Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 4

Ultimo giorno a Monaco di Baviera, la tristezza è immensa. Mi alzo di buon mattino, voglio godermi a pieno le ultime ore in questa magnifica città che già mi manca. Oggi il sole splende e mi augura un’ultima radiosa visita. La prima tappa è Odeon Platz, per vedere la Feldherrnhalle, cioè la Loggia dei Marescialli, e la Chiesa di San Gaetano.

Appena fuori dalla metro mi accoglie una maestosa statua di Ludovico I a cavallo, che è stato anche il Re che ha commissionato la Feldherrnhalle.

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La statua di Ludovico I

Proprio di fronte la vedo e subito mi ricorda la Loggia della Signoria di Firenze. In effetti, l’architetto Friedrich von Gärtner si ispirò proprio a quell’opera per la realizzazione della Loggia. Costruita per onorare gli eroi bavaresi, la Loggia è alta 20 metri e ha una tripla arcata e vi si accede grazie ad una scalinata centrale.

La Loggia ospita le statue del conte di Tilly, condottiero della guerra dei Trent’anni, del conte von Wrede, maresciallo dell’età napoleonica, ed una allegoria dell’esercito bavarese : tutte le statue sono opera di Ferdinand von Miller. Questo luogo riveste anche un’importanza storica rilevate: è qui che finì il putsch della birreria di Adolf Hitler, nel 1923.

 

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Loggia dei Marescialli

Qualche foto e poi mi dirigo nella Chiesa di San Gaetano, proprio adiacente: in questo periodo la facciata era sotto restauro, ma riesco comunque a scattare le foto alle caratteristiche due torri. Entro durante la celebrazione della messa, quindi non riesco a visitare bene la chiesa, per non disturbare lo svolgimento della funzione.

La chiesa venne costruita per volere del Principe Elettore Ferdinando e della moglie, per festeggiare la nascita del loro figlio. Si iniziarono i lavori nel 1663 su progetto dell’architetto Agostino Barelli  e nel 1674 si iniziò a costruire la cupola.

Durante la Seconda Guerra Mondiale la chiesa fu pesantemente bombardata e subì danni enormi. Il restauro fu però assai rapido e questa venne riaperta nel 1955.

Esco dalla Chiesa e mi dirigo verso il giardino della Residenz, che avevo visitato il primo giorno. Coppie felici passeggiano, magari in compagnia del proprio cagnolino, e si scattano romantiche fotografie.

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Gazebo nel giardino

Successivamente decido di visitare il Museo Nazionale Bavarese, il Bayerisches Nationalmuseum, quindi prendo il tram e arrivo alla mia meta. Il nucleo centrale della collezione è la collezione Wittelsbach, donata alla città da Massimiliano II nel 1855. Il museo ha tre piani: al piano seminterrato c’è una bellissima collezione di presepi, soprattutto napoletani, tirolesi e siciliani. Al primo piano trovo una ricca collezione di arte religiosa, mentre all’ultimo piano si trova la collezione di strumenti musicali, di porcellane e di arte in stile Biedermeier.

Finisco la visita al museo che è già ora di avviarmi verso l’hotel per ritirare i bagagli, ma prima faccio l’ultima tappa a Marienplatz per una merenda a base dei dolci più buoni di Monaco.

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Presi i bagagli mi dirigo in aereoporto e… Il mio aereo è in ritardo di tre ore e mezza.

Nemmeno l’aereo vuole che torni a casa, da quanto sembra.

Che devo fare? Mi siedo e aspetto, con un giornale del Bayern Monaco e la testa piena di ricordi, ma soprattutto con il cuore pieno di tristezza, perchè è proprio qui che ho lasciato un suo pezzo, e il mio cuore sarà felice soltanto quando ritroverà la sua parte mancante, quando ritornerò a Monaco.

 

 

 

 

 

Diario di viaggio: Madagascar – Giorno 2

La prima notte è andata, tra stanchezza e freddo inaspettato: siamo ad agosto ma ci sono 12 gradi se va bene, qui siamo in inverno, ma nessuno si aspettava un freddo così! Per fortuna ho un pile, che risulterà essere la mia ancora di salvezza per tutto il viaggio.

Ci alziamo di buon mattino e carichiamo le valigie sul nostro infaticabile mezzo, per poi dirigerci a piedi verso il centro di Ambositra, capoluogo della regione di Amoron’i Mania.

Siamo in alto, a 1345 metri s.l.m, ecco perchè fa così freddo! Qui, gli estranei siamo noi, e tanti bambini, come spesso accadrà durante questo viaggio, ci vengono vicini curiosi e sorridenti, a volte solo per vedere che razza di alieni siamo, altre volte per chiedere cibo, altre soldi: purtroppo ciò accadrà per quasi tutto il viaggio ed è dura non farsi intenerire da due occhioni marroni. Le guide locali ci ammoniscono: la maggiorparte chiede l’elemosina perchè costretti dai genitori. Dura da mandare giù, ma continuiamo, concendoci al massimo qualche fotografia con loro, e per molti questo basta e avanza.

Ambositra è una città molto semplice, dove non ci sono strade asfaltate e dove la terra rossa marca di netto il cuore del centro. E’ un importante centro per la lavorazione del legno, infatti sono numerosi i negozi di piccoli artigiani che lavorano il mogano o l’ebano. Incuriositi entriamo in un negozio di questi e l’artigiano ci fa vedere anche come si modella e si taglia la materia prima. Dopodichè, ci invita a casa sua, come se fossimo suoi amici da sempre: l’ospitalità che ho trovato qui, in Madagascar, non l’ho mai più ritrovata. Salutiamo le donne di casa e queste ci fanno fare un piccolo tuor nella modesta abitazione, senza pretendere nulla in cambio. Torniamo al negozio e decidiamo di acquistare qualche souvenir, l’artigiano è felicissimo!

