Il museo di marzo: il Museo di Storia Naturale di Venezia

Nel 2014 mi trovavo a Venezia, e non potevo non visitare uno dei musei di Storia Naturale e più belli presenti in Italia. Così, passeggiando tra i vicoli, ho raggiunto la mia meta. Il museo si trova all’interno del Fontego dei Turchi, importante e lussuoso palazzo affacciato sul Canal Grande. E’ stato fondato nel 1923 e l’inaugurazione si ebbe nel 1932.

Il museo è stato frutto di un rinnovamento nel 2011, che ha visto l’ampliamento dell’area espositiva di 16 nuove sale.

Appena entrati non si può fare a meno che notare l’imponente sceletro di Ouranosaurus nigeriensis , un calco dell’originale, scoperto dall’archeologo Giancarlo Ligabue in Niger, durante una sua spedizione del 1972-1973: questo scheletro è uno dei più completi e integri tra tutti quelli scoperti. L’ouranosauro era un grosso dinosauro ornitopode del Cretaceo, che vivea nell’odierna Africa. E’ parente del più famoso Iguanodon ed è facilmente riconoscibile grazie alla vela che porta sulla schiena. Da comparazioni anatomiche del crani, simile a quello di alcuni adrosauri, soprattutto per la presenza del becco largo e della struttura ossea in cima al muso, potrebbe essere un precursore di questi dinosauri, anche se la dentatura è quella degli iguanodontidi. Lo scheletro è imponente e, data la mia passione per gli erbivori, gli scatto una miriade di fotografie. Di fianco, si trova anche lo scheletro di Sarcosuchus imperator, il più grande coccodrillo della storia.

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Lo scheletro di Ouranosauro

Continuando con la visita, il percorso si snoda “sulle tracce della vita” che raccontano la nascita dalla vita tra i fossili, fino all’arrivo dell’uomo.

Proseguendo si incontrano altre sale interessanti, addirittura è stata ricostruita una wunderkammer del 1500-1600: queste camere delle meraviglie erano molto in voga in passato nelle case dei nobili collezionisti, che volevano far ammirare ai loro ospiti animali esotici impagliati o piante particolari sempre provenienti da mondi lontani. Erano gli anni delle grandi esplorazioni, ma questa tradizione continuò per parecchio tempo.

Nel museo, si trovano anche molti animali tassidermizzati, come i pappagalli, con la loro descrizione.

Al piano terra, si trova una delle sezioni più belle e quella più interattiva: quella sulla biologia marina. Qui si trova un’imponente acquario lungo 5 metri che permette di ricostruire l’ecosistema di Tegnùe. Con la denominazione locale di  si intendono gli affioramenti rocciosi che si distribuiscono nell’area occidentale del Golfo di Venezia, a profondità comprese fra gli 8 ed i 40 m. Queste formazioni rocciose sono riconducibili a facies di piattaforma carbonatica di bassa profondità in acque temperato-fredde.

La sezione continua con una bellissima parte interattiva sui cetacei, dove si possono udire le vocalizzazioni di questi stupendi animali e imparare a distinguerli: un modo divertente, anche per i più piccoli, di conoscere queste specie che spesso sono minacciate.

Per altre informazioni: il sito del museo

 

Diario di viaggio: New York – giorno 5

Per il penultimo giorno a New York, non posso che dedicarmi completamente all’unico e mitico Museo Americano di Storia Naturale: protagonista della fortunata serie di Una Notte al Museo, ma anche scenario del film animato “4 dinosauri a New York” per chi ancora se lo ricorda, questo per me è un tempio della conoscenza, il Sacro Graal del Naturalista. Il museo, fondato nel 1869, è composto da numerose aree:

e non basta una giornata per visitarlo tutto per bene: entro tramite l’ingresso della metro alle ore 10:00 circa, ne esco all’orario di chiusura alle 17:45 quasi spinta dalle guardie.

 

Tutto è una meraviglia, tutto ciò che vedo: dai dinosauri, agli habitat ricostruiti, alla mostra tematica sui vulcani, alla sezione sull’antropologia, con tante testimonianze di popoli lontani.

Come Naturalista di mestiere e di fatto, è per me un onore fare da guida alle mie compagne di viaggio: iniziando dalle sale paleontologiche, ricopriamo l’evoluzione dei grandi rettoli mesozoici, con qualche ospite d’eccezione: il T-Rex la fa da padrone, come re dell’esposizione e del Cretaceo.

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Scheletro di T-Rex.

Ma non mi fermo solo ad ammirare il grande predatore, mi dirigo, passando per i grandi mammiferi del Cenozoico, alla sala degli Adrosauri, i miei dinosauri preferiti: questi bizzarri dinosauri con il becco di anatram erano placidi e tranquilli erbivori, vissuti nel Cretaceo Superiore, l’ultima era dei grandi rettili. Da sempre, da quando ero una bimba, ho amato il Parasaurolophus, il grande dinosauro con la cresta che fungeva da cassa risonanza per comunicare con i propri simili. Ebbene, vedo il suo cranio: mi prenderete per matta, ma ho pianto dalla commozione. Non lo avevo mai visto dal vivo, e vederlo lì, enorme rispetto a me, è stata l’emozione più forte provata in questo viaggio. Le mie compagne di viaggio mi guardano un po’ svanite, meno che mia zia Franca, che riesce a comprendermi. Niente, le lacrime sono copiose, è come se avessi ricevuto una vincita colossale, non so come spiegarlo. Potevo quasi toccarlo, era davvero da lasviare senza fiato.

