Diario di viaggio: Madagascar – giorno 3

Sono già tre giorni che sono lontana da casa, in una realtà completamente diversa da ciò che siamo abituati a vedere. Nonostante avessi già visitato due paesi africani, Egitto e Tunisia, la cultura e i modi di fare che ci sono qui, nell’Africa meridionale, sono completamente diversi da tutto.

Ci svegliamo verso le 9:00 e facciamo una bella colazione, e poi ci dirigiamo verso il Parco nazionale di Ranomafana, uno dei parchi più importanti del Madagascar. All’entrata di accoglie una bellissima Palma del Viaggiatore (Ravenala madascariensis), uno dei simboli del Madagascar.

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La Palma del Viaggiatore

Il parco, letteralmente chiamato “acqua calda”, è situato in una zona montuosa (600 – 1400 m) e occupa una superficie di 410 km² ricoperti da una fitta foresta pluviale. La foresta pluviale è caratterizzata da un enorme abbondanza di specie vegetali e animali: per le specie arboree, si possono riconoscere le famiglie delle Apocynaceae, Euphorbiaceae, Rubiaceae e Arecaceae.Importante per l’economia del paese è il palissandro (Dalbergia spp.), inoltre ci sono diverse specie di orchidee dei generi Bulbophyllum e Eulophiella, alcune delle quali abbiamo osservato anche noi.

Per quanto riguarda la fauna, questo è il regno dei lemuri, infatti se ne contano ben 12 specie, alcuni diurni come l’apalemure dorato (Hapalemur aureus), l’apalemure grigio (Hapalemur griseus), il prolemure dal naso largo (Prolemur simus), il sifaka di Milne Edwards (Propithecus edwardsi), il lemure dal ventre rosso (Eulemur rubriventer) e l’Eulemur rufus, ed altri notturni come il microcebo rosso (Microcebus rufus), l’aye-aye (Daubentonia madagascariensis), il lepilemure dal collo chiaro (Lepilemur microdon), il chirogaleo bruno (Cheirogaleus major) e l’Avahi peyrierasi.

Altri mammiferi presenti sono il fossa (Cryptoprocta ferox), il fanaloka (Fossa fossana), la mangusta dalla coda cerchiata (Galidia elegans), il tenrec comune (Tenrec ecaudatus) e il rarissimo tenrec acquatico (Limnogale mergulus).

Il parco ospita numerose specie di uccelli tra cui specie endemiche quali l’astore di Henst (Accipiter henstii), il forapaglie codapiumosa di Seebohm (Amphilais seebohmi), il garrulo dalle orecchie gialle (Crossleyia xanthophrys), la mesena bruna (Mesitornis unicolor), la falsa nettarinia ventregiallo (Neodrepanis hypoxantha), la colomba azzurra del Madagascar (Alectroenas madagascariensis) e il vanga di Pollen (Xenopirostris polleni).

Sono presenti numerose specie di rettili (tra cui gechi, camaleonti e boa) e anfibi (Aglyptodactylus madagascariensis, Boophis arcanus, Boophis boppa, Boophis bottae, Boophis erythrodactylus, Blommersia blommersae, Heterixalus alboguttatus, Mantella baroni, Mantella bernhardi, Mantella madagascariensis, Mantidactylus spp., Platypelis grandis, Scaphiophryne marmorata, Scaphiophryne spinosa).

Accompagnati dalla guida locale Clariz, ci inoltriamo nel fitto della foresta: il clima è davvero umido, anche se c’è il sole, le foglie sono tutte bagnate e anche noi ci bagnamo in fretta.

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Verso il fitto della foresta…

Tanti suoni, tanti rumori, ci fanno capire che qui il regno non è dell’uomo, bensì della bizzarra fauna che abita nel cuore della foresta. Siamo tutti elettrizzati, vogliamo assolutamente vedere i lemuri, anche se sappiamo che non sarà facile. Clariz è in contatto con altri tre ranger tramite il telefonino, che lo avvertono se vengono avvistati i lemuri, in modo tale da poter raggiungere la loro posizione. Siamo fortunati, già dopo 15 minuti di cammino, la nostra guida viene chiamata, un lemure è stato avvistato!

Raggiungiamo il più velocimente possibile il ranger, arrampicandoci sulle radici degli alberi e saltellando sulla terra bagnata: sembra che stiamo scappando da qualcosa!

Arriviamo ed ecco che scorgiamo un lemure dalla fronte rossa! Tra le foglie è difficile scorgerlo, come è quasi impossbile fargli una foto. Scatto ma è davvero arduo metterlo a fuoco. Mi fermo e lo ammiro, è spettacolare vederlo: la piccola palla di pelo arruffata sta riposando, prende il sole e sta in panciolle. Sono animali pacati, paurosi, e molto buffi. Bisogna stare in silenzio, altrimenti si spaventano, del resto sono prede e hanno paura degli animali più grandi di loro. Nella foresta c’è il fossa che li preda, ma non siamo così fortunati da poterlo vedere.

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Lemure dalla fronte rossa

Non facciamo nemmeno tempo a goderci la sua vista, che Clariz riceve un’altra chiamata: due lemuri avvistati! Per fortuna non molto lontani, così ci precipitiamo ed eccoli lì, sono due lemuri dal ventre rosso, maschio e femmina! Abbracciati, accoccolati tra loro: stanno dormendo, ma si accorgono presto di noi e si svegliano. Sbadigliano felici, non sembrano disturbati da noi, infatti ci guardano dritti negli occhi, senza scappare. Dopo aver appurato che non siamo lì per fargli del male, si fanno grooming a vicenda e si leccano in viso. Sembrano proprio affiatati! Decidono quindi di andarsene, probabilmente a cercare del cibo.

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Lo sguardo del lemure dal ventre rosso, un maschio: sembra dirci “che cos’hai da guardare?”

