spiegazione chiara ed esaustiva sulla formazione dei Laghi e sull’ecosistema lacustre.

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Il Palazzo Reale visto dal battello

Diario di viaggio: Colonia – giorni 2 e 3

Continua il mio viaggio a Colonia, tra imprevisti e tempo incerto! La chiusura dei Musei, devo ammetterlo, mi ha colto un po’ alla sprovvista e quindi trovare qualcosa da fare, con la città blindata a causa del Carnevale, non è stato facile, ma la vostra Donna Vagabonda sa adattarsi in qualunque situazione (o almeno ci prova!) e quindi ha cercato nuovi luoghi da scoprire.

Colonia

Una piccola sorpresa

E’ domenica e fa freddo: il vento sferza il mio viso e quello di Gabriele e l’ideale sarebbe proprio un luogo chiuso da visitare, ma le opzioni sono davvero poche. Decidiamo dunque  di dirigerci comunque in centro per fare un giro della città e provare a vedere se il Duomo è aperto. Per nostra grande, anzi grandissima, fortuna, il Duomo è aperto perchè c’è la messa e finalmente riusciamo ad entrarvi, anche se, per ovvi motivi, non possiamo visitarlo a pieno: le guardie ci hanno fermato all’inizio della navata, ma riusciamo comunque a scattare qualche foto e a percepire la grandiosità di questo edificio religioso. La struttura è imponente ed il soffitto così alto trasmetto un senso di superiorità e maestosità. Estasiati, riusciamo a comprendere quanto studio e lavoro ci fossero stati dietro a questa cattedrale.

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Mezzi confortati, usciamo per vedere se almeno i negozi sono aperti e, come mi aspettavo, non lo erano affatto: la domenica in Germania è proprio sacra (come pure il Carnevale!). Spulciando su internet scopriamo però che un luogo aperto c’è: si tratta dello Zoo di Colonia. Curiosi di visitarlo, prendiamo la metro e ci dirigiamo proprio qui.

Un cambio di programma molto apprezzato!

In molte città ho visitato gli zoo e devo dire che ne sono sempre rimasta soddisfatta, soprattutto degli zoo tedeschi: dopo quello di Berlino, di Stoccarda e di Heidelberg, perchè non visitare anche quello di Colonia? Con un po’di amaro in bocca, entriamo dunque in uno dei giardini zoologici più importanti dello Stato, in attesa di ritrovare il sorriso.

Il sorriso, non si è fatto attendere dato che abbiamo subito potuto constatare che gli animali, anche qui, vivono in recinti ampi e dotati di tutti i confort da loro richiesti. Il percorso si snoda iniziando dai cammelli e dagli orsi, fino ad arrivare agli elefanti e ai pinguini. Vedere gli ospiti trattati con rispetto, coccolati e quasi “venerati” ci ha riempito di gioia. Gabriele non visitava uno zoo da quando era davvero troppo piccino e queste sono state le sue impressioni:

virgolette Lo zoo di Colonia si è rivelato una sorpresa tanto inaspettata quanto gradita. Non avendo memoria di altri giardini zoologi è stato davvero un piacere poter vedere di persona tante specie diverse ospitate in riproduzioni dei loro habitat naturali. L’intersa struttura offre inoltre l’opportunità di trascorrere una piacevole giornata a contatto con la natura a dispetto di quasi ogni condizione metereologica, regalando numerose ore di divertimento adatte ad ogni età.

Il tempo ha anche retto molto bene, non ha mai piovuto nonostante un cielo davvero plumbeo e minaccioso.

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La ricchezza faunistica è davvero degna di nota: possiamo trovare parecchi felini, come il Leopardo delle nevi (Panthera uncia) ed il Leone asiatico (Panthera leo persica), numerosi primati come il Gorilla di montagna (Gorilla beringei beringei) o l’Orangutan (genere Pongo), e ancora una nutrita avifauna come pappagalli, gru, aironi e anatidi. Non possiamo non menzionare le bellissime e simpatiche Giraffe reticolate (Giraffa reticulata) e gli enormi ippopotami (Hippopotamus amphibius). Le dimensioni dello Zoo sono davvero ragguardevoli e per visitarlo tutto, con spiegazione scientifiche della sottoscritta e le tante curiose domande di Gabriele, ci abbiamo messo quasi un’intera giornata! Si può proprio dire che lo Zoo ci abbia salvato in questa mini-vacanza!