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Artigiani al lavoro

Continuiamo a visitare la città e ci fermiamo ad altri negozi, dove non solo si commerciano gli oggetti in legno, ma anche vestiti e stoffe, oltre che batterie e oggetti di ogni genere ammassati sulla strada per attirare i clienti.

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Manufatti il legno

Dopo la visita della città, ci dirigiamo ad una missione cattolica non molto distante: qui ci sono molti bambini orfani o abbandonati, che trovano rifugio presso questa congregazione cattolica. Nonostante i bambini siano consci della loro situazione, non perdono il sorriso e ci scattiamo tante fotografie insieme: per loro, il vedersi impressi in una fotografia è la cosa più bella del mondo, infatti, quando mostro lo schermo della reflex e la loro immagine, scoppiano a ridere e mi abbracciano più volte. Mi chiedono il mio nome e glielo dico, loro mi dicono il loro e poi continuano a ripetere una parola: “vasa” che significa straniero. Per loro siamo tutti vasa, ma vasa simpatici.

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Bambini in festa

L’emozione è forte, e decidiamo di fare una cospiqua donazione alla missione, che tra l’altro provvede anche all’istruzione dei bambini, con una piccola scuola dove però non manca nulla.

Lasciata la missione, ci dirigiamo verso la regione degli Zafimariny, una popolazione antica, che vive in casette di legno. La strada è tutt’altro che agevole con il furgoncino, e le buche rendono gli spostamenti davvero problematici. Finalmente raggiungiamo il piccolo villaggio, qui la povertà è veramente palpabile e ci stringe il cuore: i bambini per la fame mangiano la plastica che avvolge le caramelle. Riflettiamo su tutto il nostro benessere rispetto alla loro condizione. In quel momento vorrei portare tutti i bimbi a casa con me, ma non è possibile. Il capo villaggio, un anziano che ricopre anche le funzioni di sciamano, ci invita nella sua umile dimora e ci fa sedere come suoi speciali e graditi ospiti. I bimbi rimangono fuori e ci guardano dalla finestra. Apprendiamo, dalle parole del capo, che il suo villaggio è povero ma la sua gente è orgogliosa e tradizionalista e non rinunceranno mai alle loro usanze per la modernità. Proviamo un profondo rispetto per l’anziano signore, che non ci rifiuta domande e fotografie, anzi, ne è orgoglioso. Chiede poi ad alcuni uomini di farci vedere tutto il piccolo villaggio e di dirci le nostre impressioni alla fine del tour. Siamo sempre accompagnati dai bimbi, che anche qui non sono avari di sorrisi.

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Bambini alla finestra della casa del Capo

Finito il tour e salutato l’anziano capo, il furgoncino ci aspetta per raggiungere il Ranomafana National Park, attraverso la Route Nationale 7, tra campi di riso immensi e coltivazioni di caffè.

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Pastore con gli zebù nelle risaie

E’ ormai sera e finalmente possiamo riposarci, dopo tre ore e mezza di pulmino su strade abbastanza impraticabili a causa delle abbondanti piogge dei giorni precedenti.

Alloggiamo in piccoli bungalow graziosi, proprio di fianco al Parco Nazionale: le sistemazioni sono carine e confortevoli, con letti con le zanzariere per evitare di essere punti dalle fastidiose zanzare che potrebbero anche portare la malaria (la profilassi è comunque obbligatoria e per tutto il viaggio va eseguita).

E’ ora di cena, il pasto caldo della giornata, dato che a pranzo ci accontentiamo di qualche baguette vuota che vendono in tutti i villaggi, di qualche biscotto e dei cioccolatini portati dall’Italia. Una bel pollo arrosto con patatine e per finire, il dolce: la Crèpe al cioccolato, dolce nazionale del Madagascar. Inutile dirvi che ne mangerà un’infinità prima di tornare a casa.

Stanchi ma contenti, andiamo a letto: domani ci aspetta un bel trekking nel Parco.

Per ritornare a leggere il primo giorno, cliccate qui.

I luoghi della storia: il Castello Ducale di Agliè

Quante volte l’ho visto in televisione, in DVD, durante le puntate di Elisa di Rivombrosa, la fiction storica italiana più famosa e più amata. Con il cuore e con l’immaginazione ho sempre sognato di andarci, e finalmente, dopo anni, sono riuscita ad organizzare la mia visita a questo gioiello architettonico.

Il Castello Ducale di Agliè si trova nel comune omonimo di Agliè, nelle vicinanze di Torino. L’edificazione del nucleo centrale è iniziata nel XII secolo per conto della famiglia San Martino.

Nel 1667 il conte Filippo San Martino commissionò all’architetto Amedeo di Castellamonte i lavori per trasformare la facciata sul giardino e altre migliorie come il cortile e le due gallerie.

Nel 1764 i conti vendettero la proprietà ai Savoia e questi affidarono la ristrutturazione all’architetto Ignazio Birago di Borgaro.