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La mia emozione davanti al cranio di Parasaurolofo

Mi fermo per più di 20 minuti in questa sala, quasi tutti spesi per la mia star ovviamente. Continuo nel giro e appena dopo trovo uno shop del museo: non posso non comprare il pupazzetto del mio Parasaurolofo 🙂

La visita prosegue e mi trattengo ora nella sezione zoologica, con tutti i diorami dei vari biomi e ambienti naturali: la savana, la tundra, e poi la sezione ornitologica, la mia preferita insieme a quella paleontologica e geologica. Tanti bei pennuti per la gioia dei miei occhi, e da buone appassionate di ornitologia, io e mia zia ci intratteniamo almeno un’ora a tentare di riconoscerli tutti: sull’avifauna americana abbiamo qualche lacuna, ma su quella europea è difficile battere questo duo! Il resto della compagnia si distacca e ci lascia tra le braccia del sapere: si prosegue, in un vero e proprio labirinto di piani e sale espositive. Non è facile orientarci, infatti spesso dobbiamo consultare la mappa: negli USA è tutto immenso, anche il museo.

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Diorama con gli struzzi

E’ la volta della parte antropologica, con tante belle testimonianze degli amerindi, che vanno a chiudere il cerchio disegnato con il Museo sulla storia degli Indiani (ne parlo in questo articolo). E poi i popoli arabi, gli Inuit, i copricapi degli Indios. Elencare tutto sarebbe davvero impossibile.

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Maschere tribali

Proseguiamo, verso il planetario interattivo: molto interessante la presentazione all’interno! Da qui, un volo sui pianeti e sulle stelle, per poi passare alla mostra tematica sui vulcani, che affronta in modo semplice e chiaro la vulcanologia come disciplina: fotografie, grafici, strumenti interattivi aiutano la comprensione, insieme a video e a testimonianze audio di chi è sopravvissuto ai grandi disastri provicati dai vulcani, come l’eruzione del Monte Sant’Elena: da brividi come la nostra Terra sia meravigliosa ma, al tempo stesso, spietata.

L’ultima sezione rimasta è quella mineralogica, non meno bella: qui mia zia mi definisce “rullo compressore parte terza”: non è difficile capire il perchè.

Purtroppo, è ora di uscire perchè il museo sta per chiudere. Dispiaciute di non poterci ritornare presto, siamo comunque soddisfatte della nostra splendida visita durata un giorno intero. Concludiamo la giornata con una bella passeggiata al Central Park, facendo un po’ di Birdwatching: i cardinali rossi non si fanno di certo desiderare.

Per leggere gli altri giorni del diario:

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

 

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 7

Dopo essermi svegliata con un ginocchio nero, a causa della scivolata clamorosa fatta al Parco dell’Isalo (ebbene sì, sono riuscita ad inciampare anche lì), parto alle 4:00 di mattina verso la nuova destinazione: Toliara. Da Toliara, però, ci sposteremo subito ad Anakao. Il viaggio da Ranohira a Toliara è lungo circa 5 ore, e non avviene senza inconvenienti: infatti, a metà strada, si fonde il radiatore del nostro furgoncino. Con grande disperazione di tutti noi (è già il terzo guasto in una settimana) arriviamo a Toliara alle 9 passate: non visiteremo questo grande centro durante il nostro soggiorno se non al ritorno da Anakao e di sfuggita.

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La strada verso Toliara, con i grandi Baobab.

Arriviamo al luogo dove prenderemo una barca per Anakao, situata a sud di Toliara. Qui salutiamo Riza, il nostro fidato autista compagno di mille avventure: non lo rivedremo più, purtroppo. Ormai, era diventato un viaggiatore come noi.

Sta per accadere qualcosa di veramente bizzarro: da questo piccolo porticciolo, la barca che ci aspetta è ormeggiata molto più avanti rispetto a dove siamo noi. Come raggiungerla allora, con tutte le valigie?

Ebbene, nel modo più bizzarro che possiate immaginare.

Non a piedi.

Non a nuoto.

Non con un’altra imbarcazione.

E allora… Come?!

Semplice, con un piccolo carretto trainato dagli zebù.

Non potete immaginare la scena di questi carretti flottanti trainati dai bovini fino a metà mare: è pratica consueta a quanto pare. Pensavamo di averle viste tutte: dopo le valigie perdute, i lemuri curiosi, la sanguisuga attaccata al piede di un nostro compagno, i tre guasti al furgoncino, la mia scivolata su una bella roccia appuntita… Infine, il carretto “marino” degli zebù. Questo è stato il mezzo di trasporto più insolito di tutti, lo devo ammettere.

Arrivati al nostro motoscafo, ci dirigiamo ad Anakao: il sole è ormai alto sulle nostre teste, e il mare è cristallino. Avvicinandoci sempre di più alla terra ferma, notiamo un fondale spettacolare: stelle marine e sabbia bianca. E’ il paradiso? No, è il Madagascar.

Siccome le peripezie non sono finite, la barca non ci porta fino a riva, quindi scendiamo e camminiamo in acqua (per altro, gelida) fino al nostro approdo. Le valigie “arriveranno” (si spera!).

Giunti alla nostra meta, veniamo accolti dalla proprietaria dell’Hotel Safari Vezo, proprio davanti alla spiaggia. Sembra di stare ai caraibi: fa caldo e una tiepida brezza salmastra ci rincuora da tutta la stanchezza.

Qui alloggiamo in bungalow per due persone, molto singolari in quanto… Manca l’acqua corrente! Ci si lava con i secchi, due a persona, uno di acqua calda e una di fredda. Il bagno non c’è nel bungalow, ma c’è un bagno comune al di fuori. Non ci importa, è comunque tutto bellissimo. Per fortuna, le valigie sono giunte a noi, quelle che almeno sono arrivate con l’aereo all’inizio del viaggio. Dei bagali di mia zia, purtroppo, ancora nessuna traccia.

