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Un’escursione in giornata: Bergamo Alta

Bergamo Alta è stata la meta di una delle mie ultime escursioni: la decisione di visitare questa stupenda città, però, è arrivata dai miei studenti. Un giorno mi dicono:”Prof andiamo in gita!” – e io contenta non mi sono tirata indietro, così hanno deciso di visitare Bergamo. Dato che avevamo solo una giornata a disposizione, ci siamo focalizzata sulla parte alta della città. Pronti, via! Itinerario alla mano e si parte!

Il 16 maggio era una perfetta giornata primaverile, non faceva troppo caldo e quindi la visita è stata proprio piacevole.

Bergamo Alta è una città medioevale, circondata da bastioni eretti nel XVI secolo durante la dominazione di Venezia e ancora oggi è una delle poche città circondata dalle cinta murarie, come Lucca e Ferrara. Questa “protezione” ha fatto sì che si mantenesse l’anima medioevale della città, che la rende unica.

Arrivati a Bergamo Alta, abbiamo visitato subito la piazza principale, cioè Piazza Vecchia: per secoli questa piazza è stata il fulcro della vita della città e ancora oggi è il simbolo della Alta. I segni di un antico potere rimangono grazie al Palazzo della Ragione e alla fontana Contarini, donata alla città nel 1780 dal Podestà Alvise Contarini, con i leoni caratteristici. Su un lato, si può osservare il Palazzo Nuovo, sede oggi della Biblioteca civica Angelo Mai.

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Piazza Vecchia, con la fontana Contarini.

Qualche foto e subito ci intrufoliamo a Santa Maria Maggiore, appena dietro il porticato del Palazzo della Ragione. Questa basilica imponente si trova in piazza del Duomo, proprio affianco all’omonima chiesa. E’ stata edificata nella seconda metà del XII secolo e all’esterno conserva ancora lo stile romanico-lombardo originale. All’interno, un tripudio di barocco incanta i nostri occhi. La chiesa mostra tutto il suo splendore, con i colori vivaci, i capitelli intarsiati, le navate tutt’altro che austere: non sembra di trovarsi in una chiesa, se non per le pitture tipicamente religiose. I ragazzi sono estasiati e mi fanno qualche domanda, concludendo che non avevano mai visto un capolavoro così. All’interno della chiesa c’è il monumento del compositore bergamasco Gaetano Donizetti, opera di Vincenzo Vela.

Usciti dalla Basilica, visitiamo il Duomo di Sant’Alessandro, dall’architettura decisamente più sobria e meno accattivante, più adatta forse ad un luogo di preghiera: l’interno si presenta con una pianta a croce latina, con una navata unica e tre cappelle per lato. Visitiamo anche le catacombe, dove riposano personalità eminenti della diocesi.

Usciti dal Duomo ci dirigiamo verso Palazzo della Ragione e facciamo il biglietto per salire sul famoso “Campanone”. I ragazzi sono entusiasti e corrono per salire per primi. E’ quasi mezzo giorno e aspettiamo il rintocco della campana, che è proprio sopra di noi: un po’ sordi ci scattiamo le foto, e facciamo quattro chiacchiere, con qualche battuta.

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Panorama.

Dopo la Torre, visitiamo il museo della storia di Bergamo Alta allestito all’interno: il museo è molto tecnologico e interattivo, con molti dispositivi che permettono di visualizzare video e contenuti multimediali.

E’ quasi l’una ed è ora di pranzo: ci dividiamo, così io e allcuni ragazzi decidiamo di mangiare una pizza, in un ristorante che si affaccia quasi sulla piazza: il Ristorante “Il Sole”. Chiediamo di pranzare in terrazza, c’è una piacevole brezza. Il pranzo è stato uno dei momenti più piacevoli, perchè ho chiacchierato con i ragazzi, e sono diventata quasi “una di loro”, grazie al coinvolgimento nelle loro conversazioni sulle loro peripezie. Tra risate e buon cibo, scappa veramente il tempo.

Finito il pranzo ci riuniamo a tutti gli altri e ci dirigiamo verso l’ultima tappa del viaggio: il Museo di Scienze Naturali “Enrico Caffi”. Il museo è nato nel 1871 e ospita più di un milione di reperti, tra animali tassidermizzati, fossili, rocce e minerali. Tra le collezioni principali spiccano la collezione lepidotterologica di Antonio Curò (circa 12.000 esemplari), la Raccolta ornitologica di Gabriele Camozzi Vertova, e la Raccolta Malacologica di Giovanni Piccinelli.

Da buona naturalista cerco di fare da guida, illustrando i reperti e descrivendo ciò che osservavamo. I miei occhi sprizzavano gioia, ero proprio nel mio mondo. Il museo non è affatto piccolo e per visitarlo bene occorrono almeno 2 ore, ma noi non abbiamo tutto questo tempo a disposizione e molte parti vengono viste velocemente.

La parte paleontologica è forse quella che colpisce di più, con lo scheletro di Allosaurus fragilis intero e con i fossili del Triassico della zona bergamasca, tra cui l’ Eudimorphodon ranzii.

Finita la visita, ci avviamo verso il pullman, attraverso la funicolare. Siamo tutti soddisfatti e contenti, la giornata è stata bellissima e Bergamo Alta è assolutamente da visitare almeno una volta.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: maggio
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 2/5
  • Viaggio organizzato: sì, con la scuola.
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

 

 

 

 

Il museo di maggio: il National Museum of the American Indian di New York

Il National Museum of the American Indian di New York, è un museo ai molti sconosciuto, ma che vale la pena vedere almeno una volta, se fate visita alla Grande Mela. Ho visitato il museo durante il mio viaggio a New York (questo il link per leggere il primo giorno del diario di viaggio), e l’ho scoperto quasi per caso. Sicuramente, New York non è famosa per questo luogo, a causa della più ben nota fama del Metropolitan Museum, del MOMA o del Museo di Storia Naturale, ma di certo il non è meno interessante.

Il museo si trova presso il Bowling Green, non lontano dalla borsa di Wall Street, servito benissimo dalla metropolitana. Dopo essere scesa, mi affaccio sull’imponente edificio che ospita il museo, ovvero l’US Custom House: questo edificio, con colonne e una scalinata imponente, è stato costruito sui resti di Fort Amsterdam.