Durante l’occupazione di Napoleone, in castello cambia la sua funzione e diventa un ricovero per i mendicanti, mentre il parco viene ceduto ai privati. Non passò molto tempo, siamo nel 1823, che la proprietà rientrò tra le propietà dei Savoia e Carlo Felice lo fece di nuovo ristrutturare, questa volta da Michele Borda di Saluzzo. Ancora, tra il 1830 e il 1840, il castello fu ristrutturato e i lavori furono imponenti: durante questo periodo si costruirono il grande lago, il laghetto e le isole, mentre il giardino venne trasformato all’italiana. Il tutto fu opera dell’architetto tedesco Xavier Kurten. Dopo la morte di Carlo Felice, il castello passò a Ferdinando di Savoia, duca di Genova.

Nel 1939 il castello venne venduto alla Stato Italiano e questo venne trasformato in un museo, oggi visitato da migliaia di persone ogni anno, grazie alla fama acquisita in Italia alle fiction Elisa di Rivombrosa e La bella e la bestia.

Parto di buon mattino, non è proprio vicino da casa mia, e mi dirigo verso il Castello. Da Torino non ci sono molte indicazioni stradali, ma riesco comunque a giungere al Castello, che è proprio all’inizio del paese. Lascio l’automobile e mi informo sulle visite guidate: mi prenoto per quella delle 11 e intanto inizio a visitare il giardino.

Ogni passo che faccio è un passo nella storia e ad ogni passo ricordo ogni scena del mio sceneggiato preferito: sullo scalone quando il Conte Fabrizio dichiara il suo passionale amore ad Elisa, davanti alla fontana dove era posizionato il gazebo dove i due si sono promessi amore eterno, nella galleria dove Elisa passeggiava con la Contessa Anna.

 

Il giardino è spettacolare, con tante siepi di bosso che si incrociano creando dei bellissimi motivi geometrici. La fontana centrale è imponente e incornicia il castello nella sua magnificenza. Dalla veduta mi fermo un attimo dove il povero Conte Fabrizio è morto, ucciso con una fucilata alle spalle da Armand Benac. Lo strazio di Elisa ritorna nella mia mente, e una lacrima scende.

Dopo aver visitato l’ampio giardino, mi dirigo alla visita guidata.

Le sale all’interno non sono quelle della fiction, ma non sono meno belle: riccamente decorate da quadri e da arazzi, ci riportano nel 1800, con una collezione di oggetti cinesi e tante porcellane finemente decorate. La visita si snoda anche all’interno delle cucine del Castello, davvero ampie, dove viene ricostruita la vita dei cuochi e dei camerieri con dovizia di particolari: le cucine erano naturalmente collegate con le camere dei lavoranti ma anche con il castello per portare le pietanze.

Lascio dunque il Castello, la mia visita è finita. Mi riprometto di tornarci presto, magari in una giornata di sole, dove posso apprezzare meglio la parte esterna.

Elisa e Fabrizio mi aspetteranno ancora, in questa reggia dei sogni.

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L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: agosto
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Un’escursione in giornata: Bellagio

Se visitate il Lago di Como, non potete perdervi un giretto in questo piccolo e pittoresco paese: Bellagio.

Bellagio è un piccolo comune italiano della provincia di Como, che appartiene alla Comunità montana del Triangolo Lariano. E’ un rinomato luogo di villeggiatura, apprezzato moltissimo anche dagli stranieri.

I primi abitatori del territorio furono gli Insubri, poi la città fu conquistata dai Romani durante l’espansione verso nord, da allora divenne un punto di passaggio e svernamento degli eserciti romani.

Durante il Medioevo, la città passò di mano molte volte, prima arrivarono i Franchi, poi gli Ottoni di Germania. Passarono gli anni e nel 1449 Francesco Sforza occupò la città e la rocca e Bellagio aderì alla nuova signoria degli Sforza per il governo di Milano. Nel 1508 il feudo di Bellagio venne assegnato al marchese Stanga.

Il mio viaggio inizia con l’arrivo in battello in questo grazioso paesino: siccome il giorno prima avevo fatto una bella passeggiata sul Monte San Martino, ho preso il battello con la mia automobile a Menaggio, in direzione Bellagio. Arrivata di mattina, dove il flusso turistico è abbastanza intenso, mi cimento per trovare un parcheggio:non è stato facile, ma alla fine sono riuscita nell’impresa (sono praticamente tutti a pagamento, ma i costi non sono elevati).

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La vista dal lungolago

Mi avvio così, attraverso il lungolago, al centro storico, caratterizzato dalle scalinate che collegano la parte bassa alla parte alta della città.

Il centro storico è grazioso, con molti negozi che vendono specialità del lago ma anche italiane, per la gioia dei molti stranieri, soprattutto americani e tedeschi. Alcuni negozi storici si distinguono per la lavorazione del legno e del ferro, e non mi faccio sfuggire l’occasione di entrare e scattare qualche foto. Purtroppo i prezzi sono un pochino proibitivi quindi decido di non acquistare nulla.

Dopo un lieto vagabondare, mi dirigo verso uno dei tipici ristorantini, senza però cercare delizie raffinate e costose per il mio palato. Decido di mangiare una bella bruschetta e poi ritorno a visitare la città. Incappo nel Parco dei Martiri della Libertà e mi fermo a scattare qualche foto ai fiori delle aiuole. La brezza è gradevole, e il caldo non è così asfissiante, nonostante fosse luglio.

Dopo una breve passeggiata lungolago, ritorno alla mia automobile, verso casa.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: luglio
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 1/5 per il lungo lago, poi bisogna trovare vie alternative alle scalinate.
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

 

 

 

 

 

Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 3

Il terzo giorno è il giorno del divertimento e della cultura, in particolare artistica. Dopo una giornata ventosa, il sole torna a rischiarare il mio viso: giornata perfetta per andare a visitare la mitica Allianz Arena!