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La preparazione dei secchi d’acqua.

La fame si fa sentire, quindi ci accomodiamo nella sala da pranzo, un grande bungalow di legno con i tavoli anch’essi in legno. Qui, gusto la più buona insalata di calamari e polpo dell’intera umanità. Non l’ho più mangiata così buona, ve lo posso assicurare.

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L’insegna del ristorante dell’hotel, con una vecchia ancora recuperata non molto lontano.

Il mare su di me ha uno strano effetto: mi chiama, mi fa sentire meglio che in qualunque altro posto. Qui svaniscono preoccupazioni e pensieri, e non mi sento lontana da casa: mi sento a casa. La brezza scompiglia i miei capelli, ed è come se una voce mi cantasse una dolce melodia. Il mare è davvero magico.

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La bellezza del mare di Anakao

Dopo pranzo, una bella dormita ci vuole. Dopodichè, visito il villaggio di pescatori affianco all’aberghetto. Non faccio il bagno, perchè sento un po’ di freddo. Oggi la giornata scorre tranquilla e pacata, per recuperare le forze dai giorni intensi appena passati. Verso sera, ci accordiamo con alcune guide locali per l’escursione del giorno successivo, di cui però non vi anticipo assolutamente niente.

La sera si conclude con una bella scorpacciata di pesce (che strano, niente zebù!) e con i racconti di mia zia sui luoghi più bizzarri che ha mai visitato durante i suoi giri intorno a questo bislacco mondo.

Per leggere gli altri articoli sul diario del Madagascar:

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

Giorno 5

Giorno 6

Diario di viaggio: New York – giorno 4

Eccoci arrivati al quarto giorno, superando la metà del viaggio. New York è davvero immensa per visitarla tutta in una settimana, ma faccio del mio meglio e cerco di vedere almeno le attrazioni principali, con qualche chicca. Oggi è il turno della Statua della Libertà e di Ellis Island. Dopo aver pianificato da casa la visita a questi due monumenti famosissimi, mi avvio al Battery Park per prendere il battello che mi porta dritta dritta alla prima meta: La Statua della Libertà, o Lady Liberty come è conosciuta qui, è stata inaugurata nel 1886 ed è il simbolo degli Stati Uniti, oltre che della città di New York.

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Lady Liberty e Liberty Island

La statua è costituita da una struttura reticolare interna in acciaio e all’esterno rivestita da 300 fogli di rame sagomati e rivettati insieme, poggia su un basamento granitico grigio-rosa. Il nome intero dell’opera è La Libertà che illumina il mondo (Liberty Enlightening the World in inglese, La Liberté éclairant le monde in francese). Arriviamo e oltre a noi c’è veramente una fiumana di visitatori, da tutte le parti del mondo, tra cui distinguo nettamente alcuni Amish grazie ai loro peculiari vestiti. E’ bello vedere tanti popoli che vengono a vedere il simbolo della libertà, e che rimangono estasiati da questa imponente statuta. Purtroppo non posso salire fino alla corona, quindi mi accontento di vederla dal basso. Più che per l’opera in sè, che è comunque molto espressiva, sono rimasta ad osservarla a lungo proprio per ciò che simboleggia: la libertà e il sapere, che sempre sono indissolubilmente legati. Purtroppo non in tutto il mondo la libertà è concessa, quindi la luce della fiamma che Lady Liberty mostra deve arrivare anche in quelle parti della nostra Terra in cui le persone vedono solo il buio. Me lo auguro, anche se non è così semplice.

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Sua Maestà, la Libertà.

Il tour prevede delle piccole soste con le audioguide che ci raccontano un po’ la storia della sua costruzione e la sua simbologia. Dopo aver finito il tour, mi riposo assieme alle mie compagne di viaggio, tanto che è già ora di pranzo e decidiamo di mangiare nel piccolo cortiletto dietro alla statua, dove ci sono numerosi venditori ambulanti di prelibatezze americane. Dopo un lauto pasto, è ora di fare una cappatina al negozio dei souvenir, dove non mi faccio scappare il passaporto dei monumenti nazionali americani, una sorta di passaporto delle Dolomiti (ne parlo in questo articolo) ma per i monumenti nazionali degli Stati Uniti: i monumenti qui sono visti come un patrimonio, e comprendono anche parchi e zone protette. Questi monumenti fanno parte della storia integrante del popolo americano ed è giusto preservarli: il governo prende molto seriamente questa mission e fa in modo che anche la popolazione, nonchè i turisti, siano partecipi di questa attività.

Dopo la bellissima Lady Liberty, faccio tappa su Ellis Island: è qui che tutti gli immigrati, spinti dal sogno americano e dalla voglia di riscatto, sono approdati prima di entrare ufficialmente negli U.S.A. L’isolotto ospita appunto l’Ellis Island Immigration Museum che raccoglie le testimonianze delle persone arrivate qui, il loro arrivo, le prassi per accettare gli immigrati, e tutti gli esami per consentire l’entrata. Alcune prove non erano semplici e molte persone venivano rispedite a casa, segno di un’accoglienza non sempre riuscita e che anche oggi forse non è stata completata in modo assoluto, ma anzi, è minacciata da molte politiche della paura. Con curiosità, vediamo che molti immigrati erano italiani, nostri compatrioti e pensiamo a come molti di loro siano riusciti poi a fare carriera e a vivere dignitosamente. Da sempre l’uomo migra, per un futuro migliore: il nostro compito dovrebbe essere sempre quello di ricercare la felicità, anche lasciando le terre natie, con dispiacere certo, ma anche con speranza e determinazione. I visi sorridenti di chi riesce ad ottenere il permesso di rimanere sono spumeggianti e rimangono impressi nella nostra memoria: per loro inziava una nuova vita, speriamo migliore.