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L’ingresso del museo.

Non è del tutto casuale che il museo risieda proprio qui, infatti Fort Amsterdam fu edificato dagli Olandesi per proteggere il porto non lontano di New Amsterdam: qui avvenivano molti scambi commerciali, soprattutto con i nativi americani delle varie e numerose tibù. Ecco che il nostro edificio si arricchisce anche di un valore storico.

Entrata al museo, che è totalmente gratuito, inizio la mia visita che so già per certo non potrà deludermi: il museo, infatti, fa parte del complesso dello Smithsonian Institution, il più grande complesso museale e di ricerca di tutto il mondo: il gruppo racchiude numerosi musei negli USA e molto altro ancora. Insomma, se c’è di mezzo lo Smithsonian, andiamo sul sicuro, è un marchio di fabbrica.

Mi appresto dunque a visitare l’esposizione permanente, chiamata Infinity of Nations: 700 manufatti di vario genere provenienti dalle tribù di Nativi Americani, dal Nord America fino al Sud, non solo degli Stati Uniti.

Rimango stupefatta dalla varietà e dai colori di questi oggetti: copricapi con penne di ara e di altri pappagalli, vestiti, monili con perline, ma anche utensili, armi e vasellame.

La collezione è una selezione di oggetti raccolti da George Gustav Heye durante i suoi viaggi. Si toccano davvero moltissime culture, gloriose tribù e parti del mondo che a quell’epoca dovevano essere anche un po’ sconosciute (siamo nel 1800). Ogni tribù utilizza i colori per lasciare dei messaggi: ad esempio, i Lakota preferivano i colori blu e giallo, mentre la tibù Seminole prediligeva il rosso.

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Copricapo con penne di ara e di altri uccelli.

Dopo circa due ore e un viaggio straordinario tra le culture, mi sento più arricchita e molto felice di aver visitato questo museo, che dovrebbe essere sicuramente una tappa per tutti, non solo per gli studiosi e gli appassionati.

Un’escursione in giornata: Brescello

Brescello, piccolo paese della bassa emiliana. Per molti il nome di questo piccolo paesino non dice nulla, per altri è meta addirittura di pellegrinaggio, ma non religioso. Eh sì, perchè Brescello è il paese protagonista delle vicende di due personaggi un po’ bislacchi, di altri tempi: Peppone e Don Camillo, nati dalla penna di Giovannino Guareschi, lo scrittore italiano più tradotto all’estero in assoluto.

Per il lunedì dopo la Pasqua, io e mia madre abbiamo deciso di visitare questo paesino, dalla fama ormai mondiale. Io l’avevo visitato già qualche anno fa, ma ritornarci è sempre un piacere.

La sua posizione è un po’ l’ombelico del mondo, nel senso che si trova in provincia di Reggio Emilia, ma cofina con il comune di Viadana, provincia di Mantova. Siamo nella bassa padana, terra di storie e di sapori.

Arrivate senza difficoltà, parcheggiamo la macchina proprio vicino al centro, chiuso al traffico in occasione dell’afflusso turistico. Notiamo che oltre a tanti italiani, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, sulle tracce di quei due personaggi bontemponi: sì, perchè proprio Peppone, il sindaco comunista dai modi un po’ rudi ma dal cuore tenero, e Don Camillo, più un politico che un prete ma sempre pronto a porgere l’alta guancia al suo caro rivale, hanno fatto la fortuna di questo piccolo paese, con un percorso dedicato alla ricerca dei luoghi che hanno fatto da sfondo alle vicende politiche dei nostri protagonisti.

Ci dirigiamo dunque subito verso il Museo di Don Camillo e Peppone, diviso in due sedi: la prima, dove si fanno i biglietti, che mostra fotografie e attrezzi di scena, la seconda, in una sede attigua, dove si trovano locandine, testimonianze e molti gadget dei nostri beniamini. Prima di entrare al museo, ci fermiamo davanti al famoso Carro Armato, protagonista del film “Don Camillo e l’Onorevole Peppone” che doveva essere un carro tedesco, ma in realtà era un carro americano. Da buona appassionata di armi e di guerra, fotografo ogni dettaglio, e faccio attenzione alla targa riportata: un M26, di certo non tedesco! Molti sono i bambini che si fanno immortalare davanti al carro, forse più attirati dal carro in sè che non dalla sua storia nel film.

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Io con il mitico M26.

Non entriamo subito ai musei, in quanti chiusi per la pausa pranzo, allora, dato che il languorino si fa sentire, facciamo tappa alla celebre “Bottega di Don Camillo“, dove la cara Marisa è sempre pronta ad accogliere i clienti con gentilezza e simpatia: il locale è una vera istituzione per gli appassionati del “Piccolo Mondo”, infatti al suo interno si rivivono tutte le scene dei film, con tante fotografie e la memorabilia. L’antipasto di salumi misti e le tagliatelle al culatello, nonchè i ravioli di zucca, sono delle vere specialità. La vera Emilia si respira, e si gusta! E si sà, in pochi possono competere con questa cucina genuina e d’altri tempi, ma sempre molto attuale.

Dopo un lauto pasto, ricordando e ridendo delle vicende dei nostri preferiti, ci dirigiamo verso la piazza principale, la celebre Piazza Matteotti, con il Comune da una parte e la Chiesa di Santa Maria Nascente dall’altra, simbolo dell’eterna lotta tra Don Camillo e Peppone, ma anche dell’eterna amicizia che legava non solo i personaggi, ma anche gli attori che li interpretavano, ovvero Fernandel e Gino Cervi. Entrando nella chiesa, si può ancora vedere il famoso “Cristo parlante”, che consigliava Don Camillo.

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Piazza Matteotti e la Chiesa di Santa Maria Nascente.

Uscendo dalla chiesa ci intrufoliamo nei vicoli, dove vediamo la vecchia campana Gertrude, la casa di Peppone, fino ad arrivare alla mitica stazione di Brescello e alla Madonnina del Borghetto, che Peppone voleva spostare per far largo al progresso.

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Il Cristo parlante.