Esco verso le 10:00 e prendo il tram fino a Sendlinger Tor, per poi prendere la metro verso lo stadio.

L’Allianz Arena è uno stadio calcistico situato nel quartiere di Fröttmaning. Le due squadre più importanti della città, cioè il Bayern Monaco (di cui sono una tifosa accanita) e il Monaco 1860 hanno incominciato a giocarci dalla stagione 2005-2006. Il gruppo Allianz ha comprato i diritti sul nome per 30 anni, da qui il nome Allianz Arena. È il secondo stadio, dopo il Bernabéu, per altitudine (circa 550 metri) tra i top club europei. I tedeschi lo chiamano Schlauchboot, cioè “gommone” per via della sua forma.

Arrivo alla fermata della metro per lo stadio, che è sempre super segnalata nelle stazioni dove passa la metro per questa meta e inizio a camminare verso il gommone, per circa 10 minuti di strada. L’emozione sale mano a mano che mi avvicino, lo stadio è davvero imponente e ci si sente davvero piccolini.

Lo stadio non può essere visitato al suo interno se non con una visita prenotabile al Museo del Bayern Monaco, ma che io decido di non fare, avendo poco tempo a disposizione per vedere gli altri monumenti della città (ma che farò prossimamente, quando ritornerò), quindi mi dirigo dritta dritta allo Store del Bayern Monaco: un paradiso vivente per tutti i tifosi di questa squadra, qui si trova veramente di tutto, per fino il gioco del Monopoli del Bayern Monaco e i biberon per i bimbi. Spendo una somma imprecisata di soldi e mi porto a casa i ricordi più belli che un tifoso possa avere e poi esco soddisfatta. Usciti dallo store si può andare al museo e da lì prenotare la visita guidata all’interno dello stadio: il tutto è a pagamento. Di fianco al banco prenotazioni c’è anche un negozietto sull’Allianz Arena, faccio tappa anche lì e compro una spilletta  e una maglietta come ricordo.

Soddisfatta, scatto le ultime fotografie e mi dirigo di nuovo verso la metro, questa volta verso le Pinacoteche.

Decido di visitare prima la Alte Pinakothek, museo d’arte situato nella Kunstareal di Monaco: è una delle più antiche gallerie del mondo. Dopo aver fatto il biglietto d’ingresso e aver preso l’audioguida, mi inoltro nelle sale: qui troviamo capolavori di Raffaello, Dürer, Rubens, Bruegel il Vecchio e tanti altri ancora, in particolare della scuola fiamminga e tedesca. Alcuni quadri sono davvero enormi, e la pittura è magistrale.

Ora è la volta della Neue Pinakothek, dove si incontrano i capolavori che vanno dal periodo post-Rivoluzione Francese allo stile Liberty.

Entrando faccio il biglietto e inizio subito con pittori famosi, tra cui Segantini, Van Gogh, Gauguin. La collezione impressionista è ampia e piena di capolavori, non possiamo dimenticare le ninfee di Monet. Abbiamo poi opere di Cézanne e di Manet, in particolare “Colazione nell’ atelier“, il mio quadro preferito in assoluto insieme al “Bacio” di Hayez: rimango estasiata da questa opera e la fotografo nei minimi particolari. Le pennellate, i dettagli, il ragazzo: questo è un vero capolavoro per me.

Continuo e trovo ancora capolavori, come “Italia e Germania“di Friedrich Overbeck: questo quadro esprimeva i miei sentimenti in quel momento, il mio cuore è diviso tra la mia nazione natia e quella che spero diventare la mia nazione di adozione. Come il pittore cerca di esaltare le bellezze dei due Paesi ritraendo le due donne, allegorie dei due Stati, così io ripercorro nella mente tutte le meraviglie che ho visto di queste due nazioni.

Finisco il mio giro con un quadro favoloso, la Madame de Pompadour di François Boucher .

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Boucher – Madame de Pompadour

E’ ormai sera e deciso di rincasare in albergo, da lì ci vuole una buona mezz’ora. La cena mi attende, e una Snitzel gigante mi sazia.

Rimane sono l’ultimo giorno e già la malinconia è tanta.

Per rileggere il diario di viaggio dei giorni precedenti, questi sono i link:

Primo Giorno

Secondo Giorno

 

 

 

 

 

 

Diario di viaggio: Madagascar – Giorno 1

Non potevo esimermi dallo scrivere questo diario di viaggio, in Madagascar.

Il Madagascar è luci, colori, suoni, sorrisi e natura. Dopo Tunisia ed Egitto, era ora di andare un po’ più sud, a scoprire “la vera Africa”.

Parto, con il mio gruppo e mia zia, con un viaggio di Avventure nel Mondo chiamato “Madagascar Breve“, che ora ha cambiato leggermente itinerario. La prima tappa è Parigi, e poi un altro volo per Antananarivo, la capitale di questo splendido paese.

Arriviamo a Tanà, come qui la chiamano, e già c’è qualche problemino: purtroppo alcune valigie sono state perse durante lo scalo, compresa quella della mia sfortunata zia. Rimaniamo in aereoporto per ore, ma niente. Speriamo per tutto il viaggio che queste arrivino prima o poi, ma purtroppo ci attenderanno a Malpensa al nostro ritorno.