La visita al museo dura almeno tre ore grazie alla vasta esposizione e alla fine usciamo che è pomeriggio inoltrato. Io e mia mamma decidiamo di fare una passeggiata nei dintorni del nostro quartiere, e scopriamo con piacere che siamo vicini alla New York County Supreme Court il mitico “tribunale” di Law & Order: i due volti della giustizia, una delle nostre serie tv preferite. E’ da qui che Jack McCoy infatti portava avanti le accuse, prima come membro dell’ufficio del Procuratore Distrettuale, poi proprio come Procuratore effettivo. Indimenticabili le sue arringhe sulle tematiche etiche, razziali e i pregiudizi, argomenti contro cui Jack dimostrava di essere sempre dalla parte giusta. E’ l’impeccabile Sam Waterston che interpreta magistralmente il nostro personaggio preferito.

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La Suprema Corte

Dopo qualche scatto, ci dirigiamo al Columubus Park con una bibita fresca in mano: questo parco è un luogo di ritrovo e di socialità, dove molti lavoratori si leggono il giornale dopo una giornata di lavoro, o dove in molti si ritrovano a giocare a scacchi e a dama sui tavolini del giardinetto. Non mancano gli onnipresenti scoiattoli, sempre alla ricerca di qualcosa da mangiare.

Anche questa giornata volge al termine, domani un altro bel museo mi attende!

 

 

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Diario di viaggio: Madagascar – giorno 6

Secondo giorno all’Isalo, per vivere a pieno questo bellissimo parco. Si parte, come sempre, di buon’ora per un trekking che durerà l’intera giornata. Oggi fa molto caldo e il sole picchia sulle nostre teste. Entriamo nella parte più conosciuta ed estesa del parco, dove il clima è quasi desertico e sembra quasi di essere nella più famosa Monument Valley: ma qui, le rocce non sono rosse mattone, sono di un bell’arancio vivo e assumono forme straordinarie, come quella a tartaruga.

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La tartaruga

La natura scolpisce e modella con una tale gioia che è impossibile non rimanere senza fiato. Oltre alle bellezze naturali, nelle insenature che si sono formate dal modellamento degli agenti atmosferici, l’uomo ne ha ricavato delle tombe: l’etnia Bara, infatti, è solita seppellire i defunti in queste cavità e poi ricoprirle di mattoni.

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Tomba nella roccia

Il trekking non è tra i più semplici, si rischia spesso di scivolare perchè il percorso è stretto e tortuoso, ma con calma arriviamo ad una terrazza incantata: una vista mozzafiato merita assolutamente qualche scatto!

Superate le due ore di salita, c’è la discesa, che ci porta direttamente sulle rive del fiume: qui fa fresco e possiamo fare una pausa per immergere un po’ i piedini stanchi. L’acqua fresca è una manna per le nostre membra e qualche compagno di viaggio si azzarda addirittura a fare un bagno! Io mi accontento di avere i piedi freschi e il viso ristorato.

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Il rivolo che ci ristora…

Dopo questa piacevole pausa, il sentiero si snoda attraverso una piana arida, dove vediamo numerosi piedi di elefanti (Pachypodium horombense): queste buffe piante, dall’aspetto tozzo e simpatico, sono endemiche del Madagascar. Le guardo con un sorriso e le immortalo. Vagamente ricordano le piante grasse, anche se non lo sono affatto.

Per ora non abbiamo incontrato nessuna specie di lemure, ma la mia impazienza è presto ripagata: dopo un altro trekking di due ore arriviamo ad un’area attrezzata per i turisti, con i tavolini, dove poter mangiare qualcosa. Qui, troviamo i lemuri: curiosi, impacciati, maldestri e divertenti.

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Simpaticone!

Sono docili, si lasciano avvicinare perchè i turisti gli danno della frutta secca. Ci sono dei cartelli che ammoniscono: niente cibo se non frutta, e devo dire che i turisti sono piuttosto diligenti. Invogliati da una banana, si avvicinano e mi toccano tutte le mani: con le loro dita paffute e morbide, tastano tutto ciò che è possibilmente commestibile e addirittura arrivano ad annusarmi la faccia, saltando sulle mie spalle. Gli scatti sono fenomenali, sia ai catta che ai lemuri dalla fronte rossa. Sono proprio questi ultimi i più socievoli e curiosi.

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Curiosità…

Rimango più di un’ora ad immortalarli, e tutti non possono fare a meno di notare che con me i lemuri sono molto amichevoli, non solo per l’offerta della banana, ma proprio perchè sentono che non voglio fare loro del male, quindi si lasciano accarezzare. Molti miei compagni di viaggio non sono così coraggiosi e lasciano tutto il divertimento per me.

E’ ora di proseguire, con un’altra ora di trekking per visitare la Cascata delle Ninfe: il canyon ricorda molto quello delle scimmie, che avevamo visitato il giorno prima. La vegetazione torna ad essere rigogliosa e lussureggiante e anche l’umidità si alza. Dall’aridità delle arenarie alla spumeggiante flora delle rive del fiume. Arrivati alla cascata, lo spettacolo è davvero impagabile: il fiume forma una piscina naturale e la cascata non fa mai mancare l’acqua. I colori sono strepitosi e il silenzio è interrotto soltanto dal canto di alcuni uccelli. Mancano solo le Ninfe, che ci immaginiamo essere bellissime, con i loro corpi nudi e ridenti immersi nelle acque fresche di questo Eden.