Tornando ai nostri musei, finalmente riusciamo ad entrare e ad immergerci ancora di più nell’atmosfera del Piccolo Mondo: troviamo la mitica bicicletta da corsa di Camillo, gli abiti dei protagonisti, locandine, fotografie, e perfino tesi di laurea che analizzavano la tecnica e la sceneggiatura dei film.

Ma Brescello non è solo la storia di Don Camillo e Peppone: la città fu fondata dai Cenomani attorno al VII secolo a.C. e poi venne ribattezzata Brixellum dai Romani. Presso il museo archeologico, gemellato con quelli di Don Camillo e Peppone, possiamo rinvenire i resti e le testimonianze dei Romani: anfore di indubbio valore, pervenuteci intatte, piastrelle, statute e mosaici furono ritrovati durante una campagna di scavo solo pochi anni fa. Purtroppo nel museo non si possono scattare fotografie, quindi non mi resta che invitarvi a visitarlo, perchè ne vale proprio la pena.

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La stazione di Brescello.

Dopo una bella giornata, sulle orme di Guareschi, è ora di rientar in Lombardia, con il cuore colmo di gioia e di ricordi.

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: aprile
  • Durata: mezza giornata
  • Difficoltà: 1/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 10

Siamo quasi alla fine di questo meraviglioso viaggio, ma le avventure non sono di certo concluse! Di buon mattino, ci dirigiamo verso l’aereoporto, direzione Tolagnaro, o se volete, Fort – Dauphin.

I controlli sono severi, anche per i voli interni, e non mancano anche scene divertenti: vi ricordate i minerali che avevo acquistato a Fianarantsoa? Se non ve li ricordate, vi rimando qui. Ecco, i miei minerali sono stati accuratamente avvolti dentro un sacchetto della biancheria. A chi capita il controllo casuale della valigia? Ovviamente a me, quindi ho dovuto aprire il valigione e tirare fuori ogni cosa, pure il sacchetto della biancheria e i miei minerali, probabilmente tra uno spostamento e l’altro, sono finiti dentro ad un paio di mutandine (pulite eh!) e niente, le hanno tirate fuori e li hanno visti. Pure loro, le guardie, si sono messe a ridere. la scena è stata oltremodo imbarazzante, e ha smorzato un po’ di tensione, nonostante avessi tutti i documenti in regola.

Dopo il bizzarro controllo saliamo sull’aereo e arriviamo a Tolagnaro: non la visiteremo oggi, perchè alloggeremo all’interno di una riserva privata non lontano dalla città, Nahampoana.

Dopo tanta aridità vista a Toliara, è bello ritornare nella lussureggiante foresta. La riserva privata, consta di 50 ettari di pura natura, dove ovviamente non mancano i bellissimi lemuri. Quando arriviamo, il tempo non è dei migliori e dal caldo asfissiante siamo tornati a temperature tutt’altro che amichevoli: felpa pesante, camicia, pantaloni lunghi… Insomma, ancora l’inverno, e ancora la pioggia. Dopo aver sistemato i bagagli nel piccolo lodge, dove dormiamo in grosse camerate da 5-6 persone, ci dirigiamo a pranzo prima dell’escursione. Il cibo è molto buono, e non mancano alcuni ospiti curiosi in cerca di qualcosa da mangiare: tre lemuri dal collare (Eulemur collaris) si avvicinano senza indugi in cerca di qualcosa da sgranocchiare. Il responsabile della riserva ci raggiunge e ci dice che questi lemuri sono molto amichevoli e si aspettano sempre qualcosa, così ci dà della frutta e noi gliela posiamo in un piatto: la curiosità e la golosità hanno il sopravvento, così abbiamo tre nuovi compagni per il pranzo.

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L’allegro trio si gusta il pranzo.

Dopo il nostro desinare, siamo pronti a visitare la riserva: questa escursione sarà una delle più emozionanti, in quanto i lemuri del parco sono abituati al contatto umano e non si spaventano facilmente. Dopo pochi istanti, incontriamo i catta, che, appena vedono la guida, scendono dagli alberi incuriositi: notiamo con grande meraviglia che alcune femmine stringono i piccoli al corpo: è la prima volta che vediamo i cuccioli di lemure! La guida ci dice che hanno una settimana, e quindi sono ancora totalmente dipendenti dalla madre: il loro musino dolce e curioso mi porta a scattare una quantitativo indecifrabile di fotografie.

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Mamma e piccolo.

La nostra guida ci fornisce inoltre della frutta essiccata, da dare ai lemuri, e in poco tempo mi ritrovo accerchiata da queste buffe palle di pelo. Dopo circa un’ora insieme ai catta, proseguiamo, fino ad incontrare i miei lemuri preferiti: i sifaka di Verraux (Propithecus verreauxi). I lemuri ballerini, come li chiamano qui, sono semplicemente unici, proprio come li immaginavo: sono più grossi rispetto a tutti gli altri che abbiamo visto, e sono subito riconoscibili grazie al loro colore bianco e marrone. La cosa più straordinaria è vederli saltellare: anche loro sono subito incuriositi dalla nostra presenza e si avvicinano, sapendo che abbiamo il cibo. La guida, che li conosce molto bene, li chiama con alcuni vocalizzi e questi iniziano a saltellare verso di lui. E’ una delle scene più belle che abbia mai visto.

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Questi lemuri adorano dondolare sui rami.

Anche tra i sifaka, vediamo i cuccioli, un po’ più grandi rispetto a quelli dei catta. Sono al settimo cielo, che emozione stare insieme a questi animali!

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Mamma e piccolo sifaka.

L’escursione prosegue per quasi tutta la giornata, ma non troviamo altri lemuri, quindi ci godiamo la vegetazione davvero unica di questa riserva.

E’ quasi sera, e ci riposiamo al lodge, dato che inizia anche a piovere. Prima che la giornata finisca, aspettiamo che faccia buio per l’escursione in notturna: dopo un’ora di incessante pioggia finalmente siamo pronti ad uscire nuovamente alla scoperta degli animali notturni. Sentiamo numerosi rumori, e rimaniamo in attesa. Dopo 10 minuti scorgiamo, guardingo, un microcebo: è piccolissimo, sembra un topolino con due occhioni grandi grandi che ci scrutano. Rimane immobile, giusto il tempo di qualche scatto, e poi si dilegua tra i cespugli. Riusciamo a vedere solo lui durante il piccolo trekking, ma siamo comunque soddisfatti.