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Non siamo riusciti a vedere l’acquario, che si trova proprio di fronte allo zoo, ma chissà che un giorno non torneremo ad ammirare questi meravigliosi animali proprio qui a Colonia!

Stanchi e, finalmente, soddisfatti, decidiamo di rientrare verso il centro per la cena: dato che non siamo rimasti delusi la prima volta, tentiamo ancora la sorte e ci dirigiamo verso il ristorante sotto la stazione di Schweinske per assaporare una Schweinske schnitzel e un succulento curry-wurst! Anche questa volta, il nostro stomaco ha ben gradito!

Verso la fine del nostro weekend lungo

Il weekend sta davvero per terminare, ma abbiamo deciso di ripartire verso l’Italia con un volo a metà pomeriggio, in modo da poterci godere ancora qualche ora in questa città così particolare.

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Curiosi di vedere qualche maschera e confortati da un tiomido sole che spunta, ma solo per pochi istanti, decisiamo di tornare verso il centro della città per fotografare qualche figurante: non rimaniamo delusi perchè il lunedì è il giorno delle parate e riusciamo, nel poco tempo rimasto a disposizione, a fotografare alcune maschere davvero meravigliose. Tutti i partecipanti lanciano fiori e caramelle e la folla si sbraccia nel tentativo di ricevere uno di questi premi. Anche noi veniamo catturati da questa atmosfera giocosa e festante e decisiamo di fermarci per goderci una piccola parte della parata.

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Il tempo, per noi, è però giunto al suo scadere e tornare in Italia ci mette davvero tristezza. E’ ora di salire sul treno che ci conduce all’aeroporto, per poi rimpatriare.

Conserviamo un sapore agrodolce di Colonia e ci promettiamo di rivisitarla, ma non a Carnevale!

Un’escursione in giornata: Bobbio

La Provincia di Pavia confina con la Provincia di Piacenza, facilmente raggiungibile attraverso molte vie, ed il piacentino è un territorio ricco di luoghi suggestivi e storici, come ad esempio Grazzano Visconti (leggi qui il mio articolo) e Bobbio, per citarne alcuni davvero celebri. Ed è proprio di questa città che voglio parlarvi in questo articolo.

Bobbio

 

Bobbio o Bòbi in dialetto bobbiese e piacentino, è un comune di 3574 situato nella famosa Val Trebbia, che Hernest Hemingway definì “la valle più bella del mondo”, di origine romana. La sua storia si intreccia fortemente con quella di San Colombano, che qui giunse dopo un lungo pellegrinaggio: proprio a Bobbio, il Santo fondò un’Abbazia che divenne un centro culturale importantissimo, famoso ancora oggi grazie al suo ruolo ricoperto in passato. Nel 1014 Bobbio ebbe il titolo di Città e all’inizio del XII divenne Libero comune. Bobbio ed il suo territorio fece parte della Provincia di Genova fino all’Unità d’Italia e poi passò prima alla Provincia di Pavia e, successivamente, a quella di Piacenza.

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Bobbio è inserito all’interno del circuito dei Borghi più belli d’Italia ed è Bandiera Arancione del Touring Club Italiano: il suo centro storico conserva ancora numerosi edifici medioevali in pietra e molte chiese imponenti e importanti.

Questo piccolo centro abitato è un comune montano e si affaccia sul fiume Trebbia: è qui, sulle sue sponde, che si trova uno dei più bei ponti del Nord Italia: il Ponte Gobbo, uno dei simboli della città. Inoltre, si trova ai piedi del monte Penice e sul confine tra la Provincia di Pavia e quella di Piacenza. L’area bobbiese è circondata da ovest a nord dalle cime del Monte Penice, Sassi Neri, Pan Perduto e Pietra Corva. Da sud ad ovest troviamo le cime del Bricco di Carana, della Costa Ferrata e il Monte Gazzolo, oltre che altre cime minori.

