Diario di viaggio: Provenza e dintorni – giorno 1

Inauguro un nuovo diario di viaggio, questa volta non in una meta esotica, ma nella bella e famosa Provenza, regione francese dai mille colori, dalla natura incontaminata e dalle feste folkloristiche famose in tutto il mondo.

Il mio viaggio di tre giorni, dal 25 al 27 maggio compreso, ha toccato alcuni capisaldi della regione: Saintes-Maries-de-la-Mer, Arles, Avignone, e molto ancora.

Non ho viaggiato in aereo, ma in automobile, insieme al mio papà, partendo da Pavia e arrivando fino al punto di partenza per tutte le escursioni: la romantica città di Arles. Dopo un viaggio di circa 6 ore e mezza arriviamo al nostro piccolo e spartano hotel: il Première Classe Arles. Se cercate un hotel semplice, vicino alle strade principali, questo fa proprio per voi: stanze mignon e servizi più che essenziali, ma non importa, dobbiamo solo dormirci e questo hotel va più che bene come base per gli spostamenti.

Lasciamo l’albergo e ci mettiamo in viaggio verso la prima tappa: Saintes-Maries-de-la-Mer. Il profumo del mare ci accoglie e ci abbraccia.

 

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Veduta della città.

 

Il nome della piccola cittadina risale al 1838 e le “Marie” sono Maria Salome e Maria Jacobé, con Maria Maddalena, che secondo la leggenda sarebbero arrivate in questi luoghi assieme alla serva Sara la Nera, dopo aver vagato in mare su una barca priva di remi. Il paese è una meta turistica molto famosa, oltre che un luogo di pellegrinaggio di cristiani e gitani: proprio oggi sono arrivate le carovane pittoresche dei nomadi, che si recano in città per il culto di Sara. La città è gremita di turisti di ogni nazionalità e colore, una bella tavolozza per i miei occhi! Ci dirigiamo (non senza fatica) alla Chiesa principale delle tre Marie: questo luogo di culto è stato costruito tra i secoli IX e XI come una vera e propria fortezza e torre di avvistamento per proteggere gli abitanti della città dalle incursioni dei pirati saraceni. Prima di vedere il suo interno, saliamo sul tetto: non sono mai salita sul tetto di una chiesa!

Il panorama è davvero suggestivo, si vede tutta la città, la fiumana di gente che si riversa sulle strade e il bellissimo mare. Scattiamo qualche fotografia e poi scendiamo. L’interno della chiesa è impraticabile, a causa della funzione religiosa, non riusciamo nemmeno ad entrare e veniamo a scoprire che la cerimonia andrà avanti almeno due ore. Peccato, però dobbiamo proseguire. Ci perdiamo dunque nelle piccole viuzze, e compriamo qualche souvenir.

 

 

 

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La statua simbolo della Corsa camarghese (spettacolo taurino in cui non si uccide il toro).

 

Dopo aver fatto un giro è ora di scoprire il gioiello della Provenza: la Camargue.

Da buoni appassionati di fotografia naturalistica, lo scopo primario del viaggio è vedere le bellezze naturali della Camargue: questa zona umida a sud di Arles ospita moltissime varietà di uccelli, tra cui i famosi fenicotteri rosa, oltre ai celebri cavalli bianchi Camargue e ai tori della Camargue. Saliti in auto, ci dirigiamo al Parc Ornitologique Pont de Gau. Qui ci sbizzariamo, tra piume rosa e piccoli pennutelli. I fenicotteri rosa la fanno da padrone: stormi interi si ritrovano qui per nutrirsi, accoppiarsi e farsi ammirare da noi appassionati. I fenicotteri sono uccelli molto buffi, che si mettono a battibeccare per un nonnulla, e che passano la maggiorparte della loro giornata a lisciarsi le piume con il loro becco ricurvo.

Oltre agli splendidi fenicotteri rosa (Phoenicopterus roseus), si trovano numerosi ardeidi, anche con i piccoli, quali aironi cenerini (Ardea cinerea) e garzette (Egretta garzetta). Non possono poi mancare le cicogne bianche, anche loro con i pulcini (Ciconia ciconia). Per gli amanti della natura è dunque un vero e proprio eden. Il resto del pomeriggio scorre immortalando gli uccelli e gli altri animali. Stanchi ma soddisfatti, rientriamo ad Arles. La visita di questa città è prevista per l’ultimo giorno, quindi ci limitiamo a cercare un ristorante carino per assaggiare qualche prelibatezza tipica di questi luoghi. E’ così che troviamo “Le Voltaire“, ristorantino in centro città, sull’omonima piazza.

 

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Filetto di toro con patatine e caponatina… Gnam!

 

 

I prezzi sono giusti e l’atmosfera è rilasata, il personale è estramente cordiale. Assaggio qui, per la prima volta, il filetto di toro della Camargue. Qualcosa di sublime. Assolutamente da segnare questo bel posticino!