Prendiamo uno dei furgoncini che ci aspetta all’uscita e raggiungiamo, dopo circa un’ora, il nostro corrispondente Bebè. Qui cambiamo il denaro necessario e riceviamo le istruzioni di viaggio. Non ci facciamo mancare un piccolo rinfresco, anche se sono solo le 9:30 del mattino, sotto lo sguardo di alcuni gatti curiosi di alcune tartarughe.

 

Il nostro pulmino van ci attende, ed insieme all’autista Riza, partiamo alla volta di Antsirabe. Il meteo non è molto clemente, fa freddo e ogni tanto piove. Ci vogliono 3 ore e mezza per arrivare ad Antsirabe, importante città per l’industria mineraria, ma noi ce ne mettiamo quasi 5 a causa delle strade allagate. Durante il viaggio scorgiamo delle piccole costruzioni curiose e apprendiamo dall’autista che sono delle specie di cappellette, delle tombe famigliari. Le ritroveremo lungo molte strade del nostro viaggio.

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Arrivati ad Antsirabe, abbiamo a disposizione circa mezz’ora per fare un giro, così decidiamo di prendere un pousse-pousse e facciamo un giro per la città. Non facciamo fatica a trovarli, anzi, appena scendiamo dal nostro camioncino ecco una ciurma che si accalca per portarci in giro, in cambio di pochi spiccioli.

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I pousse-pousse attendono

 

Antsirabe è la terza più grande città del Madagascar, con una popolazione di oltre 175.000 persone ed è il capoluogo della regione di Vakinankaratra, nella provincia di Antananarivo. Si trova sugli altopiani centrali, a un’altitudine di 1.500 m.

La città è grande e non abbiamo il tempo di visitarla con calma: noto anche dei negozi di minerali, ma ahimè non possiamo fermarci.

E’ già ora di riprendere il nostro viaggio, verso Ambositra. Durante il tragitto cerco di riposare, la stanchezza si fa sentire, non meno il freddo. Ci vogliono circa 2 ore e mezzo per arrivare, ma ne impieghiamo di più, sempre per le cattive condizioni climatiche. Durante il viaggio ci iniziamo a conoscere, anche se tutti proviamo un enorme senso di spossamento e quindi gli argomenti non sono affatto profondi.

Arriviamo che è già buio e fa freddo, ci sono 10 gradi. Per fortuna ho un pile che si rivelerà essere un aiuto prezioso durante tutto il tour. Alloggiamo in un piccolo alberghetto, dove però non c’è acqua calda. Scendiamo a mangiare qualcosa, finalmente! Il piatto tipico è lo zebù con le patatine e ovviamente non me lo faccio scappare. Allietati da un gruppo musicale locale, che non suona per niente male, il sorriso torna sui nostri volti.

Il primo giorno è andato, tra spostamenti interminabili e fuso orario che scombussola.

Domani ci sarà il tour di Ambositra!

 

 

 

I luoghi della storia: il Castello Scaligero di Soave

Tra i tanti luoghi storici che abbiamo in Italia, non poteva mancare nei miei viaggi una visita al Castello Scaligero di Soave, in Veneto, nella Provincia di Verona. Tornavo dal mio viaggio in Slovenia, il secondo del 2015, di cui vi parlerò approfonditamente in altri articoli del blog, e sulla strada del ritorno decisi di fare una piccola deviazione verso Soave. Già a Pasqua avevo visitato Verona, mi mancava soltanto il Castello degli Scaligeri.

Le origini del Castello sono tutt’ora incerte, probabilmente fu edificato agli inizi del X° secolo, all’epoca delle invasioni degli Ungheri, per iniziativa del Re d’Italia Berengario I.

I primi feudatari furono i Sambonifacio, e ciò ci viene riportato su un diploma di Federico Barbarossa. La proprietà del castello venne mantenuta fino agli inizi del 1200. Nel 1237 il castello passò sotto la proprietà della famiglia dei Greppi.

Dopo un susseguirsi di guerre e passaggi di mano, la proprietà diventa degli Scaligeri: nel 1271 si ebbe la conquista da parte di Mastino I° della Scala, ma nel 1338 ci fu una nuova battaglia e Rolando de’ Rossi da Parma si impossessò della rocca. Le lotte continuarono fino a che il castello passò di nuovo sotto i signori della Scala, con Mastino II°.

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Lo Stemma degli Scaligeri

Il castello di Soave divenne assai importante per la sua posizione startegica e gli Scaligeri dedicarono molto tempo e cura al suo mantenimento: Cansignorio lo restaurò nel 1369 e fece anche costruire la cinta muraria del paese di Soave 6 anni più tardi.

Nel 1387 la Signoria Scaligeria cadde e il Castello passò sotto Gian Galeazzo Visconti. Da qui il Castello torna ad essere protagonista di assalti, battaglie e guerre: nel 1405 i Veneziani lo conquistarono e mantennero il dominio quasi ininterrottamente fino al 1510 quando entrarono le truppe imperiali. Seguirono anni di scontri e di ribellioni dei cittadini di Soave fino a quando nel 1511 i soldati tedeschi rinnovarono l’assalto alla fortezza e il paese fu incendiato. Nello stesso anno il conte Guida da Rangone riesce a prendere possesso del Castello e da qui iniziò un periodo di serenità.

Nel 1696 la proprietà passò al Nobile Francesco Gritti e per linea materna il Castello arriva all’Avvocato Antonio Cristiani, il nonno materno di Giulio Camuzzoni, bisnonno dell’attuale proprietaria. Dal 1889 il Castello viene ristrutturato e ancora oggi la proprietaria continua quest’opera con molta dedizione.

