Le mostre più belle: Nel segno di Manara

Dal 22 settembre 2017 al 21 gennaio 2018 Bologna è lieta di ospitare una mostra dedicata ad uno dei più grandi fumettisti ed artisti italiani di tutti i tempi: Milo Manara.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La mostra, dal titolo “Nel segno di Manara. Antologica di Milo Manara” vede esposte 130 opere, tra le più belle del disegnatore, divise in sezioni: è così che vediamo quella dedicata a Caravaggio, o “Zodiac”, continuando con quella dedicata all’omaggio a Brigitte Bardot.

La grande raccolta non può che soddisfare l’appasionato lettore di Manara, ma anche il neofita che per la prima volta si avvicina alle opere del grande Maestro: ogni sezione è riccamente spiegata da un’introduzione bilingue e sotto ogni opera è riportato il titolo e l’anno di composizione. E’ così che assistiamo ad una bella carrellata di disegni, bozzetti e acquerelli che hanno toccato tutte le tappe della vita artistica del fumettista noto in tutto il mondo.

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

virgolette

La mostra antologica si impone sullo spettatore come un’opportunità per un viaggio a tutto tondo nella carriera del rivoluzionario autore.

Perchè Manara incanta, eccita e diverte, spaziando tra cinema, fumetto e pubblicità, il tutto attraverso lo sguardo rapace e scanzonato della “sua donna”. procace musa in un viaggio che abbraccia tutte le arti.

~ Gabriele Casnedi – Appassionato e visitatore

Non solo erotismo in questa mostra, che riprende anche tematiche care all’autore, quale il viaggio e la storia, attaverso l’esposizione di disegni del Caravaggio o caricaturali dei volti politici italiani. Un Manara intrigante e tutto da scoprire, dunque.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La mostra fa parte del circuito della Bologna Welcome Card. È previsto uno sconto  speciale dedicato ai possessori della Card ed è a cura di Claudio Curcio e promossa dal gruppo Pallavicini S.r.l in collaborazione con Comicon.

Per ulteriori informazioni, cliccate qui per visitare il sito ufficiale.

Pro

  • La mostra è aperta in un periodo di forte affluenza (periodo delle feste natalizie)
  • I pannelli esplicativi sono biligui e molto esaustivi
  • La mostra ripercorre la carriera artistica del fumettista in un percorso ben articolato
  • Il prezzo del biglietto può essere ridotto per chi possiede la Bologna Welcome Card
  • Si possono scattare fotografie e acquistare parecchie gadget e souvenir

Contro

  • Il prezzo del biglietto è leggermente alto

 

Il museo di dicembre: la collezione di Mineralogia “Museo Luigi Bombicci”

Da settembre a questa parte, mi trovo spesso a Bologna durante i weekend e nelle giornate di pioggia non c’è niente di meglio che visitare i numerosi musei sparsi per la città. Il Sistema Museale dell’Ateneo di Bologna raccoglie molte realtà eterogenee, ma tutte ben valorizzate. Inauguro quindi questa nuova sezione, “I Weekend a Bologna” con questo nuovo articolo sul museo di dicembre: la collezione di Mineralogia “Museo Luigi Bombicci”.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La collezione è intitolata al Professore Luigi Bombicci, docente ordinario di Mineralogia che proprio a Bologna ha esercitato la sua professione, dal 1860. 2 anni dopo, Bombicci divenne anche il direttore del Museo di Mineralogia ed iniziò ad occuparsi della collezione di minerali che tutt’oggi vediamo esposta. La vasta esposizione di 850 mq è organizzata in collezioni di varia estensione ed importanza: la più grande è quella di Mineralogia Sistematica di oltre 3000 esemplari.

Degne di nota sono anche le collezioni di minerali fluorescenti, di antichi strumenti dell’800 per lo studio mineralogico e quella delle meteoriti.

Da grande appassionata, ho apprezzato molto che i minerali venissero ospitati in teche apposite e che tutti i campioni avessero cartellini di riconoscimento e località di provenienza, nonostante alcuni pezzi siano davvero antichi: la memoria scientifica è fondamentale per tutti quelli che si vogliono dedicare alla sistematica.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Da sottolineare anche che i musei che fanno parte del Sistema Museale sono aperti anche la domenica: non mancano dunque famiglie con bambini incuriositi dalle meraviglie della natura, davvero un’ottima cosa!

L’ingresso del museo è gratuito.

Il museo si trova a Bologna, in Piazza Porta San Donato 1 ed è segnalato da un cartello appena fuori dall’edificio. E’ inoltre possibile prenotare una visita guidata.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale cliccando qui.