Sazi e pieni, è ora di rientrare alla base.

La Francia non delude mai!

P.S. Le foto degli animali sono firmate “Ely_Naturalista”, che sono sempre io, con il mio profilo Flickr.

 

 

 

 

Il museo di luglio: il museo del mare e della marineria di Loano

Quando mi capita torno sempre a Loano, piccolo paese della Riviera Ligure di Ponente. Non tutti lo sanno, ma a Loano c’è un museo del mare e della marineria: una realtà un che attrae scolaresche e appassionati.

 

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Panoramica del museo

 

Il museo è una vera istituzione: da oltre 10 anni (inaugurazione nel 2005) l’Associazione Lodanum, con la collaborazione del Comune di Loano, ha realizzato l’esposizione permanente all’interno del Palazzo Kursaal. Ciò che colpisce subito, entrando nella sala espositiva, è l’imponente numero di reperti collezionati: i modelli di imbarcazioni la fanno da padrone, ma non mancano spaccati di vita dei marinai loanesi. Documenti, fotografie (che a me piacciono tanto), ma anche diari di bordo, abbigliamento da marinai e una collezione di conchiglie.

Quando si entra in questo museo si è catapultati in un viaggio che sembra lontano, ci sembra di stare su un brigantino e di spiegare le vele.

Rispetto alla prima volta che lo avevo visto, cioè l’anno scorso, gli allestimenti sono migliorati, ma purtroppo manca comunque un occhio esperto a molti cimeli: le didascalie non ci sono per tuo il materiale custodito (ci sono delle fascette da berretti della Kriegsmarine e della Regia Marina della Seconda Guerra Mondiale, pezzi molto belli ma nascosti rispetto al resto e senza una spiegazione) e anche per la parte “naturalistica” le informazioni sono un pochino carenti. Non ne facciamo una colpa all’associazione, ma davvero mancano gli esperti e gli appassionati, realtà che purtroppo incontrano tutte le associazioni di amatori.

Nonostante qualche pecca, assolutamente risolvibile, il museo rimane un luogo davvero unico, che ci mostra la storia di Loano e della sua vita sul mare, da metà del 1800 ad oggi.

Il museo è aperto in estate tutte le sere, dalle 20:30 alle 23:00, mentre nelle altre stagioni è aperto il giovedì e il sabato dalle 15:00 alle 18:00.

L’entrata è a offerta libera.

 

 

 

 

 

Il museo di giugno: la camera del tesoro della Münchner Residenz

La camera del tesoro è una sezione della Residenza di Monaco di Baviera, che si può visitare insieme alla reggia. Ho visitato questo museo durante il mio viaggio a Monaco di Baviera (in questo articolo il primo giorno). Non è casuale che si trovi proprio qui, in quanto la Residenz è stata per secoli la dimora e la sede di governo dei duchi, poi dei principi elettori e infine dei re della Baviera. La collezione è stata fondata nel 1565 dal duca Alberto V Wittelsbach e si è ampliata nel tempo.

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Collana con perle, smeraldi, rubini e diamanti.

Questo museo ospita oggetti dell’arte orafa dal primo medioevo al classicismo e la raccoltà è una delle più preziose al mondo: non si può non rimanere estasiati dai gioielli della corona e dalle collanne lussuose tempestate di diamanti e smeraldi. La collezione spazia da lavori in cristallo di rocca ad onorificenze, spade da cerimonia, coppe e servizi da tavola. All’interno, tra i molti oggetti, sono conservate la corona dell’imperatrice Cunegonda e i gioielli con rubini della regina Teresa.

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Gioielli della regina Teresa con rubini e diamanti.

All’apparenza piccola, la camera del tesoro e in realtà molto grande, e per visitarla senza perdersi nessun gioiello, vi consiglio di prendere l’audioguida compresa nel biglietto: attenzione, per evitare di non trovarne più in italiano, visitate la camera in un giorno non molto affollato, magari durante la settimana. Nelle dieci sale potrete ammirare centinaia di gioielli e di monili. Le sale sono buie quindi se volete fare delle fotografie munitevi di una macchina fotografica reflex che si può configurare in tal senso, il flash infatti è vietato.

I vostri occhi rimarranno incantati, come lo sono stati i miei, davanti a tanta magnificienza.

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Piccolo soprammobile con civetta, intarsiato.

La ricchezza e la potenza erano ben sottolineati da tutti questi pezzi meravigliosi, di certo vederli indossati doveva fare un certo effetto: rispetto ma anche invidia, sicuramente.

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Gioielli reali della Casata Wittelsbach.
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Particolare della corona del Re di Baviera.

Non solo Baviera per questa collezione, ma sicuramente solo bellezza e grandiosità.

 

Diario di viaggio: Madagascar – giorni 11 e 12

Siamo agli sgoccioli di questo viaggio, ma ancora ci sono molte meraviglie da scoprire.