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La Cascata delle Ninfe

Ci riposiamo per un po’ e poi è ora di ritornare, siamo quasi al tramonto e non vogliamo perdere lo spettacolo più atteso della giornata: il tramonto alla Finestra dell’Isalo.

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Tramonto dalla finestra…

Arriviamo in tempo a vedere il sole che ci saluta attraverso questa finestra: un’apertura nella roccia che ci inquadra una giornata che volge al termine, semplicemente unica.

Un’escursione in giornata: Burano

Quando si visita Venezia, non si può fare a meno di vedere i piccoli paesi caratteristici della sua laguna: tra questi, immancabile è Burano, gemma della laguna.

E’ forse meno famosa di Murano, il paese del leggendario vetro soffiato, ma non per questo meno bella. Con le sue caratteristiche casette colorate, che sembrano pennellate di Van Gogh, è di sicuro una delle attrazioni più belle di questo territorio.

Burano è famosa per il suo merletto, raffinato e pregiato: la sua storia è antichissima ed è legata a storie e leggende; le prime testimonianze del suo commercio risalgono al XV secolo e ben presto questa lavorazione divenne famosa, grazie anche ad un’editoria dedicata che venne esportata al di fuori della Serenessima. Grazie anche alla dogaressa Morosina Morosini, la sua fama superò i confini dell’odierna Italia, fino ad arrivare in Inghilterra, dove i Tudor acquistarono parecchi merletti. I cugini d’oltralpe non resistettero a questa lavorazione pregiata e, prima Caterina de’ Medici e poi Colbert incoraggiarono le merlettaie a trasferirsi in Francia. Luigi XIV indossò un collare di merletto buranello durante il giorno della sua incoronazione!

Con la crisi della Serenessima e la fine della Repubblica, nel 1797, la produzione di merletto entrò in declino, e divenne un’attività solo famigliare e di piccola scala, come lo è ancora oggi.

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Vicoli variopinti a Burano

Ma Burano è anche ricca di storia cittadina: la città venne probabilmente fondata dagli abitanti della città romana di Altino che si erano rifugiati in laguna per sfuggire alle invasioni barbariche. Le prime abitazioni erano sorte su palafitte e il piccolo comune dall’aria salubre era un luogo ambito da chi voleva respirare buona aria. Ben presto, la piccola città cadde sotto l’orbita di Venezia e il suo destino fu sempre legato a quello della Serenissima.

 

Partendo con uno dei numerosi battelli, si può arrivare a Burano senza difficoltà: il paese si affaccia ridente sulla laguna, e i suoi abitanti sono gentili e allegri. Ho visitato questa città nel gennaio del 2014 e il clima non era molto clemente in quei giorni, ma a Burano il sole mi ha fatto apprezzare ancora di più questo incantevole centro. In un paio d’ore, con calma, potete visitare tutto questo piccolo paese: da sottolineare, come importanza, il museo del merletto e la Chiesa di San Martino, che custodisce la famosa Crocifissione di Tiepolo. Io sono arrivata di pomeriggio, dopo aver visitato Murano alla mattina e devo dire che in un giorno si visitano entrambe con calma, senza perdersi nulla. Non dimenticatevi di acquistare uno dei famosi merletti, che trovate nelle botteghe del centro anche a prezzi abordabili.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: gennaio
  • Durata: 2 ore
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

 

 

I luoghi della storia: il Parco archeologico della Neapolis a Siracusa

Durante il mio viaggio in Sicilia del settembre 2016, ho potuto visitare anche questa meravigliosa perla storica: il Parco archeologico della Neapolis, nella magica Siracusa. Questo eccezionale parco è una delle zone archeologiche più importanti della Sicilia: i reperti appartengono a più epoche della storia siracusana e sono conservati in modo eccezionale. Oltre all’aspetto archeologico, non è secondario l’aspetto naturalistico, infatti il parco conserva numerosi alberi, alcuni dei quali secolari e altri caratteristici della flora mediterranea, come ulivi e melograni.

Alcune nuvole oscurano il sole e questo ci aiuta a non soffrire troppo il caldo, una giornata ideale per una bella escursione tra i resti archeologici. Entrati nel parco, ci sono numerosi sentieri da seguire, con percorsi dedicati. Con calma, decidiamo di farli tutti. Incrocio subito la Chiesa San Nicolò ai Cordari che sta al di sopra della piscina romana.

Mio padre mi racconta che ancora quando lui era picciriddu si parlava dei cordari, e di come facessero le corde, anche se all’epoca non c’erano già più. Superata la piscina romana, si procede verso l’Ara di Ierone, dove rimangono soltanto i basamenti della struttura asportata nel XVI per essere utilizzata nella costruzione delle mura della città. Un vero peccato!

Continuiamo nel giro e si apre davanti a noi il Teatro greco: imponente, ancora ben conservato. Il teatro è già menzionato nel V secolo a.C. da Sofrone, ma assumerà la sua forma attuale solo tra il IV e il III secolo a.C. Importanti modifiche furono apportate al teatro in età augustea. Purtroppo il teatro poi venne abbondato per secoli e sul finire del 1700 riprese l’interesse per quest’opera. Nel 1800 ci furono vere e proprie campagne di scavo e a partire dal 1914  l’Istituto nazionale del dramma antico (INDA) inaugurò nell’antico teatro le annuali rappresentazioni di opere greche. Oggi è un po’ il simbolo del Parco, e qui incontriamo anche la maggiorparte dei turisti, soprattutto stranieri. Ci sono talmente tanti monumenti che è difficile fotografare tutto bene, ma facciamo del nostro meglio.