Procediamo nella nostra passeggiata e arriva un’altra telefonata: alla risposta anche Clariz si esalta: il ranger ha trovato ben due Sifaka di Milne-Edwards! Accorriamo, mentre Clariz ci dice che questa specie è difficile da osservare, perchè è molto schiva, e vederne addirittura due è un evento eccezionale! Dopo circa 5 minuti arriviamo sul luogo e la scena è davvero spettacolare: i due esemplari stanno giocando, si dondolano sulle liane e sui rami, proprio ad altezza uomo. Ogni tanto sentiamo qualche bizzarro vocalizzo, si vede che si stanno divertendo! Si avvicinano quasi a noi, come se non ci fossimo. E’ una sensazione sbalorditiva, qualcosa che va aldilà della nostra immaginazione: questi lemuri sono molto più grossi rispetto agli altri, e hanno dei rotondi occhi gialli. L’emozione è davvero tantisssima, non vorremo andarcene da lì, ma purtroppo se ne vanno prima i lemuri. Che dire, siamo assolutamente soddisfatti!

Camminiamo verso il punto di osservazione della riserva, ci vuole circa un’ora. Purtroppo non riceviamo altre telefonate dai ranger, non osserviamo più lemuri dunque. Ma non siamo delusi, anzi! Al punto di osservazione troviamo ancora un’altra sorpresa, un grazioso geco diurno del Madagascar (Phelsuma madagascariensis)! Sta lì, sulla colonna di legno e tira fuori la sua lingua. Ci fa proprio simpatia!

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Una tavolozza di colori il nostro geco.

Ora ci dirigiamo verso l’ingresso del parco, ci vogliono circa due ore. Siamo così felici, continuiamo a parlare dei lemuri e dell’emozione che abbiamo provato nel vederli.

Arrivati all’ingresso è ora di pranzo, decidiamo quindi di fermarci nel ristorante del parco stesso, e pranziamo, ridendo e scherzando: questi momenti uniscono ancora di più il gruppo e ci fanno scoprire qualcosa di nuovo di ognuno.

E’ ora di andare, direzione Fianarantsoa! Ci vuole circa 1 ora e mezza per arrivare. Fianarantsoa, comunemente detta “Fianar”, è un grande agglomerato urbano, capoluogo della provincia omonima e della regione di Haute Matsiatra. Scarichiamo i bagagli e iniziamo a girare per la città, accompagnati dai bambini del luogo che parlano un misto tra francese e italiano e che ci fanno da guida. E’ quasi il tramonto e decidiamo di rientrare. La giornata era andata fin troppo bene per finire così, infatti non finisce proprio con un sorriso: in albergo non c’è acqua calda per un guasto e tutti gli ospiti sono arrabbiati. Anche noi vorremmo farci una doccia, ma è quasi impossibile. Mentre si attende l’acqua calda, faccio un giretto sotto l’hotel, dove c’è una galleriadi negozi: lì trovo un negozio di minerali che espone pezzi notevoli. Che faccio, non compro nulla? Eh no! Infatti, acquisto un berillo varietà smeraldo e un corindone varietà rubino. Il sorriso torna subito sulle mie labbra.

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Veduta di Fianaratsoa

Dato che l’acqua calda non arriva, decidiamo di rimandare la doccia dopo cena. Mangiamo in un piccolo ristorante locale in compagnia anche del nostro autista Riza, e poi ritorniamo in hotel. L’acqua è tiepida, meglio che niente, quindi non perdiamo tempo e ci laviamo. Il letto, almeno, è comodo.

Il giorno dopo sarà un altro giorno all’insegna della natura, verso Ambalavao e la Riserva Anja!

Se volete leggere gli altri giorni:

Giorno 1

Giorno 2

 

 

Un viaggio del 2016: Verona

Romantica, fiabesca, incantata. Verona è tutto questo e anche di più.

Per Pasqua del 2016 sono andata a scoprire le meraviglie di una delle città care al sommo Shakespeare, il quale dice “nella bella Verona, dove la nostra scena s’apre” (Romeo e Giulietta), e che non mi ha lasciata indifferente. Verona: buon cibo, storia e tanta tanta cultura, ma anche natura e divertimento.

In tre giorni ho potuto vedere tutte le attrazioni principali di questa bella città, passando dal Balcone di Giulietta, all’Arena, a Castelvecchio, al Giardino Giusti, a Piazza delle Erbe.

La visita inizia subito con un giretto in centro, dove prima visito la Chiesa di Sant’Anastasia, e la Corticella Leoni. Dopo un tuffo nella storia volto pagina e imbocco la via per il famoso balcone di Romeo e Giulietta: c’è un po’ di fila ma non importa, qui vengono davvero da tutto il mondo per vedere il luogo della dichiarazione d’amore tra i due giovani. Con mio dispiacere trovo molte scritte di cattivo gusto, dichiarazioni d’amore d’inchiostro indelebile sui muri della galleria che porta ai balconi. Questa cosa proprio non mi piace, ma tiro dritto. All’interno della casa di Giulietta mi viene offerta una possibilità unica: scrivere qualche riga della tragedia di Shakespeare, in occasione dell’anniversario della morte (400 anni) del poeta. Così mi siedo e con pennino ed inchiostro scrivo qualche pagina in italiano ed in inglese. Mi sembra di essere tornata al 1300, che meraviglia!

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Il Balcone di Giulietta

Visito la casa della dama e poi scatto le foto dal balcone, dopodichè vado a vedere la casa di Romeo, solo da fuori, passando per Piazza delle Erbe, che è arricchita di bancarelle in vista dei mercatini pasquali.

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Piazza delle Erbe

Per cena mi butto su una bella spaghettata di cozze e vongole, che meraviglia!

Il giorno dopo visito l’arena, che è davvero emozionante: non assomiglia al Colosseo, anche perchè le dimensioni sono ben diverse, ma non è meno caratteristica. Sui gradoni degli spalti noto anche delle belle ammoniti, segno che i materiali per la costruzione sono stati cavati da una zona fossilifera. Dopo una bella mattinata continuo il mio tour a Castelvecchio e visito il suo museo: le collezioni si snodano negli articolati ambienti del castello, dentro e fuori suggestivi cortili, saloni, mura altomedioevali, camminamenti di ronda. Per quanto riguarda i quadri, troviamo molti pittori famosi come Andrea Mantegna, Pisanello, Jacopo Tintoretto. Il museo si snoda anche attraverso i camminamenti, da cui si vede un bel panorama di Verona e la statua di Cangrande.