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Per visitare Bobbio, da Pavia, ho scelto di percorrere la strada statale del Penice, fino a scollinare e arrivare al Passo del Penice, ritrovo di molti motociclisti che gui si godo l’aria fresca e un buon panino con la coppa. Dopo circa un’ora e mezza, sono giunta a Bobbio. La giornata è magnifica ed il sole risplende su di me e Gabriele. Lasciata l’auto proprio vicino al centro, in uno dei numerosi parcheggi gratuiti (ma molto gremiti d’estate!), iniziamo subito la nostra visita prima di fermarci a mangiare un boccone. Subito, siamo rapiti dal fascino della pietra e dalle case antiche. Perdersi in questi vicoletti è una gioia, soprattutto perchè davvero tanto c’è da vedere e in ogni angolo! Entriamo, su consiglio di un signore anziano esperto del luogo, nella Chiesa di Santa Maria dell’Aiuto, dove subito rimaniamo estasiati dagli affreschi e dalla figura sacra della sua protettrice. Dopo un rapido giretto di perlustrazione, lo stomaco comincia a languire e dunque ci dirigiamo verso i numerosi locali che offrono Gnocco Fritto e salumi tipici della zona.

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Sazi, ci dirigiamo di nuovo verso il centro, contenti della quasi mancanza totale di turisti. Visitiamo così il Monastero e l’Abbazia di San Colombano, con il meraviglioso mosaico ritrovato solo negli anni ’80 e conservato in maniera eccezionale, e ancora il Duomo di Santa Maria Assunta, proprio di fronte alla piazza principale, Piazza del Duomo. Da qui, scendiamo, dopo aver scattato numerose foto, verso il Trebbia, per ammirare e attarversare il bellissimo Ponte Gobbo, o  Ponte del Diavolo: il suo secondo nome deriva da una leggenda, nata per la sua curiosa architettura. Nel Medioevo, la sua struttura era ritenuta talmente ingegnosa che non si poteva credere che fossero stati gli uomini a progettare una tale opera, ma che il Demonio ci avesse messo lo zampino. In realtà, il ponte è stato costruito in epoca romana, senza nessun intervento demoniaco. Oltre a questa credenza, esiste anche una leggenda secondo cui San Colombano fu contattato dal demonio che gli promise di realizzare un ponte in una notte, in cambio della prima anima mortale che lo avesse attraversato. Il Santo accettò e così il Diavolo chiamò altri diavoletti per erigere il ponte, che avevano una statura diversa (motivo per cui, secondo la leggenda, il ponte ha le volte di dimensioni diverse). San Colombano, una volta visto il ponte ultimato, fece sostare sulla nuova opera un cagnolino e così il Diavolo, sentitosi preso in giro, ritornò all’inferno dopo aver tirato un calcio al suo ponte, facendolo diventare anche sghembo.

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Molte sono le leggende che avvolgono la storia del Ponte, ma di sicuro è indubbia la sua bellezza: attraversandolo, si può ammirare il meraviglioso e cristallino Trebbia, che in moltissimi amano frequentare per farvi il bagno (noi inclusi!).

Dal Ponte, si gode di una meravigliosa vista della città e dei suoi campanili: una vista molto romantica, e davvero suggestiva! Le foto più belle forse le ho scattate qui, ma lascio a voi il giudizio, anchesì detto “ardua sentenza”.

Dopo aver visitato il Ponte, ci dirigiamo di nuovo all’Abbazia di San Colombano, per visitare il Museo civico e il Museo dei minerali, uniti sotto il nome di Museo della Città: la guida ci ha accolto davvero calorosamente e ci ha mostrato un video che descriveva la storia della città, dopodichè ci ha accompagnato a scoprire i reperti custoditi. Il piccolo museo, seppur con pochi reperti e ancora in allestimento, ci ha colpito positivamente perchè è risultato chiaro nel veicolare informazioni utili ed interessanti. Oltre ad alcuni manufatti rinvenuti sul territorio cittadino, abbiamo ammirato la sezione dei minerali, ricca di campioni della Val d’Aveto e della Val Trebbia. Non voglio anticiparvi oltre su questo interessante museo, che scoprirete fra qualche tempo sempre sul mio blog.

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Un’ultima visita è dedicata alle viottole del centro, che tanto ci hanno colpito. E’ ora di tornare a casa e di lasciare Bobbio e il piacentino, con un ricordo meraviglioso e la tanta voglia di ritornarvi.

consigli

Se raggiungete Bobbio da Pavia, non perdetevi l’occasione di fare un bel viaggio panoramico in automobile attarverso l’Oltrepò Pavese fino al Penice, seguendo la strada statale.