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Il teatro greco

Appena sopra al teatro, si trova la Grotta del Ninfeo: si pensa che fosse l’antica sede del santuario delle muse, sede della Corporazione degli artisti.

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La Grotta del Ninfeo

Continuiamo nel percorso e visitiamo la Via delle Latomie: il percorso non è visitabile completamente a causa di opere di messa in sicurezza, ma già quello che vediamo è meraviglioso. La latomia del Paradiso è quella più grande e al suo interno si possono osservare grandi cavità, come l’Orecchio di Dionisio  e la Grotta dei Cordari. L’Orecchio di Dionisio è una cavità a forma di orecchio, chiamata così da Caravaggio: la grotta è artificiale, come le altre presenti in questo complesso. Quando entriamo proviamo a parlare a voce un po’ più alta e sentiamo l’eco che rimbomba! Come noi, anche tutti gli altri turisti provano questo simpatico gioco.

Uscendo dall’Orecchio, ci immergiamo nel percorso alberato, dove c’è una piacevole frescura e ci sediamo un po’ su una delle panchine. Qui incontriamo anche dei dolcissimi gattini che vivono qui: mi vengono in mente i gatti della colonia di Largo Argentina, a Roma.

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Mici addormentati…

Sempre tra le latomie, vediamo la testa del drago, una struttura calcarea che ricorda davvero un cattivissimo dragone! Il sole è tornato a splendere sui nostri visi e un fresco venticello ci porta il profumo del sale marino.

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Il Drago!

Dopo qualche ultima foto, usciamo dal parco con in mano un bel bicchiere di granita, come il vero spirito siciliano ci impone!

 

 

Diario di viaggio: New York – giorno 3

Siamo a metà del viaggio, e mi devo ricredere: New York non è poi così male! Oggi decidiamo di far visita al National Museum of American Indian, un museo forse poco conosciuto ma che merita proprio una visita! Decidiamo di andare a piedi, godendoci la bella giornata di sole: è un pochio distante e ci vuole una mezz’ora buona per arrivare.

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L’ingresso

L’ingresso è imponente e l’esposizione non è da meno: vestiti, maschere, utensili, attrezzi, armi… Tante culture variopinte e misteriose: non solo degli USA ma di tutte le due Americhe. Non mancano monili e pietre preziose, soprattutto delle civiltà Precolombiane.

Oltre alle collezioni, il museo ospita spesso delle exibitions e altre attività interessanti. I pezzi della collezione sono straordinari, in particolare i variopinti coprocapi fatti con piume e penne di uccelli variopinti, tra cui si riconoscono le penne di pappagalli come le variopinte ara.

La visita dura all’incirca un paio d’ore, dopodichè ci dirigiamo al parchetto di fronte, il Bowling Green Park , con una bella fontana addobbata da gerani. Ci riposiamo qualche minuto e scendiamo, verso il nostro albergo, passando di nuovo per Wall Street e la Trinity Church. E’ quasi ora di pranzo e un hot dog non ce lo leva nessuno, insieme ad un bel gelato gigante al cioccolato! E’ proprio vero che negli States tutto è mega, è ultra, è giga!

Dal nostro albergo prendiamo la metropolitana, direzione Lincoln Center! Una tappa qui è d’obbligo per chi ha visto il film “Stregata dalla Luna“: è proprio qui infatti che la bellissima Loretta, interpretata da una straordinaria Cher, incontra il suo “lupo” Ronny, un giovanissimo e grintoso Nicholas Cage, per andare a vedere La Boheme. Per i due, sarà una serata indimenticabile. La fontana davanti al famoso teatro è spenta purtroppo, ma riviviamo proprio l’atmosfera del film, un vero cult. Sarebbe davvero un’esperienza unica vedere uno spettacolo qui, ma non ne abbiamo il tempo, quindi entriamo solo a dare un’occhiata: i lampadari sono proprio gli stessi del film, come pure il tappeto rosso. Stiamo con gli occhi all’insù, sognanti e felici di rivivere i passi di Loretta e Ronny.

Vicino al Lincoln Center c’è anche la famosa scuola di recitazione di teatro Julliard che ha “sfornato” personalità importanti come Robin Williams, Kevin Spacey, John Williams, Adam Driver. Di certo, è un onore essere ammessi a questa importante accademia!

Proprio dritto, in linea d’aria, si incrocia il Central Park, il polmone verde di New York: il parco è stato aperto nel 1856 ed è stato progettato da Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux. E’ una vera oasi per i newyorkesi e non solo: qui molti turisti passeggiano e leggono un piacevole libro, inoltre si possono fare sport come jogging, biking e footing. Al suo interno si trovano due laghi artificiali, numerosi sentieri e due piste da pattinaggio. Il parco è un rifugio per numerosi uccelli migratori ed è quindi un’importante spot di biodiversità, in particolare appunto per l’avifauna. All’interno si trova anche uno zoo!

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Mille bolle al Central Park!

Perdersi in questo parco, dove non si sente nemmeno il rumore del vicino e assordante traffico, è un gioco da ragazzi: è talmente grande che ci vuole una mappa dedicata!

Qui facciamo numerosi incontri con i simpatici scoiattoli grigi, socievoli e disinibiti: si prestano a numerose fotografie, lasciandosi andare in pose artistiche più o meno spontanee. Come al solito, non mi faccio scappare qualche foto con loro. Il parco è festoso, animato dalle risate dei bambini e dal canto degli uccelli. Qui infatti gorgheggia il cardinale rosso, che mi concede anche il lusso di un set personale mentre mangia una succulenta blatta.