Si parte, come sempre, di buon’ora e si torna a Fort – Dauphin, per alloggiare per le ultime due notti in hotel. Dopo aver scaricato i bagagli ci raggiunge una nuova guida che ci accompagnerà per tutta la giornata. Il programma prevede un bel trekking per raggiungere la spiaggia di Lokaro. La spiaggia può essere raggiunta solo tramite navigazione e un trekking: zaino in spalla e si parte!

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Tramite il nostro motoscafo, dopo circa 40 minuti, arriviamo sulla terra ferma: ora ci aspetta un trekking di circa un’ora, in piano. Purtroppo il tempo non è dei migliori, c’è molto vento e fare il bagno non sembra essere l’idea migliore. Camminando vediamo un’incredibile varietà di ambienti, dal bosco alla costa, dalle piante succulenti alle mangrovie. In una lingua di terra è davvero impressionante vedere tanta diversità!

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Uno villaggio di pescatori, verso Lokaro.

Dopo il bosco saliamo sulle rocce e vediamo la nostra meta. Il vento è forte e ci porta l’odore di salsedine. Impossibile non ricordare Anakao e l’escursione a Nosy Ve. I ricordi sono piacevoli ma anche un po’ malinconici, perchè non ci torneremo probabilmente più tra quei lidi. Il dono di un viaggiatore, di un vagabondo, è però quello di saper dire addio ai luoghi che visita ma di conservarne per sempre il ricordo. Così, dopo la nostalgia, continuiamo, tra qualche battuta e qualche aneddoto, verso la spiaggia.

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Dopo il bosco, ecco la radura rocciosa.
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L’ingresso della spiaggia.

Arrivati, qualche temerario fa il bagno. E’ uscito un timido sole ma l’acqua è molto fredda. Mi limito dunque a sdraiarmi sotto gli alberi e a pranzare con il mio panino al salame. Ci sono molti bambini che giocano, che si divertono, per di più del luogo.

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Il promontorio.

La spiaggia è incontaminata, non è molto conosciuta e il turismo di massa non l’ha ancora raggiunta, ed è meglio così.

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La spiaggia di Lokaro.

Dopo qualche ora, torniamo verso la nostra barchetta, per rientrare in città. Dopo una breve sosta in albergo, la guida ci porta in un piccolo quartiere dove gli artigiani creano delle vere meraviglie: tessuti, copricuscini, pupazzi e manufatti in legno. Gli aritgiani, di entrambi i sessi, ci ospitano nei loro laboratori: dei piccoli container, tutti in fila, molto accoglienti: sono dei veri e proprio negozi, tutti colorati. Non ci facciamo dunque sfuggire l’occasione di fare qualche acquisto: io compro dei copricuscini con disegnati i Maki, cioè i lemuri, precisamente i catta. Dopo qualche acquisto, la giornata scorre libera. Rientrati di nuovo in hotel, decidiamo di fare una piccola passeggiata a piedi. Non siamo in centro e il quartiere è molto tranquillo. Vediamo persone di ogni colore e questa mescolanza rende unico il Madagascar: niente è più bello della diversità, perchè è proprio lì che si vede l’uguaglianza. Tutti ci sorridono, ci salutano, anche se non ci conoscono. Questa autenticità non l’ho più ritrovata.

E’ ora di cena e ci aspetta un lauto pasto: carne di zebù come portata principale. Voi direte, che novità? Lo so, ma me lo gusto, ancora per poco.

Purtroppo siamo arivati alla fine del viaggio. L’aereo ci riporta a Tanà ma qui ho finalmente la possibilità di visitare il mercato di La Digue: appena ci arriviamo, noto subito le bancarelle con i minerali. Ad un occhio non esperto sembra tutto bellissimo, ma i mercanti abili hanno notato subito che io cercavo qualcosa di speciale. Non passano 10 minuti che sono asserragliata da venditori e commercianti, che tentanto di offrirmi la mercanzia per pochi spiccioli. E’ così che conludo i migliori affari della mia vita mineralogica: alla fine, con un bottino di acquermarine, tormaline, rubini e zaffiri (e 200 euro in meno nel portafoglio), posso ritenermi soddisfatta delle trattavie e degli acquisti.

E’ ora di salutare definitivamente il Madagascar, terra di colori, sapori, sorrisi e pietre preziose. Un viaggio straordinario alla scoperta di un paese che tanto può dare.

Ciao Madagascar e arrivederci Africa, verso nuove avventure!

Un’escursione in giornata: Bergamo Alta

Bergamo Alta è stata la meta di una delle mie ultime escursioni: la decisione di visitare questa stupenda città, però, è arrivata dai miei studenti. Un giorno mi dicono:”Prof andiamo in gita!” – e io contenta non mi sono tirata indietro, così hanno deciso di visitare Bergamo. Dato che avevamo solo una giornata a disposizione, ci siamo focalizzata sulla parte alta della città. Pronti, via! Itinerario alla mano e si parte!