Una volta a Bobbio, non perdetevi la visita al Ponte e al Museo della Città. Se visitate Bobbio durante la settimana, prendetevi un momento per visitare anche il Castello Malaspina – Dal Verme: noi purtroppo lo abbiamo trovato chiuso a causa dell’orario invernale.

Attraversate il Ponte Gobbo per godere della vista eccezionale della città!

D’estate, trascorrete una piacevola giornata in Val Trebbia fermandovi a Bobbio e a Marsaglia: tra le due cittadine ci sono bellissime spiagge dove poter fare ul bagno nel Trebbia!

Non dimenticatevi di mangiare lo gnocco fritto con la coppa piacentina, qui è squisito!

I luoghi della Storia: il Castello e il borgo di Nazzano

Si sa, l’Oltrepò Pavese sa regalare davvero tante emozioni: chi non conosce la splendida cittadina di Varzi, o Fortunago? (leggi qui il mio articolo) E ancora Broni, con le sua cantine vinicole e Voghera, dalla sua storia antica. Ma l’Oltrepò è anche conosciuto per i suoi bellissimi castelli e per i suoi borghi nascosti, come quello di Zavattarello (leggi qui il mio articolo) o quello di Montesegale (leggi qui il mio articolo). C’è poi un piccolissimo borghetto, quasi sconosciuto, che fa parte del comune di Rivanazzano Terme, sulle prime alture: si tratta di Nazzano, minuscolo centro abitato che ospita un castello molto interessante. Scopritelo con me, leggendo la sua storia in questo articolo.

Nazzano

Il Castello di Nazzano è di sicuro molto suggestivo, sia per le sue dubbie origini che per l’imponenza: non si sa per certo quando fu costruito, probabilmente nel XI secolo dalla famiglia Malaspina, anche se molti storici sono concordi sul fatto che ci fosse già una fortificazione precedente risalente prima dell’anno Mille (caratteristica comune di molti castelli e forti).

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Ciò che è certo, è che il Castello fu eretto per dominare la vallata. Nel corso dei secoli è passato di mano molte volte, subendo rimaneggiamenti come per mano dei conti pavesi Mezzabarba, che nel 1613 lo convertirono da fortezza a maniero gentilizio. Nel 1712 il Castello cambiò di nuovo proprietari, passano ai marchesi Rovereto che lo rimodernarono e lo resero simile a come lo possiamo ammirare oggi. Nel 1905, sempre i Rovereto ristrutturarono di nuovo il forte donandogli l’aspetto che vediamo oggi e adibendolo ad abitazione privata.

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Il Castello è completamente costruito in pietro e ospita una cappella e ben 40 stanze,

Il ricetto fortificato era la sede di una delle principali scuole di guerra di tutta l’Europa, fondata da Jacopo Dal Verme.

Oggi il Castello sovrasta ancora quelle magnifiche colline che i Malaspina, i Mezzabarba e i Rovereto ammiravano da queste alture. Oltre al Castello, degno di nota è di sicuro il borghetto, ancora quasi interamente in pietra e dal sapore antico. Tra queste casette si trova anche la Villa San Pietro, di proprietà privata della famiglia Gambaro, che ospita un meraviglioso giardino all’italiana.

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Da brava Vagabonda, non ho potuto fare a meno di visitare questo luogo così ricco di storia, ma che purtroppo, devo sottolineare, non è così ben valorizzato: iniziando dalla cartellonistica, si trova solo un indicazione che dalla strada statale di Rivanazzano indica la presenza del Castello: relativamente poco per una località che merita di sicuro una visita. Il borgo, tuttavia, è abbastanza solitario e anche un pochino desolato in quanto le abitazioni che vi si trovano sono quasi tutte seconde case e i due complessi più interessanti, il Castello e la Villa San Pietro, sono chiusi al pubblico a meno di eventi particolari (più unici che rari). Questo mi sconforta molto perchè si perde una bella occasione per far conoscere la storia e le bellezze di questo territorio, ma purtroppo questa problematica è nota per quasi tutti i Castelli del pavese. Chissà che un giorno, qualche proprietario lungimirante non decida di aprire al pubblico per far conoscere questi tesori, finalmente estratti dal loro forziere.