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Il microcebo.

Ritorniamo al lodge e ceniamo. Si conclude qui, un’altra giornata meravigliosa.

 

Per leggere gli altri giorni del Diario,

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

Giorno 5

Giorno 6

Giorno 7

Giorno 8

Giorno 9

I luoghi della storia: il Castagno dei Cento Cavalli

Sempre rimanendo in Sicilia, durante il mio viaggio del 2016, ho cercato di visitare luoghi nascosti e ricchi di storie e leggende: seguendo questa linea, non poteva mancare uno dei luoghi più affascinanti della bella Trinacrira, il Castagno dei Cento Cavalli.

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Il Castagno dei 100 Cavalli.

Si narra che una Regina, con al seguito cento cavalieri e dame fu sorpresa da un temporale durante una battuta di caccia e nelle vicinanze di un albero, trovò riparo insieme al suo numeroso seguito. Il temporale continuò fino a sera e la regina si passò sotto le fonde di quell’albero, un castagno, la notte in compagnia, si dice, di uno o più amanti fra i cavalieri del suo seguito.

Il Castagno dei Cento Cavalli è un albero di castagno plurimillenario, che si trova nel Parco dell’Etna in territorio del comune di Sant’Alfio (CT). E’ il castagno più famoso e più grande d’Italia ed è stato protagonista di una grande campagna naturalistica, fin dall’antichità, per la sua tutela. Nel 1982 il Corpo forestale dello Stato lo ha inserito nel patrimonio italiano dei monumenti verdi, forte di 22.000 alberi di notevole interesse, ed evidenziato tra i soli 150 di eccezionale valore storico o monumentale.

 

Se non si è della zona non è così facile trovarlo, tanto che io e mio padre abbiamo dovuto chiedere indicazioni a più di una persona, e alla fine un gentile signore ci ha persino accompagnato proprio davanti all’albero. Lasciata l’automobile nel parcheggio adiacente, abbiamo subito ammirato questo spettacolo naturale: non possiamo fare come la Regina, che si è appartata sotto le fronde, perchè una recinzione protegge dai vandali il nostro Castagno, ma le fronde comunque superano di molto questa barriera. Alcuni pannelli spiegano la leggenda e ci sembra di vedere proprio lì, la nostra nobildonna con il suo seguito. La giornata, inoltre, si presta molto bene, perchè siamo continuamente sorpresi dagli scrosci di pioggia.

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La Pace del Castagno.

Non sappiamo ancora oggi chi possa essere questa famosa regina, forse Giovanna d’Aragona oppure l’imperatrice Isabella d’Inghilterra, ma anche Giovanna I d’Angiò. La leggenda è sicuramente frutto di fantasia popolare ma ha avuto molto seguito, tanto che alcuni poeti  cantarono questa storia, come Giuseppe Borrello, Giuseppe Villaroel e Carlo Parini.

L’albero è davvero immenso, e il Castagno sembra abbracciarci, ma anche tenerci a distanza con i suoi ricci: albero benevolo ma anche riservato, se vogliamo contraddistinguerlo con connotati tipicamente umani.

Vicino al Castagno troviamo anche un ristorante, ma abbiamo già mangiato a Zafferana (leggete qui), quindi sarà sicuramente per la prossima volta. Dopo aver scattato numerose fotografie, decidiamo di lasciare il Castagno alla sua quiete, guardiano di terre nascoste e di regine infreddolite.

 

 

Il museo di aprile: il museo archeologico di Candia (Heraklion)

Ho visitato Creta nel 2015 e, da buona appassionata di storia, non potevo esimermi nel vedere i musei archeologici. Quando visito un luogo, che sia una città, una località marittima o montana, mi piace scoprirne la storia, le tradizioni, le origini. Dunque, a Creta, isola della leggendaria civiltà minoica, ho visitato il museo archeologico della città di Candia, oggi Heraklion, capoluogo dell’isola.

Arrivarci dal mio hotel non è stato difficile, grazie all’efficiente rete di bus che collega tutta l’isola alla grande città. Il caldo è afoso, e quindi un luogo fresco è l’ideale per passare la giornata. A circa 10 minuti a piedi dallo scalo dei bus, si trova il museo archeologico. Il museo si trova in via Xanthoudidou 2, proprio nel centro della città.

Mi avvio per fare i biglietti e vedo che per gli studenti non c’è nemmeno da pagare (ottima cosa, mai scontata!). Il museo è uno dei più grandi della Grecia e fu istituito nel 1883 come collezione di antichità. Il museo fu fortemente danneggiato durante il secondo conflitto mondiale ma la collezione sopravvisse miracolosamente intatta.

Il museo si compone di 22 sale, disposte su due piani: la collezione, segue l’ordine cronologico: si ritrovano vari rythoi, cioè vasi per libagioni usati in funzioni religiose, oltre a plastici e ricostruzioni dei principali palazza minoici. Al secondo piano si trovano gli splendidi affreschi (parzialmente ricostruiti) di Cnosso, famosi in tutto il mondo.

Appena entrata mi rendo subito conto della maestosità di questa civilità, così evoluta e progredita, spesso lasciata in disparte sui libri di storia e negli insegnamenti. Creta era fiorente, democratica e molto attiva. Oltre ai famosi vasi, ricorre l’immagine del toro, animale sacro per la civilità cretese. Del toro, si trovano statuette, dipinti, sculture.

Ciò che mi colpisce particolarmente, è la cura per i dettagli nei gioielli: alcuni sono davvero spettacolari, come la famosa spilla a forma con le due api. Le forme e gli intarsi sono stati ripresi dalla gioielleria moderna.

Dopo un bel giro approfondito di circa due ore, passo al secondo piano per vedere i dipinti: rimango davvero stupefatta da questa arte. Gli animali sono rappresentati con dovizia di particolari, con colori accesi e vivaci. I delfini sono quelli che mi colpiscono di più.

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I delfini.