Il 16 maggio era una perfetta giornata primaverile, non faceva troppo caldo e quindi la visita è stata proprio piacevole.

Bergamo Alta è una città medioevale, circondata da bastioni eretti nel XVI secolo durante la dominazione di Venezia e ancora oggi è una delle poche città circondata dalle cinta murarie, come Lucca e Ferrara. Questa “protezione” ha fatto sì che si mantenesse l’anima medioevale della città, che la rende unica.

Arrivati a Bergamo Alta, abbiamo visitato subito la piazza principale, cioè Piazza Vecchia: per secoli questa piazza è stata il fulcro della vita della città e ancora oggi è il simbolo della Alta. I segni di un antico potere rimangono grazie al Palazzo della Ragione e alla fontana Contarini, donata alla città nel 1780 dal Podestà Alvise Contarini, con i leoni caratteristici. Su un lato, si può osservare il Palazzo Nuovo, sede oggi della Biblioteca civica Angelo Mai.

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Piazza Vecchia, con la fontana Contarini.

Qualche foto e subito ci intrufoliamo a Santa Maria Maggiore, appena dietro il porticato del Palazzo della Ragione. Questa basilica imponente si trova in piazza del Duomo, proprio affianco all’omonima chiesa. E’ stata edificata nella seconda metà del XII secolo e all’esterno conserva ancora lo stile romanico-lombardo originale. All’interno, un tripudio di barocco incanta i nostri occhi. La chiesa mostra tutto il suo splendore, con i colori vivaci, i capitelli intarsiati, le navate tutt’altro che austere: non sembra di trovarsi in una chiesa, se non per le pitture tipicamente religiose. I ragazzi sono estasiati e mi fanno qualche domanda, concludendo che non avevano mai visto un capolavoro così. All’interno della chiesa c’è il monumento del compositore bergamasco Gaetano Donizetti, opera di Vincenzo Vela.

Usciti dalla Basilica, visitiamo il Duomo di Sant’Alessandro, dall’architettura decisamente più sobria e meno accattivante, più adatta forse ad un luogo di preghiera: l’interno si presenta con una pianta a croce latina, con una navata unica e tre cappelle per lato. Visitiamo anche le catacombe, dove riposano personalità eminenti della diocesi.

Usciti dal Duomo ci dirigiamo verso Palazzo della Ragione e facciamo il biglietto per salire sul famoso “Campanone”. I ragazzi sono entusiasti e corrono per salire per primi. E’ quasi mezzo giorno e aspettiamo il rintocco della campana, che è proprio sopra di noi: un po’ sordi ci scattiamo le foto, e facciamo quattro chiacchiere, con qualche battuta.

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Panorama.

Dopo la Torre, visitiamo il museo della storia di Bergamo Alta allestito all’interno: il museo è molto tecnologico e interattivo, con molti dispositivi che permettono di visualizzare video e contenuti multimediali.

E’ quasi l’una ed è ora di pranzo: ci dividiamo, così io e allcuni ragazzi decidiamo di mangiare una pizza, in un ristorante che si affaccia quasi sulla piazza: il Ristorante “Il Sole”. Chiediamo di pranzare in terrazza, c’è una piacevole brezza. Il pranzo è stato uno dei momenti più piacevoli, perchè ho chiacchierato con i ragazzi, e sono diventata quasi “una di loro”, grazie al coinvolgimento nelle loro conversazioni sulle loro peripezie. Tra risate e buon cibo, scappa veramente il tempo.

Finito il pranzo ci riuniamo a tutti gli altri e ci dirigiamo verso l’ultima tappa del viaggio: il Museo di Scienze Naturali “Enrico Caffi”. Il museo è nato nel 1871 e ospita più di un milione di reperti, tra animali tassidermizzati, fossili, rocce e minerali. Tra le collezioni principali spiccano la collezione lepidotterologica di Antonio Curò (circa 12.000 esemplari), la Raccolta ornitologica di Gabriele Camozzi Vertova, e la Raccolta Malacologica di Giovanni Piccinelli.

Da buona naturalista cerco di fare da guida, illustrando i reperti e descrivendo ciò che osservavamo. I miei occhi sprizzavano gioia, ero proprio nel mio mondo. Il museo non è affatto piccolo e per visitarlo bene occorrono almeno 2 ore, ma noi non abbiamo tutto questo tempo a disposizione e molte parti vengono viste velocemente.

La parte paleontologica è forse quella che colpisce di più, con lo scheletro di Allosaurus fragilis intero e con i fossili del Triassico della zona bergamasca, tra cui l’ Eudimorphodon ranzii.