 

Le mostre più belle: Robert Doisneau – Pescatore di immagini

Un’altra mostra che merità senz’altro una visita è quella di “Robert Doisneau – Pescatore di immagini“, ospitata al Palazzo del Broletto di Pavia dal 14 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018. L’esposizione conta 70 immagini in bianco e nero, le più rappresentative di tutta la carriera fotografica del grande artista francese, che cercava sempre di immortalare momenti che potessero offrire più di una interpretazione, le cosiddette fotografie “a finale aperto”.

Doisneau_2
Ritratto di Robert Doisneau del 1949

Il percorso espositivo si apre con un autoritratto del 1949 e continua mostrando i soggetti preferiti del fotografo francese: i parigini. Che siano donne, bambini, innamorati, o anziani, le persone ritratte da Doisneau sono espressive, comunicano un sentimento, senza che per forza guardino dritti verso il pubblico. Si potrebbe definire un ritrattista, ma non è stato un semplice fotografo di volti: Doisneau cercava una retorica in tutti i suoi scatti, e anche ogni spicchio della vita quotidiana di un contadino diventava un’opera d’arte.

Tra le opere più famose, sono esposte le fantastiche “Le Baiser de l’Hôtel de Ville“, “Prévert au guéridon”, Les pains de Picasso”.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La mostra vale proprio la pena di essere visitata, anche se non è di grandi dimensioni. Gli appassionati di fotografia non possono farsela sfuggire assolutamente!

Pro

  • La mostra è aperta in un periodo di forte affluenza (periodo delle feste natalizie)
  • Le audioguide sono chiare ed esaustive
  • La mostra ripercorre la carriera artistica del fotografo in un percorso ben articolato
  • Il prezzo del biglietto può essere ridotto se si visita un’altra mostra della città (“Longobardi” presso il Castello Visconteo)
  • Se si possiede la tessera musei della Regione Lombardia, l’ingresso è gratuito.

Contro

  • Il prezzo del biglietto è forse troppo alto se si visita solo una delle mostre
  • La mostra non è molto pubblicizzata
  • Il sito internet non risulta essere molto esaustivo

Le fotografie di questo articolo sono state prese liberamente da internet.

Per altre informazioni, visitate il sito internet ufficiale.

Diario di viaggio: Stoccarda e dintorni – giorno 1

Con tre giorni liberi e la voglia di tornare in Germania, io e mia madre decidiamo di partire per Stoccarda, città storica della regione del Baden-Württemberg e capitale del distretto amministrativo omonimo. Perchè proprio Stoccarda? Cercavamo una meta vicina, in Germania, che si potesse visitare in quattro giorni, e così la scelta è ricaduta su questa città, che non ci ha per niente deluso!

Dopo essere arrivate all’aereoporto, ci dirigiamo verso il nostro albergo, l’Hotel am Feuersee, grazioso hotel a conduzione famigliare non lontano dal centro città, nel quartiere di Feuersee appunto, a soli 10 minuti a piedi dalla Königstraße, la strada principale di Stoccarda.

Appena fuori dall’hotel, c’è già un monumento da vedere: la chiesa evangelica di San Giovanni. La chiesa è stata costruita durante il 19esimo secolo ed inaugurata nel 1876 ed è in stile gotico, come molte chiese evangeliche tedesche. Vicino alla chiesa sorge il piccolo laghetto artficiale di Feuersee, da cui il quartiere prende il nome. Dopo aver fotografato i suoi simpatici abitanti, alcune oche, cigni e germani, ci dirigiamo verso il centro.

 

Sto_2
Facciata della chiesa di San Giovanni.

 

In men che non si dica siamo sulla Königstraße e qui vediamo la Stoccarda che vive e che gioisce: decine di negozi aperti, turisti affaccendati a spendere e macchine di lusso che sfrecciano. Eh si, perchè Stoccarda è la città delle automobili: imarchi d’auto Mercedes-Benz, Maybach-Motorenbau e Porsche provengono tutti da questa zona, così come le multinazionali Bosch e Mahle. Una città industriosa ed industriale, ma dal fascino storico, che captiamo subito dalle chiese antiche e dai palazzi sontuosi. Le piccole piazze nascoste, le statue dei grandi filosofi e l’atmosfera che si respira ci fa davvero sorridere, finalmente siamo tornate in Germania!

 

Sto_3
Schillerplatz

 

Stoccarda, nonostante tutto, è completamente diversa da Monaco di Baviera (leggi il mio diario di viaggio di Monaco di Baviera, iniziando da qui), ma non per questo meno bella! Mentre camminiamo, sotto un tiepido sole, notiamo musei e palazzi da visitare.