Consiglio a tutti di vedere questo bellissimo museo, se andate a Creta, oltre che a Cnosso che completa naturalmente il “tour” alla scoperta della civilità minoica, concedetevi mezza giornata per visitare questo bellissimo museo.

 

 

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 9

Dopo due giorni di mare e di tranquillità, è ora di tornare a Toliaria.

Si replica dunque, quella bizzarra scena dei carretti flottanti (leggete qui) e quindi, dopo una parte di tragitto coperta dal motoscafo, arrivano gli instancabili bovidi in mezzo al mare a raccattarci. Tornati in città, abbiamo giusto mezz’ora per prendere possesso della camera dell’albergo e per prepararci ad una nuova escursione.

Il caldo martellante torna come nostro compagno di viaggio, ed è proprio quello che non ci vuole per l’escursione della giornata: con il nostro nuovo autista, ci dirigiamo alla foresta dei Baobab di Ifaty, non molto lontana dalla città.

Anche qui, la natura è lussureggiante e i Baobab, in realtà di diverse specie, dominano completamente un terreno arido.

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L’inizio del percorso.

La nostra guida ci descrive dunque le più importanti specie presenti e, con il naso all’insù, ammiriamo questi strani alberi dalla forma bizzarra: alcuni sembrano addirittura sdoppiarsi! Molte famiglie sono a me sconosciute, nonostante i miei approfonditi studi botanici: poco male, siamo qui anche per scoprire!

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Cucù!

 

La passeggiata dura mezza giornata, fino alle 14 circa. Oltre ai baobab, riusciamo a scorgere un animaletto alquanto elusivo: si tratta del Lepilemure dai piedi bianchi (Lepilemur leucopus) che ci spia tra le fronde degli alberi: questo piccolo lemure malgascio è notturno e vederlo di giorno non è così facile, infatti passa la maggiorparte del suo tempo a dormire in nidi sferici di foglie e rami. Ciò che colpisce di più sono proprio i suoi occhi molto grandi e rotondi. Nonostante la nostra presenza, il microcebo non sembra spaventato, infatti ci osserva, ci scruta e poi si congeda con uno sbadiglio tornandosene nella sua tana con un rapido guizzo.

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Dopo una lunga passeggiata, ci ritroviamo al punto di ristoro dove una serie di carretti trainati dagli zebù ci riportano all’inizio del tour.

Il nostro furgoncino ci attende e ci porta sulle spiagge di Ifaty, in una piccola baia: al ristorantino locale, mangiamo del buon pesce alla griglia. C’è chi al pomeriggio fa il bagno e chi si rilassa sulle sdraio messe a diposizione dal ristorante. Io preferisco questa seconda possibilità, e ne approfitto per schiacciare un pisolino.

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La spiaggia di Ifaty.

Prima del tramonto, torniamo verso la città. Durante il viaggio di ritorno noto un cartellone pubblicitario di un negozio che vende gemme e minerali: non perdo tempo, appena tornata in albergo chiedo subito informazioni relative all’ubicazione e così un gentile turista francese mi dice che il proprietario è un suo amico da anni e che può accompagnarmi lui stesso. Non potevo desiderare di meglio: insieme a lui prendiamo un taxi e ci dirigiamo al negozio.

Entrati ci si rivela un magnifico mondo di pietre preziose: rubini e zaffiri la fanno da padrone, ma anche opali, tormaline e altre gemme illuminano i nostri occhi. Nonostante tutta questa abbondanza, non riesco a trovare nessun grezzo, quindi chiedo al proprietario se ha il materiale che sto cercando: sconsolato, mi dice che tratta solo tagliato e che quindi non ha ciò che cerco. Sono un po’ abbacchiata, ma subito il gentile signore mi dice che c’è una bella opportunità per acquistare: ad Antananarivo c’è un mercato, chiamato “La Digue” dove vendono parecchio grezzo malgascio di tutti i minerali conosciuti, spesso anche lui si rifornisce lì per acquistare materiale da taglio.

Mi scrive il nome su un bigliettino e io lo ringrazio di cuore. Insieme al mio nuovo amico francese, torniamo in hotel e chiedo alla Coordinatrice informazioni su La Digue: nemmeno a farlo apposta, La Digue sarà la tappa finale del nostro tour malgascio e ci passeremo la mattinata intera prima di ritornare in Italia! La giornata non poteva concludersi meglio! Ma c’è di più: alla sera, siamo ospiti di un ristorante italiano, il Corto Maltese che ci riporta un po’ alla nostra lontana Italia: qui mangiamo specialità italiane con un pizzico di malgascio. Come dessert, non la crepes, bensì il mio dolce preferito: il soufflé al cioccolato.

Contenta e soddifatta, me ne torno in hotel e mi addormento, sognando nuove avventure.

 

 

Un’escursione in giornata: Genova e i Rolli

Dopo una lunga assenza, dovuta a viaggi ed impegni di vario genere, torno a scrivere una bella escursione in giornata. Il 2 aprile sono stata invitata a Genova dalla mia amica Chiara, genovese DOC. Non era la prima volta che visitavo questa ex Repubblica Marinara, e non sarà nemmeno l’ultima, ma devo dire che ogni volta che la vedo l’apprezzo di più. Da città portuale, Genova può sembrare industrializzata ed ostile, ma invece ci riserva tanti luoghi storici di impareggiabile bellezza. In una giornata non si può apprezzare tutta, ma consiglio comunque di farci un salto.

Il 2 aprile era il “Rolliday” la giornata dove i Palazzi dei Rolli venivano aperti al pubblico alle visite: quale migliore occasione per ritornare ad una città a me cara?

Il mio viaggio inizia da Pavia, con un treno per Genova Brignole: è qui che trovo Chiara, che mi aspetta per un vero e autentico tour della bella Genova. Dopo una buona colazione insieme, ci dirigiamo verso il centro, visitando prima la Chiesa di Santo Stefano: la chiesa è uno dei luoghi di culto più famosi di Genova e si trova proprio sopra la via XX Settembre , importante via del centro della città, ed è un esempo significativo di architettura romanica presente nel capoluogo ligure.

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La Chiesa di Santo Stefano.