Finita la visita, ci avviamo verso il pullman, attraverso la funicolare. Siamo tutti soddisfatti e contenti, la giornata è stata bellissima e Bergamo Alta è assolutamente da visitare almeno una volta.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: maggio
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: sì, con la scuola.
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

 

 

 

 

Il museo di maggio: il National Museum of the American Indian di New York

Il National Museum of the American Indian di New York, è un museo ai molti sconosciuto, ma che vale la pena vedere almeno una volta, se fate visita alla Grande Mela. Ho visitato il museo durante il mio viaggio a New York (questo il link per leggere il primo giorno del diario di viaggio), e l’ho scoperto quasi per caso. Sicuramente, New York non è famosa per questo luogo, a causa della più ben nota fama del Metropolitan Museum, del MOMA o del Museo di Storia Naturale, ma di certo il non è meno interessante.

Il museo si trova presso il Bowling Green, non lontano dalla borsa di Wall Street, servito benissimo dalla metropolitana. Dopo essere scesa, mi affaccio sull’imponente edificio che ospita il museo, ovvero l’US Custom House: questo edificio, con colonne e una scalinata imponente, è stato costruito sui resti di Fort Amsterdam.

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L’ingresso del museo.

Non è del tutto casuale che il museo risieda proprio qui, infatti Fort Amsterdam fu edificato dagli Olandesi per proteggere il porto non lontano di New Amsterdam: qui avvenivano molti scambi commerciali, soprattutto con i nativi americani delle varie e numerose tibù. Ecco che il nostro edificio si arricchisce anche di un valore storico.

Entrata al museo, che è totalmente gratuito, inizio la mia visita che so già per certo non potrà deludermi: il museo, infatti, fa parte del complesso dello Smithsonian Institution, il più grande complesso museale e di ricerca di tutto il mondo: il gruppo racchiude numerosi musei negli USA e molto altro ancora. Insomma, se c’è di mezzo lo Smithsonian, andiamo sul sicuro, è un marchio di fabbrica.

Mi appresto dunque a visitare l’esposizione permanente, chiamata Infinity of Nations: 700 manufatti di vario genere provenienti dalle tribù di Nativi Americani, dal Nord America fino al Sud, non solo degli Stati Uniti.

Rimango stupefatta dalla varietà e dai colori di questi oggetti: copricapi con penne di ara e di altri pappagalli, vestiti, monili con perline, ma anche utensili, armi e vasellame.

La collezione è una selezione di oggetti raccolti da George Gustav Heye durante i suoi viaggi. Si toccano davvero moltissime culture, gloriose tribù e parti del mondo che a quell’epoca dovevano essere anche un po’ sconosciute (siamo nel 1800). Ogni tribù utilizza i colori per lasciare dei messaggi: ad esempio, i Lakota preferivano i colori blu e giallo, mentre la tibù Seminole prediligeva il rosso.

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Copricapo con penne di ara e di altri uccelli.

Dopo circa due ore e un viaggio straordinario tra le culture, mi sento più arricchita e molto felice di aver visitato questo museo, che dovrebbe essere sicuramente una tappa per tutti, non solo per gli studiosi e gli appassionati.

Un’escursione in giornata: Brescello

Brescello, piccolo paese della bassa emiliana. Per molti il nome di questo piccolo paesino non dice nulla, per altri è meta addirittura di pellegrinaggio, ma non religioso. Eh sì, perchè Brescello è il paese protagonista delle vicende di due personaggi un po’ bislacchi, di altri tempi: Peppone e Don Camillo, nati dalla penna di Giovannino Guareschi, lo scrittore italiano più tradotto all’estero in assoluto.

Per il lunedì dopo la Pasqua, io e mia madre abbiamo deciso di visitare questo paesino, dalla fama ormai mondiale. Io l’avevo visitato già qualche anno fa, ma ritornarci è sempre un piacere.

La sua posizione è un po’ l’ombelico del mondo, nel senso che si trova in provincia di Reggio Emilia, ma cofina con il comune di Viadana, provincia di Mantova. Siamo nella bassa padana, terra di storie e di sapori.

Arrivate senza difficoltà, parcheggiamo la macchina proprio vicino al centro, chiuso al traffico in occasione dell’afflusso turistico. Notiamo che oltre a tanti italiani, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, sulle tracce di quei due personaggi bontemponi: sì, perchè proprio Peppone, il sindaco comunista dai modi un po’ rudi ma dal cuore tenero, e Don Camillo, più un politico che un prete ma sempre pronto a porgere l’alta guancia al suo caro rivale, hanno fatto la fortuna di questo piccolo paese, con un percorso dedicato alla ricerca dei luoghi che hanno fatto da sfondo alle vicende politiche dei nostri protagonisti.

Ci dirigiamo dunque subito verso il Museo di Don Camillo e Peppone, diviso in due sedi: la prima, dove si fanno i biglietti, che mostra fotografie e attrezzi di scena, la seconda, in una sede attigua, dove si trovano locandine, testimonianze e molti gadget dei nostri beniamini. Prima di entrare al museo, ci fermiamo davanti al famoso Carro Armato, protagonista del film “Don Camillo e l’Onorevole Peppone” che doveva essere un carro tedesco, ma in realtà era un carro americano. Da buona appassionata di armi e di guerra, fotografo ogni dettaglio, e faccio attenzione alla targa riportata: un M26, di certo non tedesco! Molti sono i bambini che si fanno immortalare davanti al carro, forse più attirati dal carro in sè che non dalla sua storia nel film.