 

Sto_4
La Torre di Mercurio

 

Arriviamo dunque alla famosa Schlossplatz, la piazza del Palazzo Nuovo: il Palazzo nuovo è stato il palazzo dei duchi e dei re della regione. Costruito per volere del duca Carlo II Eugenio di Württemberg nel 1744, è l’ultimo grande palazzo cittadino costruito nella Germania meridionale. L’imponenza della sua struttura richiama chiaramente Versailles, anche se oggi, al contrario del suo “rivale” francese, non è visitabile al suo interno in quanto ospita degli uffici ministeriali, anche se spesso viene affitata una sua ala per cerimonie ed eventi. Il Palazzo, che è davvero enorme, è attorniato da uno stupendo parco.

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Perchè Stoccarda, oltre ad essere la città delle automobili, è anche la “città verde” della Germania, con numerosi parchi e giardini. I tedeschi adorano riposarsi al sole e leggere un libro, e noi non siamo da meno, così, dopo aver scattato un po’ di foto, ci sdraiamo al sole godendoci il tepore della giornata.

Dopo esserci riposate un pochino, ci dirigiamo verso uno dei luoghi che volevo visitare da anni: il museo di Claus von Stauffeberg. Chi mi segue dall’inizio della mia avventura, sa quanto questa figura sia per me importante, per gli altri rimando alle seguenti pagine:

Su di me

Diario di viaggio: Monaco di Baviera – Giorno 2

Non posso quindi non visitare il piccolo museo nella sua città, che raccoglie i suoi oggetti personali e quelli della sua famiglia (in particolare del fratello Berthold, anche lui fucilato per l’attentato del 20 aprile). L’emozione è tanta, benchè l’esposizione sia davvero minima, in quanto molti dei suoi averi sono stati distrutti dalla rappresaglia nazista. Quel che c’è basta a farmi vivere un’esperienza molto toccante e commovente. Non si potevano scattare foto, quindi mostrerò solo l’esterno di questo memoriale. Prima di uscire mi intrattengo a chiacchierare con il custode/carriere che è anche uno dei curatori dell’esposizione: gli racconto di quanto ammiri Claus von Stauffenberg e di quanto la sua figura sia importante per me. Il curatore rimane colpito dal vedere che anche un’italiana conosce la storia di questo eroe e mi stringe la mano in segno di amicizia e rispetto. Naturalmente non posso esimermi dall’acquistare la biografia completa in tedesco di Stauffenberg, ovviamente.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Con il groppone in gola, e lo stomaco brontolante, ci dirigiamo verso il mercato coperto, per il pranzo: il mercato coperto, appena dietro al museo, ci accoglie con tantissime bancarelli e con una moltitudine di cibi. Non facciamo fatica a trovare qualcosa da sgranocchiare; la varietà dei negozi è enorme, e non si vendono soltanto cibarie e leccornie, ma anche oggetti per la casa e per il giardino. Oltre agli stand, c’è anche un ristorantino che sembra molto invitante.

 

Sto_10
Il mercato coperto.

 

E’ ora di continuare il nostro tour, e proseguiamo per la Königstraße infilando la testa nei numerosi negozi e centri commerciali fino a sera.

La giornata finisce presto, con un piacevole itinerario già segnato e con la dolce sensazione di essere di nuovo in terra teutonica.

Pronte dunque per il secondo giorno!

 

 

 

 

Il Museo di novembre: il Ferdinardo – Forte di Bard

Durante una delle mie “Escursioni in giornata”, mi trovavo in Val d’Aosta, e così ho colto l’occasione di visitare il Forte di Bard, precisamente il museo del Ferdinando, il museo delle fortificazioni.

Bard_1
Le fortificazioni sulle Alpi.

Dopo aver visitato una mostra temporanea sempre all’interno del Forte, mi ha incuriosito questo museo sulle fortificazioni, diviso in tre sezioni: Museo del Forte e delle Fortificazioni, Le Alpi Fortificate (1871-1946) e Le Alpi, una frontiera?; decido quindi di entrare e non rimango delusa. Il museo ospita scenografie ricreate con armi e ricostruzioni in scala, video e animazioni che ripercorrono l’evoluzione delle fortezze dall’epoca romana fino ad oggi, con un focus sulle strategie militari e le tecniche costruttive. Il percorso è proprio in ordine temporale-cronologico e non lascia di certo delusi.

Un bel focus è incentrato sul 1800 e sulle due guerre mondiali, dove il Forte di Bard è stato protagonista. Con manichini e divise d’epoca sembra di essere catapultati in un’altra epoca, dove ancora si combatteva con il moschetto e si indossavano grossi cappelli.