Il motivo principale della mia visita al Central Park è particolare e forse un po’ di nicchia: la visita alla statua di Balto. Balto era un cane, mezzo lupo e mezzo husky, diventato famoso grazie alla sua storia avvincente. Durante un’epidemia di difterite, nel 1925, a Nome, in Alaska, il siero per curare i malati finisce e a causa di una violenta tempesta di neve, l’unico mezzo per recuperare il carico di medicine è la slitta trainata da una muta di cani. Balto, riesce a compiere la traversata fino a Nenana, a mille chilometri da Nome. Con la sua muta, si riuscì a portare l’antitossina fino a Nome e a salvare moltissime vite. dalla sua incredibile storia, è stato tratto anche il film d’animazione “Balto” di Steven Spielberg, film che amo moltissimo e che mi fa sempre commuovere.

Vedere la statua mi ha fatto scendere una lacrimuccia (lo so, sono troppo sentimentale), e pensare che un cane può aver fatto tanto mi fa pensare che spesso gli eroi esistono, ma non sono umani come tutti pensiamo. Con la sua resistenza, Balto ha salvato Nome ed è diventato il simbolo delle fedeltà dei cani verso gli umani. Scatto fotografie a più non posso e poi mi siedo sulla panchina difronte per ammirarlo per intero.

Noto, con dispiacere, che molti turisti passano ignari davanti alla statua senza nemmeno fermarsi a leggere la sua targa: mi intristice tutto ciò, perchè forse la sua storia non è apprezzata da tutti o semplicemente non è abbastanza famosa. Per me, a prescindere, rimarrà sempre un vero eroe.

Continuo il mio giretto al Central Park, finchè non è ora di cena, così decido di rientrare.

Un’altra giornata spensierata è volta al termine.

Per gli altri giorni del Diario di viaggio di New York, cliccate in basso:

Primo giorno

Secondo giorno

 

 

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 5

Siamo già al quinto giorno,  e mi pare di appartenere ormai a questa terra. Lasciare Ambalavao mi dispiace, perchè la giornata di ieri è stata proprio meravigliosa! Il dispiacere viene subito soppiantato dalla curiosità, in quanto stiamo per andare al Parco dell’Isalo, uno dei parchi più famosi del Madagascar! Ci vogliono quasi 4 ore per arrivare a Ranohira, il piccolo villaggio dove pernotteremo due notti. Il paesaggio è sempre più spettacolare, con questa terra rossa e le rocce che diventano sempre più brune.

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Immensità…

Da una formazione magmatica stiamo passando ad una formazione sedimentaria. Durante il viaggio troviamo moltissime persone che camminano, spesso scalze, con carretti e merci.

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Appena ci fermiamo, veniamo subito raggiunti dai bambini.

Tutti ci guardano, sorridendo. Salutiamo con gioia e subito ricambiano. I più entusiasti sono i bambini, come sempre: è straordinario vederli così contenti con il poco che hanno.

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Sguardi…

Dopo aver scaricato i bagagli all’ hotel Les Toiles de l’Isalo, albergo confortevole, con camere ampie e luminose, facciamo un piccolo giro in paese dove per la prima volta troviamo un negozio che vende le cartoline: ne approfittiamo per fare un po’ di compere. Dopo il pranzo al sacco, ci dirigiamo verso il Canyon del Lemuri, che fa parte del Parco dell’Isalo: ci troviamo ancora nella provincia di Fianarantsoa, ma siao già al confine con quella di Toliara, la prossima tappa del nostro viaggio.

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Siamo ormai nel Parco dell’Isalo

Il parco si estende per oltre 80.000 ettari e comprende il Massiccio dell’Isalo, un insieme di formazioni rocciose arenarie che formano anche due canyon: quello del topi e quello dei lemuri, che è quello che visitiamo proprio in questa giornata. Anche questo parco è ricco di flora e fauna: numerose sono le specie vegetali endemiche, come il piede d’elefante (Pachypodium horombense) che troviamo durante il trekking del giorno seguente, e l’orchidea Erasanthe henrici isaloensis, un endemismo ristretto alle gole dell’Isalo, che però non troviamo.

Per quanto riguarda la fauna, non mancano i simpaticissimi lemuri: ben rappresentati sono i catta e i lemuri dalla fronte rossa (Eulemur rufus), che incontreremo sempre il giorno seguente.

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Verso il Canyon…

Arriviamo al canyon, e anche qui non mancano numerosi bimbi che ci seguono sorridenti, questa volta non chiedendo l’elemosina, ma sempre molto curiosi. Decidono di accompagnarci insieme alla nostra guida tra le strette gole del Canyon dei lemuri. Per entrare, dobbiamo guadare un piccolo corso d’acqua: alcuni dei miei compagni sono in difficoltà per questo ostacolo, mentre i bimbi corrono e ridono nell’acqua. Per loro, nessun problema!

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Il Canyon dei lemuri

Iniziamo il nostro trekking di circa tre ore, per nulla faticoso a mio avviso. Incontriamo ancora un simpatico camaleonte, sempre un Furcifer oustaleti, che ci guarda sospettoso. Dopo circa un’ora tra rocce e corsi d’acqua incontriamo i Maki, i lemuri catta. Sono in alto, giocano e saltano da un ramo all’altro, non curanti della nostra presenza. Il loro sguardo è sempre simpatico e bizzarro, con quel musetto all’insù.