Dopo la visita del museo mi dirigo verso il Regaste San Zeno proprio per visitare la Basilica di San Zeno Maggiore: la chiesa è davvero imponente, uno degli esempi più caratteristici dello stile romanico ancora esistenti. All’interno si trova un ampio chiostro, e nella chiesa anche una cripta. Sugli scalini trovo ancora le ammoniti, questa volta in formazione rossa (probabilmente rosso ammonitico).

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L’interno della Basilica

Approfitto della bella giornata soleggiata per riposarmi su di una panchina proprio fuori la Basilica e poi mi avvio pian piano verso il centro. Per la cena ancora frutti di mare, li adoro proprio!

Per l’ultima mezza giornata scopro qualche angolo un po’ meno turistico, e mi dirigo al Giardino Giusti: la mia fame naturalistica viene proprio appagata; il palazzo è stato costruito nel XVI secolo con un impianto ad U, insieme al giardino che è considerato uno degli esempi più belli di giardino all’italiana.

Il giardino si può dividere in varie zone, di cui le più importanti sono quella occidentale e quella orientale. Le zone sono arricchite da aiuole e vialetti alberati. Un labirinto corona il tutto.

E’ già ora di rientrare, quindi pranzo e poi recupero le valigie, il viaggio è terminato.

Ciao Verona!

Per una Verona artistica e naturalistica, consiglio di visitare:

  • L’arena
  • Il Giardino Giusti
  • Castelvecchio
  • Piazza delle Erbe
  • Il Balcone e la casa di Giulietta
  • Santa Anastasia
  • San Zeno
  • Museo di storia naturale di Verona

Il mio viaggio in pillole:

  • Periodo di viaggio: aprile
  • Durata: 3 giorni
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Cose da fare assolutamente:

  • Mangiare un piatto di bigoli caserecci in cassopipa della tradizione chioggiotta al ristorante Pizza Torre 5
  • Ascoltare il canto degli uccelli al Giardino Giusti
  • Riposarsi su una panchina a Castelvecchio

 

 

 

 

 

Un’escursione in giornata: Caltagirone

Per questa bella escursione in giornata ci spostiamo nella bella Sicilia, precisamente a Caltagirone.

Ero in Sicilia a settembre del 2016, in occasione del matrimonio di mia cugina. Mi sono trattenuta qualche giorno in più per visitare l’entroterra catanese e riscoprire i luoghi d’infanzia del mio papà. Non poteva quindi mancare una visita a Caltagirone, la città delle ceramiche.

Caltagirone si trova al centro del territorio Calatino, nella provincia di Catania. Città storica dal glorioso passato, fu roccaforte per bizantini, arabi, genovesi e normanni.

Nel 1900 la città fu simbolo di Don Luigi Sturzo e del movimento anti-fascista. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Caltagirone venne pesantemente bombardata e gli angloamericani distrussero molti monumenti importanti per la città.

Durante gli anni sessanta e settanta, Caltagirone si spopolò a causa del massiccio esodo dele popolazioni del sud verso il nord in cerca di lavoro.

Oggi Caltagirone è Patrimonio dell’Unesco ed uno dei simboli della Sicilia. In città ci sono numerosi interessanti musei, come quello regionale della ceramica e la Mostra dei pupi siciliani.

Durante una bella giornata di sole, una visita non può mancare. Con la mia auto a noleggio mi dirigo verso la città e parcheggio proprio vicino alla famosa Villa Vittorio Emanuele, che è anche la prima meta della mia escursione. Si trova proprio alle spalle del Museo della Ceramica. Si tratta di un imponente parco, in stile inglese, opera dell’architetto G. B. Filippo Basile, e della villa comunale attorniata da viali decorati con vasi in terracotta e maioliche. Nel piazzale centrale si trova un grande palco musicale in stile moresco con rivestimento in maiolica realizzata dalla I.P.A.C.

Nella parte inferiore si può ammirare una delle vasche della Fontana della Flora dello scultore ed architetto fiorentino Camillo Camilliani del XVI secolo.

Il sole splende felice e mi attardo qualche minuto per scattare fotografie e riposarmi su una panchina. Ci sono alcuni gatti che gironzolano davanti a me, e non si negano a coccole e carezze.

Proseguo con il mio itinerario, incontrando il tondo vecchio, un belvedere che ci mostra l’entrotera siciliano, e poi il Convento di San Francesco d’Assisi, con un ampio chiostro risalente al XVII – XVIII secolo. Purtroppo la chiesa è chiusa, quindi mi dirigo verso il centro, infilandomi, di tanto in tanto, nei vari negozi di ceramica.

Giungo alla famosa Scalinata di Santa Maria del Monte: 142 gradini in pietra lavica finemente decorati da mattonelle in maiolica nei tipici colori della ceramica di questa città, cioè verde, giallo e azzurro. La gradinata è suddivisa in settori di 14 gradini in cui le decorazioni delle maioliche richiamano diversi periodi storici, dal X secolo al giorno d’oggi. La salita non è proprio facile, ma non si può davvero evitare se si viene a Caltagirone. Proprio a lato della scalinata sorgono anche negozi di ceramica, alcuni tra i più antichi della città. Finita la scalinata, mi perdo nei piccoli vicoli caratteristici, fino ad arrivare nella periferia della città.

Torno indietro, sono già passate tre ore da quando sono arrivata, e sento un po’ di fame. Compro qualche cartolina, di cui sono una collezionista accanita, e mi fermo a mangiare una buona brioche con una granita in Piazza del Municipio.