Oltre alla guerra vista come evento storico, sono riportati dei pannelli con tutte le esperienze vissute da Giuseppe Ungaretti e da Mario Rigoni Stern.

Bard_3
La guerra di Giuseppe Ungaretti.

Molto interessante e riflessiva è quella sulla seconda guerra mondiale, tema a me particolarmente caro come il lettore saprà, e che termina con una bella riflessione sulle Alpi: da sempre limite di regni e stati, oggi sono ancora una barriera? Come possiamo considerarle, oltre che una bellezza da preservare? Il chiaro rimando alle nuove frontiere dell’Europa è davvero netto e chiaro.

Bard_2
Uno spezzone di uno dei video sulla seconda guerra mondiale.

Se fate un salto in Val d’Aosta, non perdetevi questo bellissimo museo, incroniciato nella fantastica atmosfera del Forte di Bard.

Per ulteriori informazioni, visitate il sito ufficiale.

 

Diario di viaggio: Provenza e dintorni – giorno 3

Siamo arrivati alla fine di questo breve viaggio alla scoperta della Provenza e della Camargue. Di buon mattino lasciamo l’hotel per dirigerci alla città più vicina, cioè Arles, per vedere il suo centro storico. La giornata è stupenda ed il sole ci saluta, così come la Francia.

Quel giorno c’era il mercato, una vera istituzione per la città: colori vivaci, profumi inebrianti e sorrisi bizzarri ci accolgono in questo insieme eterogeneo di culture e di genti. Troviamo venditori di spezie marocchini, venditori di lavanda del luogo, venditori di animali da cortile che vengono dalla Spagna. Tutto si può vendere ad Arles! Ci perdiamo in questa meravigliosa atmosfera, e acquistiamo alcuni prodotti tipici da portare a casa, uno spicchio di Provenza per ricordarci di queste belle giornate passate in terra francese.

 

Cama_25
Un piccolo mercante…

 

Dopo il mercato, ci immergiamo nel centro storico, entrando nelle mura antiche. Arles è una città dal passato glorioso: era già un centro commerciale nell’età grecomassaliota e divenne ancora più importante in età romana. In epoca medievale fu capitale del regno di Arles, che si estese per gran parte della Francia centro-orientale e sud-orientale e dell’odierna Svizzera. Molti dei suoi monumenti, tra cui l’Anfiteatro e la cattedrale di Saint Trophime, sono Patrimonio dell’Umanità.

Arles è anche famosa grazie all’amore che il pittore Vincent van Gogh nutriva per questa città, che ha dipinto sinceramente in numerose opere.

Non può non intrigrarmi una tale città ricca di storia e cultura! Perdendomi nelle vie del centro, arrivo alla centralissima Place de la Republique, che si contraddistigue grazie alla presenza dell’obelisco romano, che sormonta tutta la piazza. Dopo aver scattato qualche foto mi dirigo all’interno della famosa Cattedrale di Arles: la chiesa di Saint Trophime. La chiesa viene edificata nel XII secolo, rimodellando la precedente basilica di Santo Stefano protomartire. Dopo varie fasi costruttive, venne ultimata tra il 1100 e il 1152 e dedicata al primo vescovo della città, appunto San Trofimo. La chiesa, in stile romanico, fu un luogo importante a livello storico: è qui che venne incoronato re di Arles l’imperatore Federico I Barbarossa nel 1178.

Dopo aver visitato la chiesa, ci dirigiamo verso il Teatro Romano: fu inaugurato nel 12 a.C ed iniziò ad essere fortificato nel V secolo d.C. Purtroppo, come spesso è accaduto durante le varie epoche, molti materiali furono riutilizzati per nuove costruzioni ed il teatro perse la sua funzione originale. I lavori di scavo e restauro iniziarono solo nel 1823 e nel 2004 ci furono nuovi restauri.

Nonostante rimangano solo pochi gradini della cavea del Teatro, l’orchestra, il proscenio e due colonne della scena, il luogo ci regala delle forti emozioni, perchè ci sembra di ritornare in epoca romana: ci possiamo immaginare le tragedie o le altre opere trasposte durante quel periodo, in una Francia ancora molto romana. Sedendoci sulle gradinate, ci godiamo la leggera brezza, in compagnia di un dolce micio che non è per niente restio a farsi accarezzare.