Il Museo di Marzo: il Museo civico di Scienze Naturali di Bergamo

Durante l’uscita didattica che ho svolto al primo anno di insegnamento, ho potuto visitare uno dei musei più belli e validi di Scienze Naturali che ci siano nel Nord Italia: si tratta del museo “Enrico Caffi di Scienze Naturali di Bergamo”. Scopriamo insieme la sua storia e le sue collezioni.

Caffi

Situato nella Città Alta di Bergamo, vicino al Civico museo archeologico di Bergamo, conserva più di un milione di reperti, con una superficie espositiva di oltre 1800 metri quadrati.

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Il meraviglioso allosauro

Il Museo è nato nel 1871 ed è stato inaugurato ufficialmente nel 1918. Tra le collezioni più antiche, il Museo annovera quella lepidotterologica di Antonio Curò con ben 12.000 esemplari, la Raccolta ornitologica di Giovanni Battista Camozzi Vertova, e la Raccolta malacologica di Giovanni Piccinelli. Il primo direttore fu Enrico Caffi, a cui il museo è stato dedicato, che lo guidò fino al 1947 con una gestione lungimirante e volta ad incrementare le raccolte con reperti sempre più interessanti.

Nel 1960 le collezioni vennero spostate nell’attuale sede, nel Palazzo Visconteo della Cittadella.

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Il Museo è composto di diverse sezioni, molto ben articolate e con pannelli espositivi molto esaustivi: si passa dalla zoologia (con particolare attenzione all’ornitologia e all’entomologia), alla geologia (con un vasto inserto di minerali e rocce), alla paleontologia, forse la sezione più interessante ed “impressionante”: qui, infatti, troviamo un calco a grandezza naturale di uno scheletro di allosauro, che ci impressiona grazie alle sue dimensioni ragguardevoli: questo carnivoro del giurassico non sarà suggestivo forse come il T-Rex, ma è pur sempre stato un superpredatore temibile per tutti gli erbivori del suo tempo. Oltre a questo calco, si trovano importanti fossili del Triassico tutti rinvenuti nelle valli bergamasche. E ancora, degni di nota solo le ammoniti piritizzate, la libellula fossile Italophlebia gervasuttii, i fossili del più antico rettile volante, l’Eudimorphodon ranzii, ed i resti scheletrici degli elefanti (Elephas meridionalis) rinvenuti nelle miniere di lignite della Val Gandino.

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Il Museo è assolutamente adatto a tutti, sia ai grandi che ai piccoli e si dimostra all’altezza anche per le persone non vedenti grazie alle numerose vetrine tattili del percorso “Il museo da toccare” e grazie alle scritte in Braille.

Devo dire che lo scopo del Museo, di mostrare ed intrattenere, è stato assolutamente assolto dato che sia io, che i miei colleghi, che gli studenti (con un’età compresa tra i 14 ed i 19 anni) siamo rimasti davvero soddisfatti dalla visita. Il Museo Caffi si dimostra quindi un bel punto di riferimento delle Scienze Naturali sia del Bergamasco che del Nord Italia.

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Informazioni utili

Il Museo è aperto tutti i giorni con il seguente orario (orario invernale): dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 17:00.

Si può visitare il museo secondo le seguenti tariffe:

Biglietto unico valido contemporaneamente per il Museo di Scienze Naturali e il Museo Archeologico: € 3.00

Abbonamento annuale per l’entrata ad entrambi i musei. Valido un anno dalla data di emissione: € 10.00

L’ingresso è gratuito per le seguenti categorie:

– Minori di 18 anni

– Disabili ed accompagnatori

– Scolaresche ed insegnanti accompagnatori

– Soci dell’Associazione Amici del Museo di Scienze Naturali

– Possessori abbonamento Musei Lombardia

– Amici del Museo Archeologico

Per ulteriori informazioni, visitate il sito internet ufficiale:

http://www.museoscienzebergamo.it/web/

I luoghi della Storia: l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio

Con questa primavera arrivata in netto anticipo, posso finalmente tornare ad esplorare le zone del mio caro e amato Oltrepò Pavese. Molti sono i luoghi da visitare e altrettanti sono gli articoli da scrivere. Cominciamo dunque un nuovo viaggio e un nuovo anno alla scoperta di questo interessante e peculiare territorio, partendo da un luogo molto conosciuto e apprezzato: l’Eremo di Sant’Alberto di Butrio.