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Io con il mitico M26.

Non entriamo subito ai musei, in quanti chiusi per la pausa pranzo, allora, dato che il languorino si fa sentire, facciamo tappa alla celebre “Bottega di Don Camillo“, dove la cara Marisa è sempre pronta ad accogliere i clienti con gentilezza e simpatia: il locale è una vera istituzione per gli appassionati del “Piccolo Mondo”, infatti al suo interno si rivivono tutte le scene dei film, con tante fotografie e la memorabilia. L’antipasto di salumi misti e le tagliatelle al culatello, nonchè i ravioli di zucca, sono delle vere specialità. La vera Emilia si respira, e si gusta! E si sà, in pochi possono competere con questa cucina genuina e d’altri tempi, ma sempre molto attuale.

Dopo un lauto pasto, ricordando e ridendo delle vicende dei nostri preferiti, ci dirigiamo verso la piazza principale, la celebre Piazza Matteotti, con il Comune da una parte e la Chiesa di Santa Maria Nascente dall’altra, simbolo dell’eterna lotta tra Don Camillo e Peppone, ma anche dell’eterna amicizia che legava non solo i personaggi, ma anche gli attori che li interpretavano, ovvero Fernandel e Gino Cervi. Entrando nella chiesa, si può ancora vedere il famoso “Cristo parlante”, che consigliava Don Camillo.

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Piazza Matteotti e la Chiesa di Santa Maria Nascente.

Uscendo dalla chiesa ci intrufoliamo nei vicoli, dove vediamo la vecchia campana Gertrude, la casa di Peppone, fino ad arrivare alla mitica stazione di Brescello e alla Madonnina del Borghetto, che Peppone voleva spostare per far largo al progresso.

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Il Cristo parlante.

Tornando ai nostri musei, finalmente riusciamo ad entrare e ad immergerci ancora di più nell’atmosfera del Piccolo Mondo: troviamo la mitica bicicletta da corsa di Camillo, gli abiti dei protagonisti, locandine, fotografie, e perfino tesi di laurea che analizzavano la tecnica e la sceneggiatura dei film.

Ma Brescello non è solo la storia di Don Camillo e Peppone: la città fu fondata dai Cenomani attorno al VII secolo a.C. e poi venne ribattezzata Brixellum dai Romani. Presso il museo archeologico, gemellato con quelli di Don Camillo e Peppone, possiamo rinvenire i resti e le testimonianze dei Romani: anfore di indubbio valore, pervenuteci intatte, piastrelle, statute e mosaici furono ritrovati durante una campagna di scavo solo pochi anni fa. Purtroppo nel museo non si possono scattare fotografie, quindi non mi resta che invitarvi a visitarlo, perchè ne vale proprio la pena.

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La stazione di Brescello.

Dopo una bella giornata, sulle orme di Guareschi, è ora di rientar in Lombardia, con il cuore colmo di gioia e di ricordi.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: aprile
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 1/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 10

Siamo quasi alla fine di questo meraviglioso viaggio, ma le avventure non sono di certo concluse! Di buon mattino, ci dirigiamo verso l’aereoporto, direzione Tolagnaro, o se volete, Fort – Dauphin.

I controlli sono severi, anche per i voli interni, e non mancano anche scene divertenti: vi ricordate i minerali che avevo acquistato a Fianarantsoa? Se non ve li ricordate, vi rimando qui. Ecco, i miei minerali sono stati accuratamente avvolti dentro un sacchetto della biancheria. A chi capita il controllo casuale della valigia? Ovviamente a me, quindi ho dovuto aprire il valigione e tirare fuori ogni cosa, pure il sacchetto della biancheria e i miei minerali, probabilmente tra uno spostamento e l’altro, sono finiti dentro ad un paio di mutandine (pulite eh!) e niente, le hanno tirate fuori e li hanno visti. Pure loro, le guardie, si sono messe a ridere. la scena è stata oltremodo imbarazzante, e ha smorzato un po’ di tensione, nonostante avessi tutti i documenti in regola.

Dopo il bizzarro controllo saliamo sull’aereo e arriviamo a Tolagnaro: non la visiteremo oggi, perchè alloggeremo all’interno di una riserva privata non lontano dalla città, Nahampoana.