Dopo una breve pausa, ci dirigiamo verso il simbolo della citttà, ovvero l’Arena: l’anfiteatro di epoca romana, edificato intorno all’80 d.C. è il centro nevralgico di Arles. Nel Medioevo l’arena divenne una vera e propria cittadella fortificata e vi furono innalzate 4 torri. I restauri di questa grande opera iniziarono a partire dal 1822 fino ad arrivare agli anni 2000

Circa 21.000 spettatori potevano essere ospitati nella cavea, suddivisa in quattro maeniana (suddivisioni orizzontali) e sostenuta da due ordini di 60 arcate, sormontate da un attico oggi perduto. Come in molti altri anfiteatri il sistema di accesso era articolato per mezzo delle scale e dei corridoi anulari ricavati nelle strutture di sostegno. L’arena era pavimentata con un tavolato in legno sostenuto da risalti nella parte inferiore del podium (il muro che limitava la cavea, rivestito da grandi lastre in pietra): nello spazio sotto il tavolato trovavano posto i macchinari utilizzati per gli spettacoli.

 

Cama_33
I corridoi.

 

Visitando l’arena nella sua interezza, mi torna subito in mente il Colosseo, con i grandi ed ampi corridoi che dovevano essere affollatissimi durante gli spettacoli dei gladiatori: chissà quanti uomini e quante fiere hanno combattuto in questo posto…

Camminando tra i vari spalti, non posso far a meno di notare che le pietre utilizzate per la costruzione degli spalti stessi, contengono numerosi fossili, come per l’Arena di Verona. Non posso non fotografare i numerosi pettinidi che rimangono immortali in quest’opera.

 

Cama_22
Ricordi di un lontano passato….

 

Oggi l’arena viene ancora utilizzata per spettacoli e per la Corsa Camarghese. Ci intratteniamo dunque a scattare un po’ di fotografie, un po’ malinconici, in quanto il nostro viagio sta volgendo al termine.

Non ci resta dunque che salutare la bella Provenza, ricordando le bellissime emozioni che ci ha regalato, i tramonti senza fine, il volo degli uccelli.

 

 

 

Il museo di ottobre: la Staatsgalerie Stuttgart – La pinacoteca di Stoccarda

Mi trovavo a Stoccarda a giugno, durante i miei innumerevoli giri per il mondo, e ovviamente non potevo perdermi l’occasione di visitare la pinacoteca della città, essendo, come ormai sapete, appasionata di arte, in particolare di pittura.

La Staatsgalerie Stuttgart è una delle pinacoteche tedesche più importanti, sia per la propria architettatura che per la collezione che copre davvero secoli di storia. L’edificio originale fu costruito per ordine del Re Guglielmo I del Württemberg tra il 1838 e il 1843. L’architetto James Stirling ci pone la firma più di 100 anni dopo, realizzando l’ampliamento e donandogli l’aspetto che vediamo oggi.

 

PiSto_5
La Porta Rossa – Marc Chagall

 

Con circa 400 opere, la galleria ospita dipinti d’arte alto-tedesca, italiana, olandese e del cassicismo svevo, propri di questa regione. Notevole è la collezione relativa al XX secolo, con grandi opere del movimento “Die Brücke” (prime su tutte le opere di Ernst Ludwig Kirchner), spaziando poi a Kandiskij o a Schlemmer. Troviamo anche tele di Picasso, fino a tempi ancora più recenti, dove non mancano Warhol e Fontana. Oltre alle pitture, sono presenti anche sculture ed istallazioni, sempre moderne e post-moderne.

Tra le varie sale, non mancano quelle della pittura del 1700, con i grandi paesaggi e le immense vedute, soprattutto di artisti italiani.

 

PiSto_7
Veduta di una baia con resti antichi e di un veliero durante una tempesta – Leonardo Coccorante

 

Il museo, facilmente raggiungibile tramite la metropolitana, con la fermata a pochi passi dall’edificio, è aperto tutti i giorni della settimana tranne il lunedì, ed oltre alla collezione permanente ospita molte mostre temporanee, dando spazio ad artisti emergenti o mostrando collezioni private.

Da buona amante dell’arte e del periodo impressionista, non posso fare a meno che cercare opere riconducibili a quel periodo, e così faccio: trovo subito un’intera ala della pinacoteca che ospita opere di Monet e Pissarro, tra le più famose ed iconiche.

Per maggiori informazioni, visitate il sito ufficiale della Pinacoteca.

Presto leggerete il mio diario di viaggio di Stoccarda, non perdetevelo!

Il museo di settembre: il Kurpfälzische Museum di Heidelberg

Durante il mese di agosto (2017) ho vissuto ad Heidelberg, splendida città del Baden-Württemberg. La città è ricca di storia e di cultura, e non mancano i musei da visitare, come il Museo del Palatinato (Kurpfälzische Museum) proprio nel centro storico della città.