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Veduta dalla torre del Castello e del Paese di Soave

Dal Paese di Soave, il Castello è raggiungibile sia in auto che a piedi. L’ingresso è a pagamento e dentro vi aspetta un’arzilla signora che si occuperà di raccontarvi la storia e gli aneddoti sul Castello, che avuto anche l’onore di ospitare l’Illustre Poeta Dante Alighieri: il poeta lodò sia l’ospitalità che il vino dei Soavesi e una leggenda vuole che sia stato proprio lui ad intitolare il paese “Soave”, ma questa è una nota romantica. Più probabilmente il nome deriva da alcune tribù sveve che qui si sono insediate.

 

La strada è ben segnalata e l’accesso al cortile è agevole anche ai diversamente abili, mentre per salire sulla torre bisogna fare le scale. E’ possibile visitare tutte le stanze del Castello e passeggiare sulla cinta muraria.

Dopo la visita di circa un’oretta, torno a piedi in Paese e mi faccio consigliare una buona cantina per acquistare qualche bottiglia del famoso Soave: la Cantina Sociale mi aspetta.

Per ulteriori informazioni visitate il Sito Ufficiale cliccando QUI.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: settembre
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 1/5 per il cortile, 2/5 per tutto il castello
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 2

Continua il nostro viaggio nella perla bavarese, siamo già al secondo giorno.

Questo giorno è dedicato alla memoria, infatti è prevista una visita guidata al Campo di Concentramento di Dachau e una visita al NS-Dokumentationszentrum.

Ho prenotato una visita guidata tramite “GetYourGuide”, il sistema di prenotazioni di escursioni e tour guidati affiliato a Booking. La visita guidata, in inglese, partiva da Marienplatz per giungere a Dachau tramite i trasporti pubblici.

La temperatura è gelida, siamo a -19 gradi. Atmosfera che ci riporta proprio a quei tempi.

Arrivo a Dachau, sono l’unica italiana in un gruppo molto eterogeneo, poco male, ho l’occasione di sentire tanti accenti inglesi diversi. Dachau è una cittadina dove il tempo sembra si sia fermato: le persone sono gentili e ci guardano sapendo già perchè siamo lì. Rimane ancora molto del Nazionalsocialismo, in primis le ex caserme utilizzate come accademie delle SS, ora riconvertite come deposito per i mezzi della polizia.

L’autobus mi porta proprio davanti all’entrata del campo, oggi tutto innevato. Insieme alla guida Lucia, ragazza estremamente cordiale e molto molto preparata, facciamo i biglietti ed iniziamo ufficialmente il giro.

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L’insegna del Campo di Dachau

Dopo un’introduzione sul cosa sono i campi di concentramento e il perché venissero costruiti, varchiamo la famosa cancellata che riporta la scritta “Arbeit macht frei” – Il lavoro rende liberi.

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“Il lavoro rende liberi”

Sì, perché come molti altri campi di concentramento, questo era un campo di lavoro, non di sterminio, anche se forse ricorderete la famosa scritta sulla cancellata di Auschwitz, che pure era un campo di sterminio. La scritta era di monito sia ai prigionieri, che ai cittadini.

Al contrario della maggior parte dei lager, Dachau venne costruito con il più grande clamore possibile, la cittadinanza doveva vedere che c’era un nuovo campo di prigionia, dove i detenuti lavoravano per il Reich. Che cosa accadesse poi veramente dentro, era solo affare dei prigionieri e dei carcerieri.

Varchiamo il cancello, che apprendiamo essere una replica della replica, in quanto l’originale e la prima replica sono stati trafugati.

Davanti a noi troviamo un piazzale innevato, sulla sinistra due baracche ricostruite e sulla destra gli edifici del comando, ancora originali.

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Il centro di comando delle SS

Nonostante il luogo esiga silenzio e rispetto, qualcuno sghignazza e si fa i selfie vicino al cancello…  Davanti a queste manifestazioni mi ripeto che studiare la storia è ancora più importante di quello che si pensi.

Entriamo al comando e un grande cartellone con tutti i campi di prigionia, di sterminio, di concentramento e altri ci accoglie: il Terzo Reich era disseminato di questi centri e comprendiamo ancora di più quanto fosse pericoloso all’epoca anche solo avere un’opinione diversa dalla massa: bastava questo per finire in uno dei tanti campi di prigionia.

Sui muri, ci sono ancora le scritte dell’epoca, mentre gli arredi sono solo un ricordo.

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Scritta rimasta sui muri

Le varie sale si snodano e ci accompagnano alla scoperta della storia del Reich tramite i pannelli fotografici. Da amante della storia, soprattutto della Seconda Guerra Mondiale, trovo assai interessante la possibilità di scoprire e approfondire molti aspetti di quel periodo.

All’interno di Dachau, non vi erano tanti ebrei come si possa pensare, ma c’erano molti oppositori politici, malati mentali, omosessuali, semplicemente diversi, apoliti, e così via. Ricordo che questo era un campo di lavoro, non di sterminio, ed era una cosa ben diversa, anche se oggi la differenza ci sembra davvero sottile: anche qui, vediamo i ritratti di scheletri con una casacca a righe, che dovevano essere mantenuti in salute, seppur minima, per lavorare e produrre vestiti e armamenti per la grande macchina bellica. La maggiorparte, però, moriva di stenti.