Mentre torno all’auto, mi fermo alla Cattedrale di San Giuliano: secondo la tradizione è stata edificata in epoca normanna. Il tempio però è datato nel 1282, in piena età aragonese, grazie all’iscrizione che era posta sull’architrave d’ingresso. Il 12 settembre 1816 papa Pio VII con la bolla pontificia Romanus Pontifex eresse la diocesi di Caltagirone ed elevò la chiesa di San Giuliano a cattedrale.

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L’interno di San Giuliano

Tornando, mi faccio anche indicare una pasticceria buona dove comprare i cannoli e le paste di mandorle: in via Principe Amedeo di Savoia la trovo, proprio non distante.

Prima però di lasciare definitivamente questo meraviglioso paese, devo per forza acquistare delle ceramiche, che mi hanno completamente stregato per la loro bellezza: entro nel negozio Ceramiche Artistiche in via Roma, dove trovo un’esposizione senza pari. Non perdo tempo e compro vari oggetti: piatti, gattini, bummuli… Noto anche numerose ceramiche con le teste di moro e mi faccio raccontare come mai questa raffigurazione: la leggenda narra che c’era una bella ragazza sposata con un moro, il quale però la tradiva. Scoperto il tradimento, la ragazza gli tagliò la testa e ne fece una fiorera. Da qui le teste della ragazza e del moro. un po’ macabra come leggenda, ma pittoresca.

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La grande esposizione del negozio Ceramiche Artisiche

Con una bella cassetta piena di dolci e sei borse di ceramiche, torno a casa contenta.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: settembre
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 4

Ultimo giorno a Monaco di Baviera, la tristezza è immensa. Mi alzo di buon mattino, voglio godermi a pieno le ultime ore in questa magnifica città che già mi manca. Oggi il sole splende e mi augura un’ultima radiosa visita. La prima tappa è Odeon Platz, per vedere la Feldherrnhalle, cioè la Loggia dei Marescialli, e la Chiesa di San Gaetano.

Appena fuori dalla metro mi accoglie una maestosa statua di Ludovico I a cavallo, che è stato anche il Re che ha commissionato la Feldherrnhalle.

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La statua di Ludovico I

Proprio di fronte la vedo e subito mi ricorda la Loggia della Signoria di Firenze. In effetti, l’architetto Friedrich von Gärtner si ispirò proprio a quell’opera per la realizzazione della Loggia. Costruita per onorare gli eroi bavaresi, la Loggia è alta 20 metri e ha una tripla arcata e vi si accede grazie ad una scalinata centrale.

La Loggia ospita le statue del conte di Tilly, condottiero della guerra dei Trent’anni, del conte von Wrede, maresciallo dell’età napoleonica, ed una allegoria dell’esercito bavarese : tutte le statue sono opera di Ferdinand von Miller. Questo luogo riveste anche un’importanza storica rilevate: è qui che finì il putsch della birreria di Adolf Hitler, nel 1923.

 

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Loggia dei Marescialli

Qualche foto e poi mi dirigo nella Chiesa di San Gaetano, proprio adiacente: in questo periodo la facciata era sotto restauro, ma riesco comunque a scattare le foto alle caratteristiche due torri. Entro durante la celebrazione della messa, quindi non riesco a visitare bene la chiesa, per non disturbare lo svolgimento della funzione.

La chiesa venne costruita per volere del Principe Elettore Ferdinando e della moglie, per festeggiare la nascita del loro figlio. Si iniziarono i lavori nel 1663 su progetto dell’architetto Agostino Barelli  e nel 1674 si iniziò a costruire la cupola.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la chiesa fu pesantemente bombardata e subì danni enormi. Il restauro fu però assai rapido e questa venne riaperta nel 1955.

Esco dalla Chiesa e mi dirigo verso il giardino della Residenz, che avevo visitato il primo giorno. Coppie felici passeggiano, magari in compagnia del proprio cagnolino, e si scattano romantiche fotografie.

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Gazebo nel giardino

Successivamente decido di visitare il Museo Nazionale Bavarese, il Bayerisches Nationalmuseum, quindi prendo il tram e arrivo alla mia meta. Il nucleo centrale della collezione è la collezione Wittelsbach, donata alla città da Massimiliano II nel 1855. Il museo ha tre piani: al piano seminterrato c’è una bellissima collezione di presepi, soprattutto napoletani, tirolesi e siciliani. Al primo piano trovo una ricca collezione di arte religiosa, mentre all’ultimo piano si trova la collezione di strumenti musicali, di porcellane e di arte in stile Biedermeier.

Finisco la visita al museo che è già ora di avviarmi verso l’hotel per ritirare i bagagli, ma prima faccio l’ultima tappa a Marienplatz per una merenda a base dei dolci più buoni di Monaco.

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Presi i bagagli mi dirigo in aereoporto e… Il mio aereo è in ritardo di tre ore e mezza.

Nemmeno l’aereo vuole che torni a casa, da quanto sembra.

Che devo fare? Mi siedo e aspetto, con un giornale del Bayern Monaco e la testa piena di ricordi, ma soprattutto con il cuore pieno di tristezza, perchè è proprio qui che ho lasciato un suo pezzo, e il mio cuore sarà felice soltanto quando ritroverà la sua parte mancante, quando ritornerò a Monaco.

 

 

 

 

 

Diario di viaggio: Madagascar – Giorno 2

La prima notte è andata, tra stanchezza e freddo inaspettato: siamo ad agosto ma ci sono 12 gradi se va bene, qui siamo in inverno, ma nessuno si aspettava un freddo così! Per fortuna ho un pile, che risulterà essere la mia ancora di salvezza per tutto il viaggio.

Ci alziamo di buon mattino e carichiamo le valigie sul nostro infaticabile mezzo, per poi dirigerci a piedi verso il centro di Ambositra, capoluogo della regione di Amoron’i Mania.

Siamo in alto, a 1345 metri s.l.m, ecco perchè fa così freddo! Qui, gli estranei siamo noi, e tanti bambini, come spesso accadrà durante questo viaggio, ci vengono vicini curiosi e sorridenti, a volte solo per vedere che razza di alieni siamo, altre volte per chiedere cibo, altre soldi: purtroppo ciò accadrà per quasi tutto il viaggio ed è dura non farsi intenerire da due occhioni marroni. Le guide locali ci ammoniscono: la maggiorparte chiede l’elemosina perchè costretti dai genitori. Dura da mandare giù, ma continuiamo, concendoci al massimo qualche fotografia con loro, e per molti questo basta e avanza.