 

Pala_2
La sala verde

 

Il Museo del Palatinato è ospitato all’interno del Palais Morass, uno splendido palazzo barocco settecentesco: l’esposizione permenante è articolata in base a vari periodi storici, dall’età della pietra fino al 1900, e si spazia dai manufatti agli abiti. Importanti sono i resti romani rinvenuti in tutto il territorio cittadino odierno, che testimoniano le antiche origini della città, ma ancora si possono riconoscere molti oggetti preistorici, e una copia della mandibola dell’Homo heidelbergensis, risalente a 600.000 anni fa e proprio qui ritrovato.

Il museo si apre con una collezione di quadri risalenti al 1500-1600 che mostrano i Signori del Palatinato, la regione storica a cui è dedicato il museo. Il nome Palatinato si rifà al colle Palatino di Roma. Nel medioevo uno Pfalz indicava una sede amministrativa temporanea dove un sovrano risiedeva nel corso degli spostamenti all’interno dei propri possedimenti. Nel 1835 Ludovico I di Baviera reintrodusse il nome Palatinato in sostituzione di Rheinkreis, in quanto ammiratore della cultura classica e promotore della toponomastica con allusioni storiche. Va notato che il “nuovo” Palatinato non corrispondeva all’elettorato del Palatinato, il cui territorio si estendeva su entrambe le sponde del Reno; comprendeva anzi altre aree che non ne furono mai parte (come Kirchheimbolanden o la città libera di Spira).

L’esposizione continua ricoprendo tutte le epoche di maggior splendore del Palatinato, con collezioni di ceramiche e servizi raffinati d’argento. Notevoli sono anche gli abiti esposti, di ottima manifattura, che coprono almeno 200 anni di storia.

 

Pala_1
Una delle sale del museo

 

Scendendo le scale ci si ritrova nella parte adibita all’antichità, con pregevoli manufatti che ci riportano ad una Germania selvaggia e non civilizzata: gli uomini primitivi hanno qui trovato una terra fertile e molte risorse per sopravvivere. Troviamo dunque utensili e punte di lance, simboli di una civiltà che andava sempre più ad affermarsi. La parte che ospita la civiltà romana è poi davvero immensa e ricca, peccato però non poter scattare delle foto.

Se siete ad Heidelberg, spendete un pomeriggio in questo museo, ne vale proprio la pena!

 

 

Diario di viaggio: Provenza e dintorni – giorno 2

Prosegue il mio breve viaggio alla  scoperta della Provenza e della Camargue. Il secondo giorno decido di visitare due città molto diverse tra loro: Les Baux en Provence ed Avignone.

Parto dunque di buon mattino per raggiungere Les Baux. E’ presto e i turisti ancora non hanno affollato le vie di questa tranquilla cittadina: tempismo perfetto per le fotografie!

 

Cama_15
Veduta di Les Baux

 

Le prime tracce di abitazioni a les Baux sono riconducibili al 6000 a.C. e il sito venne reso fortezza dai Celti dal II secolo a.C..

Dal X secolo in poi divenne sede di un’importante signoria feudale, de Baux o anche del Balzo. Il controllo esercitato durò vari secoli ma anche loro dovettero cedere il passo ai Conti di Provenza che li scalzarono. Dopo varie vicessitudini, nel 1642, la città venne concessa alla famiglia Grimaldi, reggente il Principato di Monaco come marchesato francese.

Les Baux però è famosa per un morivo ben preciso, a parte il suo bellissimo castello: la bauxite, la roccia utilizzata per l’estrazione dell’alluminio. La composizione è caratterizzata dalla presenza di diverse specie mineralogiche tra cui ossidi ed idrossidi di alluminio e di ferro. La roccia venne proprio scoperta nei dintorni di questa cittadina dal geologo Pierre Berthier, che la soprannominò proprio bauxite.

 

Cama_16
La bauxite

 

 

Arrivata al paese, tiro fuori la mia Reflex e incomincio il mio giretto: le vie sono strette e caratteristiche, sembra di ritornare al Medioevo. La pace e la tranquillità pervadono tutto il paesaggio, con una veduta eccezionale dai numerosi punti di osservazione. I cartelli aiutano il visitatore ad orientarsi per osservare chiese e monumenti, come il caratteristico municipio o la chiesa di Saint-Vincent. Il castello la fa da padrone sul paese, dominando tutta la vallata, proprio come tutti i castelli-fortezza.

Con il profumo di lavanda visito tutto il paesino in mattinata e poi mi dirigo ad Avignone, non lontana in auto.