Dopo tanta aridità vista a Toliara, è bello ritornare nella lussureggiante foresta. La riserva privata, consta di 50 ettari di pura natura, dove ovviamente non mancano i bellissimi lemuri. Quando arriviamo, il tempo non è dei migliori e dal caldo asfissiante siamo tornati a temperature tutt’altro che amichevoli: felpa pesante, camicia, pantaloni lunghi… Insomma, ancora l’inverno, e ancora la pioggia. Dopo aver sistemato i bagagli nel piccolo lodge, dove dormiamo in grosse camerate da 5-6 persone, ci dirigiamo a pranzo prima dell’escursione. Il cibo è molto buono, e non mancano alcuni ospiti curiosi in cerca di qualcosa da mangiare: tre lemuri dal collare (Eulemur collaris) si avvicinano senza indugi in cerca di qualcosa da sgranocchiare. Il responsabile della riserva ci raggiunge e ci dice che questi lemuri sono molto amichevoli e si aspettano sempre qualcosa, così ci dà della frutta e noi gliela posiamo in un piatto: la curiosità e la golosità hanno il sopravvento, così abbiamo tre nuovi compagni per il pranzo.

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L’allegro trio si gusta il pranzo.

Dopo il nostro desinare, siamo pronti a visitare la riserva: questa escursione sarà una delle più emozionanti, in quanto i lemuri del parco sono abituati al contatto umano e non si spaventano facilmente. Dopo pochi istanti, incontriamo i catta, che, appena vedono la guida, scendono dagli alberi incuriositi: notiamo con grande meraviglia che alcune femmine stringono i piccoli al corpo: è la prima volta che vediamo i cuccioli di lemure! La guida ci dice che hanno una settimana, e quindi sono ancora totalmente dipendenti dalla madre: il loro musino dolce e curioso mi porta a scattare una quantitativo indecifrabile di fotografie.

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Mamma e piccolo.

La nostra guida ci fornisce inoltre della frutta essiccata, da dare ai lemuri, e in poco tempo mi ritrovo accerchiata da queste buffe palle di pelo. Dopo circa un’ora insieme ai catta, proseguiamo, fino ad incontrare i miei lemuri preferiti: i sifaka di Verraux (Propithecus verreauxi). I lemuri ballerini, come li chiamano qui, sono semplicemente unici, proprio come li immaginavo: sono più grossi rispetto a tutti gli altri che abbiamo visto, e sono subito riconoscibili grazie al loro colore bianco e marrone. La cosa più straordinaria è vederli saltellare: anche loro sono subito incuriositi dalla nostra presenza e si avvicinano, sapendo che abbiamo il cibo. La guida, che li conosce molto bene, li chiama con alcuni vocalizzi e questi iniziano a saltellare verso di lui. E’ una delle scene più belle che abbia mai visto.

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Questi lemuri adorano dondolare sui rami.

Anche tra i sifaka, vediamo i cuccioli, un po’ più grandi rispetto a quelli dei catta. Sono al settimo cielo, che emozione stare insieme a questi animali!

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Mamma e piccolo sifaka.

L’escursione prosegue per quasi tutta la giornata, ma non troviamo altri lemuri, quindi ci godiamo la vegetazione davvero unica di questa riserva.

E’ quasi sera, e ci riposiamo al lodge, dato che inizia anche a piovere. Prima che la giornata finisca, aspettiamo che faccia buio per l’escursione in notturna: dopo un’ora di incessante pioggia finalmente siamo pronti ad uscire nuovamente alla scoperta degli animali notturni. Sentiamo numerosi rumori, e rimaniamo in attesa. Dopo 10 minuti scorgiamo, guardingo, un microcebo: è piccolissimo, sembra un topolino con due occhioni grandi grandi che ci scrutano. Rimane immobile, giusto il tempo di qualche scatto, e poi si dilegua tra i cespugli. Riusciamo a vedere solo lui durante il piccolo trekking, ma siamo comunque soddisfatti.

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Il microcebo.

Ritorniamo al lodge e ceniamo. Si conclude qui, un’altra giornata meravigliosa.

 

Per leggere gli altri giorni del Diario,

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

Giorno 5

Giorno 6

Giorno 7

Giorno 8

Giorno 9

I luoghi della storia: il Castagno dei Cento Cavalli

Sempre rimanendo in Sicilia, durante il mio viaggio del 2016, ho cercato di visitare luoghi nascosti e ricchi di storie e leggende: seguendo questa linea, non poteva mancare uno dei luoghi più affascinanti della bella Trinacrira, il Castagno dei Cento Cavalli.

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Il Castagno dei 100 Cavalli.

Si narra che una Regina, con al seguito cento cavalieri e dame fu sorpresa da un temporale durante una battuta di caccia e nelle vicinanze di un albero, trovò riparo insieme al suo numeroso seguito. Il temporale continuò fino a sera e la regina si passò sotto le fonde di quell’albero, un castagno, la notte in compagnia, si dice, di uno o più amanti fra i cavalieri del suo seguito.