La chiesa è anche il luogo dove venne battezzato Cristoforo Colombo. Purtroppo non possiamo attardarci a fare fotografie al suo interno, in quanto si stava celebrando un battesimo.

Sempre sulla scia di Cristoforo Colombo, l’illustre esploratore, decidiamo di visitare la sua antica dimora, a pochi passi da via XX Settembre. Prima di raggiungerla, incappiamo in una libreria, dove sempre si trovano libri interessanti da portare a casa: come a Verona e in tutte le città che visito, una tappa in libreria ci vuole sempre.

Raggiungiamo ora la casa del navigatore e troviamo una folla che gremisce la sua entrata: non ci scoraggiamo e ne visitiamo l’interno: non era per niente piccola, anzi!

La casa si trova a breve distanza Porta Soprana, e l’esploratore ci ha abitato tra il 1455 e il 1470: in quell’anno il giovanissimo Cristoforo aveva 4 anni.

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Porta Soprana.

La casa ha subito molti cambiamenti dalla sua costruzione originale e quello che ne rimane oggi è probabilmente una ricostruzione dei primi anni del Settecento. Nonostante ciò, il fascino antico rinascimentale si respira ancora e pensare di camminare proprio dove viveva, correva e giocava il piccolo Cristoforo è molto emozionante!

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Replica di uno dei libri appartenuti ai Colombo.

Dopo la visita alla dimora, passiamo tra i Caruggi di Genova, dove Chiara mi fa vedere i luoghi di ritrovo dei giovani e dei suoi amici, fino ad arrivare al Porto Antico: zona che conosco molto bene ma che è sempre bello rivedere. Purtroppo non abbiamo il tempo per visitare l’Acquario o il Museo del Mare, così ci accontentiamo di fare un salto da Eataly e di goderci il panorama dall’alto della terrazza.

Scese a terra, cerchiamo una tipica trattoria dove mangiare del buon pesce, e subito dopo ci dirigiamo verso i famosi Rolli. I Rolli di Genova erano, al tempo dell’antica Repubblica, le liste dei palazzi e delle dimore eccellenti delle famiglie nobili che ambivano a ospitare ricchi e potenti in transito per le visite di stato. I Rolli vennero costruiti a partire dal 1576 e ancora oggi l’elenco è conservato nell’Archivio di Stato di Genova. Oggi, molti dei Palazzi dei Rolli sono Patrimonio dell’Umanità Unesco e sono stati acquisiti dall’Università di Genova, che è responsabile anche del buon mantenimento di queste perle.

Quelli che visitiamo noi sono 4 in tutto.

Iniziando da Palazzo Giacomo e Pantaleo Balbi, ora sede della facoltà di Lettere: possiamo visitare solo la terrazza e l’aula Magna dove oggi si tengono le sedute di laurea. all’interno si trovano i ritratti di alcuni nobili genovesi molto importanti e dove altri dipinti sono stati trafugati.

Continuando il nostro giro con il Palazzo Balbi-Senarega, uno dei più belli in assoluto: anche qui, la visita non sarà completa, ma soltanto di alcune stanze. Oggi è sede della facoltà di Giurisprudenza. All’interno, troviamo una cappelletta e una sala finemente affrescata, che funge oggi da Aula Magna: qui troviamo tutte le virtù raffigurate allegoricamente, in un intreccio di simboli e di figure naturali. Proseguendo al piano superiore, ci accoglie il busto di Garibaldo, fino a raggiungere la sala dei Liguri, anche questa finemente affrescata.

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Soffitto e controsoffitto dell’Aula Magna.

La visita continua con Palazzo Reale: è questo il più spettacolare che visitiamo. La costruzione del palazzo cominciò tra il 1618 e il 1620 ad opera di Stefano Balbi e Gio Francesco Balbi II, la cui potente famiglia – quella dei Balbi – era già coinvolta nel processo di pianificazione e costruzione di altri edifici della via che avrebbe portato il loro nome.

Nel 1677 la famiglia Balbi vendette il palazzo alla famiglia Durazzo che lo ampliò.

Nel 1823 gli eredi lo vendettero al re di casa Savoia che lo adibì a residenza ufficiale e nel 1919 divenne demanio dello Stato.

Oggi il palazzo conserva i mobili originari e le opere di importanti artisti genovesi del Seicento come Bernardo Strozzi, il Grechetto, Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio, Domenico Fiasella insieme a capolavori dei Bassano, Tintoretto, Luca Giordano, Antoon Van Dyck, Simon Vouet e Guercino. Incantevole è la Sala degli Specchi che mi ricorda molto quella della Residenza di Monaco di Baviera (rimando a leggere qui): avere un salone ricco di specchi aiutava a far percepire gli spazi come dilatati e inoltre era molto in voga tra le famiglie nobili. Ritroviamo ancora i letti a baldacchino tipici della nobiltà, alti e stretti, e una miriade di piccole stanze ad uso della nobildonna di casa.

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La Sala degli Specchi.

Oltre alla parte interna, è meraviglioso l’esterno, con un ninfeo e un bellissimo cortile lastricato. Dai piani nobili si risale alla terrazza, da dove si gode una meravigliosa vista del Porto Antico, del Mar Ligure e anche della facciata interna del Palazzo.

La visita termina al cortile di Palazzo Doria-Tursi, dove è esposta anche una mostra fotografica.

E’ ora però di salutare Genova, il treno mi attende, per il ritorno a Pavia. La saluto con la promessa di tornarci molto presto, dato che ancora ho molto da scoprire. Chiara purtroppo rimane a Genova, ma la rivedrò molto presto a Pavia.

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Io e Chiara, felici davanti alla carrozza Balbi, Palazzo Reale.

 

L’escursione in pillole:

  • Periodo di viaggio: aprile
  • Durata: una giornata
  • Difficoltà: 1/5
  • Viaggio organizzato: no
  • Adatto a famiglie e bambini: sì

 

 

Diario di viaggio: New York – giorno 6

Ultimo giorno nella Grnde Mela, prima di rientrare in Italia. Come per ogni mio viaggio, l’ultimo giorno è quello più soft, quindi dedicato a compere e a visite non troppo impegnative. Alla mattina, io e mia madre ci dirigiamo verso il Brooklyn Botanic Garden, un giardino di ben 21 ettari che conserva le più diverse specie di piante: il giardino è stato fondato nel 1910 ed è diviso in sezioni. Particolarmente interessanti, sono le sezioni delle serre tropicali, la serra dei bonsai, il giardino giapponese, l’immenso roseto con varietà speciali e famose di rose.