Avignone, la città papale, ha origini antiche che risalgono al paleolitico.  Nel Medioevo la città divenne cittadella avanzati dei Burgundi e nel 1251 entrò a far parte dei domini del duca di Angiò.

 

La vera notorietà di Avignone deriva però in seguito alla scelta di papa Giovanni XXII nel 1316 di farne la sede papale. Questo periodo è meglio conosciuto col nome di “cattività avignonese“. In totale otto papi governarono sul seggio cittadino, dei quali due scismatici, risiedendo nel castello detto “Palazzo dei Papi” che fu progressivamente ampliato dai vari pontefici:

Dopo la partenza dei papi, la città fu governata da un legato pontificio e quindi da vice-legati. Come exclave straniera in Francia beneficiò di un notevole ruolo in campo commerciale e finanziario.

L’importanza di Avignone si può ben osservare dal massiccio afflusso turistico: le attrazioni sono molte e per chi visita la Provenza o le Bocche del Rodano è una tappa obbligata. Non solo il Palazzo Papale, ma il centro storico, il famoso Ponte che si ferma a metà, gli stupendi giardini. Tutto ad Avignone è magico. Lasciata la vettura in uno dei comodi parcheggi in centro, comincio a vagabondare per le vie principali, e noto come la città sia fresca, giovane, con tanti musei e attrazioni culturali. Lo shopping ricopre anche un ruolo importante, con molti negozi di marche prestigiose. Ma è nel cuore di Avignogne che il mio spirito affamato di cultura si appaga: piccole bancarelle di artisti incorniciano la Place de l’Horloge e mi accompagnano fino al maestoso Palazzo, con la Chiesa di Notre Dames de Doms. Prima della visita a questi due pilastri della città, decido di vedere i giardini adiacenti del Parco Rocher des Doms: la vista è mozzafiato e la tranquillità regna sovrana. Scatto fotografie e mi riposo su una panchina a godermi il venticello fresco.

 

Cama_21
La fontana del parco

 

E’ ora di pranzare, quindi mi dirigo di nuovo verso Place de l’Horloge. Dopo la pausa è ora di scoprire il Palazzo Papale: con l’audioguida scopro l’imponenza di questo edificio ma anche la sua immensa austerità. Poche le stanze decorate con gli affreschi, prevale la nuda pietra che tuttavia non sminuisce la maestosità. I soffitti sono alti, le volte sembrano racchiudere al sicuro tutto ciò che sta sotto. La visita dura circa un paio d’ore e poi mi dirigo alla Chiesa adiacente: la pianta ad unica navata di quattro campate conferisce un’aspetto regale ma non severo.

La visita di Avignone continua, con un bel cono gelato attraverso le vie del suo centro vivo e colorato. Raggiungo il caratteristico ponte lasciato a metà: la leggenda narra che il pastore Benedetto ricevette l’incarico divino di costruirlo. Oggi lo troviamo a metà perchè la piena del Rodano del 1669 portò via alcune pile, lasciando il ponte più o meno come lo vediamo oggi. Il ponte “a metà” è oggi il simbolo della città.

Dopo una bella passeggiata sul ponte (da cui scorgo anche un anguilla nuotare!) mi dirigo al Musée Angladon, dove sono conservate opere di Modigliani, Van Gogh e Manet. Il museo si colloca in un edificio del XVIII secolo ed è concepito come una casa-museo, secondo il volere dei suoi fondatori Jean Angladon (1906-1979) e Paulette Martin (1905-1988).

Il resto del palazzo ha mantenuto il fascino di un arredamento di appassionati d’arte, con numerosi dipinti, mobili e oggetti d’arte decorativa: sala Rinascimiento, ambiente dedicato ai secoli XVII e XVIII, gabinetto Estremo Oriente.

Ovviamente non posso esimermi dal vedere i quadri del mio pittore preferito, cioè Manet (come ben saprete dopo aver letto le mie peripezie a Monaco): sebbene ci sia solo una sua opera, non potevo perderla.

Cama_9
Manet: il coniglio.

La giornata quasi volge al termine, ma faccio ancora in tempo a spostarmi per visitare il Pont du Gard, il famoso acquedotto romano: il ponte è costruito su tre livelli e attraversa il fiume Gardon con i suoi 49 metri di altezza e i 275 di lunghezza.

 

Cama_20
Veduta del Pont du Gard.

 

Arrivati al sito visito prima il museo, con alcuni resti romani e la storia delle popolazioni che vivevano in questa zona, per poi dirigermi, attraverso una piacevole passeggiata tra gli ulivi, alla vera star del luogo. Il ponte è davvero grandioso e si può anche attraversare: non è difficile capire come mai l’Unesco lo abbia inserito tra i suoi Patrimoni.