Ambositra è una città molto semplice, dove non ci sono strade asfaltate e dove la terra rossa marca di netto il cuore del centro. E’ un importante centro per la lavorazione del legno, infatti sono numerosi i negozi di piccoli artigiani che lavorano il mogano o l’ebano. Incuriositi entriamo in un negozio di questi e l’artigiano ci fa vedere anche come si modella e si taglia la materia prima. Dopodichè, ci invita a casa sua, come se fossimo suoi amici da sempre: l’ospitalità che ho trovato qui, in Madagascar, non l’ho mai più ritrovata. Salutiamo le donne di casa e queste ci fanno fare un piccolo tuor nella modesta abitazione, senza pretendere nulla in cambio. Torniamo al negozio e decidiamo di acquistare qualche souvenir, l’artigiano è felicissimo!

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Artigiani al lavoro

Continuiamo a visitare la città e ci fermiamo ad altri negozi, dove non solo si commerciano gli oggetti in legno, ma anche vestiti e stoffe, oltre che batterie e oggetti di ogni genere ammassati sulla strada per attirare i clienti.

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Manufatti il legno

Dopo la visita della città, ci dirigiamo ad una missione cattolica non molto distante: qui ci sono molti bambini orfani o abbandonati, che trovano rifugio presso questa congregazione cattolica. Nonostante i bambini siano consci della loro situazione, non perdono il sorriso e ci scattiamo tante fotografie insieme: per loro, il vedersi impressi in una fotografia è la cosa più bella del mondo, infatti, quando mostro lo schermo della reflex e la loro immagine, scoppiano a ridere e mi abbracciano più volte. Mi chiedono il mio nome e glielo dico, loro mi dicono il loro e poi continuano a ripetere una parola: “vasa” che significa straniero. Per loro siamo tutti vasa, ma vasa simpatici.

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Bambini in festa

L’emozione è forte, e decidiamo di fare una cospiqua donazione alla missione, che tra l’altro provvede anche all’istruzione dei bambini, con una piccola scuola dove però non manca nulla.

Lasciata la missione, ci dirigiamo verso la regione degli Zafimariny, una popolazione antica, che vive in casette di legno. La strada è tutt’altro che agevole con il furgoncino, e le buche rendono gli spostamenti davvero problematici. Finalmente raggiungiamo il piccolo villaggio, qui la povertà è veramente palpabile e ci stringe il cuore: i bambini per la fame mangiano la plastica che avvolge le caramelle. Riflettiamo su tutto il nostro benessere rispetto alla loro condizione. In quel momento vorrei portare tutti i bimbi a casa con me, ma non è possibile. Il capo villaggio, un anziano che ricopre anche le funzioni di sciamano, ci invita nella sua umile dimora e ci fa sedere come suoi speciali e graditi ospiti. I bimbi rimangono fuori e ci guardano dalla finestra. Apprendiamo, dalle parole del capo, che il suo villaggio è povero ma la sua gente è orgogliosa e tradizionalista e non rinunceranno mai alle loro usanze per la modernità. Proviamo un profondo rispetto per l’anziano signore, che non ci rifiuta domande e fotografie, anzi, ne è orgoglioso. Chiede poi ad alcuni uomini di farci vedere tutto il piccolo villaggio e di dirci le nostre impressioni alla fine del tour. Siamo sempre accompagnati dai bimbi, che anche qui non sono avari di sorrisi.

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Bambini alla finestra della casa del Capo

Finito il tour e salutato l’anziano capo, il furgoncino ci aspetta per raggiungere il Ranomafana National Park, attraverso la Route Nationale 7, tra campi di riso immensi e coltivazioni di caffè.

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Pastore con gli zebù nelle risaie

E’ ormai sera e finalmente possiamo riposarci, dopo tre ore e mezza di pulmino su strade abbastanza impraticabili a causa delle abbondanti piogge dei giorni precedenti.

Alloggiamo in piccoli bungalow graziosi, proprio di fianco al Parco Nazionale: le sistemazioni sono carine e confortevoli, con letti con le zanzariere per evitare di essere punti dalle fastidiose zanzare che potrebbero anche portare la malaria (la profilassi è comunque obbligatoria e per tutto il viaggio va eseguita).

E’ ora di cena, il pasto caldo della giornata, dato che a pranzo ci accontentiamo di qualche baguette vuota che vendono in tutti i villaggi, di qualche biscotto e dei cioccolatini portati dall’Italia. Una bel pollo arrosto con patatine e per finire, il dolce: la Crèpe al cioccolato, dolce nazionale del Madagascar. Inutile dirvi che ne mangerà un’infinità prima di tornare a casa.

Stanchi ma contenti, andiamo a letto: domani ci aspetta un bel trekking nel Parco.

Per ritornare a leggere il primo giorno, cliccate qui.

I luoghi della storia: il Castello Ducale di Agliè

Quante volte l’ho visto in televisione, in DVD, durante le puntate di Elisa di Rivombrosa, la fiction storica italiana più famosa e più amata. Con il cuore e con l’immaginazione ho sempre sognato di andarci, e finalmente, dopo anni, sono riuscita ad organizzare la mia visita a questo gioiello architettonico.

Il Castello Ducale di Agliè si trova nel comune omonimo di Agliè, nelle vicinanze di Torino. L’edificazione del nucleo centrale è iniziata nel XII secolo per conto della famiglia San Martino.

Nel 1667 il conte Filippo San Martino commissionò all’architetto Amedeo di Castellamonte i lavori per trasformare la facciata sul giardino e altre migliorie come il cortile e le due gallerie.

Nel 1764 i conti vendettero la proprietà ai Savoia e questi affidarono la ristrutturazione all’architetto Ignazio Birago di Borgaro.