Il Castagno dei Cento Cavalli è un albero di castagno plurimillenario, che si trova nel Parco dell’Etna in territorio del comune di Sant’Alfio (CT). E’ il castagno più famoso e più grande d’Italia ed è stato protagonista di una grande campagna naturalistica, fin dall’antichità, per la sua tutela. Nel 1982 il Corpo forestale dello Stato lo ha inserito nel patrimonio italiano dei monumenti verdi, forte di 22.000 alberi di notevole interesse, ed evidenziato tra i soli 150 di eccezionale valore storico o monumentale.

 

Se non si è della zona non è così facile trovarlo, tanto che io e mio padre abbiamo dovuto chiedere indicazioni a più di una persona, e alla fine un gentile signore ci ha persino accompagnato proprio davanti all’albero. Lasciata l’automobile nel parcheggio adiacente, abbiamo subito ammirato questo spettacolo naturale: non possiamo fare come la Regina, che si è appartata sotto le fronde, perchè una recinzione protegge dai vandali il nostro Castagno, ma le fronde comunque superano di molto questa barriera. Alcuni pannelli spiegano la leggenda e ci sembra di vedere proprio lì, la nostra nobildonna con il suo seguito. La giornata, inoltre, si presta molto bene, perchè siamo continuamente sorpresi dagli scrosci di pioggia.

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La Pace del Castagno.

Non sappiamo ancora oggi chi possa essere questa famosa regina, forse Giovanna d’Aragona oppure l’imperatrice Isabella d’Inghilterra, ma anche Giovanna I d’Angiò. La leggenda è sicuramente frutto di fantasia popolare ma ha avuto molto seguito, tanto che alcuni poeti  cantarono questa storia, come Giuseppe Borrello, Giuseppe Villaroel e Carlo Parini.

L’albero è davvero immenso, e il Castagno sembra abbracciarci, ma anche tenerci a distanza con i suoi ricci: albero benevolo ma anche riservato, se vogliamo contraddistinguerlo con connotati tipicamente umani.

Vicino al Castagno troviamo anche un ristorante, ma abbiamo già mangiato a Zafferana (leggete qui), quindi sarà sicuramente per la prossima volta. Dopo aver scattato numerose fotografie, decidiamo di lasciare il Castagno alla sua quiete, guardiano di terre nascoste e di regine infreddolite.

 

 

Il museo di aprile: il museo archeologico di Candia (Heraklion)

Ho visitato Creta nel 2015 e, da buona appassionata di storia, non potevo esimermi nel vedere i musei archeologici. Quando visito un luogo, che sia una città, una località marittima o montana, mi piace scoprirne la storia, le tradizioni, le origini. Dunque, a Creta, isola della leggendaria civiltà minoica, ho visitato il museo archeologico della città di Candia, oggi Heraklion, capoluogo dell’isola.

Arrivarci dal mio hotel non è stato difficile, grazie all’efficiente rete di bus che collega tutta l’isola alla grande città. Il caldo è afoso, e quindi un luogo fresco è l’ideale per passare la giornata. A circa 10 minuti a piedi dallo scalo dei bus, si trova il museo archeologico. Il museo si trova in via Xanthoudidou 2, proprio nel centro della città.

Mi avvio per fare i biglietti e vedo che per gli studenti non c’è nemmeno da pagare (ottima cosa, mai scontata!). Il museo è uno dei più grandi della Grecia e fu istituito nel 1883 come collezione di antichità. Il museo fu fortemente danneggiato durante il secondo conflitto mondiale ma la collezione sopravvisse miracolosamente intatta.

Il museo si compone di 22 sale, disposte su due piani: la collezione, segue l’ordine cronologico: si ritrovano vari rythoi, cioè vasi per libagioni usati in funzioni religiose, oltre a plastici e ricostruzioni dei principali palazza minoici. Al secondo piano si trovano gli splendidi affreschi (parzialmente ricostruiti) di Cnosso, famosi in tutto il mondo.

Appena entrata mi rendo subito conto della maestosità di questa civilità, così evoluta e progredita, spesso lasciata in disparte sui libri di storia e negli insegnamenti. Creta era fiorente, democratica e molto attiva. Oltre ai famosi vasi, ricorre l’immagine del toro, animale sacro per la civilità cretese. Del toro, si trovano statuette, dipinti, sculture.

Ciò che mi colpisce particolarmente, è la cura per i dettagli nei gioielli: alcuni sono davvero spettacolari, come la famosa spilla a forma con le due api. Le forme e gli intarsi sono stati ripresi dalla gioielleria moderna.

Dopo un bel giro approfondito di circa due ore, passo al secondo piano per vedere i dipinti: rimango davvero stupefatta da questa arte. Gli animali sono rappresentati con dovizia di particolari, con colori accesi e vivaci. I delfini sono quelli che mi colpiscono di più.

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I delfini.

Consiglio a tutti di vedere questo bellissimo museo, se andate a Creta, oltre che a Cnosso che completa naturalmente il “tour” alla scoperta della civilità minoica, concedetevi mezza giornata per visitare questo bellissimo museo.

 

 

Quando c'è una meta, anche il deserto diventa strada (Proverbio arabo)