Con gli occhi all’insù, ad ammirare la folta chioma degli alberi, ci gustiamo la bellissima e fresca giornata: lo smog della grande metropoli sembra così lontana in questo Eden, gli uccellini gorgheggiano e la tranquillità regna sovrana. Dopo una bella passeggiata attraverso la via dei ciliegi, dove ogni essenza ha categoricamente un cartellino ben visbile e aggiornato che ci esplica la specie, raggiungiamo il giardino giapponese: qui troviamo un bellissimo laghetto con le carpe Koi e un arco rosso, tipico simbolo del Giappone. Un piccolo capanno di osservazione, funge anche come luogo di ristoro. Oltre a noi, notiamo che non ci sono tanti turisti stranieri, bensì molti americani, che passano una giornata tranquilla e diversa insieme alla loro famiglia.

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Il giardino giapponese

Dopo aver scattato qualche foto, ci dirigiamo verso le serre: davanti a queste c’è un ottimo punto di ristoro, dove potrete mangiare senza spendere molto. Le serre sono davvero magnifiche: in una ritroviamo le piante tipiche della foresta pluviale, con una bellissima varietà di orchidee epifite, oltre ad altre piante molto lussureggianti. La serra, prosegue con la ricostruzione degli ambienti aridi, con molte spoepecie di cactacee e altre succulente, da osservare tramite un piccolo percorso guidato. La serra affiancata, invece, custodisce una bellissima collezione di bonsai, che apprezzo particolarmente: li fotografo tutte, queste piccole meraviglie.

Dopo un bel giro nelle serre, continuiamo il nostro toru, scoprendo anche la parte adibita ai bambini: una zona con tanti laboratori didattici, piccole aiole dove i bambini posso piantare i fiori durante le attività proposte. Una cosa salta all’occhio, girando per il Garden: l’ordine, la pulizia, la manutenzione eccellente di questo giardino botanico. Noi italiani dovremmo solo prendere esempio, e sistemare i tanti giardini botanici che riversano in stato critico nel nostro “Bel Paese”.

Dopo un bel giretto attraverso il bosco delle essenze spontanee, arriviamo al roseto: prima di visitarlo, ci sdraiamo per una bella pausa nel prato che lo attornia. Qui, vediamo tanti americani giocare con i figli, leggere un libro, ma anche conversare e riposarsi. Come per il Central park, il Brooklyn Botanic Garden deve essere un bell’esempio di tranquillità per i Newyorkesi.

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La statua davanti al roseto

Davanti al roseto, non posso che rimanere estasiata, da coltivatrice appassionata di queste piante: il roseto è stato costruito nel 1927, grazie ad una donazione di 15,000 dollari da parte dell’ingegnere Walter V. Cranford. Qui, sono piantate più di 5000 cespugli, di 1400 varietà diverse, che includono specie selvatiche, antiche rose del giardino, grandiflore, floribundas, polyanthas, rose in miniatura e varietà di TEA. Per un approfondimento sulle rose, vi invito a leggere qui. Fotografo minuziosamente tutte le piante e il loro cartellino, e sospiro, sognando anche io un giardino di rose come questo.

Passiamo quasi l’intera giornata al giardino, ma poi dobbiamo inevitabilmente lasciarlo, per raggiungere il resto del gruppo; prima però acquisto la spilla del giardino botanico e un libro sull’avifauna americana. Il negozio dei ricordini è davvero ben fornito, vendono anche le piante!

Raggiungiamo la ciurma di viaggiatrici, che ritroviamo al grande magazzino Macy’s. Io odio fare shopping, ma qualche ricordo lo devo portare a casa. Avrei preferito rimanere di gran lunga al Garden, non posso non ammetterlo: i grandi magazzini mi mettono davvero

La mattina seguente, è il 4 luglio, e la nazione è in festa. Facciamo tempo a comprare qualche gadget prettamente americano per immergerci nello spirito festoso, ma poi dobbiamo andare all’aereoporto.

Ciao New York, sei stata una piacevole sorpresa, una città di contrasti che merita almeno una visita, una volta nella vita.

Per rileggere tutti i giorni del diario di viaggio,

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

Giorno 4

Giorno 5

 

 

 

 

Diario di viaggio: Madagascar – giorno 8

Un altro giorno sta per iniziare in terra malgascia, tra sole e mare.

Oggi è una giornata speciale, una di quelle che non si dimenticano: per la prima volta, farò un’escursione di Whale watching. Il Whale watching è l’osservazione dei cetacei in mare aperto, con un’imbarcazione o un gruppo di esse e con l’ausilio di binocoli e attrezzature specializzate. E’ un’attività importante, sia per far conoscere il meraviglioso mondo di questi mammiferi marini, sia per studiarli (è uno dei pochi metodi non invasivi), sia per monitorarli. Noi non abbiamo motonavi con radar o strumenti sofisticati, ma una pagoda governata dalla guida locale va benissimo per le nostre esigenze. Già scalpito, stiamo per partire e non vediamo l’ora di vedere le Megattere: in questo periodo, infatti, popolano questi mari caldi per dare alla luce i loro piccoli e per accoppiarsi nuovamente.

Una brezza frizzante spira, e ci vuole una felpina per ripararsi da essa. Finalmente partiamo e dopo circa mezz’ora la nostra imbarcazione si ferma e c’è un silenzio surreale. Con il binocolo avvistiamo un gruppo di megattere non lontano da noi. Stanno nuotando e si dirigono proprio verso la nostra direzione. Teniamo spenti i motori, per non disturbarle: probabilmente sono a caccia. Iniziamo a vedere i dorsi, meravigliosi: già l’emozione è incalcolabile. Ho provato tante emozioni nel vedere gli animali nel loro habitat, ma quello che ho provato nel vedere i cetacei (questa e altre volte) è diverso da tutto il resto: sono animali mansueti, potenti, ma pur sempre vulnerabili. Il traffico marino disturba in modo sostanziale la loro vita e se non si ricorrerà ai ripari, molte popolazioni vedranno l’estinzione, se non addirittura certe specie.