Durante l’occupazione di Napoleone, in castello cambia la sua funzione e diventa un ricovero per i mendicanti, mentre il parco viene ceduto ai privati. Non passò molto tempo, siamo nel 1823, che la proprietà rientrò tra le propietà dei Savoia e Carlo Felice lo fece di nuovo ristrutturare, questa volta da Michele Borda di Saluzzo. Ancora, tra il 1830 e il 1840, il castello fu ristrutturato e i lavori furono imponenti: durante questo periodo si costruirono il grande lago, il laghetto e le isole, mentre il giardino venne trasformato all’italiana. Il tutto fu opera dell’architetto tedesco Xavier Kurten. Dopo la morte di Carlo Felice, il castello passò a Ferdinando di Savoia, duca di Genova.

Nel 1939 il castello venne venduto alla Stato Italiano e questo venne trasformato in un museo, oggi visitato da migliaia di persone ogni anno, grazie alla fama acquisita in Italia alle fiction Elisa di Rivombrosa e La bella e la bestia.

Parto di buon mattino, non è proprio vicino da casa mia, e mi dirigo verso il Castello. Da Torino non ci sono molte indicazioni stradali, ma riesco comunque a giungere al Castello, che è proprio all’inizio del paese. Lascio l’automobile e mi informo sulle visite guidate: mi prenoto per quella delle 11 e intanto inizio a visitare il giardino.

Ogni passo che faccio è un passo nella storia e ad ogni passo ricordo ogni scena del mio sceneggiato preferito: sullo scalone quando il Conte Fabrizio dichiara il suo passionale amore ad Elisa, davanti alla fontana dove era posizionato il gazebo dove i due si sono promessi amore eterno, nella galleria dove Elisa passeggiava con la Contessa Anna.

 

Il giardino è spettacolare, con tante siepi di bosso che si incrociano creando dei bellissimi motivi geometrici. La fontana centrale è imponente e incornicia il castello nella sua magnificenza. Dalla veduta mi fermo un attimo dove il povero Conte Fabrizio è morto, ucciso con una fucilata alle spalle da Armand Benac. Lo strazio di Elisa ritorna nella mia mente, e una lacrima scende.

Dopo aver visitato l’ampio giardino, mi dirigo alla visita guidata.

Le sale all’interno non sono quelle della fiction, ma non sono meno belle: riccamente decorate da quadri e da arazzi, ci riportano nel 1800, con una collezione di oggetti cinesi e tante porcellane finemente decorate. La visita si snoda anche all’interno delle cucine del Castello, davvero ampie, dove viene ricostruita la vita dei cuochi e dei camerieri con dovizia di particolari: le cucine erano naturalmente collegate con le camere dei lavoranti ma anche con il castello per portare le pietanze.

Lascio dunque il Castello, la mia visita è finita. Mi riprometto di tornarci presto, magari in una giornata di sole, dove posso apprezzare meglio la parte esterna.

Elisa e Fabrizio mi aspetteranno ancora, in questa reggia dei sogni.

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L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: agosto
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Un’escursione in giornata: Bellagio

Se visitate il Lago di Como, non potete perdervi un giretto in questo piccolo e pittoresco paese: Bellagio.

Bellagio è un piccolo comune italiano della provincia di Como, che appartiene alla Comunità montana del Triangolo Lariano. E’ un rinomato luogo di villeggiatura, apprezzato moltissimo anche dagli stranieri.

I primi abitatori del territorio furono gli Insubri, poi la città fu conquistata dai Romani durante l’espansione verso nord, da allora divenne un punto di passaggio e svernamento degli eserciti romani.

Durante il Medioevo, la città passò di mano molte volte, prima arrivarono i Franchi, poi gli Ottoni di Germania. Passarono gli anni e nel 1449 Francesco Sforza occupò la città e la rocca e Bellagio aderì alla nuova signoria degli Sforza per il governo di Milano. Nel 1508 il feudo di Bellagio venne assegnato al marchese Stanga.

Il mio viaggio inizia con l’arrivo in battello in questo grazioso paesino: siccome il giorno prima avevo fatto una bella passeggiata sul Monte San Martino, ho preso il battello con la mia automobile a Menaggio, in direzione Bellagio. Arrivata di mattina, dove il flusso turistico è abbastanza intenso, mi cimento per trovare un parcheggio:non è stato facile, ma alla fine sono riuscita nell’impresa (sono praticamente tutti a pagamento, ma i costi non sono elevati).

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La vista dal lungolago

Mi avvio così, attraverso il lungolago, al centro storico, caratterizzato dalle scalinate che collegano la parte bassa alla parte alta della città.

Il centro storico è grazioso, con molti negozi che vendono specialità del lago ma anche italiane, per la gioia dei molti stranieri, soprattutto americani e tedeschi. Alcuni negozi storici si distinguono per la lavorazione del legno e del ferro, e non mi faccio sfuggire l’occasione di entrare e scattare qualche foto. Purtroppo i prezzi sono un pochino proibitivi quindi decido di non acquistare nulla.

Dopo un lieto vagabondare, mi dirigo verso uno dei tipici ristorantini, senza però cercare delizie raffinate e costose per il mio palato. Decido di mangiare una bella bruschetta e poi ritorno a visitare la città. Incappo nel Parco dei Martiri della Libertà e mi fermo a scattare qualche foto ai fiori delle aiuole. La brezza è gradevole, e il caldo non è così asfissiante, nonostante fosse luglio.

Dopo una breve passeggiata lungolago, ritorno alla mia automobile, verso casa.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: luglio
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 1/5 per il lungo lago, poi bisogna trovare vie alternative alle scalinate.
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

 

 

 

 

 

Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 3

Il terzo giorno è il giorno del divertimento e della cultura, in particolare artistica. Dopo una giornata ventosa, il sole torna a rischiarare il mio viso: giornata perfetta per andare a visitare la mitica Allianz Arena!

Esco verso le 10:00 e prendo il tram fino a Sendlinger Tor, per poi prendere la metro verso lo stadio.