Il paesaggio è totalmente diverso da Anja, ed il canyon ricorda più una foresta pluviale, con felci e piante acquatiche. La cosa più divertente è arrampicarsi sulle rocce, per ammirare meglio il panorama: è incredibile la varietà degli ambienti che si può ritrovare in questo paese!

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Addentriamoci sempre di più…

Pian piano si fa buio, è quindi ora di tornare indietro. Anche i bimbi decidono di tornare a casa dalle mamme, che li abbracciano amorevolmente appena li vedono. Il nostro furgoncino ci aspetta per riportarci all’hotel, dove una rilassante doccia ci attende. Per cena? Zebù, naturalmente.

Per leggere gli altri giorni, di seguito i link:

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

 

 

 

 

Un’escursione in giornata: l’Etna

Da buona mezza siciliana, quale sono, non potevo non visitare la grande Etna, ‘a Muntagna in siciliano. L’Etna in realtà non è solo un monte, ma un’importante complesso vulcanico che si è originato durante il Quaternario. E’ il più alto vulcano terrestre della Placca euroasiatica, nonchè uno dei più studiati vulcani al mondo. Le eruzioni spettacolari hanno sempre influenzato l’ambiente circostante, plasmandolo e modificandolo. Dal 2013 è anche Patrimonio dell’umanità. Il vulcano sorge sulla costa orientale della Sicilia, nella provincia di Catania.

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Pendici dell’Etna

L’edificio di base è a scudo ma il vulcano si è poi evoluto in uno strato vulcano. Le eruzioni si verificano sia sulla sommità che dalle bocche laterali e sono soprattutto effusive, ma dal 1971 è cresciuta la sua attività esplosiva. Sulla sommità ci sono 4 crateri, mentre sui fianchi si annoverano circa 300 coni di varie dimensioni.

Con il mio compagno di viaggio, mio papà, partiamo di buon’ora da Scordia (la nostra base per il viaggio in Sicilia) verso il maestoso monte. Già da lontano si può ammirare la maestosità di questo gigante, che è anche il protagonista di una leggenda tutta italiana: sotto al monte, si narra, è seppellito Encelado, un gigante che aveva osato sfidare Giove. Ancora oggi, per ricordarci della sua presenza, Encelado sputa fuochi e fiamme dall’Etna e così avviene l’eruzione.

Passando tanti pittoreschi paesi della Piana Catanese, arriviamo verso il gigante e iniziamo a salire, e salire, e salire. La vegetazione tutta intorno a noi cambia, i boschi diventano sempre più radi, e i gli alberi si fanno più giovani, con la terra che è sempre più nera, risultato delle più recenti eruzioni. Sembra di essere catapultati nel Triassico!

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La peculiare vegetazione: un esempio di dinamismo

Arriviamo alla stazione dove lasciare l’automobile e non è per niente facile trovare un parcheggio, ma con un po’ di fortuna ce la facciamo. Qui ci sono numerosi negozi di souvenirs e ristoranti, inoltre è anche il punto di ritrovo degli escursionisti che partono per visitare i punti più alti del vulcano. Noi ci accontentiamo di rimanere in basso, in quanto non siamo attrezzati per un’escursione ad alta quota: già qui fa freddino e il pile viene comodo, nonostante sia settembre.

Ci sono dei piccoli crateri antichi, che sono visitabili: ci addentriamo anche nel fondo di questi, e ci sentiamo già piccoli piccoli. La roccia è scura, quasi nera, ed è porosa, ma anche fragile: se pensiamo che era lava fa quasi impressione, ma non a me, che sono abituata a trattare rocce per i miei studi. Ci sono parecchi scorci che si prestano a bellissime fotografie e infatti non perdiamo proprio occasione per fotodocumentare il tutto.

 

Alla fine del giro intorno al cratere incontriamo un pastore, in abiti tradizionali, con una simpatica capretta: il pastore ci dice che ha perso il lavoro dopo 10 anni, perchè la sua fabbrica ha chiuso, e quindi si è messo ad allevare caprette ma non è andata molto bene, così è rimasto con una capretta soltanto e adesso guadagna qualche spicciolo vendendo delle rocce vulcaniche e facendo foto insieme ai turisti. La sua storia ci intristisce molto, ma lui non smette di sorridere, e ci dice che la speranza di trovare un lavoro decente sarà l’ultima a morire. Gli auguriamo buona fortuna, facendogli anche noi una donazione. Purtroppo non possiamo fare molto altro, ma era così contento di aver scambiato quattro chiacchiere in siciliano e quasi si commuove: probabilmente viene ignorato da molti, ma non da noi.

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Sorrisi…

 

E’ ora di comprare qualche piccolo pensiero, tra cui una piccola bandiera della Trinacria e un piatto in pietra lavica con il dipinto dell’Etna, eseguito a mano.

Rimaniamo lì ancora per un’oretta per le ultime fotografie e per ammirare ancora la maestosità dell’Etna. Ora scendiamo, pian piano, verso Zafferana Etnea per il pranzo: in Piazza Umberto I Belvedere c’è un bel localino, il Castello di Bacco: ordiniamo una bella grigliata mista ed è tutto squisito. Per finire, un bel souflè al cioccolato con granella di pistacchio di Bronte. Non vi dico come cantavano le mie papille gustative!

Purtroppo il tempo non è dei migliori (sarò io probabilmente, non lo so) e infatti inizia a piovere. Decidiamo quindi di rientrare pian piano verso Catania, ma prima ci dirigiamo al Castagno dei 100 Cavalli: di questo però, vi racconterò nella prossimo articolo de “Un’escursione in giornata”. Rimanete connessi 😉

 

 

 

Quando c'è una meta, anche il deserto diventa strada (Proverbio arabo)