Dopo i dorsi, vediamo qualche esemplare, sempre più vicino, fare lobtailing e flipperslapping, cioè schiaffeggiare la pinna caudale e quelle pettorali. Le balene comunicano con i loro simili tramite queste manifestazioni comportamentali, e ci regalano uno spettacolo straordinario. Purtroppo fotografarle al momento preciso non è per niente facile, anzi. Nonostante ciò, non riesco a trattenere la felicità, sono così entusiasta che non riesco a tacere per un momento. Fino a che, qualcuìosa mozza davvero il mio fiato: una megattera effettua un breaching, il famoso salto, o tuffo. Con tutta la sua magnificenza, questo cetaceo di almeno 12 metri si tuffa davanti a noi, ed esce quasi completamente dall’acqua, proprio con un guizzo. Questo comportamento è il più spettacolare ed è stato osservato in quasi tutte le specie di cetaceo. Il salto è talmente ampio, che le onde che provoca spostano la nostra piccola pagoda. Applaudiamo, come davanti ad uno spettacolo. E, per fare il bis, subito dopo un’altra megattera replica, lanciandosi di lato e provocando un’altra serie di onde. Siamo davvero stupefatti da tanta bellezza. Dopo questo show incredibile, le balene mostrano ancora lo sfiatatoio, sbuffando e respirando, e poi, pian piano, si allontanano, immergendosi sempre di più.

Che dire, favoloso. So che le parole non riescono a rendere perfettamente questo spettacolo, ma non potevo non descrivervelo.

Ora, la prossima tappa della nostra escursione, programmata con le guide il giorno prima, è il piccolo isolotto di Nosy Ve: questo piccolo atollo ricorda forse il più famoso Nosy Be, indubbiamente una delle località turistiche più gettonate del Madagascar, ma è completamente diverso: intanto, su questa isola non ci sono costruzioni, in quanto si tratta di un’area di nidificazione del fetonte codarossa, un uccello di mare della famiglia dei Phethontidae: questa specie nidifica sulle isole dell’oceano Indiano, e Nosy Ve è un luogo importante proprio per dare alla luce i piccoli.

Il fetonte codarossa è riconoscibile dalle lunghe penne timoniere centrali caudali, che sono di colore rosso intenso. Il dimorfismo sessuale è quasi inesistente, in quanto maschi e femmine hanno livrea simile.

I fetonti sono uccelli singolari, non imparentati nè con i pellicani, nè con le cicogne, ma che hanno una parentela alla lontana con i procellariformi.

Questi uccelli nidificano sulla terra ferma, su scogliere e anche su falesie ed entrambi i genitori covano e si prendono cura della prole.

Quando arriviamo sull’isola, la guida ci dice che è possibile fare un giro tra i nidi dei fetonti, in quanto molti pulli sono già nati. Posso farmi scappare una possibilità del genere? Insieme alla mia inseparabile zia, ci addentriamo tra i nidi che si trovano sotto i bassi arbusti.

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L’inizio del percorso dei nidi.

Molti fetonti sono a caccia di pesci, quindi il nido è scoperto, perciò possiamo vedere bene i piccoli: sono dei batuffoli bianchi candidi, con il becco nero lungo. Non piangono e non sono impauriti. I genitori rimasti ai nidi sono totalmente tranquilli e si fanno scattare numerose fotografie in compagnia dei pulcini: la guida ci dice che nessuno qui li disturba, e quindi hanno imparato a tollerare la nostra presenza, anche perchè quasi nessuno viene a visitare i nidi, se non alcuni ricercatori e alcuni turisti interessati. Non capisco perchè questi uccelli debbano essere meno interessanti delle balene, ma va beh, sono gusti. Per me, vedere i piccoli dei fetonti è un’altra esperienza magnifica di questa giornata: osservare i pulletti da vicino poi, è abbastanza raro. Scatto tante foto e poi ritorniamo dal gruppo, che intanto sta facendo il bagno nelle limpide acque cristalline dell’isola.

E’ già mezzogiorno, e i pescatori stanno tornando per portarci il pranzo: cucineremo tutto con il fuoco del falò Dopo circa un’ora, è pronto: pesce fresco appena pescato, aragoste e patate dolci. Cosa desiderare di più? E’ tutto squisito, e anche la compagnia è davvero ottima. Insieme alla giornata del mio compleanno, questo è il giorno che più mi ha rapito.

La giornata pare finita, ma non è così: il giorno prima la guida ci aveva chiesto se volevamo fare un po’ di snorkeling durante l’escursione. E, dico di no?

Avete già capito, e già mi ero premunita prima di partire dall’Italia con maschera e boccaglio. Così, mentre il resto del gruppo si dirige verso Anakao, io ed altri ci facciamo accompagnare nella zona della barriera corallina. Mi tuffo e subito si apre un altro mondo fatto di colori: sembra un dipinto, dove i protagonisti sono i pesci, i coralli e le stelle marine. Qui ho potuto osservare una biodiversità incredibile, dove i pesci farfalla l’hanno fatta da padrone. Mi addentro anche a maggiore profondità, dove la piattaforma si fa più ripida, per vedere anche i pesci nascosti negli anfratti, ed indirizzo i miei compagni verso questi. Non c’è niente da fare, la natura è davvero spumeggiante.

Dopo circa due ore di snorkeling, torniamo ad Anakao, dove una bella doccia calda con il secchio mi aspetta. Credete che sia stanca? Certo che no! Il sole sta quasi tramontando, ma io mi siedo in riva al mare e guardo l’orizzonte, estasiata da cotanta bellezza.

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Tramonto meraviglioso…

Per cena, si prospetta una bella scorpacciata di pesce, allietata da un gruppo musicale che suona strumenti particolari e la chitarra. E’ così romantico, è così dolce.

Sembra essere passato tutto così in fretta, ma non sono triste, perchè in ricordo rimarrà vivo per sempre nel mio cuore.

Per gli altri articoli del Madagascar

Giorno 1

Giorno 2

Giorno 3

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Giorno 6

Giorno 7