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Tabella per la distinzione dei prigionieri

Dopo le stanze del comando, assistiamo ad un documentario, in inglese, sulla storia del campo e sulla scoperta del campo da parte dei soldati americani: oltre ai migliaia di prigionieri affamati e a chi non ce l’ha fatta, gli alleati trovarono un treno diretto proprio lì pieno di cadaveri, proveniente da Auschwitz. Le immagini sono tremende, ma necessarie per comprendere: ciò che è successo non dovrebbe succedere mai più, ma purtroppo ancora accade, con i molti genocidi silenziosi del nuovo millennio.

Ora facciamo tappa alle prigioni dei “detenuti speciali”, cioè i prigionieri “importanti”, come oppositori politici, membri dell’intelligence straniera, aviatori inglesi, e anche il famoso Johann Georg Elser, uno dei protagonisti dei molti attentati a Hitler.

Elser progettò una bomba per uccidere il dittatore nella birreria Bürgerbräukeller di Monaco, ma questo scampò all’attentato per pochi minuti. Purtroppo, Georg Elser non vide mai la liberazione del campo, perchè venne “giustiziato”: il capo della Gestapo, SS-Gruppenführer Heinrich Müller trasmise l’ordine  al comandante del campo, Obersturmbannführer Eduard Weiter. Era il 9 aprile 1945. Da lì a poco sarebbe finita la Seconda Guerra Mondiale.

Al campo transitarono, anche se per pochi giorni, alcuni famigliari degli attentatori dell’Operazione Valchiria, l’attentato a Hitler del 20 luglio 1944.

Usciti dalle prigioni, percorriamo il cammino della memoria, il tragitto che porta dal comando ai forni crematori. Qui il tempo sembra davvero che si sia fermato. Una lapide indica l’entrata di questa macabra sezione: i prigionieri che lavoravano in questa parte del campo non potevano avere alcun rapporto con gli altri, e quindi rimanevano isolati.

I forni crematori sono stati in funzione soprattutto nell’ultimo arco temporale della vita del campo. Entriamo nello stabile e non possiamo non passare attraverso i tre step che attendevano i condannati:

  • La camera di disinfezione: dove i prigionieri si dovevano spogliare delle loro divise per passare attarverso le docce.
  • Le docce, che in realtà spruzzavano Zyklon B invece che acqua.
  • Il “deposito dei corpi morti”.
  • I forni crematori.
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L’ingresso delle docce. Il termine “Brausebad” oggi non viene più utilizzato nella lingua tedesca per indicare la doccia, proprio per non ricordare le terribili docce dei campi di concentramento.

Il percorso è silenzioso, e ti senti come in trappola in quegli spazi angusti. Apprendo dalla nostra guida che questa parte del campo era ad uso “sperimentale”: non eseguendo lo sterminio di massa, le docce servivano come banco di prova: all’interno di queste, i prigionieri designati venivano asfissiati e i carcerieri avevano il compito di osservare in quanto tempo avvenisse la morte e quanto gas servisse, per poi inviare i dati ai campi di sterminio. Questo dettaglio scosse ancora di più le nostre coscienze, mia e degli altri partecipanti, e ci domandiamo tutti come un essere umano potesse commettere un crimine del genere con tutta quella leggerezza, come se fosse un lavoro di routine. Eppure, era così.

Lasciata la parte più drammatica del campo, attraversiamo il filo spinato una volta elettrizzato e giungiamo alla “Chiesa della Memoria”, un luogo di raccoglimento per dedicare un pensiero a tutti i morti. Vicino alla chiesa, il Comune di Dachau ha fatto erigere una sala conferenze e tutte le settimane propone serate divulgative sul Campo e sulla storia del Nazionalsocialismo: penso che non potevano fare di meglio, oggi Dachau è il luogo della memoria ma anche il luogo della conoscenza.

Per ultimo, visitiamo le baracche ricostruite e osserviamo come i detenuti passavano i pochi momenti tranquilli. Lucia ci spiega anche che i detenuti, se si comportavano bene e lavoravano, potevano ricevere in cambio del denaro e con questo potevano acquistare le sigarette allo spaccio. Uno spicchio di umanità, forse.

Dopo 5 ore di tour, esco triste ma arricchita da Dachau: acquisto anche il libro, che si rivelerà assai interessante ed istruttivo.

Torno a Monaco e prendo un’altra metro per dirigermi al NS-Dokumentationzentrum, il Centro di Documentazione del Nazionalsocialismo.

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Scritta all’ingresso del Centro

L’atmosfera è accogliente e lo staff è come sempre gentilissimo, mi danno l’audioguida interattiva e inizio la mia visita: quattro piani di pannelli e di testimonianze video.

Se vi aspettate di vedere divise, armi e suppellettili, questo non è il posto giusto: come ci tengono a precisare, questo non è un museo, ma un centro di studio e di documentazione sul Nazionalsocialismo, un luogo dove approfondire e riflettere.

Dagli albori del movimento ai movimenti neo-nazisti odierni, il viaggio si snoda per circa 80 anni di storia.

Non manca una ricca sezione dedicata a chi ha voluto dire no a questo indottrinamento, tra cui i coraggiosi ragazzi della Rosa Bianca: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf.

L’esposizione è davvero immensa, e per apprezzarla tutta non bastano tre ore.

Finita la mia visita, mi accingo al book-shop e acquisto un libro su Claus Schenk von Stauffenberg, la mente dell’Operazione Valchiria e la guida alla mostra, dove ci sono tutti i pannelli con la loro spiegazione.

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Libri acquistati

Esco dal Centro e non posso far a meno di pensare che proprio lì sorgeva il Centro di Comando del Partito Nazionalsocialista e tutto il quartiere pullullava di uffici amministrativi e militari: il cuore dell’ideologia.