Sant'Alberto

L’Eremo di Sant’Alberto di Butrio si trova in provincia di Pavia, in frazione Abbadia Sant’Alberto, facente parte del comune di Ponte Nizza, a 687 s.l.m.

L’Eremo porta il nome del suo costruttore, Sant’Alberto, che nel 1030 decise di lasciare la vita civile per isolarsi e andare ad abitare nella vicina valletta del Borrione. Dopo aver guarito miracolosamente un figlio muto del marchese Casasco, questi, come segno di riconoscenza, gli edificò una chiesa romanica e a Sant’Alberto si unirono altri seguaci, costituendo una comunità di eremiti che costruirono il monastero, di cui oggi rimane solamente una piccola ala: il chiostrino ed il pozzo. Negli anni seguenti, l’Eremo assunse notevole importanza per i fedeli e Sant’Alberto rimane qui come abate fino alla sua morte, avvenuta nel 1073. L’importanza di questo luogo continuò a crescere, tanto da divenire un centro spirituale di una vastissima zona, nonchè rifugio del re d’Inghilterra Edoardo II Plantageneto: un documento del 1877 attesta che il re qui morì e fu sepolto inizialmente proprio in questo Eremo. Si ritiene, inoltre, che qui vi abbiano soggiornato anche Federico Barbarossa e Dante Alighieri.

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L’accesso all’Eremo di Sant’Alberto di Butrio

Verso la metà del XV secolo, l’eremo incominciò il periodo di decadenza.

Nel 1543 gli ultimi monaci lasciarono l’eremo per trasferirsi nell’Abbazia di San Pietro di Breme. Vi rimase solo un sacerdote addetto alla cura delle anime. Seguirono tre secoli di quasi abbandono totale, durante i quali il monastero e parte della torre furono distrutti.

Solo nel 1900, anno in cui avvenne la riesumazione dei resti di Sant’Alberto, il monastero riprese vita, sotto la direzione di don Orione.
Nel 1921 gli Eremiti della Divina Provvidenza ripopolarono l’Eremo e tra di essi ce ne fu uno che ancora oggi viene ricordato con molta devozione, grazie alla sua vita riconosciuta per santità, penitenza e preghiera: frate Ave Maria. Durante la visita, potrete anche vedere la stanza e gli effetti personali di questa particolare personalità, considerato un pilastro di questo luogo sacro.
L’Eremo oggi è aperto al pubblico e organizza numerose attività per i fedeli ed i pellegrini.

 

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L’Eremo è uno dei luoghi più amati dell’Oltrepò Pavese e forse uno dei più conosciuto vista la sua fama che, certe volte, proprio lo precede. Lasciata l’auto proprio davanti all’edificio, ci si trova davanti ad un luogo mistico e sacro, silenzioso e accogliente. L’interno della piccola chiesa parrocchiale di Santa Maria ricorda quelle antiche pievi di campagna che ricorrono in romanzi e racconti. Io non sono credente, ma non disdegno la visita a questi luoghi per apprendere la loro storia e ammirare le loro bellezze artistiche e architettoniche.
Questo luogo sacro può essere visitato per intero e ancora oggi si può osservare l’antico edificio costituito dal chiostrino e dal pozzo: penso che proprio queste parti siano le più suggestive e belle. Affianco al pozzo si trovano alcune panchine dove poter riposare e godersi una meravigliosa vista sulla vallata circostante, meditando o pensando.
L’Eremo di Sant’Alberto è proprio un luogo di pace, di tranquillità e di solitudine, non vista come una pena ma come un’occasione per ritrovare, nel silenzio, il contatto con la propria spiritualità.

 

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Personalmente trovo che questo luogo sia uno dei più apprezzabili del nostro territorio e vale la pena una visita, soprattutto d’inverno, quando il flusso turistico non è ancora al suo apice, ma anzi si può visitare senza calca e con tranquillità. Non ho avuto occasione di poter visitare le Grotte di Sant’Alberto, non molto distanti dall’Eremo, ma questa sarà una buona occasione per tornarvi per ammirare le bellezze di questo favoloso luogo!
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Veduta dell’Eremo

Quando c'è una meta, anche il deserto diventa strada (Proverbio arabo)