L’Allianz Arena è uno stadio calcistico situato nel quartiere di Fröttmaning. Le due squadre più importanti della città, cioè il Bayern Monaco (di cui sono una tifosa accanita) e il Monaco 1860 hanno incominciato a giocarci dalla stagione 2005-2006. Il gruppo Allianz ha comprato i diritti sul nome per 30 anni, da qui il nome Allianz Arena. È il secondo stadio, dopo il Bernabéu, per altitudine (circa 550 metri) tra i top club europei. I tedeschi lo chiamano Schlauchboot, cioè “gommone” per via della sua forma.

Arrivo alla fermata della metro per lo stadio, che è sempre super segnalata nelle stazioni dove passa la metro per questa meta e inizio a camminare verso il gommone, per circa 10 minuti di strada. L’emozione sale mano a mano che mi avvicino, lo stadio è davvero imponente e ci si sente davvero piccolini.

Lo stadio non può essere visitato al suo interno se non con una visita prenotabile al Museo del Bayern Monaco, ma che io decido di non fare, avendo poco tempo a disposizione per vedere gli altri monumenti della città (ma che farò prossimamente, quando ritornerò), quindi mi dirigo dritta dritta allo Store del Bayern Monaco: un paradiso vivente per tutti i tifosi di questa squadra, qui si trova veramente di tutto, per fino il gioco del Monopoli del Bayern Monaco e i biberon per i bimbi. Spendo una somma imprecisata di soldi e mi porto a casa i ricordi più belli che un tifoso possa avere e poi esco soddisfatta. Usciti dallo store si può andare al museo e da lì prenotare la visita guidata all’interno dello stadio: il tutto è a pagamento. Di fianco al banco prenotazioni c’è anche un negozietto sull’Allianz Arena, faccio tappa anche lì e compro una spilletta  e una maglietta come ricordo.

Soddisfatta, scatto le ultime fotografie e mi dirigo di nuovo verso la metro, questa volta verso le Pinacoteche.

Decido di visitare prima la Alte Pinakothek, museo d’arte situato nella Kunstareal di Monaco: è una delle più antiche gallerie del mondo. Dopo aver fatto il biglietto d’ingresso e aver preso l’audioguida, mi inoltro nelle sale: qui troviamo capolavori di Raffaello, Dürer, Rubens, Bruegel il Vecchio e tanti altri ancora, in particolare della scuola fiamminga e tedesca. Alcuni quadri sono davvero enormi, e la pittura è magistrale.

Ora è la volta della Neue Pinakothek, dove si incontrano i capolavori che vanno dal periodo post-Rivoluzione Francese allo stile Liberty.

Entrando faccio il biglietto e inizio subito con pittori famosi, tra cui Segantini, Van Gogh, Gauguin. La collezione impressionista è ampia e piena di capolavori, non possiamo dimenticare le ninfee di Monet. Abbiamo poi opere di Cézanne e di Manet, in particolare “Colazione nell’ atelier“, il mio quadro preferito in assoluto insieme al “Bacio” di Hayez: rimango estasiata da questa opera e la fotografo nei minimi particolari. Le pennellate, i dettagli, il ragazzo: questo è un vero capolavoro per me.

Continuo e trovo ancora capolavori, come “Italia e Germania“di Friedrich Overbeck: questo quadro esprimeva i miei sentimenti in quel momento, il mio cuore è diviso tra la mia nazione natia e quella che spero diventare la mia nazione di adozione. Come il pittore cerca di esaltare le bellezze dei due Paesi ritraendo le due donne, allegorie dei due Stati, così io ripercorro nella mente tutte le meraviglie che ho visto di queste due nazioni.

Finisco il mio giro con un quadro favoloso, la Madame de Pompadour di François Boucher .

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Boucher – Madame de Pompadour

E’ ormai sera e deciso di rincasare in albergo, da lì ci vuole una buona mezz’ora. La cena mi attende, e una Snitzel gigante mi sazia.

Rimane sono l’ultimo giorno e già la malinconia è tanta.

Per rileggere il diario di viaggio dei giorni precedenti, questi sono i link:

Primo Giorno

Secondo Giorno

 

 

 

 

 

 

Diario di viaggio: Madagascar – Giorno 1

Non potevo esimermi dallo scrivere questo diario di viaggio, in Madagascar.

Il Madagascar è luci, colori, suoni, sorrisi e natura. Dopo Tunisia ed Egitto, era ora di andare un po’ più sud, a scoprire “la vera Africa”.

Parto, con il mio gruppo e mia zia, con un viaggio di Avventure nel Mondo chiamato “Madagascar Breve“, che ora ha cambiato leggermente itinerario. La prima tappa è Parigi, e poi un altro volo per Antananarivo, la capitale di questo splendido paese.

Arriviamo a Tanà, come qui la chiamano, e già c’è qualche problemino: purtroppo alcune valigie sono state perse durante lo scalo, compresa quella della mia sfortunata zia. Rimaniamo in aereoporto per ore, ma niente. Speriamo per tutto il viaggio che queste arrivino prima o poi, ma purtroppo ci attenderanno a Malpensa al nostro ritorno.

Prendiamo uno dei furgoncini che ci aspetta all’uscita e raggiungiamo, dopo circa un’ora, il nostro corrispondente Bebè. Qui cambiamo il denaro necessario e riceviamo le istruzioni di viaggio. Non ci facciamo mancare un piccolo rinfresco, anche se sono solo le 9:30 del mattino, sotto lo sguardo di alcuni gatti curiosi di alcune tartarughe.

 

Il nostro pulmino van ci attende, ed insieme all’autista Riza, partiamo alla volta di Antsirabe. Il meteo non è molto clemente, fa freddo e ogni tanto piove. Ci vogliono 3 ore e mezza per arrivare ad Antsirabe, importante città per l’industria mineraria, ma noi ce ne mettiamo quasi 5 a causa delle strade allagate. Durante il viaggio scorgiamo delle piccole costruzioni curiose e apprendiamo dall’autista che sono delle specie di cappellette, delle tombe famigliari. Le ritroveremo lungo molte strade del nostro viaggio.