La mia giornata finisce qui, ormai è buio e nevica forte, all’insegna della memoria ma soprattutto della grande conoscenza acquisita. Vi lascio con una frase che mi ha colpito più di ogni altra.

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Ultimo pensiero della giornata

Se volete leggere il primo giorno del diario di Monaco, Cliccate Qui.

Mentre per il terzo giorno, Cliccate Qui.

Un’escursione in giornata: Pecetto di Valenza

Pecetto di Valenza è un piccolo comune della Provincia di Alessandria, in Piemonte. Situato in collina, è un comune di origine romane, noto come “Pecetum Valentinum”. Dopo la dominazione romana, fu probabilmente evangelizzato dal vescovo di Pavia San Siro e passò sotto la dominazione Longobarda. Dall’anno 1000 entrò a far parte della marca Alemarica per poi passare sotto il feudo del vescovo di Vercelli. Pecetto fu poi contesa a lungo tra i Visconti ed i Monferrato e ancora da Francesi e Spagnoli per il dominio in Italia. Passò poi ai Savoia ma non figurano particolari vicende in cui il paese rimase coinvolto.

La mia escursione prevede una bella passeggiata nei dintorni, all’interno del SIC (Sito di importanza comunitaria) Bric Montariolo, che fa parte del più grande Parco Fluviale del Po e dell’Orba. Il sito è diventato SIC soltanto dal 2016, ponendo l’accento sull’importanza che riveste per l’abbondanza di flora e fauna, comprendendo specie comuni e più rare.

Guidata dalla Responsabile, la Dottoressa Paola Palazzolo, abbiamo intrapreso una piccola escursione per osservare soprattutto la flora. Durante il nostro percorso abbiamo osservato molte specie interessanti, come numerose specie appartenenti al genere Vicia, cioè le famose veccie che possiamo trovare in molti campi della Pianura Padana, la Rosa canina (Rosa canina) e l’interessante orchidea del genere Ophrys, Ophrys holosericea, il Fior Bombo. Questa specie di orchidea predilige ambienti calcarei, è comune in Europa e in Italia, ed il suo nome è riconducibile alla somiglianza che ha con il bombo, insetto impollinatore: questo tipo di mimetismo simula le sembianze del bombo femmina, inoltre si pensa che possa emettere dei feromoni per attirare i bombi maschi, tutto per essere impollinata. Molte orchidee attirano gli insetti pronubi proprio simulando i colori e la forma delle femmine di questi ultimi.

Dopo un pranzo al sacco, ci dirigiamo verso la fine della nostra escursione, soddisfatti di aver osservato numerose specie interessanti.

Per ultimo incontriamo anche il gladiolo dei campi (Gladiolus italicus).

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L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: aprile
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì
  • Attrezzature consigliate: binocolo, macchina fotografica con obiettivi macro e teleobiettivi, manuale di riconoscimento delle piante.

Suggerisco di effettuare l’escursione nel mese di marzo/aprile, per osservare le orchidee, che qui non è difficile scorgere.

 

 

 

 

 

 

I luoghi della storia: la fortezza di Spinalonga a Kalidon

Per inaugurare questa sezione, ho scelto una fortezza che ho visitato nel 2015: la fortificazione di Spinalonga, sull’isola di Kalidon, a Creta, Grecia.

Mi trovavo in vacanza a Creta, e, siccome non so starmene una settimana in panciolle al sole, decisi di partecipare ad un’escursione guidata proposta dal mio tour operator “I viaggi del Turchese”, cioè la visita a questa fortificazione veneziana.

Il pulman ci ha portato fino al piccolo borgo caratteristico di Aghios Nikólaose da lì ho preso un piccolo battello che mi ha fatto proprio scendere su questa piccola isola. La fortezza si vedeva già dalla nave: ciò era importante per i veneziani, dato che serviva per proteggere la baia dalle incursioni nemiche. Il forte è situato all’imbocco del golfo di Mirabello. La costruzione di una serie di fortificazioni inizia nel 1579, sulle rovine di un’antica acropoli. Creta cadde però in mano ai Turchi nel 1669 e, dopo un lungo assedio, i veneziani riuscirono a difendere l’isola, così da mantenere un controllo sulle rotte commerciali verso il Levante. La presenza veneziana non durò però a lungo, e nel 1715 avvenne la definitiva capitolazione dopo tre mesi di assedio.

L’isola passò quindi sotto la dominazione ottomana, che la mantenne fino al XX secolo, quando gli stessi turchi vennero cacciati da Creta. Da qui in poi Spinalonga perde la sua funzione difensiva e si trasforma in un lebbrosario, l’ultimo d’Europa, che restò in attività dal 1903 a 1957, ospitando dalle 300 alle 400 persone.

Oggi l’isola è disabitata e la fortezza è diventata un’importante attrazione turistica, raggiungibile da Aghios Nikólaos, da Elounda e da Plaka.

Dopo la visita guidata e il caldo torrido, il nostro viaggio ci porta alla vicina spiaggia di Kolokitha per un bel bagno di circa un’ora tra le acque cristalline e i pesci.

L’escursione si conclude con un giretto ad Aghios Nikólaos e un bel gelato al cioccolato.

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Una delle tante viuzze per lo shopping

La mia escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: agosto
  • Durata: una giornata
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: sì, con tour operator “Viaggi del Turchese” e con la collaborazione dell’hotel Themis Beach
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Quando c'è una meta, anche il deserto diventa strada (Proverbio arabo)