 

Cama_7
Le maestose volte.

 

Dopo una giornata intensa, è ora di tornare ad Arles, per l’ultimo giorno in Provenza.

Per leggere il primo giorno, cliccate qui.

 

 

I luoghi della storia: la capanna del Partigiano

In Oltrepò le testimonianze delle battaglie tra partigiani e soldati tedeschi sono numerose. I documenti riportano le date e gli scontri, che furono sanguinosi per entrambe le fazioni. C’è un luogo, vicino a Varzi, che è diventato un simbolo di quel truce periodo: è la capanna di Primula Rossa, il partigiano delle colline.

Varzi era un punto strategico, trovandosi tra il piacentino e il pavese, e non molto distante da Voghera, dove la presenza dei tedeschi non era da sottovalutare. E’ proprio nel varzese, e sulle colline dell’Oltrepò che nasce la figura, quasi leggendaria, di Primula Rossa, cioè Angelo Ansaldi, nativo proprio di Varzi, classe 1921.

Nel 1944, in piena guerra civile tra partigiani, tedeschi e combattenti della RSI, fonda una banda di giovani, senza aderire alle più importanti impostazioni politiche (la Garibaldi o la Usoppo, per esempio).

Al suo fianco troviamo il carabiniere Nando Dellagiovanna, che morirà durante il rastrellamento estivo dell’agosto del 1944. Angelo si dimostra scaltro e un buono stratega, facendosi notare nella sua prima azione, il disarmo  del presidio fascista di San Sebastiano: siamo in Val Curone, proprio accanto a Varzi. Dopo un mese, la banda di giovani si unisce con la garibaldina “Capettini”, ingrandendo le file partigiane. Primula Rossa diventa un incubo per i suoi nemici, che lo cercano disperatamente, senza mai trovarlo, sopravvivendo a due grossi rastrellamenti, fino al 17 gennaio del ’45, dove viene catturato a Bralello, frazione del comune di Brallo di Pregola, in alta collina. Prigioniero e ferito, subisce l’amputazione della gamba sinistra.

Viene rilasciato per uno scambio di prigioneri e torna trionfalmente a capo della Capettini, nonostante la sua grave menomazione. Continuò la sua opera, fino a dichiarare Varzi libera con la Liberazione d’Italia.

Una figura sicuramente importante per la storia delle valli qui intorno, tanto da rendere la casetta dove si nascondeva un vero e proprio monumento. E’ così, che a giugno mi sono messa in cammino per raggiungere questo luogo. La passeggiata parte da Nivione e non è molto impegnativa: si prende un piccolo sentiero e si procede fino agli spettacolari calanchi: questo fenomeno geomorfologico di erosione è ben visibile in questa zona, in quanto le rocce argillose subiscono un effetto di dilavamento. Il risultato è la produzione di solchi più o meno profondi e allungati, dovuti all’erosione stessa e al ruscellamento. I calanchi sono molto diffusi in Oltrepo’, ma anche a Canossa e alle Crete Senesi. E’ piacevole osservare come queste forme naturali sembrano in realtà derivate dalla mano di un pittore un po’ eccentrico.

Superati i calanchi, si procede verso la casetta e dopo una breve salita si arriva alla meta: la piccola casetta è semplice, e si staglia sulla collina, proprio in una posizione di dominanza della vallata e dei dintorni.

 

Nivione_5
La Casa del Partigiano.

La vista è eccezionale e si può intuire facilmente come la Primula Rossa sia riuscito ad assicurarsi questa zona, grazie alla posizione riparata e nascosta, ma soprattutto strategica.

 

Nivione_3
Vista di Varzi.

 

La casa è aperta al visitatore, con alcune sedie e un tavolino: qui si riuniscono i cacciatori o semplicemente chi è di passaggio, per riposare o per una bella bevuta in compagnia.

 

Nivione_6
L’interno della casa.

 

La casa è aperta al visitatore, con alcune sedie e un tavolino: qui si riuniscono i cacciatori o semplicemente chi è di passaggio, per riposare o per una bella bevuta in compagnia.

Sul muro è riporta la seguente targa, segno di riconoscenza verso la mitica Primula Rossa.

Nivione_2
La Crocetta, la Casa di Primula Rossa.

Non mi resta dunque che sedermi anche io, ed ammirare la vallata, immaginando di essere la Primula Rossa, che spera in un’avvenire migliore e in un futuro roseo, di pace, senza più guerre.

Quando c'è una meta, anche il deserto diventa strada (Proverbio arabo)