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Arrivati ad Antsirabe, abbiamo a disposizione circa mezz’ora per fare un giro, così decidiamo di prendere un pousse-pousse e facciamo un giro per la città. Non facciamo fatica a trovarli, anzi, appena scendiamo dal nostro camioncino ecco una ciurma che si accalca per portarci in giro, in cambio di pochi spiccioli.

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I pousse-pousse attendono

 

Antsirabe è la terza più grande città del Madagascar, con una popolazione di oltre 175.000 persone ed è il capoluogo della regione di Vakinankaratra, nella provincia di Antananarivo. Si trova sugli altopiani centrali, a un’altitudine di 1.500 m.

La città è grande e non abbiamo il tempo di visitarla con calma: noto anche dei negozi di minerali, ma ahimè non possiamo fermarci.

E’ già ora di riprendere il nostro viaggio, verso Ambositra. Durante il tragitto cerco di riposare, la stanchezza si fa sentire, non meno il freddo. Ci vogliono circa 2 ore e mezzo per arrivare, ma ne impieghiamo di più, sempre per le cattive condizioni climatiche. Durante il viaggio ci iniziamo a conoscere, anche se tutti proviamo un enorme senso di spossamento e quindi gli argomenti non sono affatto profondi.

Arriviamo che è già buio e fa freddo, ci sono 10 gradi. Per fortuna ho un pile che si rivelerà essere un aiuto prezioso durante tutto il tour. Alloggiamo in un piccolo alberghetto, dove però non c’è acqua calda. Scendiamo a mangiare qualcosa, finalmente! Il piatto tipico è lo zebù con le patatine e ovviamente non me lo faccio scappare. Allietati da un gruppo musicale locale, che non suona per niente male, il sorriso torna sui nostri volti.

Il primo giorno è andato, tra spostamenti interminabili e fuso orario che scombussola.

Domani ci sarà il tour di Ambositra!

 

 

 

I luoghi della storia: il Castello Scaligero di Soave

Tra i tanti luoghi storici che abbiamo in Italia, non poteva mancare nei miei viaggi una visita al Castello Scaligero di Soave, in Veneto, nella Provincia di Verona. Tornavo dal mio viaggio in Slovenia, il secondo del 2015, di cui vi parlerò approfonditamente in altri articoli del blog, e sulla strada del ritorno decisi di fare una piccola deviazione verso Soave. Già a Pasqua avevo visitato Verona, mi mancava soltanto il Castello degli Scaligeri.

Le origini del Castello sono tutt’ora incerte, probabilmente fu edificato agli inizi del X° secolo, all’epoca delle invasioni degli Ungheri, per iniziativa del Re d’Italia Berengario I.

I primi feudatari furono i Sambonifacio, e ciò ci viene riportato su un diploma di Federico Barbarossa. La proprietà del castello venne mantenuta fino agli inizi del 1200. Nel 1237 il castello passò sotto la proprietà della famiglia dei Greppi.

Dopo un susseguirsi di guerre e passaggi di mano, la proprietà diventa degli Scaligeri: nel 1271 si ebbe la conquista da parte di Mastino I° della Scala, ma nel 1338 ci fu una nuova battaglia e Rolando de’ Rossi da Parma si impossessò della rocca. Le lotte continuarono fino a che il castello passò di nuovo sotto i signori della Scala, con Mastino II°.

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Lo Stemma degli Scaligeri

Il castello di Soave divenne assai importante per la sua posizione startegica e gli Scaligeri dedicarono molto tempo e cura al suo mantenimento: Cansignorio lo restaurò nel 1369 e fece anche costruire la cinta muraria del paese di Soave 6 anni più tardi.

Nel 1387 la Signoria Scaligeria cadde e il Castello passò sotto Gian Galeazzo Visconti. Da qui il Castello torna ad essere protagonista di assalti, battaglie e guerre: nel 1405 i Veneziani lo conquistarono e mantennero il dominio quasi ininterrottamente fino al 1510 quando entrarono le truppe imperiali. Seguirono anni di scontri e di ribellioni dei cittadini di Soave fino a quando nel 1511 i soldati tedeschi rinnovarono l’assalto alla fortezza e il paese fu incendiato. Nello stesso anno il conte Guida da Rangone riesce a prendere possesso del Castello e da qui iniziò un periodo di serenità.

Nel 1696 la proprietà passò al Nobile Francesco Gritti e per linea materna il Castello arriva all’Avvocato Antonio Cristiani, il nonno materno di Giulio Camuzzoni, bisnonno dell’attuale proprietaria. Dal 1889 il Castello viene ristrutturato e ancora oggi la proprietaria continua quest’opera con molta dedizione.

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Veduta dalla torre del Castello e del Paese di Soave

Dal Paese di Soave, il Castello è raggiungibile sia in auto che a piedi. L’ingresso è a pagamento e dentro vi aspetta un’arzilla signora che si occuperà di raccontarvi la storia e gli aneddoti sul Castello, che avuto anche l’onore di ospitare l’Illustre Poeta Dante Alighieri: il poeta lodò sia l’ospitalità che il vino dei Soavesi e una leggenda vuole che sia stato proprio lui ad intitolare il paese “Soave”, ma questa è una nota romantica. Più probabilmente il nome deriva da alcune tribù sveve che qui si sono insediate.

 

La strada è ben segnalata e l’accesso al cortile è agevole anche ai diversamente abili, mentre per salire sulla torre bisogna fare le scale. E’ possibile visitare tutte le stanze del Castello e passeggiare sulla cinta muraria.

Dopo la visita di circa un’oretta, torno a piedi in Paese e mi faccio consigliare una buona cantina per acquistare qualche bottiglia del famoso Soave: la Cantina Sociale mi aspetta.

Per ulteriori informazioni visitate il Sito Ufficiale cliccando QUI.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: settembre
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 1/5 per il cortile, 2/5 per tutto il castello
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Quando c'è una meta, anche il deserto diventa strada (Proverbio arabo)